Caso di FRANCESCO MASTROGIOVANNI, ucciso in un TSO - Forum
Dibattito pubblico
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Forum » ABUSI PSICHIATRICI » ABUSI PSCHIATRICI - DESCRIZIONE DELLA SITUAZIONE » Caso di FRANCESCO MASTROGIOVANNI, ucciso in un TSO ((TSO = trattamento sanitario obbligatorio))
Caso di FRANCESCO MASTROGIOVANNI, ucciso in un TSO
dibattitopubblDate: Sabato, 10/04/2010, 00:28 | Message # 1
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CASO DI FRANCESCO MASTROGIOVANNI, TORTURATO E UCCISO IN TSO

(TSO = trattamento sanitario obbligatorio, cioè forzato)

Un gruppo aperto su FB: http://www.facebook.com/photo.php?pid=30602182&id=1239211685&comments=&alert=

4 AGOSTO 2009, FRANCESCO (FRANCO PER AMICI E FAMILIARI) MUORE NEL REPARTO DI PSICHIATRIA DELL'OSPEDALE PUBBLICO DI VALLO DELLA LUCANIA (SA).
SUL CORPO DI FRANCO SONO EVIDENTI I SEGNI DELLA CONTENZIONE FISICA CHE NON RISULTA DALLA CARTELLA CLINICA.
L'AUTORITA' GIUDIZIARIA DISPONE L'ESAME AUTOPTICO NONCHE' IL SEQUESTRO DEL VIDEO DELLA DEGENZA DI FRANCO.
SONO INDAGATI PER OMICIDIO COLPOSO TUTTI I MEDICI DEL REPARTO E IL PRIMARIO VIENE SOSPESO DALL'INCARICO DI RESPONSBILE DEL DIPARTIMENTO.

4 DICEMBRE 2009, PRESSO IL PALAZZO DI GIUSTIZIA DI VALLO DELLA LUCANIA (A QUALCHE CENTINAIO DI METRI DALL'OSPEDALE) SARANNO SOTTOPOSTI AD INTERROGATORIO GLI INDAGATI PER OMICIDIO COLPOSO (19 DI CUI 7 MEDICI E 12 INFERMIERI)

DAI SERVIZI PUBBLICATI DA QUOTIDIANI, ANCHE NAZIONALI FANCESCO, E' STATO CONTENUTO DALL'INGRESSO FINO ALLA MORTE (PER OLTRE 80 ORE),
NON E' STATO ALIMENTATO, E' MORTO ALLE ORE 1,46 E NON ALLE ORE 7,42 DEL 4 AGOSTO, COME ATTESTATO NELLA CARTELLA.

Informazioni di contatto E-mail: vincenzo.serra13@tin.it
Sito Web: www.giustiziaperfranco.it
Posizione geografica: Vallo della Lucania, Italy

* * *

Un altro gruppo su Facebook: http://www.facebook.com/group.php?v=wall&gid=126850901441, sulla bacheca di questo gruppo si trova il video che ritrae torture da parte del personale.

* * *

Il video di "Mi manda rai 3" può essere visionato sul seguente link: http://vimeo.com/10821961 .

 
dibattitopubblDate: Sabato, 10/04/2010, 00:36 | Message # 2
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Reparto Psichiatria Vallo - Il giudice: era una corsia lager

SALERNO - «Basti pensare solo al dolore che deve aver cagionato alla vittima il continuo strofinio delle fasce di contenzione sulla ferita che aveva al polso sinistro, profonda fino alla carne viva». L'ordinanza del gip di Vallo della Lucania, Nicola Morrone, è spietata quanto le accuse che la Procura muove ai 14 operatori sanitari indagati per sequestro di persona, morte o lesioni. L'immagine di Francesco Mastrogiovanni che viene fuori sia dalle riprese filmate della videocamera dell'ospedale che dal provvedimento giudiziario è quella di «un uomo sofferente e in palese difficoltà respiratoria», morto sì per edema polmonare, come risulta dalla cartella clinica sequestrata, ma «connesso allo stato di forzata immobilità al quale era costretto». L'immagine, invece, che viene fuori del reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca assomiglia a un campo di concentramento dove «è prassi trattare così i pazienti». La figura dei medici, infine, viene quasi sconsacrata: «le condotte abusive erano poste in essere confidando nella difficoltà di disagio sociale dei pazienti e nella possibilità di invocare una loro scarsa credibilità, perché affetti da malattie psichiatriche». Invece, i filmati parlano chiaro. Mastrogiovanni, così come un altro paziente G. M, sarebbe stato legato al letto per tutto il periodo di degenza «anche se non aggressivo. Né veniva alimentato o fatto bere». Per il gip, Mastrogiovanni non rifiutava il cibo, né le cure mediche, né tantomeno le iniezioni, come invece verbalizzato nella cartella clinica dell'ospedale. La magistratura ricostruisce gli ultimi giorni di vita dell'insegnante. Alle 12.15 del primo agosto, Mastrogiovanni arriva in ospedale con l'ambulanza e adagiato sul letto del reparto. «Fino alle 12.41 è cosciente, non appare aggressivo — si legge nell'ordinanza di sospensione di medici e infermieri — e alle 12.45 si sottopone a trattamento dei sanitari facendosi iniettare una siringa intramuscolo. Alle 12.55 è così tranquillo che si prepara da solo il letto e mangia il cibo fornito dall'ospedale. E' l'ultima volta che gli sarà consentito di alimentarsi, poiché alle 13.08 si adagia sul letto e rimane tranquillo fino al momento in cui gli saranno applicate le fasce di contenzione. Da quel momento non sarà più slegato, né gli saranno forniti acqua e cibo, e ciò fino al momento della sua morte». In una «sconcertante sequela di abusi» conclude il gip.

Angela Cappetta

Pubblicata il: 02/02/2010 alle ore: 8:59:42
Fonte http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it

 
dibattitopubblDate: Sabato, 10/04/2010, 00:51 | Message # 3
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22/2/2010-Video Immagini Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni

23 febbraio 2010 — Antipsichiatria-La psichiatria al servizio dei poteri occulti
Dibattito pubblico contro le morti strane e preannunciate nelle istituzioni totali (Noluoghi) Carceri-manicomi. Questi noluoghi sono diventate discariche sociali in cui viene rinchiuso il diverso, il non omologato. Stiamo assistendo ad un massacro pianificato finalizzato a creare emergenza ed in nome di questa legiferare e definire la privatizzazione delle carceri determinando una delle poche industrie sempre in attivo. Vedi la situazione in america.
Si deve chiedere l'applicazione e l'estensione delle leggi vigenti che prevedono pene alternative per esempio le tossicodipendenze non sono compatibili con un regime carcerario determinare totale trasparenza di questi noluoghi dove gli uomini vengono sospesi dei propri diritti, trasparenza amministrativa.
Verità e giustizia per Franco Mastrogiovanni e per tutte le morti di stato

 
dibattitopubblDate: Sabato, 10/04/2010, 00:53 | Message # 4
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dibattitopubblDate: Lunedì, 12/04/2010, 21:56 | Message # 5
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Mastrogiovanni, morto in psichiatria: subito a giudizio medici e infermieri
Di AipsiMed , Gio, 01/04/2010 - 10:38


http://www.aipsimed.org/articolo/mastrogiovanni-morto-psichiatria-subito-giudizio-medici-e-infermieri

Era stato legato a un letto di contenzione. Il dibattimento avrà inizio il 28 giugno, intanto resta chiuso il reparto

SALERNO — Tutti rinviati a giudizio i medici e gli infermieri del reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania. Imputati di omicidio preterintenzionale, sequestro di persona e falso per la morte di Francesco Mastrogiovanni, l’insegnante di 58 anni morto il 4 agosto scorso dopo essere stato ricoverato d’urgenza. Il gip del Tribunale di Vallo della Lucania, Nicola Morrone, ha ritenuto «evidenti» le prove raccolte dal sostituto procuratore Francesco Rotundo contro l’intero staff del reparto. Responsabile, secondo la pubblica accusa, di aver legato al letto l’insegnante «con fasce strette che gli strofinavano la ferita che aveva al polso fino alla carne viva» e senza dargli la possibilità di bere e di alimentarsi. Prove talmente evidenti da disporne il giudizio immediato, scavalcando la fase dell’udienza preliminare. Il dibattimento comincerà il prossimo 28 giugno, quando sul banco degli imputati saliranno Michele Di Genio (primario del reparto), Rocco Barone, Raffaele Basso, Amerigo Mazza, Michele Della Pepa, Anna Angela Ruberto, Antonio De Vita, Maria Cirillo D’Agostino, Antonio Tardio, Alfredo Gaudio, Massimo Minghetti, Juan Josè Casaburi, Antonio Luongo, Maria Carmela Cortazzo, Nicola Oricchio, Giuseppe Forino, Raffaele Russo e Marco Scarano.

Diciotto imputati contro sei persone offese, costituitesi parte civile in un processo che servirà a far luce sulle cause della morte di Mastrogiovanni. Da un lato c’è un video girato dalle telecamere interne alla stanza in cui era stato ricoverato l’insegnante, considerata la prova schiacciante della pubblica accusa. Che è riuscita a convincere anche il gip Morrone, che fa una ricostruzione dettagliata delle ultime ore di vita dell’uomo. «Fino alle 12.41 è cosciente, non appare aggressivo— si legge nell'ordinanza— e alle 12.45 si sottopone a trattamento dei sanitari facendosi iniettare una siringa intramuscolo. Alle 12.55 è così tranquillo che si prepara da solo il letto e mangia il cibo fornito dall'ospedale. È l'ultima volta che gli sarà consentito di alimentarsi, poiché alle 13.08 si adagia sul letto e rimane tranquillo fino al momento in cui gli saranno applicate le fasce di contenzione. Da quel momento non sarà più slegato, né gli saranno forniti acqua e cibo, e ciò fino al momento della sua morte». In una «sconcertante sequela di abusi» conclude il gip.

Dall’altro lato, invece, c’è la difesa degli imputati che, anche dinanzi al Tribunale del riesame, hanno continuato a professarsi estranei ai fatti. Tanto da convincere il Tribunale delle libertà di Salerno a revocare la misura di sospensione inflitta dal gip. Ma c’è un altro mistero che aleggia nel reparto di psichiatria di Vallo. Il reparto è ancora chiuso, nonostante il sub commissario dell’Asl Walter Di Munzio avesse annunciato la ripresa delle attività mediche non appena la magistratura avesse sbloccato la sospensione. «È in corso un progetto di adeguamento strutturale dell’intero reparto che - ammette Di Munzio - era necessario indipendentemente da quello che è successo. Non conoscevo il reparto, ma appena l’ho visto ho detto che andava chiuso. È stato realizzato con criteri troppo vecchi e reclusori».

I lavori dovrebbero cominciare a breve, assicura il sub commissario, ma i medici e gli infermieri, prima sospesi e poi riammessi in servizio, non sono più rientrati in reparto. «Sono stati dislocati sul territorio - conclude Di Munzio - e tutti hanno ripreso a lavorare, in attesa della decisione della magistratura, di cui noi come Asl non potremo non tenere conto». Nessun provvedimento interno, dunque. Tranne che per l’ex responsabile del reparto, Michele Di Genio, che è decaduto dall’incarico di direttore di dipartimento.

Angela Cappetta

01 aprile 2010
Fonte:
Il Corriere del Mezzogiorno

 
dibattitopubblDate: Giovedì, 17/03/2011, 03:49 | Message # 6
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https://www.facebook.com/notes/natale-adornetto/per-francesco-mastrogiovanni-un-compagno-mai-incontrato/407377112214

Per Francesco Mastrogiovanni, un compagno mai incontrato

26 luglio 2010

Per Francesco Mastrogiovanni, un compagno mai incontrato

Era quasi la metà di agosto del 2009 quando ho appreso della tragica morte di Francesco Mastrogiovanni, definito dai suoi alunni “il maestro più alto del mondo”. Ne ho dato notizia, ma senza fare commenti e notazioni e senza scrivere nulla di mio. Ciò perché, oltre ad essere scioccato per quello che avevo letto, volevo principalmente evitare due cose. La prima è quella che non mi andava di “farmi bello” e di essere visto come qualcuno che ci specula sopra. È anche fin troppo vero, purtroppo, che ci si disinteressa totalmente di tante questioni e poi si è tutti bravi a cavalcare l'onda della notizia del giorno, per poi scordarsi e disinteressarsi della specifica vicenda ed inseguire via via le altre notizie quotidiane per cavalcarle e per far vedere che diciamo la nostra, per far vedere che siamo “indignati”, che noi siamo “diversi”, che noi siamo “contro” le ingiustizie. La seconda cosa che mi son voluto evitare, era il risvegliarsi e il rinnovarsi dell'atroce e terribile sofferenza che mai potrà scomparire dal mio animo. Già era abbastanza, troppo, leggere ciò che avevano fatto a Francesco Mastrogiovanni. E scriverci qualcosa su, sarebbe stato scavare nel dolore acuto della ferita sempre aperta e che mai si rimarginerà. Evitavo quindi di scrivere e rimandavo sempre. Ora però, anche perché fra una decina di giorni, il 4 agosto, sarà passato un anno dalla morte di Franco, voglio dire qualcosa. E ci scrivo parlando della cosa più dolorosa, sconvolgente e devastante che mi sia mai capitata. Mi riferisco all'essere legato al letto, alla contenzione. Ho deciso di parlare della contenzione, della mia contenzione, perché soltanto chi l'ha subita sulla propria persona e sulla propria pelle può descrivere bene quale supplizio comporta l'essere legati ad un letto. Ho deciso di parlare della mia contenzione per far capire bene il supplizio subito da Francesco Mastrogiovanni.

“Mi portarono al pronto soccorso e qui decisero per il t.s.o., il trattamento sanitario obbligatorio, e cioè coatto. Mi piantonarono per qualche ora al pronto soccorso, e mentre mi trovavo lì provai a scappare uscendo dalla finestra del bagno, ma mi presero e mi riportarono dentro. Dopo mi condussero al reparto psichiatrico, e qui continuavo a dire che volevo andarmene e mi rifiutavo di prendere gli psicofarmaci e di fare la flebo. Psichiatri e infermieri andarono per le spicce (è la prassi abituale poiché quando una persona viene ricoverata deve essere riempita di psicofarmaci, se no non avrebbe “senso”, per loro, ricoverarla; il sequestrato deve essere riempito di psicofarmaci e qualsiasi maniera va “bene”) e aggreditomi mi legarono al letto. Legato, cominciai a sentirmi dilaniare dentro. E il pensiero degli effetti deleteri e sconquassanti degli psicofarmaci mi fecero (per provare a liberarmi) scuotere furiosamente; così furiosamente che il letto sobbalzando lasciò dei vistosi segni sul pavimento. Poi mi imbottirono di psicofarmaci, e cominciai a sentire quei veleni che agendo dentro di me mi rintronavano e mi scombussolavano integralmente. Vedevo la stanza girarmi attorno, e anche gli occhi iniziarono a roteare, come quando ci si trova in uno stato di fortissimo choc (era quella in effetti la mia condizione). Non capii più nulla e la mente mi si ottenebrò e mi si offuscò completamente; e fra il dormiveglia e il sonno, in una specie di stato comatoso, vedevo le immagini del film “Fuga di mezzanotte” e nella mia mente risuonava angosciante la frase “Ergastolo per cosa?????”. Infine mi addormentai. Fu come essere pestato a sangue come il protagonista di “Revenge”, e quando mi risvegliai ero BOCCHEGGIANTE e totalmente stordito. (Portare un Essere Umano al punto di essere boccheggiante, MORENTE, non è un tentato omicidio?). Svegliatomi nuovamente, venni slegato e mi alzai. Ero spossatissimo, imbambolato, senza forze, con la mente obnubilata e docile in un modo che al mio confronto una pecora era più di una tigre feroce. Trascorsi tutta la giornata in quello stato, e la sera, mentre stavo per andare a letto, due infermieri, sfondando non una porta aperta ma una porta inesistente poiché in quel momento anche un bebè di un mese avrebbe avuto la meglio su di me, piombarono alle mie spalle e mi sbatterono a faccia in giù sul letto, e mi dicevano (con la voce di chi si vuole sbranare il nemico e strappargli il cuore dal petto, con la tipica cadenza lenta e che prolunga le vocali): “Fermo, non ti muovere, hai capito che devi stare fermo? Non ti muovere”. Poi, scuotendomi e strattonandomi con forza, mi legarono nuovamente al letto. Dopo qualche minuto sentii il bisogno impellente e indifferibile di urinare e chiesi agli infermieri di slegarmi per poter andare in bagno. “Pisciati addosso!” mi gridarono con ferocia gli infermieri. Resistei finché potei, e poi dovetti urinarmi addosso, provando una profonda umiliazione. Nuovamente, per il fatto di essere legato, mi sentii dilaniare e dilacerare dentro; e quando mi somministrarono altri psicofarmaci, il tutto si ingigantì. Provai, nell’illusione di poter mitigare i danni, ad estraniarmi da me e a fare finta che quello che provavo non stesse succedendo a me, ma è perfettamente inutile chiudere gli occhi e girarsi dall'altra parte quando un camion che viaggia alla folle velocità di mille chilometri orari ti investe in pieno e ti fracassa tutte le ossa, e l’unica cosa di cui si rimane coscienti, in mezzo a quel frastuono di dolore, è il sentire che la vita, GOCCIA DOPO GOCCIA DI SANGUE, abbandona il tuo corpo”.

Ad oggi, ho subito 8 TSO (Trattamenti Sanitari Obbligatori), e tutte le volte sono stato legato al letto, anche per più di 24 ore. So bene quindi cosa vuol dire.

E so bene quanto di peggio ha provato Francesco Mastrogiovanni, che per più di 80 ore è rimasto legato ad un letto di contenzione di un reparto psichiatrico. Non potrò mai dimenticare la sua agonia mentre era inchiodato al letto, non potrò mai scordare la sua assurda morte.

Un Paese che vuol definirsi civile, non può permettere ciò, non può permettere che accada senza che poi prenda gli adeguati provvedimenti. E un Paese civile non può permettere che le persone vengano legate ad un letto. E quando parlo di Paese civile, non mi riferisco solamente alle istituzioni. Comodo questo paravento, no? Con Paese civile mi riferisco a tutte le persone che di una tal società fanno parte. Nel caso specifico, tutti gli italiani e tutte le italiane.

Perché finito il clamore di un momento, non finisce mica la contenzione e la sofferenza che questa causa a degli esseri umani.

Nei sit-in fatti per Francesco, campeggiava la scritta “E mai più”. Che mai più una persona debba morire in questo modo orrendo. Che mai più ci sia questa tortura, che mai più le persone vengano legate al letto. Tantissime persone, psichiatri e psichiatre in testa, dicono che la contenzione è terapeutica, che fa parte del piano terapeutico. Fa quindi bene, no? Dunque la tortura, qualcosa che sconvolge la mente e l'animo di una persona, farebbe bene, sarebbe terapeutica. Inevitabilmente sovviene quando Hitler disse che più è grande la menzogna e più facilmente verrà creduta, e difatti sono tanti, ma proprio tanti, i tromboni che parlano della contenzione come qualcosa di terapeutico.

È venuto il momento che tutte le persone del mondo dicano prima e concretizzino poi “E mai più”. Se questo ci fosse già stato, Francesco ed altre persone sarebbero ancora vive e molte altre non sarebbero mentalmente dilaniate per il resto dei loro giorni.

Ciao Francesco, compagno di sventura mai incontrato di persona. Ti assicuro che non avrei mai voluto conoscerti, che non avrei mai voluto sapere niente di te. E sai perché? Perché ho saputo di te e ti ho conosciuto attraverso la tua inaccettabile morte avvenuta dopo una lunghissima ed atroce agonia. Ecco perché avrei preferito non conoscerti, e magari, chissà, un giorno incontrarti.

Natale Adornetto – Psicologo antipsichiatra, membro del Comitato verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni, collaboratore e blogger del Telefono Viola.
http://senza-futuro.blogspot.com/2010/07/per-francesco-mastrogiovanni-un.html

Mercoledì 4 agosto, alle 20,30, a Vallo della Lucania, ci sarà una serata dedicata a Francesco Mastrogiovanni. Io ci sarò.
http://www.giustiziaperfranco.it/angelo_pagliaro_4.htm

Intervista a Vincenzo Serra, cognato di Francesco Mastrogiovanni: http://www.youtube.com/watch?v=YI9kwzx9kvo

 
dibattitopubblDate: Sabato, 09/04/2011, 01:02 | Message # 7
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Muore in reparto psichiatrico, aveva polsi e caviglie legati

http://violetta.noblogs.org/post/2009/08/19/muore-in-reparto-psichiatrico-aveva-polsi-e-caviglie-legati.

Questa è una dolorosa dimostrazione della vera funzione della psichiatria, semplicemente un ulteriore esercito a disposizione del potere costituito...

da Liberazione del 13 agosto 2009
di Daniele Nalbone

Francesco Mastrogiovanni è morto legato al letto del reparto
psichiatrico dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania alle 7.20 di
martedì 4 agosto. Cinquantotto anni, insegnante elementare originario di
Castelnuovo Cilento, era, per tutti i suoi alunni, semplicemente "il
maestro più alto del mondo". Il suo metro e novanta non passava
inosservato. Inusuale fra la gente cilentana. Così come erano fuori dal
comune i suoi comportamenti, «dolci, gentili, premurosi, soprattutto
verso i bambini» ci racconta la signora Licia, proprietaria del
campeggio Club Costa Cilento. E' proprio lì che la mattina del 31 luglio
decine di carabinieri e vigili urbani, «alcuni in borghese, altri armati
fino ai denti, hanno circondato la casa in cui alloggiava dall'inizio di
luglio per le vacanze estive». Uno spiegamento degno dell'arresto di un
boss della camorra per dar seguito a un'ordinanza di Trattamento
Sanitario Obbligatorio (competenza, per legge, solo dei vigili urbani)
proveniente dalla giunta comunale di Pollica Acciaroli.
Oscuri i motivi della decisione: si dice per disturbo della quiete pubblica.
Fonti interne alle forze dell'ordine raccontano di un incidente in cui,
guidando contromano, alcune sere prima, avrebbe tamponato quattro
autovetture parcheggiate, «ma nessun agente, né vigile, ha mai
contestato qualche infrazione e nessuno ha sporto denuncia verso
l'assicurazione» ci racconta Vincenzo, il cognato di Francesco.
Mistero fitto, quindi, sui motivi dell'"assedio", che getta ovviamente
nel panico Francesco.
Scappa dalla finestra e inizia a correre per il villaggio turistico,
finendo per gettarsi in acqua. Come non bastassero carabinieri e vigili
urbani «è intervenuta una motovedetta della Guardia Costiera che
dall'altoparlante avvertiva i bagnanti: "Caccia all'uomo in corso"»
racconta, ancora incredula, Licia. Per oltre tre ore, dalla riva e
dall'acqua, le forze dell'ordine cercano di bloccare Francesco che,
ormai, è fuori controllo. «Inevitabile » commenta suo cognato «dopo
quanto gli è accaduto dieci anni fa».
Il riferimento è a due brutti episodi del passato «che hanno distrutto
Francesco psicologicamente» spiega il professor Giuseppe Galzerano, suo
concittadino e carissimo amico, come lui anarchico. Il 7 luglio 1972
Mastrogiovanni rimase coinvolto nella morte di Carlo Falvella,
vicepresidente del Fronte universitario d'unione nazionale di Salerno:
Francesco stava passeggiando con due compagni, Giovanni Marini e Gennaro
Scariati, sul lungomare di Salerno quando furono aggrediti, coltello
alla mano, da un gruppo di fascisti, tra cui Falvella. Il motivo
dell'aggressione ce la spiega il professor Galzerano: «Marini stava
raccogliendo notizie per far luce sull'omicidio di Giovanni, Annalisa,
Angelo, Francesco e Luigi, cinque anarchici calabresi morti in quello
che dicono essere stato un incidente stradale nei pressi di Ferentino
(Frosinone) dove i ragazzi si stavano recando per consegnare i risultati
di un'inchiesta condotta sulle stragi fasciste del tempo».
Carte e documenti provenienti da Reggio Calabria non furono mai
ritrovati e nell'incidente, avvenuto all'altezza di una villa di
proprietà di Valerio Borghese, era coinvolto un autotreno guidato da un
salernitano con simpatie fasciste.
Sul lungomare di Salerno, però, Giovanni Marini anziché morire, uccise
Falvella con lo stesso coltello che questi aveva in mano.
Francesco Mastrogiovanni fu ferito alla gamba. Nel processo che seguì,
Francesco venne assolto dall'accusa di rissa mentre Marini fu condannato
a nove anni.
Nel 1999 il secondo trauma. Mastrogiovanni venne arrestato «duramente,
con ricorso alla forza, manganellate, e calci» spiega il cognato
Vincenzo, per resistenza a pubblico ufficiale. Il motivo? Protestava per
una multa. In primo grado venne condannato a tre anni di reclusione dal
Tribunale di Vallo di Lucania «grazie a prove inesistenti e accuse
costruite ad arte dai carabinieri». In appello, dalla corte di Salerno,
pienamente prosciolto. Ma le botte prese, i mesi passati ai domiciliari
e le angherie subite dalle forze dell'ordine lasciano il segno nella
testa di Francesco.
«Da allora viveva in un incubo» racconta Vincenzo fra le lacrime.
«Una volta, alla vista dei vigili urbani che canalizzavano il traffico
per una processione, abbandonò l'auto ancora accesa sulla strada e fuggì
per le campagne. Un'altra volta lo ritrovammo sanguinante per essersi
nascosto fra i rovi alla vista di una pattuglia della polizia ». Eppure
da quei fatti Mastrogiovanni si era ripreso alla grande, «tanto da
essere diventato un ottimo insegnante elementare», sottolinea l'amico
Galzerano, «come dimostra il fatto che quest'anno avrebbe finalmente
ottenuto un posto di ruolo, essendo diciottesimo nella graduatoria
provinciale».
Era in cura psichiatrica ma si stava lasciando tutto alle spalle. Fino
al 31 luglio.
Giorno in cui salì «di sua volontà» sottolinea Licia del campeggio Club
Costa Cilento «su un'ambulanza chiamata solo dopo averlo lasciato
sdraiato in terra per oltre quaranta minuti una volta uscito
dall'acqua». Licia non potrà mai dimenticare la frase che pronunciò
Francesco in quel momento: guardandola, le disse: «Se mi portano
all'ospedale di Vallo della Lucania, non ne esco vivo». E così è stato.
Entrò nel pomeriggio di venerdì 31 luglio per il Trattamento Sanitario
Obbligatorio. Dalle analisi risultò positivo alla cannabis. La sera
stessa venne legato al letto e rimase così quattro giorni. La misura non
risulta dalla cartella clinica, ma è stata riferita ai parenti da
testimoni oculari. E confermata dal medico legale Adamo Maiese, che ha
riscontrato segni di lacci su polsi e caviglie della salma durante
l'autopsia. Legato al letto per quattro giorni, quindi. Fino alla morte
sopravvenuta secondo l'autopsia per edema polmonare.
Sulla vicenda la procura di Vallo della Lucania ha aperto un'inchiesta e
iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto
psichiatrico campano che hanno avuto in cura Mastrogiovanni. Intanto
oggi alle 18, nel suo Castelnuovo Cilento, familiari, amici e alunni
porgeranno l'ultimo saluto al "maestro più alto del mondo".

Quello che segue è il Comunicato del primo quotidiano e social network di Psichiatria, AipsiMed, a cura di Enzo Spatuzzi per l´Associazione Italiana Psichiatri, in seguito alla morte di Francesco Mastrogiovanni, detto Franco, e riabilitato dal testo che segue, addirittura dal titolo di professore, reale.

Un pochino mi sento anch´ io partecipe dell´emersione della
notizia, laddove a Ferragosto è stato tutto un frullare nelle carceri,
di personalità e persone, con i Centri di Identificazione in
ribollimento e certe Corsie dimenticate, quelle che dovrebbero essere
di prevenzione e cura e sono di controllo e per sedare, a volte fino
alla morte, proprio come nel nuovo articolo dove si chiede "Perchè la Salute Mentale è una priorità globale? ", con tanto di punto interrogativo. Nel testo datato 17 agosto, Enzo Spatuzzi conclude con un "
Che Dio ci perdoni.Tutti." Quì , pongo io il punto interrogativo, al
perdono, a chi lo distribuisce, con disinvoltura e maestria. Grazie in
ogni caso a chi ha sollevato il Caso e si è posto degli interrogativi e
non si ferma.

Doriana Goracci

Comunicato dell´AipsiMed sulla morte del prof. Franco Mastrogiovanni nel Spdc di Vallo della Lucania

Vorrei aggiungere ai tanti
pervenuti in questi giorni anche un commento altro, il mio, condito di
qualche riflessione riguardante la tragica e disperata morte del
maestro, insegnante, Franco Mastrogiovanni, avvenuta all´interno del
Servizio di Diagnosi e Cura Psichiatrico di Vallo della Lucania (Sa).

Dei drammatici eventi tutti coloro che sono addentro alle cose
dell´assistenza psichiatrica, anche perché puntualmente aggiornati da
AIPSIMED, sono oramai al corrente, ragion per cui non vi tornerò. Ma
certamente è bene fare anche un po´ l´Avvocato del Diavolo in questo
che pare già esser connotato come un processo scontatamente sommario ai
sette dirigenti medici.

Stavolta, contrariamente all´iconografia ufficiale, questo Diavolo vuol
essere anche un buon diavolo, provando a essere persino equilibrato in
un dibattito processuale che appare senza un contenzioso dibattimentale
di tipo etico e culturale. Ma il Diavolo oggi parlerà da un angolo
visuale un po´ spostato, magari defilato, provando tuttavia ad
allargare maggiormente orizzonti pur di andare a rintracciare cause
anche remote che possono stare dietro e aver persino causato la morte
di Mastrogiovanni.

I colleghi quando si laurearono in medicina e chirurgia pensavano che
"da grandi" avrebbero fatto i medici. I colleghi dopo la
specializzazione in psichiatria hanno affinato la loro preparazione
anche intima, effettuando complessi e complicati percorsi formativi
pensando che da grandi avrebbero fatto gli psichiatri. Nulla di tutto
questo. Sono stati sì assunti dall´azienda sanitaria locale, ma
arruolati con i compiti di psicopolizia, quella funzione che dai
manicomi in poi identifica ancora oggi la tipologia dell´intervento
psichiatrico in specie per le psicosi maggiori.

Di questo sono al corrente anche i tutori dell´ordine che ben
volentieri si fanno affiancare dagli psichiatri territoriali nella
"cattura" delle persone che appaiono di pubblico scandalo e demandano
solo agli psichiatri dei reparti psichiatrici la custodia di quelle
stesse persone e prima ancora che sia stata effettuata una diagnosi
precisa sulle loro vere condizioni clinico-psicopatologiche.

Non solo, ma quegli stessi psichiatri devono anche far passare nel più
breve tempo possibile lo stato psichico che potrebbe aver sotteso
condotte antisociali. E con che? Con gli psicofarmaci in primis, con il
controllo costante da parte di loro stessi e degli infermieri
collaboratori e, estrema ratio, con la contenzione.

Insomma gli psichiatri vanno in guerra all´attacco e non in difesa,
combattendo una battaglia che mai avrebbero voluto condividere e,
soprattutto, vanno in campo con armi giocattolo finendo per tradire
ogni giuramento di Ippocrate. Ma si può?

Uno psichiatra è oggi messo nelle condizioni di non potere attendere la
trasformazione, anche assai favorevole, di uno stato psichico, ma
dev´essere un leguleio conoscitore di quanti minuti bastano per tenere
contenuta una persona. Deve servire, obbedire e combattere senza
disporre neppure di un test sull´alcolemia di cui è portatore la
persona a loro "affidata", ma deve subito sedare con i gravissimi
effetti in termini di interazione\potenziamento dell´alchimia
alcool\psicofarmaci. Non può subito effettuare un elettrocardiogramma
alla persona che gli portano, visto che per la trafelatezza e la
concitazione dell´intervento, che la persona sia affetta da ipertrofia
del ventricolo sinistro (come in Mastrogiovanni) al mandante del
ricovero pare essere l´ultimo dei suoi problemi. Si dirà: ma per un
medico questo è essenziale! E´ vero. Ma quanti collaborano a che la
persona agitata se ne stia buona buona su un lettino a praticare tutte
le indispensabili analisi emato-cliniche e gli accertamenti diagnostici
strumentali? Bisogna trovarcisi in quelle bolge dantesche chiamate
pronti soccorso all´interno dei quali afferisce tutta un´umanità
dolente (non solo nel corpo) ed uno sparuto di medici annichiliti
dall´angoscia relativa all´improbo compito tenta di rendersi utile
nella sofferenza senza finire sotto inchiesta.

Non ci si vuole dilungare troppo e, si sa, l´unica soluzione per i
medici, per gli psichiatri, consiste nell´attenersi rigidamente a ciò
che attiene all´intervento sanitario delegando ad altre figure ed
istituzioni il controllo del male sociale.

Pare che Mastrogiovanni prima di entrare in S.P.D.C. abbia urlato che
se finiva in psichiatria sarebbe morto. Non sarebbe stato meglio per
lui, oltre che per la sua storia anche politica, una permanenza breve e
solo per accertamenti in una struttura solo investigativa e non
sanitaria e rimandare ad altri momenti l´acquisizione psicodiagnostica
delle cause delle sue angosce di sempre, magari con la costante
presenza di uno psichiatra chiamato in consulenza e solo per
proteggerlo e non per fargli da Caronte o da suo persecutore più o meno
occulto?

La risposta solo è rintracciabile negli intestini d´una legge di
assistenza psichiatrica che non s´è mai voluta interrogare sul suo
mandato e sulla sua vera funzione.

Enzo Spatuzzi
17 agosto 2009

 
AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 01:57 | Message # 8
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Vassallo e Mastrogiovanni. Un Sindaco e un anarchico. Due omicidi senza movente?

E’ stato sicuramente terribile per tutti apprendere la tragica notizia dell’assassinio del sindaco Vassallo che, ininterrottamente, per 15 lunghi anni ha amministrato Pollica, un piccolo comune della provincia di Salerno. Dalle colonne di Repubblica di oggi ne parla persino Roberto Saviano.

E’ stata la camorra? O altro?

E’ certo che con la morte di Vassallo viene messo definitivamente a tacere il mistero del T.S.O. (Trattamento sanitario obbligatorio), da lui abusivamente disposto presso il locale “lager psichiatrico” di Vallo della Lucania, nei confronti del povero maestro di scuola Francesco Mastrogiovanni che lo ha condannato a morte la scorsa estate 2009.

Come molti ricorderanno per il suo preannunciato assassinio a sangue freddo sono già stati rinviati a giudizio ben 18 imputati, a partire dal Primario del reparto di psichiatria e da altri cinque medici del reparto per avere formato false cartelle cliniche, occultando i disumani trattamenti, da torturatori medioevali, a cui era stato sottoposto Francesco Mastrogiovanni, durante il T.S.O., il quale veniva barbaramente legato mani e piedi per oltre 80 ore, sino a provocarne la morte.

Il processo, dapprima fissato con rito immediato, per il 28 giugno scorso avanti al Tribunale monocratico di Vallo della Lucania, è stato rinviato al 30.11.2010 per i soliti “difetti di notifica“, con cui spesso la storia giudiziaria insegna mafiosi e colletti bianchi riescono a farla franca.

Con Vassallo non sarà quindi più possibile approfondire nelle sedi competenti la questione dell’anomalo T.S.O. eseguito nel territorio di un altro comune, disposto, purtroppo, proprio dallo stesso Sindaco Vassallo, assassinato da mani ignote, il quale era il principale teste che avrebbe potuto svelare gli oscuri retroscena di un altro omicidio politico-mafioso, legalizzato dallo Stato Italiano. Quello di Francesco Mastrogiovanni, reo di essere “anarchico”.

Per amore di verità con riferimento al suo operato di amministratore il Sindaco Vassallo non è stato solo campione di legalità come scrivono più o meno tutti i giornali.

Nel suo comune ormai non aveva più avversari politici.

L’ultima volta si è presentata solo la sua lista. E tranne la parentesi di qualche mese per aggirare la legge sulla elezione diretta del sindaco, era sindaco da una quindicna di anni.

C’erano varie denunce nei suoi confronti – secondo quanto si apprende dalle fonti giornalistiche – per estorsione, concussione e reati contro l’amministrazione della giustizia.

Anche il Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni aveva presentato un esposto denuncia anche contro di lui, in relazione ai tragici fatti del 31 luglio 2009.

A riguardo, lo stesso Sindaco Vassallo in un intervista ammise essere un provvedimento eccezionale ed averne firmati al massimo tre in tutta la sua vita.

E allora perché proprio nei confronti dell’innocuo Franco? Mentre stava tranquillamente trascorrendo alcuni giorni di vacanza in un campeggio a San Mauro del Cilento.

Perché i Carabinieri vanno a prelevarlo per l’ennesima volta con la forza?

Perché circondano il suo bungalow con un inusitato spiegamento di forze neppure si trattasse di un pericoloso latitante o di un mafioso, seppure non avesse commesso alcun reato?

Perché viene ordinato di portarlo presso il famigerato reparto psichiatrico di Vallo della Lucania, dove Franco scongiurava, senza opporre alcuna forma di resistenza, di non essere ospedalizzato, certo che questa volta non ne sarebbe uscito vivo?

A chi dava fastidio o cosa sapeva e aveva denunciato Franco Mastrogiovanni?

Le risposte ufficiali sinora date non sono convincenti.

Quello che appare come un dispiegamento di forze per catturare un importante criminale viene giustificato da ragioni pressoché banali e del tutto fumose, fermamente contestate dai parenti e conoscenti della vittima. Mastrogiovanni, la sera del 30 luglio avrebbe generato caos e panico guidando a forte velocità la sua auto nel centro abitato del comune di Acciaroli, la mattina successiva la cosa si sarebbe ripetuta nel centro di Agnone Cilento, provocando il tamponamento di una vettura. Ma è stranamente il Sindaco di Pollica A. Vassalo, ad avvisare la polizia municipale e sarà sempre lui a sottoscrivere l’ordine di ricovero ospedaliero.

Singolarmente, a riguardo non risulta alcuna denuncia da parte di chicchesia e l’autovettura di Franco non riporta alcuna forma di danno, neppure lieve. Era quindi fondato il sospetto del povero Mastrogiovanni che se lo avessero riportato nel lager psichiatrico di Vallo della Lucania non ne sarebbe uscito vivo.

La circostanza riferita dai vigili urbani di Pollica e quindi anche dal sindaco Vassallo, secondo cui Francesco la sera del 30 luglio 2009 avrebbe attraversato con la sua auto a folle velocità l’isola pedonale di Acciaroli è stata smentita anche da un indagine giornalistica di Massimo Romano giornalista del mensile “Il Cilento”, che recatosi sul posto nei giorni successivi al verificarsi dei fatti, ha potuto appurare che nessuna delle diverse persone intervistate ha visto mai una scena del genere (auto a folle corsa nell’isola pedonale). Anzi un locale operatore turistico riferisce di aver assistito all’attraversamento dell’isola pedonale da parte di Francesco con la sua auto, in MODO NORMALE, A PASSO LENTO e non a folle corsa. Ma, singolarmente, i vigili scrivono contraddittoriamente che aveva lo sguardo fisso nel vuoto e andava ad altissima velocità la sera del 30 luglio 2009.

C’è da chiedersi come si può andare ad alta velocità ed avere lo sguardo fisso nel vuoto? E, come si fa a vedere lo sguardo di una persona alla guida di un auto che va ad altissima velocità?

Lo stesso Sindaco Vassallo aveva denunciato collusioni e deviazioni tra le forze dell’ordine.

A questo punto c’è da chiedersi chi aveva interesse a rappresentare al Sindaco di Pollica una falsa situazione di pericolo, tanto da indurlo a disporre un T.S.O.?

Nell’esposto presentato contro Sindaco, Vigili, Carabinieri (questi ultimi scrivono che la mattina del 31 alle ore 8.30 scendono da Pollica ad Acciaroli per fare il TSO al Mastrogiovanni), etc., i parenti di Francesco chiedono al P.M. di verificare la sussistenza della contestazione di eventuali infrazioni al codice della strada. Se è vero quello che hanno detto a proposito del comportamento di Francesco alla guida della sua auto la serata del 30 luglio, come mai i vigili non hanno elevato delle contravvenzioni?

Come mai quel fatidico 31 luglio 2009 Francesco viene ugualmente sottoposto a T.S.O., seppure non abbia opposto alcuna resistenza alla sedazione farmacologica?

Come mai è il Vassallo, Sindaco TERRITORIALMENTE INCOMPETENTE a disporre tale disumano trattamento? Come mai il primo T.S.O. – nel 2002 – Francesco lo subiva proprio nello stesso Comune di Pollica?

I parenti denunciano tra l’altro di non avere mai capito i motivi di tale primo TSO.

Noi il perché non lo sappiamo, ma è chiaro che la Procura territorialmente competente dovrà svelare le ragioni di entrambi gli omicidi.

Alla fiaccolata a cui diamo la ns. adesione dovrà venire perciò ricordato per amore di verità e giustizia anche Francesco Mastrogiovanni, affinché non sia dimenticato e venga fatta luce sul perché di quell’ingiustificato provvedimento amministrativo che ne ha provocato la morte.

http://www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=201&titolo=T.S.O.: CURA O TORTURA? ASSASSINIO MASTROGIOVANNI. LA LEGGE BASAGLIA32 ANNI DOPO .

Avvocati senza Frontiere

Posted, 7 settembre 2010

 
dibattitopubblDate: Giovedì, 12/05/2011, 20:56 | Message # 9
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T.S.O.: CURA O TORTURA? ASSASSINIO MASTROGIOVANNI. LA LEGGE BASAGLIA 32 ANNI DOPO

di Carmen Iebba e Pietro Palau Giovannetti

Francesco Mastrogiovanni, ucciso dalla malasanità e dall'indifferenza, in regime di ricovero coatto, presso l'Ospedale di Vallo della Lucania, Salerno, il 4 agosto 2009.
Un caso destinato a scuotere le coscienze e a fare riflettere su come vengono gestiti i pazienti e intese le professioni mediche da coloro che dimenticano troppo facilmente di avere rinnovato il giuramento di Ippocrate.

Avvocati senza Frontiere si costituirà parte civile nell'interesse del Movimento per la Giustizia Robin Hood Onlus che, da oltre 25 anni, si adopera per il rispetto della legalità e dei diritti umani, a tutela di interessi diffusi dei cittadini e dei propri associati, contro qualsiasi forma di discriminazione e abuso di autorità, anche da parte delle istituzioni sanitarie, offrendo assistenza legale ai soggetti più deboli in stato di bisogno.
Il processo prenderà il via il prossimo 28 giugno avanti al Tribunale monocratico di Vallo della Lucania, con ben 18 imputati, a partire dal primario del reparto di psichiatria e da altri cinque medici del reparto per avere formato false cartelle cliniche, occultando i disumani trattamenti, da torturatori medioevali, a cui è stato sottoposto Francesco Mastrogiovanni, durante il T.S.O., il quale veniva barbaramente legato mani e piedi per oltre 80 ore, sino a provocarne la morte.
Oltre tre giorni di ininterrotta atroce agonia, ripresa dalla telecamere, legato al letto di morte, con fasce di contenzione, a piedi e mani, senza che nessun medico e infermiere in servizio prestasse interesse ai suoi disperati tentativi di liberarsi e grida di aiuto.
Tre interminabili giorni, si legge nel capo di accusa con decreto di rinvio a giudizio immediato, senza alcuna interruzione e senza mai venire slegato né effettuare alcuna visita di controllo, senza cibo né acqua, ma solo idratandolo con delle flebo. Forse neanche Torquemada avrebbe avuto tale cinica spietatezza per le torture che seppe infliggere alle vittime sospettate di falsa conversione, alle donne accusate di stregoneria e agli eretici.
Sequestro di persona, morte per delitto doloso, in concorso, per avere provocato il decesso di Francesco Mastrogiovanni, causato da negligenza, imperizia, e imprudenza consistite nell'aver legato il paziente al letto di degenza, per più di tre giorni, senza altresì disporre ed effettuare adeguata sorveglianza e assistenza, onde interrompere il progressivo stato di prostazione fisica e psichica del paziente, senza dargli cibo né acqua, ma solo idratandolo con flebo, senza slegarlo nemmeno per brevi pause ed a singoli arti.
Questi i capi di accusa formulati dal P.M., dr. Francesco Rotondo nei confronti del primario, medici e infermieri del reparto di psichiatria di Vallo della Lucania. Lavoro encomiabile quello del P.M. al cui schiacciante impianto accusatorio e probatorio gli imputati ben difficilmente potranno sottrarsi, in quanto colti in fallo dalle cartelle cliniche falsificate e dalla silenziosa testimonianza di una telecamera le cui crude riprese mai avrebbero forse trovato visibilità ove non fossero state messe in onda da Mi Manda Rai Tre.

Ma sappiamo bene che spesso malasanità e malagiustizia vanno di pari passo.

Non possiamo quindi fare a meno di ricordare ai nostri molti attenti lettori sparsi in tutta Italia e nel mondo, il noto brocardo latino: "Promoveatur ut amoveatur" (che sia promosso per rimuoverlo).
Sarà solo un caso...(?) ma è CERTO che lo scrupoloso P.M. Francesco Rotondo è stato applicato ad altro incarico, passando dalla Procura di Vallo della Lucania a quella assai più prestigiosa di Salerno, venendo frettolosamente sostituito, prima del processo, da altro P.M., nella persona del Dr. M. Renato Martuscelli, che già nel 1999 chiese ed ottenne la condanna a circa tre anni di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, nei confronti del povero Francesco Mastrogiovanni, seppure ben 6 persone presenti ai fatti avessero testimoniato in suo favore, denunciando che Francesco era stato viceversa vittima dell'aggressione dei Carabinieri, che lo avevano preso di mira, in quanto anarchico. Condanna che venne poi integralmente riformata in appello a Salerno, con condanna dello Stato Italiano per l'ingiusta detenzione di Francesco.
L'allarmante scelta del nuovo P.M. appare quindi quanto meno incauta e sconveniente, per cui ci si auspica che il capo dell'Ufficio, ove non possa consentire al Dr. Rotondo di concludere il processo, provveda alla sostituzione del P.M. Martuscelli, come previsto dal combinato disposto di cui agli artt. 53 c. 2 e 36 c. 1 lett. a), b), c), d) c.p.p., sussistendo gravi motivi e/o quantomeno ragioni di opportunità.
La società civile e i parenti delle vittime si aspettano infatti una condanna esemplare, senza sconti e impunità, non per giustizialismo, ma per spirito di giustizia, affinché mai più possano verificarsi nel nostro Paese trattamenti disumani e degradanti, in danno di persone inermi. Seppure, mai, nessuna condanna e risarcimento danni potranno restituire la vita a Francesco Mastrogiovanni, togliendogli le atroci sofferenze e l'inenarrabile lenta agonia che ha dovuto sopportare prima di morire, nell'indifferenza generale di un intero ospedale.
A cura del Presidente di Avvocati senza Frontiere
Pietro Palau Giovannetti

T.S.O.: CURA O TORTURA? ASSASSINIO MASTROGIOVANNI. LA LEGGE BASAGLIA 32 ANNI DOPO
di Carmen Iebba

«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell'internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale; viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell'individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell'internamento.» Questo è il pensiero dell'uomo e psichiatra Franco Basaglia, che aveva capito più di altri la necessità di rivoluzionare il rapporto medico-paziente tramutandolo in un dialogo continuo atto alla comprensione ed alla restituzione al malato della propria soggettività e dignità, che guardava al manicomio come ad un carcere in cui si perpetrava l'alienazione continua dell'essere umano, dove il malato, il più debole, veniva costantemente ed in modo inerme dominato dal più forte, il medico, quello sano di mente per intenderci. Sono trascorsi 32 anni dalla legge 180/78 ispirata proprio alla lotta che Basaglia ha intrapreso per abbattere le tecniche di cura invasive del manicomio e dopo 32 anni di evoluzione del pensiero etico medico, le immagini di una telecamera di sorveglianza di una piccola e spoglia stanza del reparto psichiatrico dell'Ospedale San Luca di Vallo della Lucania ci mostrano il lento spegnersi della vita di un uomo di 58 anni, ci mostrano come si muore in un luogo di pubblica tutela, ci mostrano come in 80 ore si può cancellare la dignità di un malato [nella specie un uomo buono e giusto, peraltro del tutto sano di mente, uno stimato maestro, quale era Francesco, entrato vivo e lucido ed uscito morto] . Come uomo e come medico Basaglia sarebbe rimasto forse più che inorridito amareggiato nel vedere la morte di Francesco Mastrogiovanni, amareggiato nel percepire che al San Luca il manicomio non esiste più, ma solo come termine identificativo di un edificio. Francesco era un professore delle elementari, amante della letteratura, un intellettuale critico e appassionato. Apparentemente una persona come tante, ma, in realtà la sua esistenza viene segnata da momenti intensi e difficili. Nel luglio del 1972, per fatalità o destino diviene testimone dell'omicidio del giovane missino Carlo Falvella. Gli anni ‘70 sono gli anni della contrapposizione, fascisti ed antifascisti, stato e antistato, degli estremismi dogmatici e delle dottrine enfatizzate e demonizzate, gli anni del rosso e del nero, dove abbracciare un'ideologia di destra o sinistra portava concettualmente ad assorbire un'idea piuttosto che un'altra, ma poi, su un piano più concreto, le differenze si annullavano. Ad un'aggressione si rispondeva con un'altra aggressione, dietro al terrorismo nero come a quello rosso si muovevano le strategie della P2 e dei servizi segreti che alimentavano le contrapposizioni, ed ancora adesso si perdono le capacità per distinguere le vittime dagli assalitori, per giudicare l'esatta posizione della verità. Anche la Salerno degli anni ‘70 si era trasformata in una nicchia di tensioni e i fatti del 2 luglio del ‘72 ne sono la prova inconfutabile. Quel giorno Francesco stava passeggiando con due amici, Giovanni Marini e Gennaro Scariati, esponenti del movimento anarchico, lungo via Velia a Salerno. Pur simpatizzando per le idee anarchiche Francesco non era certamente un militante, era una persona che amava dibattere e confrontarsi con gli altri sulle questioni di natura politica, come sottolinea la sorella Caterina.

In quel periodo però il clima era alquanto concitato, Marini stava indagando sulla morte alquanto sospetta di cinque anarchici [travolti misteriosamente da un camion, prima di poter testimoniare sulla strage di P.zza Fontana a Milano [quella che si rivelerà poi essere ], e l'incontro con un gruppo di missini del F.U.A.N. coinvolge Mastrogiovanni in un'aggressione, a seguito della quale viene ferito con una coltellata alla gamba. Il Marini vedendo l'amico cadere a terra in una pozza di sangue, nel disperato tentativo di difenderlo, strappa il coltello dalle mani dell'aggressore e colpisce il Falvella con un fendente all'aorta, che morirà poco dopo in ospedale. L'accidentale morte del Falvella acquisce le contrapposizioni e una spirale di odio e vendette nei confronti dell'incolpevole Francesco Mastrogiovanni, dipinto sino alla sua morte dal P.M. di Vallo della Lucania e dai locali Carabinieri, come "noto anarchico", incuranti della sua estraneità ai fatti riconosciuta dalla piena assoluzione.

Incomincia da qui, suo malgrado, la persecuzione psichiatrico-giudiziaria del povero Francesco Mastrogiovanni, pacifico maestro di scuola elementare, costellata da un interminabile percorso di processi, interrogatori, ingiusta detenzione, fermi illegali, sino a giungere ai disumanizzanti e ingiustificati T.S.O. (trattamenti sanitari obbligatori), ma anche se sarà scagionato da ogni tipo accusa, ricevendo, addirittura, un risarcimento danni per l'ingiusta detenzione, la sua dicotomia con la Giustizia non terminerà con la piena assoluzione da quei fatti terribili che hanno dato luogo alla sua odissea giudiziaria.

Segnato dalla vicenda umana e dalla condanna dell'amico Marini a ben 12 anni di carcere, per buttarsi tutto alle spalle il maestro se ne va su al Nord per alcuni anni, ma deve portarsi dietro il fardello che lo Stato ormai gli ha imposto come pena , il suo nome resta legato al concetto di "anarchico pericoloso" e quando, dopo quindici anni, nel 1999, ritorna a vivere in provincia di Salerno, pur insegnando nelle scuole elementari della sua città di origine, Castelnuovo Cilento, il tempo non sembra essersi mostrato galantuomo nè essergli stato amico, mancando di cancellare lo stigma di persona pericolosa che, troppo spesso, per faziosità, arretratezza socio-culturale, ristrettezza mentale, incapacità di recepire i cambiamenti, porta le istituzioni e i burocrati dello Stato a ritenere colpevole anche chi è stato assolto e risarcito.

Il 5 ottobre 1999, infatti, un futile diverbio con un carabiniere degenera in una condanna a ben tre anni di carcerazione per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, seppure il povero Francesco anche in questo caso sia completamente innocente e vittima di una montatura dei Carabinieri.

Ciò nonostante, sconta un mese in carcere e cinque mesi agli arresti domiciliari.

Poi, l'assoluzione in appello a Salerno con risarcimento per ingiusta detenzione.

I fatti del 1972 e del 1999, portano Francesco a vedere nei rappresentanti delle forze dell'Ordine (forse non a torto), i suoi persecutori, sviluppando una forma di profondo terrore e una sorte di fobia per le divise, che lo porta ad evitare qualsiasi contatto, sino a scappare quando le incontra.

Le divise diventano così incolpevolmente il suo tallone di Achille col quale ben avrebbe potuto convivere, se lo avessero lasciato in pace, come convissero gli anarchici Sacco e Vanzetti, sino ad essere anche loro giustiziati, seppure innocenti.

Francesco, nonostante ciò, è infatti una persona del tutto normale, razionale e pacifica.

La sua unica "malattia", se proprio così vogliamo definirla, è , da cui teme - non certamente a torto vista la sua barbara morte - di venire ingiustamente privato della libertà e sottoposto a disumani trattamenti sanitari obbligatori.

Quello prima del suo assassinio presso l'Ospedale di Vallo della Lucania non era, infatti, il primo trattamento sanitario obbligatorio, che mai in nessun precedente caso risulta essere giustificato da particolari stati emotivi di aggressività o "pericolosità sociale" di Francesco che, ben lungi dal costituire una minaccia per sè o gli altri, si limitava ad evitare e/o scappare di fronte alle forze dell'Ordine e a chi indossava una divisa, nel timore che gli facessero dell'altro male.

Sembra che durante una festa di paese, a Castelnuovo Cilento, la sola vista di un vigile urbano, impegnato nella direzione del traffico, sia stata sufficiente per scatenare in lui paura e ad indurlo ad abbandonare l'auto con il motore ancora acceso. Ma tale episodio, come altri analoghi banali fatti, non costituivano certamente validi motivi per internare una persona buona e mite in un reparto psichiatrico e sottoporla contro la sua volontà a trattamenti degradanti e disumanizzanti.

In altre situazioni accade che Francesco si nasconde nei cespugli per ore, terrorizzato dalla vista di un carabiniere. «Franco prima dei fatti del 1999 non aveva mai avuto problemi del genere. Secondo me sia pure sporadicamente e a distanza di lunghi periodi va incontro a momenti di forte sofferenza psicologica perché i fatti del 1999 hanno lasciato in lui un segno profondo. Quando sono andato a trovarlo in carcere mi son trovato una persona profondamente cambiata, alla quale sembrava che fosse caduto il mondo addosso. Eppure pensavo che fosse più forte! Nonostante questi periodi critici Franco riesce sempre a tornare alla vita normale e al lavoro. Crisi che durano soltanto una, due settimane.».

Queste le parole di Vincenzo Serra, cognato di Francesco che ha sposato la sorella Caterina e Fondatore del comitato "Verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni", che sottolineano il peso e la gravità sociale di questa vicenda, che trae origine dagli avvenimenti del 1972 e del 1999 e ruota intorno alla totale cecità delle istituzioni locali e alla prepotenza e inadeguatrezza di Carabinieri e strutture sanitarie a svolgere le loro alte funzioni.

In un paese tranquillo come Castelnuovo Cilento, il ritorno di Francesco non passa certamente inosservato. Da molti, in specie negli ambienti restii ai cambiamenti, è visto come il ritorno di un personaggio scomodo e discusso che determina un ingiusto accanimento nei suoi confronti, fatto di insulti, angherie e false accuse costruite a tavolino dal locale Comando dei Carabinieri e sostenute contro ogni diversa evidenza testimoniale dal P.M. di Vallo della Lucania, M. Renato Martuscelli (lo stesso che dovrebbe oggi giudicare i sanitari suoi presunti carnefici).

Persecuzioni e condanne che segnano in maniera indelebile la vita di questo pover'uomo, vittima non già della sua "insofferenza alle divise", ma della ben più grave e profonda insofferenza delle istituzioni alle sofferenze dei più deboli e delle vittime della malagiustizia.

Gli sporadici atteggiamenti paranoici che colpivano Francesco non potevano infatti indurre il Sindaco del suo paese, per ben due volte, nel 2002 e nel 2005, a firmare l'ordine di TSO, onde sottoporlo a trattamenti sanitari coattivi che infine ne provocheranno la morte.

E' così che Franco, come lo chiamano parenti e amici, entra in contatto con l'allucinante microcosmo del San Luca di Vallo della Lucania e con l'ultima violenza di Stato.

Ma cosa accade effettivamente il 31 luglio dello scorso anno, prima dell'ultimo TSO, autorizzato dal Sindaco, che ammette essere un provvedimento eccezionale ed averne firmati al massimo tre in tutta la sua vita?

Il 31 luglio 2009 Franco stava tranquillamente trascorrendo a San Mauro Cilento alcuni giorni di vacanza in un campeggio, quando i Carabinieri vanno a prelevarlo per l'ennesima volta con la forza, circondando il suo bungalow con un inusitato spiegamento di forze, neppure si trattasse di un pericoloso latitante o di un mafioso. Seppure non avesse commesso alcun reato, alla vista delle forze dell'ordine scappa istintivamente verso la spiaggia e si ferma a bere un caffè e a fumare una sigaretta, mentre viene circondato da terra dai Carabinieri e dal mare dalla Guardia Costiera. Il tutto per un solo uomo del tutto inoffensivo, allo scopo di sottoporlo all'ultima atroce modena tortura pseudosanitaria denominata TSO, che lo porterà alla morte, presso il famigerato reparto psichiatrico di Vallo della Lucania, dove Franco scongiurava, senza opporre alcuna forma di resistenza, di non essere portato, certo che questa volta non ne sarebbe uscito vivo.

Quello che appare come un dispiegamento di forze per catturare un importante criminale viene giustificato da ragioni pressoché banali e del tutto fumose, fermamente contestate dai parenti e conoscenti della vittima. Mastrogiovanni, la sera del 3 luglio avrebbe generato caos e panico guidando a forte velocità la sua auto nel centro abitato del comune di Acciaroli, la mattina successiva la cosa si sarebbe ripetuta nel centro di Agnone Cilento, provocando il tamponamento di una vettura. Ma è stranamente il Sindaco del comune di Pollica A. Vassalo, ad avvisare la polizia municipale e sarà sempre lui a sottoscrivere l'ordine di ricovero ospedaliero. Singolarmente, a riguardo non risulta alcuna denuncia da parte di chicchesia e l'autovettura di Franco non riporta alcuna forma di danno, neppure lieve.

E' quindi fondato il sospetto del povero Franco che se lo avessero riportato nel lager psichiatrico di Vallo della Lucania, questa volta non ne sarebbe uscito vivo. Il perchè esatto non lo sappiamo, ma è chiaro che le ragioni vanno ricercate nell'ottuso accanimento che è stato costruito intorno alla sua persona e alla figura di "pericolo anarchico".

Sono queste le futili giustificazioni di forze dell'ordine, politici e sanitari, connesse all'ultimo tragico Tso inflitto a Franco, entrato vivo e lucido ed uscito morto.

Il TSO, "trattamento sanitario obbligatorio" è previsto dalla legge 180 ed assorbito nella legge 833/1978, sostituisce il ricovero coatto e si dispone quando sono necessari trattamenti urgenti e tali da non consentire di poter adottare misure extraospedaliere. "Urgenza" è questo il fattore che caratterizza l'uso di questo dispositivo medico-giuridico, significa che bisogna ricorrere ad esso solo come ultima alternativa, solo quando sono fallite tutte le possibilità intermedie di comunicazione con il paziente, o quando c'è un acuirsi, un collasso, una rapida degenerazione delle condizioni di salute di una persona tale da renderlo pericoloso per se stesso e per gli altri. Da qui la previsione estrema di legarlo al letto di contenzione mani e piedi.

La dottrina psichiatrica prevede queste disposizioni particolari ma è improntata, come Basaglia sottolineava, al dialogo, il clinico deve accertare tipo e qualità di adesione del paziente alle cure in modo costante e periodico, il Tso può divenire imminente qualora il paziente non accetti di essere sottoposto volontariamente alle terapie. Se ripercorriamo la storia di Francesco si appura, con una certa immediatezza, che nulla di tutto questo è stato rispettato dal personale medico e di servizio, in quanto Franco era del tutto inoffensivo e collaborativo. Quando fugge in preda al panico perché tallonato da un inusitato spiegamento di forze dell'ordine, tenta il tutto per tutto gettandosi in mare. Rimane in acqua per un paio di ore, ma poi, al momento della resa, è inerme, non aggredisce nessuno e si lascia praticare ben tre iniezioni. In queste condizioni il Tso non aveva ragion d'essere praticato. Non vi era la necessità di effettuare il trasporto in ospedale, poiché il paziente non stava rifiutando le cure e non era aggressivo, ma il personale del 118 continua ad eseguire le procedure. "Non portatemi a Vallo, li mi ammazzano", implora Franco quando si lascia caricare nell'ambulanza. Franco pronuncia queste parole emblematiche, che celano la consapevolezza dell'ambiente e del trattamento che presupponeva poteva essergli riservato. Ora, il dato di fatto, è che in quel lager Franco è morto davvero e per tutti quella frase appare più sensata e lucida di tutte le brutali e ciniche procedure a cui è stato sottoposto.

Dopo essere rimasto ininterrottamente legato mani e piedi per oltre tre giorni, senza cibo nè acqua, Franco è morto a causa di un "edema polmonare", soffocato dalla criminale indifferenza di chi doveva provvedere a curarlo, assisterlo, nutrirlo e ascoltare le sue grida di sofferenza.

Ma dal momento che entra nel lager del San Luca, il 31 luglio 2009, fino al decesso avvenuto il 4 agosto, è un'agonia in piena regola, paragonabile ad uno scenario medievale. È la trasmissione "Mi Manda Raitre" che permette di rendere pubblico il video della telecamera di sorveglianza della stanza in cui Franco entrerà vivo e lucido e morirà in 4 giorni. Le immagini parlano da sole, hanno un potere di giudizio insindacabile, come emerge dal video allegato in calce all'articolo.

Alle 12.33 nella stanza entra un uomo sulle proprie gambe, non aggressivo e non agitato, che mangia e si muove tranquillamente, dopo quasi 2 ore, alle 14.25 quella stessa persona viene legata mani e piedi al letto ed inizierà il suo calvario. I lacci della contenzione hanno in questa storia la stessa importanza di un coltello piantato in un torace. Sono si previsti, durante un Tso, ma in casi di eccezionalità e per un tempo necessario ad eseguire quell'operazione che sarebbe impossibile da svolgere su un paziente ostile, tale da non riuscire fisicamente a tenerlo fermo. "Durante tutta la degenza il paziente si è mostrato troppo aggressivo, rifiutava le terapie ed il cibo, il personale era così impossibilitato ad effettuare un prelievo di sangue," queste le giustificazioni arrancate da avvocati e medici. Il riscontro delle immagini fa emergere ben altro, oltretutto gli erano stati somministrati, sin dall'inizio, sedativi e calmanti.

Dal punto di vista giuridico la contenzione trova ragion d'essere solo nello stato di necessità, ne consegue che pur volendo attenersi all'ipotesi di dovere eseguire un prelievo sul paziente, l'eccezionale misura della contenzione avrebbe potuto occupare non più di pochi minuti e non certo ben oltre 80 ore. Si tratta cioè di una eccezionale e residuale trattamento, che costituisce una eccezione nell'eccezione, rispetto al trattamento del Tso nel suo complesso, di cui come abbiamo già visto Franco non necessitiva in alcun modo.

In spregio a ogni protocollo e senso di umanità, per tutto questo tempo Franco rimane, invece, legato al suo letto di morte, troppo piccolo, tra l'altro per contenere i suoi 190 cm di altezza, come sottolinea la nipote Grazia.

Il susseguirsi delle crude immagini della telecamera ci mostra tutta la sua atroce sofferenza, acuita da una morsa talmente pressante e persistente, tanto da farlo sanguinare. In un continuo disperato tentativo di liberarsi, in assenza di aiuto, si assiste all'agonia di un essere umano che cerca di divincolare il proprio corpo, intervallata da stati di cedimento, fino alla morte avvenuta intorno alle 02.00 della notte del 4 agosto. Devono passare, però, ben sei ore, affinché ciò venga constatato dall'incurante e cinico personale sanitario.

Alle 7.40, infatti, il video focalizza l'obbiettivo su un maldestro tentativo di rianimazione, ma, come riportato negli atti, viene prima di tutto rimossa la coercizione.

In questo allucinante scenario medioevale i medici e gli infermieri sembrano degli automi.

Nei quattro giorni di torture Franco non viene trattato da paziente nè da essere umano.

E' un uomo privato dei suoi più elementari diritti. Come un manichino. Aghi, flebo, pannoloni, fasce di contenzione, cateteri, è intorno a questi elementi che si concentrano le uniche "cure". Quando il corpo denudato violato e sedato dell'uomo ridotto a manichino scivola continuamente dal letto si "risolve" tutto rinforzando la contenzione. Quando compare una pozza di sangue che gli scende dal braccio è sufficiente passare lo straccio per terra. Quando il pannolone si straccia ha poca importanza sostituirlo. Anche il sintomo del respiro affannoso che preannuncia gli ultimi rantoli di vita non assume alcuna importanza.

Tutto è irrilevante e passa inosservato.

La falsa cartella clinica che inchioda primario, medici e personale ospedaliero riassume la cinicità e l'ipocrisia che si respirano nel lager psichiatrico S. Luca di Vallo della Lucania.

Si parla laconicamente di morte per "improvviso arresto cardiaco", sopraggiunto alle 7.40, ma non c'è traccia alcuna delle ingiustificate misure della contenzione, che per legge deve essere dettagliatamente descritta.

Muore così un uomo entrato sano e sottoposto senza alcuna obiettiva ragione a un trattamento degradante; e la sua morte per qualcuno è normale, è frutto di fattori naturali.

Così muore il "pericoloso anarchico" Francesco Mastrogiovanni. Per altri invece è una questione morale di interesse pubblico sull'uso della contenzione e del Tso.

Si accendono i riflettori su un reparto di psichiatria italiana. La sorpresa è che in quel lager la contenzione era una pratica ordinaria e frequente, era perché adesso, dopo il 4 agosto 2009, non ve ne è più traccia. Forse è l'effetto delle indagini e dell'attesa del dibattimento processuale che inizierà il prossimo 28 giugno. Sotto accusa ben 18 persone, tra medici ed infermieri del reparto psichiatrico dell'Ospedale San Luca di Vallo della Lucania, per falso ideologico, poiché, per l'appunto, nella cartella clinica sono omesse le trascrizioni riguardanti i mezzi della contenzione adoperati; sequestro di persona, in quanto il paziente è stato ininterrottamente legato al letto di degenza per più di tre giorni senza essere mai liberato ed alimentato soltanto mediante flebo ed infine, l'accusa di aver cagionato la morte come conseguenza di un altro delitto e cioè della contenzione.

In questa vicenda non si può ricondurre il tutto ai soli concetti di malasanità, negligenza o superficialità, in questa storia c'è ben di più, c'è la morte assurda e paradossale di un uomo insofferente verso lo Stato che muore in un braccio pubblico dello Stato, nelle mani di persone che di questo Stato ne sono una proiezione.

C'è il soffocamento del pensiero e dell'esistenza stessa di uno psichiatra come Franco Basaglia, anche lui si chiamava così per ironia della sorte, che ha tentato di annullare il potere delle camice di forza, per poi scoprire che oggi è bastato sostituirle con delle fasce applicate ai quattro arti e fissate alle sbarre del letto di contenzione. Una forma di tortura ancora più brutale.

Basaglia dedicò tutta la sua vita contro questo annichilimento del malato, per abbattere questo atteggiamento autistico del medico, ma di questo pensiero è stato ereditato ben poco dalla classe politica e medica, solo una legge in cui il termine manicomio viene solo in apparenza cancellato. Una legge di cui in molti pare ne abbiano dimenticato la vera essenza e finalità: «Nel nostro mestiere la finalità è quella di affrontare, - trovare la maniera di affrontare la contraddizione che noi siamo: oppressori ed oppressi, e che dinanzi a noi abbiamo una persona che si vorrebbe opprimere. Bisogna fare in modo che questo non avvenga. L'uomo ha sempre questo impulso, di dominare l'altro; è naturale che sia così. E' innaturale quando si istituzionalizza questo fenomeno oppressivo. Noi rifiutiamo questo discorso. Noi diciamo di affrontare la vita, perché la vita contiene salute e malattia, e affrontando la vita noi pensiamo di fare la prevenzione. Pensiamo di fare il nostro mestiere: di infermieri, di sanitari, di medici. ».

Carmen Iebba

P.S.: Per i soliti "difetti di notifica" il processo è stato rinviato al 30.11.2010 e da informazioni trapelate pare che il P.M. ben lungi dall'astenersi abbia intenzione di querelarci per "diffamazione", di aver esercitato il diritto di cronaca, informando l'opione pubblica sulla persecuzione anche da morto di Francesco Mastrogiovanni.

 
dibattitopubblDate: Domenica, 19/06/2011, 04:25 | Message # 10
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La morte per contenzione di Mastrogiovanni: l’agghiacciante esame autoptico
17 giugno 2011

PROCESSO CONTRO IL DOTT. DI GENIO ED ALTRI DICIASETTE IMPUTATI PER LA MORTE DEL MAESTRO FRANCESCO MASTROGIOVANNI

Lunga udienza. Giuseppe Ortano, psichiatra di Aversa: «La coercizione non è un atto medico».

Vallo della Lucania. 14 giugno 2011, alle ore 14,30 presso il Tribunale di Vallo della Lucania, la Presidente Dr.ssa Elisabetta Garzo dà inizio all’udienza odierna con l’appello prima degli imputati e poi delle parti civili del processo contro i medici e gli infermieri del reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania per la morte dell’insegnante Francesco Mastrogiovanni, avvenuta il 4 agosto 2009. E come nelle altre udienze alcuni liberi assenti ed altri liberi contumaci. Presente solo il primario del reparto di psichiatria ed alcuni infermieri .

All’inizio un avvocato degli imputati si lamenta per le riprese televisive per l’impatto che possono avere sul pubblico, ma il Presidente del tribunale non sospende l’autorizzazione accordata all’emittente televisiva di Vallo della Lucania, la Set di riprendere il processo. Anche nell’udienza odierna vengono rigettate dalla Presidente alcune eccezioni sollevate dai legali degli imputati. Per l’ennesima volta viene presentata la richiesta da parte dei legali degli infermieri di nullità degli accertamenti tecnici irripetibili (esame autoptico sul cadavere di Francesco Mastrogiovanni) perché gli infermieri non sarebbero stati preventivamente avvisati dell’avvio degli stessi. Sono assenti i due pazienti che sono stati citati come testi dal P.M . Inizia così subito l’esame da parte del P.M. dr. Renato Martuscelli dei due medici che eseguirono l’esame autoptico sulla salma di Francesco Mastrogiovanni su incarico del P.M., dr. Francesco Rotondo, magistrato che ha chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio dei sei medici e dodici infermieri del reparto di psichiatria di Vallo della Lucania.

Il medico legale dr. Adamo Maiese inizia la macabra elencazione delle escoriazioni rinvenute sul corpo della vittima mostrando le numerose foto scattate durante l’esame autoptico.

La Presidente, con il consenso dei difensori degli imputati, dà per acquisite le foto dell’orrore consentendo così al medico legale di continuare nell’illustrazione dei risultati dell’esame autoptico. Il dr. Maiese conferma in udienza quanto riscontrato sul corpo di Francesco Mastrogiovanni, riferendo per l’esame autoptico si è servito degli esami istologici e del video del sistema di videosorveglianza. Parla usando termini comprensibili – tanto che la qualità della sua deposizione viene riconosciuta pubblicamente anche dal Presidente del Tribunale – dando prova di avere un quadro completo e chiaro dei fatti che si sono verificati nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania dal 31 luglio 2009 al 4 agosto 2009, che hanno portato alla tragica morte del maestro elementare.

Il medico legale nel rispondere al P.M. ribadisce, con certezza, che Francesco Mastrogiovanni è morto per un edema polmonare causato dalla coercizione fisica alla quale è stato sottoposto dalle ore 13,00 del 31 luglio e fino alla morte avvenuta alle 2,45 del 4 agosto 2009. Per il dr. Maiese il comportamento del personale sanitario è stato gravemente negligente e specifica:

Negligenza commissiva nel mettere in atto una contenzione fisica con le modalità sopra descritte;
Negligenza omissiva nel non controllare, monitorare e nutrire il paziente per tutto il periodo di ricovero;
Sulla cartella clinica di ricovero non si fa alcun cenno della contenzione fisica messa in atto.

Nell’ospedale di Vallo della Lucania, Mastrogiovanni non è stato affatto trattato come un essere umano: oltre a rimanere legato senza interruzione e senza motivo per lunghe e interminabili ottantadue ore, non è stato mai alimentato e non gli hanno dato neanche da bere. L’autopsia ha accertato che lo stomaco era completamente vuoto ed era vuota anche la vescica.

Inoltre il dr. Maiese ha riferito un altro particolare agghiacciante: la macerazione dei testicoli (causata dal caldo torrido di quei giorni di agosto e dalla mancanza di attenzione da parte del personale).

Insomma Francesco Mastrogiovanni prima è stato lasciato nudo sul letto per giornate intere e poi trascurato anche con il pannolone. (Quindi se Francesco fosse sopravissuto alla contenzione “illecita”, impropria e antigiuridica come definita dai consulenti, probabilmente sarebbero rimasti impressi in modo definitivo dei segni anche fisici sulla sua persona).

Ha parlato anche dei legacci di cuoi e plastica che hanno scavato ferite fino a due centimetri e mezzo ai polsi e alle caviglie.

Anche il dr. Giuseppe Ortano, psichiatra di Aversa, nel rispondere alle domande del P.M e dei difensori delle parti civili conferma il contenuto della relazione che ha consentito al magistrato inquirente di chiedere ed ottenere il rinvio a giudizio degli imputati. Lo psichiatra sottolinea con forza e determinazione: «La coercizione non è assolutamente un atto medico ». Viene consentita dall’art. 54 c.p. (stato di necessità) solo per porre in atto le terapie farmacologiche appropriate e fino all’avvenuta sedazione. Deve essere annotata sulla cartella clinica e/o sul registro della coercizione, indicando anche il mezzo usato.

Anche il dr. Ortano ha visionato il video. Poche volte, afferma, qualche infermiere e solo per pochissimi minuti si è avvicinato a Mastrogiovanni legato a quel letto troppo corto a causa della sua altezza. Pare che l’unico intervento sia stato quello di stringere meglio le fascette della contenzione per evitare lo scivolamento. Non gli hanno mai rivolto la parola. Dalla cartella clinica risulta che la terapia somministrata al suo ingresso in reparto, pur essendo appropriata alla diagnosi, era comunque molto forte.

E’ terribile ed inaccettabile quello che è successo nel 2009 e che poteva succedere a chiunque.

Anche l’udienza di oggi lo conferma.

Infine non risulta che Mastrogiovanni sia stato visitato da un medico all’atto del suo ingresso in reparto, né è stato effettuato nessuno elettrocardiogramma per verificarne lo stato di salute.

Il medico di turno che ha prescritto la terapia definita forte dallo psichiatra era a conoscenza della somministrazione di psicofarmaci con tre iniezioni avvenuta sulla spiaggia di S. Mauro Cilento nemmeno un’ora prima?

L’udienza è durata oltre quattro ore. La prossima udienza, calenderizzata per il 28 giugno, per impegni del Presidente, si terrà lunedì 4 luglio 2011 alle ore 13 ed avrà luogo il controesame dei due medici da parte dei legali degli imputati.

Il Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni

Vincenzo Serra, Giuseppe Tarallo, Giuseppe Galzerano

Per ulteriori informazioni, si può telefonare a Vincenzo Serra 0974.2662 Giuseppe Galzerano 0974.62028 Giuseppe Tarallo 0974.963040

www.giustiziaperfranco.it

postmaster@giustiziaperfranco.it
 
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