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Forum » REATI DI TRIBUNALI MINORILI E CIVILI, SERVIZI SOCIALI E ALTRE ISTITUZIONI » DESCRIZIONE DELLA SITUAZIONE CON TRIBUNALI MINORILI E SERVIZI SOCIALI » Libro "RAPITA DALLA GIUSTIZIA" (Di Angela L., Maurizio Tortorella e Caterina Guarneri)
Libro "RAPITA DALLA GIUSTIZIA"
dibattitopubblDate: Sabato, 16/05/2009, 02:13 | Message # 1
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Nel febbraio 2009, in Italia è uscito il libro "Rapita dalla giustizia" che racconta apertamente dei reati dei giudici dei tribunali per i minori, assistenti sociali, psicologi, del diniego del diritto alla presunzione di innocenza alle persone accusate, della manomissione delle indagini da parte degli psicologi e assistenti sociali. Si descrivono maltrattamenti e torture che ricevono bambini negli istituti e dagli assistenti sociali, della riduzione dei bambini in schiavitù e dei "lavori forzati" in nero e senza uno stipendio - si racconta dell'infanzia rubata.

 
VisitatoreDate: Giovedì, 21/05/2009, 17:15 | Message # 2
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Storia (a lieto fine) di Angela, rapita dalla giustizia

http://blog.panorama.it/italia/2008/06/15/storia-a-lieto-fine-di-angela-rapita-dalla-giustizia/

Angela ha 19 anni e due genitori che adora. Ricambiata. Vivono sotto lo stesso tetto, in una bella villetta gialla alle porte di Milano. Angela vuole aprire un negozio di abbigliamento, guarda i programmi di Maria De Filippi e non le dispiacerebbe sedersi nel suo salotto televisivo.
I genitori, Salvatore, piccolo imprenditore edile calabrese, e Raffaella la coccolano con gli occhi e le hanno fatto fare un calendario (castissimo) che è appeso in sala. Ma questa famiglia nasconde un segreto. Quando aprono le loro carte di identità scopri che i tre hanno cognomi diversi. È la cicatrice lasciata da un’odissea durata oltre 12 anni, dal maggio 1994 al dicembre 2006. Perché la burocrazia in Italia va più lenta della ragione e, persino, del buon senso.
«Lo Stato mi ha rubato l’infanzia e l’adolescenza. E ora non mi vuole restituire neppure il mio vecchio cognome» si lamenta Angela. Nel 1995 è stata «rapita» da un magistrato zelante che ha ritenuto di salvarla dagli abusi del padre. Peccato che 6 anni dopo la Cassazione abbia sentenziato che quelle violenze non sono mai avvenute. Ma ormai la vita della famiglia L. era distrutta. Centoventisei mesi dopo Angela è tornata a casa. E ora, dopo essersi goduta un po’ di serenità, ha accettato di raccontare la sua storia.
L’inferno inizia quando una ragazza di 14 anni, Antonella M., denuncia per abusi il fratello. La famiglia è scettica e allora lei, particolarmente fragile (finirà in un ospedale psichiatrico), chiama in causa altri parenti, persino uno zio d’America che nei giorni dei presunti incontri risulterà oltreoceano. Racconta di orchi e di orge.
Il pubblico ministero Pietro Forno annota e aggiunge nomi sul registro degli indagati. Tra le persone che dubitano della versione di Antonella c’è suo cugino, Salvatore L., che finisce sul banco degli imputati. Avrebbe violentato sia Antonella sia sua figlia Angela. L’accusa crede alla giovane, anche se è ancora vergine.
E così, il 24 novembre 1995, due carabinieri, come nella favola di Pinocchio, insieme con un’assistente sociale, prelevano Angela a scuola. «Devi venire con noi» le dicono. Quindi la portano via dal padre, ma anche dalla madre. Cominciano a questo punto le vite parallele di Angela e della sua famiglia, che non si incroceranno più, sino al 2005.
Dei primi giorni di separazione la ragazza, oggi, ricorda la vetrata nel centro di assistenza familiare, un parente dall’altra parte, lei che cerca di raggiungerlo. E poi tante persone, forse dieci, che la placcano, la riportano dentro. Ricorda le notti passate a piangere, le punizioni, le serate con la faccia rivolta all’angolo della camerata. «Non dimentico gli schiaffoni della signora Virgilia. Per castigarci ci faceva fare 100 piegamenti sulle gambe». A bambini di 6-7 anni… «Là dentro mi dicevano che la mia famiglia mi aveva abbandonata, che mi dovevo rassegnare».
Un giorno Angela con cinque compagne organizza un’evasione, ma sei bambine che girano da sole per la città non passano inosservate. E rifiniscono dentro.
Durante le indagini la bambina può vedere solo la cugina Antonella, testimone come lei. «Gli operatori del centro mi assicuravano che era l’unica che mi voleva bene». I giudici d’appello, 4 anni dopo, annotano che Angela potrebbe essere stata «influenzata» da quegli incontri. La ragazzina, nelle stesse settimane, subisce molte altre pressioni.
«Ero piccola, ma ricordo che l’assistente sociale mi diceva che se confermavo certe cose sul papà avrei rivisto la mamma. Una volta sbottai: “Così non vale”». La verità è che Angela non conosce il significato della parola abuso, si limita a ripetere che il padre l’ha trattata male, per poter tornare tra le braccia materne.
Secondo l’accusa, le prove sarebbero almeno due: una testimonianza videoregistrata che, durante il processo, va perduta e i fantasmi disegnati dalla bambina. Per gli strizzacervelli, un simbolo fallico.
I periti del giudice nel processo d’appello sono durissimi: gli schizzi fatti dopo gli incontri con la psicologa non «rappresentano in alcun modo una spontanea e libera espressione figurativa». Una poliziotta appunta: «La bambina vuole disegnare tante bambole e la verbalizzante la invita a smettere. La verbalizzante le chiede di disegnare i letti… le bambole non mi interessano, mi interessano i letti e i fantasmi».
Nel 1997 la corte d’appello infine assolve Salvatore, sottolineando gli errori di consulenti e inquirenti. Sbagli che hanno trasformato in un incubo la vita di una famiglia unita.
Salvatore è quello a cui è toccata l’esperienza peggiore: 2 anni e 4 mesi in carcere, nel girone degli infami, accusato di incesto e pedofilia. «Stavo in una cella con tre albanesi, un marocchino e moltissimi scarafaggi» ricorda. Un giorno prende carta e penna e scrive all’avvocato Guido Bomparola: «Oltre all’accusa, io ho il pensiero quotidiano di mia figlia piccola allontanata dalla mamma (…), di un ragazzo che si trova tutti i giorni a convivere con l’idea di un padre che sta a San Vittore. (…) Non sai quante volte ho la tentazione di farla finita. Sembra assurdo, ma se ti uccidi ti ascoltano. (…) Allora a tutti quanti viene il dubbio che il mostro poteva essere innocente».
Ma Salvatore resiste. Organizza una piccola cooperativa per fare lo spesino per i detenuti più poveri e, da bravo muratore, ristruttura tutte le celle del piano e nella sua costruisce una nicchia in cui mette una madonnina luminosa.
La moglie non sta meglio: «Il momento più brutto della mia vita è stato quando sono andata alla fermata dello scuolabus e non ho trovato mia figlia». I primi mesi, per la vergogna e l’assurdità della vicenda, non esce di casa, quindi tira fuori la rabbia che ha dentro e reagisce: «Avevo un figlio da crescere, ho iniziato a lavorare nella tintoria di mia sorella».
Non sono facili neppure le 40 udienze dei processi, con il marito che arriva in manette: «Lo potevo incontrare solo lì. In aula ho portato anche Francesco, che voleva vedere suo padre». Nel 2001 c’è l’assoluzione definitiva, ma il tribunale per i minorenni, sordo a tutto, conferma l’adottabilità di Angela, «per incapacità genitoriale» di Raffaella e Salvatore.
La ragazza, nel frattempo, è stata affidata a una famiglia di ricchi imprenditori dell’hinterland milanese. Hanno altri tre figli, due adottivi e una naturale, la più piccola. Angela non conserva un buon ricordo di quegli anni, forse per la severità dei nuovi genitori: «Litigavamo spesso. Non gli assomigliavo e mi imponevano regole ferree: potevo uscire solo la domenica pomeriggio dalle 14.30 alle 17.30, gli altri giorni sbrigavo spesso le faccende domestiche, stiravo per ore».
Ad Angela manca l’infanzia rubata e, quando può, gioca di nascosto con le bambole della sorella più piccola («A me regalavano solo gioielli che finivano in cassaforte»). In famiglia le fanno pesare il confronto con quella che il padre chiama «figlia figlia». A scuola va male, anche se tra i banchi è l’unico momento in cui si sente libera: «Ci andavo con il sorriso e quando tornavo a casa mi deprimevo».
Angela passa ore a scrivere sul diario pensieri sulla vecchia famiglia: «I miei genitori adottivi mi dicevano che quelli naturali mi avevano abbandonato, poi che mia madre era morta di parto. Però io mi ricordavo perfettamente i suoi riccioli». Alle medie impara il significato della parola abuso e si convince di non averlo mai subito: «Con i grandi non parlavo di queste cose per non finire di nuovo all’orfanotrofio».
Tace, sino a quando, dopo anni di ricerche, Salvatore e Raffaella la ritrovano su una spiaggia di Alassio, dove è in vacanza: «Era il 31 luglio 2005 e la riconobbi subito» si illumina Salvatore. Con la moglie Raffaella per 8 mesi si accontenta di seguirla da lontano, di vederla uscire dalla messa. Poi, nel marzo 2006, il fratello Francesco le consegna una lettera in cui le racconta la verità: che loro non l’avevano mai abbandonata e che anzi la cercavano da anni.
Angela decide di tornare dai suoi. Quando bussa la prima volta, dopo oltre 10 anni, è sera. Raffaella spalanca la porta e quasi sviene. Madre e figlia parlano tutta la notte, piangono, ridono.
A questo punto lo Stato mostra, per l’ultima volta, il volto più duro. «Poco prima di tornare a casa definitivamente, un pm ci ha provato ancora. Mi ha detto che se fuggivo di nuovo dalla mia famiglia adottiva mi avrebbero rispedito in un istituto» ricorda Angela. «Io gli ho risposto che potevano mandarmi dove volevano, ma che mio padre non aveva mai abusato di me e che, alla fine, sarei tornata dai miei genitori naturali». I giudici si arrendono.
Angela torna a casa, per sempre. Il 24 dicembre 2006 festeggia il diciottesimo compleanno in un ristorante con 115 invitati. In paese sparano i fuochi d’artificio, i regali si accumulano all’ingresso come un bottino di guerra. Una cameriera guarda stupita e papà Salvatore le sussurra: «Questo non è un compleanno, è un miracolo». Ora manca l’ultimo prodigio. «Rivoglio il mio cognome» reclama la fu Angela L., che un giudice ha battezzato Angela C.

* * *

"Storia (vera) di Angela L. Quando il giudice ti ruba la figlia" Sabato 21 Febbraio 2009 -
http://blog.panorama.it/libri/2009/02/21/storia-vera-di-angela-l-quando-il-giudice-ti-ruba-la-figlia/ ( http://blog.panorama.it/libri....-figlia )

Di Matteo Spina

Questa è una storia tanto vera quanto drammatica. È l’odissea, durata dieci anni, di una famiglia che si vede strappare la figlia dalla malagiustizia. È soprattutto l’orrore di una bambina di 7 anni che viene prelevata da scuola da due carabinieri e per i successivi 120 mesi non vede più i genitori e il fratello. Per colpa di un’ingiustizia abnorme è costretta a vivere prima nei centri di affido temporaneo e poi in una famiglia adottiva alla quale non riesce né ad adattarsi né ad affezionarsi.
Una vicenda disperante, anche perché potrebbe capitare a chiunque. Ha origine da una falsa accusa di pedofilia, rivolta nel 1995 al padre della bambina, che si rivela inconsistente durante il processo che ne segue, quando ormai la bambina è stata presa in consegna dal tribunale dei minorenni e la sua esistenza corre lungo un binario implacabile, separato da quello dei genitori. Fu Panorama, nel maggio 2001, a rivelare la storia di Angela L. e della sua famiglia, vittime a Milano di questa ingiustizia senza fine. Panorama seguì il caso, cercando di far tornare al più presto Angela a casa. Da suo padre Salvatore, che era stato assolto in appello e in Cassazione (con tante scuse) dopo 2 anni e più trascorsi in carcere da innocente; da sua madre Raffaella, che non era mai stata nemmeno sfiorata dall’indagine, ma che non poteva più vedere la figlia solo perché aveva avuto il difetto di difendere il marito di cui conosceva bene l’assenza di colpa; da suo fratello Francesco, di poco più grande di Angela, che era rimasto con la madre e da lei era stato amorevolmente cresciuto malgrado infinite difficoltà.
Allora ogni sforzo era stato inutile. Pareva che il tribunale dei minorenni non volesse riconoscere l’errore nonostante la Cassazione. A dire dei giudici, la famiglia di Angela non era degna di riaverla perché suo padre e sua madre mostravano “inadeguata capacità genitoriale”: un giudizio crudele e inverosimile, visto quanto la coppia aveva lottato e sofferto per lei. Ma Salvatore e Raffaella non si sono mai arresi e nell’estate 2006, dopo lunghe ricerche, hanno ritrovato Angela, ormai diciassettenne, su una spiaggia di Alassio, in Liguria. Poi per altri 9 mesi l’hanno seguita da lontano, incerti sul da farsi e preoccupati di non aggiungere turbamenti ai traumi che la figlia aveva già subito. Infine la voce del sangue ha prevalso: “Non potevamo restare ancora lontani” dice la madre. Sono bastati pochi incontri clandestini, pochi abbracci. Ora da più di un anno Angela L. è tornata a casa, anche se a causa dell’adozione ha un cognome diverso dal suo e anche se dentro di sé porta ancora mille ombre. Ma ha deciso di raccontare tutta la sua storia in un libro: Rapita dalla giustizia (Rizzoli, 210 pagine, 18,50 euro), cui hanno collaborato Caterina Guarneri, giornalista di Chi, e Maurizio Tortorella, condirettore di Economy, per anni inviato speciale di Panorama. Così la vicenda di Angela L. si trasforma adesso in un atto d’accusa: per le tante vessazioni sopportate nella sua vita da “orfana per decreto”, per le tante ingiustizie vissute. E per quell’infanzia che le è stata rubata.

 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 18/05/2011, 01:29 | Message # 3
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http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/41-84-1 (http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/41-84-1 ) - sentenza della Corte di Strasburgo sul caso
 
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