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Forum » REATI DI TRIBUNALI MINORILI E CIVILI, SERVIZI SOCIALI E ALTRE ISTITUZIONI » DESCRIZIONE DELLA SITUAZIONE CON TRIBUNALI MINORILI E SERVIZI SOCIALI » ARTICOLI, PUBBLICAZIONI, LIBRI
ARTICOLI, PUBBLICAZIONI, LIBRI
AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 10:10 | Message # 61
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AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 10:11 | Message # 62
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AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 12:32 | Message # 63
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AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 12:34 | Message # 64
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AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 12:34 | Message # 65
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AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 12:42 | Message # 66
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AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 12:42 | Message # 67
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AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 12:44 | Message # 68
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AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 12:48 | Message # 69
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Umor popolare, trovato in web

 
AmministratoreDate: Martedì, 10/05/2011, 02:57 | Message # 70
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una coppia di Mantova contesta il Tribunale dei minori che ha mandato in un istituto tre ragazzi
" rivogliamo i nostri figli "

" siamo poveri? aiutateci. ma non distruggete questa famiglia " . Andrea, Monica e Claudia figli di Francesco e Anselma Fiacadori

Una coppia di Mantova contesta il Tribunale dei minori che ha mandato in un istituto tre ragazzi TITOLO: "Rivogliamo i nostri figli" "Siamo poveri? Aiutateci. Ma non distruggete questa famiglia"

MANTOVA . Andrea, Monica e Claudio. Tre fratellini di 12, 13 e 14 anni. Tre bambini vivaci, allegri e molto affiatati. Ma da alcuni giorni sono innocenti protagonisti di una triste storia: l' ennesimo episodio di allontanamento dalla famiglia. Il Tribunale dei minori di Brescia ha infatti tolto i tre bambini ai genitori, Francesco e Anselma Fiacadori, entrambi quarantaseienni. Operaio della "Pinfari", industria mantovana per la costruzione di giostre, lui e' attualmente in cassa integrazione. Lei invece e' casalinga. I due coniugi con i cinque figli . oltre ai tre minori hanno altri due ragazzi di 20 e 22 anni . vivono in una vecchia casa colonica a Motteggiana, un piccolo centro agricolo nella Bassa Mantovana. Nei giorni scorsi la coppia si e' vista togliere i bambini, in esecuzione di un' ordinanza dei giudici bresciani. Le motivazioni del provvedimento? Il documento parlava di "cattive condizioni igieniche", in cui sono costretti a vivere i ragazzi, e "trascuratezza". "Ma cosa dicono quei signori . dice Anselma Fiacadori .: noi adoriamo i nostri figli. Trascurati? Ma se per il compleanno abbiamo comperato loro due mountain bike. E poi pensi che Monica e' addirittura in sovrappeso. Questa e' una vera e propria ingiustizia. Rivogliamo i nostri ragazzi". I tre fratellini ora si trovano in un istituto di Pegognaga, in attesa di un possibile trasferimento. Sara' sempre il Tribunale dei minori di Brescia a decidere il da farsi. Comunque i genitori annunciano appello: "Come si puo' togliere ai bambini . continua la madre . l' affetto dei genitori?". "E vero, abbiamo difficolta' economiche . spiega la donna ., la casa e' vecchia. Mio marito e' in cassa integrazione e i soldi sono pochi. Ma perche' nessuno ci da' una mano?". Eppure in paese si dice che in piu' occasioni sono giunti alla famiglia aiuti concreti da parte non soltanto delle istituzioni, ma anche di alcuni abitanti: "Tutte bugie . smentisce la donna . Nessuno ci ha mai dato nulla". E in questa ridda di accuse e difesa a soffrire sono i tre adolescenti, costretti a vivere lontani dai genitori e dai loro fratelli maggiori.

Gorni Davide

Pagina 50
(23 giugno 1994) - Corriere della Sera

 
AmministratoreDate: Martedì, 10/05/2011, 04:50 | Message # 71
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http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache%3A5C9XI8GbVCsJ%3Awww.dirittiglobali.it%2Fhome%2Fcategorie%2F13-bambini-a-giovani%2F2157-il-tribunale-dei-bambini.html%3Fml%3D 2&mlt=yoo_explorer&tmpl=component+i+nostri+figli+portati+via+da+assistenti+sociali&hl=it&client=firefox-a&gl=it&strip=0


Il tribunale dei bambini

Figli allontanati dai genitori. Mamme e papà senza patria potestà. Piccoli affidati a comunità. Sono settemila ogni anno i provvedimenti dei tribunali a protezione dei minori Ma la fine del pericolo per loro è l´inizio di una guerra tra Stato e parenti. Come per Anna Giulia a Massa Carrara. Ecco perché in Italia c´è un´emergenza infanzia

Settemila interventi l´anno. Talvolta controversi, come nel caso della bimba rapita dai genitori a Massa. Radiografia della giustizia a tutela dei minori

Contesi. Spesso ostaggi. Ospiti per anni e anni di case famiglia che molto assomigliano ai vecchi istituti, dove tuttora vivono oltre trentamila bambini. Tolti ai genitori, ripresi, restituiti, portati via di nuovo, tanto confusi da non sapere più a chi voler bene. Ragazzini con l´infanzia interrotta e il futuro senza colori. Ogni anno in Italia vengono pronunciati dai tribunali circa 7 mila "provvedimenti urgenti a protezione del minore", che vogliono dire allontanamento dalla famiglia, decadenza della patria potestà, affido a comunità o istituti. Perché lì, nella famiglia d´origine di questi bambini, spesso accadevano cose gravi, sporche, lesive della loro vita, come poi raccontano i disegni. Bambini portati via in fretta, in luoghi protetti ma estranei, e senza un tribunale a cui appellarsi. Ma con la concreta possibilità di ricostruirsi un futuro.

Mentre tra i loro genitori e lo Stato inizia una guerra che dura anni e anni. Come per la piccola Anna Giulia, 5 anni, "rapita" dalla madre e dal padre nella casa famiglia che l´ospitava, e oggi in fuga con due genitori ricercati in tutta Europa. Convinti, Massimiliano e Gilda, di essere loro la famiglia giusta per Anna Giulia, nonostante un grave passato di droga e il decadimento della patria potestà deciso dal tribunale. Un caso tra le migliaia che ogni anno vedono un bambino o un adolescente conteso tra due ex genitori in una causa di divorzio (nel 2009 sono stati circa 65mila i bambini coinvolti in procedimenti conflittuali), o portato via dai servizi sociali, a volte in tutta fretta, per difenderlo da un contesto malsano e pericoloso. Settecento casi soltanto nel 2008, secondo gli ultimi dati del Ministero della Giustizia.
In mezzo le ragioni del cuore e quelle della legge, quasi sempre inconciliabili, e il mestiere difficilissimo di chi deve scegliere in nome di un bambino, a volte piccolissimo. Ossia una rete di servizi sociali allo stremo, 37 mila assistenti sociali in tutta Italia, uno ogni 1.500 minori, con contratti che non superano i sei o sette mesi, poi via, ci sarà qualcun altro ad occuparsi (forse) di quella ragazzina o di quel ragazzino, della sua ferita, del suo passato che fa male, della sua voglia di rinascere.
In Italia c´è una emergenza infanzia e i giudici minorili non se lo nascondono. Ma per Melita Cavallo, che dirige il tribunale per i minori di Roma, «il problema non è l´intervento urgente, che spesso salva da abusi gravissimi, ma è il dopo, quando il bambino viene affidato ai servizi sociali, e inizia la sua permanenza in casa famiglia, permanenza che spesso diventa un parcheggio». «Togliere un figlio a due genitori tossicodipendenti è giusto, ho sentito da questi bambini racconti terribili. Ricordo la voce di piccolino, sei o sette anni, che mi diceva: "Il vicolo era scuro, c´era un uomo con la barba nera, mamma gli ha dato i soldi e poi si è seduta al buio, con la siringa, è rimasta lì con gli occhi chiusi, avevo paura e freddo..."». «Ma una volta al sicuro - continua - questi bimbi non devono restare negli istituti 4, 5 o anche 10 anni, nell´attesa vana che la famiglia d´origine cambi, e possa riprenderli con sé. Se in tempi brevi questa possibilità non si profila, allora i minori devono essere dati in affido, in adozione... Non so perché quei due genitori abbiano rapito la loro bambina, è un gesto irresponsabile, che non li aiuterà, ma forse anche loro non sono stati ascoltati. È che al centro di tutto questo c´è la grande fragilità dei servizi sociali, pochi, carenti, e troppo ancorati a mio avviso all´idea che su tutto si debba privilegiare il legame di sangue».
Le storie si moltiplicano. Da Serena Cruz, la bimba che a tre anni fu tolta alla famiglia che l´aveva adottata illegalmente e consegnata ad un´altra coppia italiana, con un clamoroso processo che spinse Natalia Ginzburg a scrivere il suo ultimo libro, alla piccola Maria-Vika, rapita dai "genitori affidatari" per impedirne il ritorno in Bielorussia. Fino ai bimbi contesi tra le coppie miste, oggi sempre di più, con divorzi che diventano casi diplomatici tra Stati. Ma ai bambini quasi mai viene data voce. E se Francesco Paolo Occhiogrosso, presidente del Centro Nazionale per l´Infanzia e l´Adolescenza afferma che in Italia «non c´è il coraggio né la voglia di togliere i minori dal limbo degli istituti, dimenticando che il loro primario interesse è quello di avere una famiglia, magari adottiva se quella d´origine non funziona più», lo psicoanalista Massimo Ammaniti prova a raccontare cosa vuol dire, per un bambino, sentirsi tirato, diviso, strattonato tra due affetti.
«Alcuni anni fa - spiega Ammaniti - una famosa ricerca americana, curata dalla psicologa Judith Wallerstein, mise in luce come nei casi di divorzio quello che faceva davvero soffrire i figli non era tanto la separazione da uno o dall´altro genitore, quanto le contrapposizioni tra i due, e l´essere usati come oggetti di ricatto. I bambini sono lacerati da questo ruolo in cui si ritrovano, cominciano a sentirsi colpevoli del fatto che i genitori si siano lasciati, o sperano, anche al di là di ogni ragionevolezza, che i genitori si rimettano insieme. Tanto da assumere a volte un atteggiamento protettivo verso la madre e il padre. E questo in un certo senso accade anche quando i figli vengono portati via da famiglie a rischio dove si verificano abusi. I bambini hanno paura di quei genitori, eppure non se ne riescono a staccare, come se temessero di perdere l´unico legame che conoscono, l´unica radice che gli resta».
Intanto sempre più spesso però tribunali e assistenti sociali vengono accusati di essere dei "ladri di bambini", di portare via i figli alle famiglie senza motivi validi, di agire solo sull´emergenza, senza approfondire e valutare. Con un costo per lo Stato di milioni di euro l´anno per mantenere le strutture e la permanenza dei ragazzi in queste. «Ma con parte di questi soldi - si chiede la giudice Melita Cavallo - non si potrebbero aiutare le famiglie affidatarie ad accogliere più bambini?». I blog e i siti si moltiplicano, le petizioni non si contano. E anche gli avvocati di Massimiliano Camparini e Gilda Fontana, oggi rifugiati chissà dove con la loro piccola Anna Giulia, parlano di "malagiustizia". «Non ci fidiamo più dei servizi sociali, del tribunale per i minori, della tutrice, serve l´intervento delle istituzioni», ha detto l´avvocato della coppia Francesco Miraglia.
Franca Dente è la presidente nazionale dell´Ordine degli Assistenti Sociali. «Noi siamo i primi ad essere coscienti che questi problemi esistono, ma la rete dei servizi è in gravissima sofferenza. Oggi gli assistenti sociali sono qualificati, ma siamo pochissimi, e i prossimi tagli renderanno ancora più difficile il nostro lavoro. Come si fa ad instaurare un rapporto stretto con un bambino, capire davvero le sue esigenze, se poi dopo qualche mese il contratto di quell´operatore scade? Spesso - ammette Franca Dente - i bambini restano in casa famiglia in attesa di una decisione sul loro futuro, perché la giustizia è lenta, noi stessi fatichiamo a lavorare, ma abbiamo una grande responsabilità. Credo sia giusto cercare in ogni modo di recuperare la famiglia di origine, ma senza ledere il futuro di un bambino. Se questo accade vuol dire che abbiamo sbagliato...».
Dai bambini contesi tra Stato e famiglie, ai figli ostaggio di coniugi in lotta. Un caso tra i più recenti la guerra tra l´attrice Asia Argento e il suo ex Morgan, dopo l´ammissione pubblica del cantante di aver fatto uso costante di cocaina "come antidepressivo". Asia Argento ha chiesto la decadenza della patria potestà sulla loro bambina Anna Lou. Margherita Corriere, avvocato matrimonialista di Catanzaro, ha fatto della tutela dei minori nei casi separazione e divorzio la sua battaglia di vita. «È vero, oggi nelle sentenze di divorzio in oltre il 70% dei casi viene applicato l´affido condiviso. Ma è soltanto l´apparenza. Nella realtà le coppie utilizzano i bambini come arma di ricatto verso l´altro coniuge. Una delle frasi che sento più spesso, quando un uomo o una donna che vogliono separarsi entrano nel mio studio è: non voglio che veda più i nostri figli. E qui inizia il mio lavoro - dice Margherita Corriere - di pazienza e persuasione. Quello che cerco di far capire è che ci si può lasciare tra coniugi, ma non si può divorziare dai figli. Sì, lo so che la tecnica di molti avvocati matrimonialisti è proprio il contrario: i figli sono un ricatto per ottenere dall´ex più soldi, più diritti. Ma la mia etica è diversa: i bambini prima di tutto. È deontologia professionale».

 
AmministratoreDate: Mercoledì, 11/05/2011, 02:14 | Message # 72
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IL GRIDO D'ALLARME
Le mamme: "Non ci fidiamo dei servizi sociali"

Servizi sociali troppo poco attenti alle vere esigenze di tanti genitori in difficoltà: è quanto denunciano tante mamme che preferiscono affrontare i loro problemi da sole piuttosto che rivolgersi alle assistenti sociali. La paura maggiore è che vengano tolti loro i bambini

http://www.lanazione.it/massa_carrara/2008/07/11/103855-servizi_sociali_mirino_delle_mamme.shtml

Massa, 11 luglio 2008 - Servizi sociali? No grazie. Sono giovani madri, con o senza partner, spesso con rapporti di coppia falliti alle spalle e quindi con una vita piuttosto difficile da affrontare. Alcune, dicono di essere disposte a chiedere aiuto a tutti, tranne che ai servizi sociali.

"Si rivolgono anche al Sunia - ci spiega Enrico Casali, responsabile locale del sindacato nazionale unitario inquilini ed assegnatari - in quanto si trovano senza casa e a dover affrontare mille problemi. Quello che in genere suggerisco a queste giovani donne in difficoltà è di rivolgersi ai servizi sociali. E’ la prima cosa che mi viene in mente. Ma nessuna accetta: queste ragazze dicono di aver paura che poi le assistenti intervengono togliendo loro i figli. Non si capisce perché siano così terrorizzate. Preferiscono affrontare i problemi da sole, piuttosto che rischiare. Ma, dico io, il ruolo delle assistenti sociali è quello di chi dovrebbe aiutare le persone in difficoltà non spaventarle".

"Questo assessorato - ha spiegato la neo assessore alle politiche sociali Gabriella Gabrielli - assicura sensibilità e ascolto. Certo, non abbiamo la bacchetta magica e mancano risorse e strumenti necessari per affrontare le problematiche nella loro complessità. Non esiste alcuna volontà persecutoria verso persone in difficoltà. E’ nostro obiettivo stabilizzare il servizio e si andrà ad un concorso per assumere nuove assistenti sociali: in base al numero degli abitanti dovremmo averne 15 invece ne abbiamo 9. La mole di lavoro è enorme e forse proprio per questo motivo ci possono essere fraintendimenti o atteggiamenti un po’ bruschi".

"Se non trovi casa entro settembre ti tolgo il bambino" - così è stata minacciata una ragazza un po’ di tempo fa. Abbiamo provato a contattare telefonicamente alcune di queste 'protagoniste' ma nessuna di loro ha voluto rilasciare dichiarazioni: "Non possiamo perché abbiamo paura per i nostri bambini". L’idea che il servizio sociale possa intervenire per togliere loro i figli smorza ogni volontà di uscire allo scoperto e chiedere aiuto.

Si consumano così, in solitudine, piccoli drammi di donne che potrebbero e dovrebbero essere sostenute dagli organismi competenti. Non è detto che dietro gli interventi del servizio sociale ci sia tutta questa rigidità: tanti sono i casi in cui gli operatori si sono prodigati per risolvere problemi familiari. Tuttavia nel tam tam popolare ha assunto purtroppo questa immagine negativa: "Perché il Comune invece di predisporre l’ assegno alla famiglia affidataria per l’eventuale mantenimento dei nostri figli - chiedono le mamme in pena - non lo gira a noi? Tante difficoltà si risolverebbero". Già, Maria forse pagherebbe un affitto e vivrebbe serenamente con suo figlio, Anna non lavorerebbe anche la notte e sarebbe più vicina alla sua bambina, Giusi offrirebbe ai suoi piccoli pasti regolari, Manu potrebbe farsi aiutare e curare meglio la sua malattia e così via.

"Invece no - aggiungono le mamme - è più semplice far scattare il provvedimento dell’affido, punendo atrocemente i genitori che vivono momenti di difficoltà e i loro figli". Purtroppo, il sistema di questo delicato settore è arrugginito da tempo. E non dipende certo da meccanismi locali. E’ vero che un qualsiasi amministratore di buona volontà, quando il Tribunale dei Minori si pronuncia per simili sentenze non può farci nulla ma è anche vero che sono le assistenti sociali a trasmettere ai Tribunali relazioni a 'senso unico', all’insaputa della famiglia tristemente coinvolta.

"Manca la lavatrice, ha una stufa che la moglie malata non riesce ad accendere, porta ai bambini buste gioco invece di altro materiale più utile". Questa fu la risposta di un’assistente sociale ad un avvocato quando chiese di sapere i motivi per cui erano stati tolti i figli al proprio assistito. Storie che sembrano assurde, scritte e chiuse nei fascicoli e trasmesse poi ai Tribunali per il drammatico epilogo. Nessuno può contestarle: non esiste alcuna possibilità di contraddittorio se non davanti ad un Giudice, quando ormai è troppo tardi.

Enrico Casali, a nome di queste donne, invita le assistenti sociali di tutta la provincia di Massa Carrara ad una maggior sensibilità e attenzione per le famiglie in difficoltà. "Non è allontanando i bambini che si aiutano queste giovani madri ma con interventi finalizzati a superare momenti difficili".

Angela M. Fruzzetti

 
AmministratoreDate: Sabato, 14/05/2011, 22:02 | Message # 73
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Prova che magistrati e servizi sociali violano l'art. 1 L. 149/2001 e art. 3 e altri della L. 328/2000 (e apposito della convezione per diritti del Fanciullo), rifiutando di preparare progetti d'assistenza orientati alla risoluzione della situazione

Guadagna troppo poco: le tolgono la figlia appena nata. Intervista all’avvocato

http://blog.panorama.it/italia/2010/09/10/guadagna-troppo-poco-le-tolgono-la-figlia-appena-nata-intervista-allavvocato/

“Rivolgo a lei questa richiesta sperando che arrivi anche agli altri organi di stampa: evitate di dare notizie troppo semplificate su questa vicenda che presenta invece una grande complessità”.

A parlare è Mariastella Paiar, l’avvocato di una ragazza di Trieste (di cui non si conosce il nome per rispetto della privacy ndr) cui il Tribunale dei Minori ha sottratto la figlia perché guadagna troppo poco. A costo di deludere le aspettative dell’avvocato Paiar non possiamo fare a meno di spiegare così, semplicisticamente e banalmente, la sentenza di un giudice per il quale 500 euro non sarebbero sufficienti a garantire alla piccola il sostentamento necessario alla sua crescita. Probabilmente è anche vero, ma è certo che se in altri paesi si facessero simili calcoli, ci sarebbero milioni di bambini strappati ai propri genitori.

“Non si tratta solo di una questione economica – insiste l’avvocato Paiar – il Tribunale ritiene che questa mamma, che ha un passato difficile, non sia in grado di occuparsi della bambina”.

E lei, invece, che opinione si è fatta di questa ragazza?
Io posso dire di aver visto una giovane che in questi mesi si è data da fare, è cresciuta e vuole dimostrare di poter essere una buona mamma. Una ragazza che sta lottando per la sua bambina e per se stessa.

Cosa intende quando parla di “passato difficile”?
Questa mamma ha oggettivamente avuto delle difficoltà: è rimasta incinta in fase di separazione dal marito, è rimasta senza casa ed è stata ospitata in una struttura.

Come capita a migliaia di persone. Se si cominciano a togliere i figli a tutti quelli che si separano e restano senza casa ci sarebbero milioni di bambini “orfani”…
Sì infatti. Nel suo caso, però, si sono attivati i servizi sociali e il giudice ha deciso di sottrarre la minore a questo stato di precarietà.

La legge prevede che si possano togliere i figli ai genitori se c’è la prova che essi abbiano subito violenze o rischino di esserne vittime per stati patologici dei genitori o di latri che vivono con loro. La ragazza non può aver fatto nulla di male alla piccola visto che le è stata portata via subito dopo la nascita senza permetterle di allattarla nemmeno una volta. Ma io le chiedo anche: la sua assistita beve?
No

Fa uso di sostanze stupefacenti?
No

Ha un’indole violenta?
Niente affatto.

E’ vero che le fu consigliato anche di abortire? Se sì, da chi?
Sì, le è stato suggerito. Ma visto che l’aborto è un’opzione prevista dalla legge, è prassi che i consultori la facciano presente alle giovani che vi si recano. Lei ha liberamente deciso di portare avanti questa gravidanza.

Cosa chiede questa ragazza?
Chiede un’opportunità. Chiede di essere aiutata a diventare una buona mamma. E’ ben supportata, sta lavorando su se stessa, continua a fare passi in avanti nel suo cammino.

Da chi è supportata?
Ci sono gli enti pubblici e le associazioni di volontariato.

E la sua famiglia d’origine?
No. Come ho detto si tratta di una ragazza che non ha avuto una vita semplice.

Fino ad oggi alla sua assistita non è stato consentito di vedere la figlia e nei giorni scorsi il Tribunale ha dichiarato lo stato di adottabilità della bambina. Farete ricorso in appello?
Sì, se voi giornalisti mi lasciate il tempo di scriverlo.

Che chance ci sono di vincerlo?
Lo saprò valutare quando avrò finito di scriverlo.

Ce l’ha con la stampa?
No, ma vorrei che i giornalisti stessero più attenti a quello che scrivono. La mia cliente legge quello che viene pubblicato su di lei e spesso ne resta confusa.

In rete alcuni gruppi nati su facebook parlano di “rapimento di stato”. Un’espressione forte. Lei si sente di condividerla?
Non in questo modo. Certo è che nonostante la buona volontà e l’impegno per fare l’interesse del minore, capita che si arrivi a sentenze “monstrum” come questa. Grazie al cielo non sono io il giudice.

Se lo fosse stato avrebbe preso la stessa decisione?
Assolutamente no.

claudia.daconto
Venerdì 10 Settembre 2010

 
AmministratoreDate: Lunedì, 16/05/2011, 07:56 | Message # 74
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http://www.facebook.com/topic.php?uid=131673235495&topic=14173

Lettera aperta al giudice Benedetta Santaniello del Dott. RASPADORI

"Egregia Presidente del Tribunale per i Minori di Trento, proprio l’altro giorno, era venerdì scorso, Lei, nell’ambito di un’udienza in cui intervenivo ripetutamente affinché fossero definiti a priori dei criteri precisi, oggettivi intendo, per la valutazione di “un caso”, mi aveva detto “ Raspadori, lei si coinvolge troppo” e mi aveva esortato ad attenermi alla “ritualità” delle procedure. Mi aveva già negato precedentemente la possibilità di un incontro, di cui avevo fatto domanda scritta per un “confronto di opinioni” sui casi che sto seguendo, per “l’irritualità della richiesta”.

Bene, io credo invece che la ritualità delle procedure vada bene per le feste, per le parate, per gli incontri Vaticani o le cerimonie al Quirinale, vadano bene anche nei Tribunali ordinari dove addirittura esistono i codici di procedura, ma là dove, come al Tribunale per i Minori, si tratta di intervenire su piccoli, neonati o di pochissimi anni, la ritualità delle procedure debba essere messa da parte.

Perché per un neonato una procedura di otto mesi, durante i quali non ha mai visto il volto della madre, è enorme: è quella che anche i sassi sanno essere tutta la fase primaria dell’attaccamento. Quell’attaccamento madre/bambino che poi, in altri casi, le solerti assistenti sociali vanno a monitorare, negli “spazi neutri” degli incontri madre/bambino, per valutare se una madre è “adeguata” o no. Non le dico poi, perché Lei lo sa benissimo, cosa succede quando una procedura, di atto rituale in atto rituale, va avanti per tre, quattro anni...io nella conferenza stampa ne citavo due che sono giunte all’ottavo anno, e le mamme sempre continuano ad essere monitorate e relazionate dalle assistenti sociali, pur di continuare a vedere i propri figli una volta in settimana.

Vede, Dottoressa Santaniello, io credo che se riusciamo a rompere questa ritualità sarà per tutti un bagno benefico, e scopriremo che non tutto il male vien per nuocere. Vede, Dottoressa Santaniello, nel caso in questione, Lei compresa nella sua missione di difendere innanzitutto gli interessi di un minore, è incappata semplicemente in una grossa confusione: ha distinto il minore dalla madre quando ancora non era distinguibile, santiddio, c’era ancora un cordone ombelicale che era lì a testimoniare la “capacità genitoriale” della madre! Una madre a cui era stata prospettata la possibilità di abortire, e che invece aveva voluto portare a termine la gravidanza. Questa era, non altro, la prova della capacità genitoriale. Il resto poteva poi essere affrontato nelle settimane successive. Non aveva senso dare avvio ad una procedura di adottabilità. La ragazza non era mica un utero in affitto.

Pazienza, io dico, per troppa solerzia un errore di valutazione è ammissibile. Ma quando Lei ha incontrato la ragazza dopo un mese e si è resa conto delle qualità della ragazza... ecco, io sogno che Lei la prossima volta sappia dire “scusa ci siamo sbagliati, da oggi stesso corri a prendere in braccio tuo figlio, scusa ancora...” . Invece no, non è avvenuto così, anche se evidentemente Lei era attraversata dal dubbio atroce che forse non c’erano motivi per una procedura di adottabilità: Lei ha optato per una “procedura rituale” , ovvero la nomina di un perito che valutasse le capacità genitoriali. E così i mesi da uno sono diventati otto......"

 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 18/05/2011, 01:20 | Message # 75
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Palermo, il gip scarcera un presunto mafioso: "Deve crescere i suoi figli, la moglie non può"

http://www.ilgiornale.it/cronache/palermo_gip_scarcera_presunto_mafioso_deve_occuparsi_suoi_figli_moglie_non_puo/cronaca-palermo-mafia-scarcerazione-figli-gip/17-05-2011/articolo-id=523759-page=0-comments=1

Ha tre figli piccoli, tutti di età inferiore ai tre anni, e la moglie non se ne può occupare. Proprio per questo un presunto mafioso di Partinico, il 37enne Alessandro Arcabascio, è stato scarcerato e messo agli arresti domiciliari

Palermo - Ha tre figli piccoli, tutti di età inferiore ai tre anni, e la moglie non se ne può occupare. Proprio per questo un presunto mafioso di Partinico, il 37enne Alessandro Arcabascio, è stato scarcerato e messo agli arresti domiciliari.

La decisione del gip Il gip Luigi Petrucci ha accolto le richieste della difesa: i legali hanno fatto leva sulle condizioni economiche della famiglia che non si può permettere di pagare un asilo nido privato, ragion per cui i bambini non possono fare a meno del padre, dato che la madre deve andare a lavorare per mantenere la famiglia. Arcabascio è indagato per associazione mafiosa ed estorsione aggravata ed era stato portato in carcere il primo dicembre scorso. I pm Francesco Del Bene e Gaetano Paci hanno presentato ricorso al tribunale del riesame, per ottenere l’annullamento della decisione, una delle prime in Sicilia per quel che riguarda presunti mafiosi cui viene consentito di stare agli arresti in casa per accudire i figli.

 
MariaRosaDeHellagenDate: Lunedì, 30/05/2011, 02:48 | Message # 76
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Interrogazione parlamentare sull’allontanamento dei minori dalla famiglia o da uno dei genitori

del senatore Pedica

«Premesso che: il diritto del bambino al rapporto parentale con la propria famiglia, in particolare con i genitori, i fratelli e i nonni, costituisce un diritto inviolabile dello stesso tutelato non solo dalla Carta Costituzionale, ma anche da numerose fonti europee e internazionali;

con legge 27 maggio 1991, n. 176, l’Italia ha ratificato e dato esecuzione alla Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, stipulata a New York dai Paesi aderenti all’ONU il 20 novembre 1989;

la predetta Convenzione, all’articolo 3, comma 1, recita: “in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente”;

rilevato che:

risulta all’interrogante che in diverse regioni d’Italia sono stati e continuano a essere denunciati, anche a mezzo stampa, possibili vizi di forma procedurali e/o metodologici alla base delle decisioni del Tribunale dei minori in provvedimenti di allontanamento di un bambino dalla propria famiglia, o da un genitore, per affidarlo ai servizi sociali;

in particolare sono stati segnalati all’interrogante diversi casi nei quali alcuni consulenti tecnici del Tribunale o dei periti di parte hanno prodotto perizie, aspramente criticate dai genitori interessati, che hanno poi determinato l’allontanamento del minore dalla famiglia;

considerato che:

sono numerose le manifestazioni di denuncia di questo grave problema che affligge il nostro Paese, tra le quali, si ricorda la recente manifestazione “Perché non vi siano più bambini orfani con genitori in vita” del 19 marzo scorso organizzata davanti al Tribunale dei minori di Trento dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani;

la manifestazione, in particolare ha denunciato come psicologi, psichiatri e assistenti sociali hanno, di fatto, il potere di allontanare i bambini alle famiglie e come nel sistema attuale, il giudice abbia la possibilità di togliere i bambini alla famiglia sulla base di una relazione o perizia dei servizi sociali, che spesso riporta dei punti di vista o non è supportata da prove oggettive e fattuali;

rilevato che:

in un Paese come l’Italia tale realtà può, ictu oculi, apparire incredibile, va sottolineato come purtroppo, invece, ci siano centinaia di segnalazioni proprio in tal senso;

si tratta di un fenomeno che se nel passato rimaneva più facilmente nascosto, oggi, anche grazie alle tecnologie informatiche e all’evoluzione dei sistemi di comunicazione, emerge in modo crescente;

all’indirizzo web www.crescoacasa.com, ad esempio, sono rinvenibili numerosissimi casi che sembrano sussumibili in ipotesi di cattivo o erroneo funzionamento del sistema italiano in relazione alla problematica della tutela del minore e alle ipotesi di allontanamento dalla famiglia. Si legge che “ un bambino è stato tolto alla famiglia perché la psicologa ha deciso che la mamma era troppo accuditiva, protettiva o possessiva; ad un papà è stato tolto il figlio perché secondo lo psichiatra non era in grado di “essergli vicino emotivamente; un neonato è stato allontanato subito dopo il parto senza prove oggettive che la famiglia non fosse idonea; una mamma ha perso il figlio dopo un colloquio di soli 45 minuti in cui le è stata diagnosticata una malattia psichiatrica.”;

sono inoltre numerosi i casi in cui gli stessi operatori del settore hanno rappresentato le proprie criticità rispetto al funzionamento del sistema italiano nella scelta di allontanamento del minore dalla famiglia. Si ricorda, ad esempio, quanto riportato da un’agenzia dell’Adnkronos del 20 luglio 2010: “In Trentino una giovane donna poco dopo il parto si è vista sottrarre il figlio appena nato, in esecuzione di una procedura di adottabilità, perché ha un reddito di 500 euro al mese. Il caso è stato reso noto dallo psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Raspadori, consulente tecnico di parte del Tribunale di Trento, il quale, in una conferenza stampa, si è espresso in maniera molto critica nei confronti dei criteri con i quali i giudici dei minori applicano la sospensione della potestà genitoriale“;

denunce analoghe sono state fatte, nel gennaio 2011, da Paolo Roat, Presidente del Comitato dei cittadini per i diritti umani che, portando a testimonianza altri casi, ha criticato pubblicamente le procedure attraverso le quali vengono decisi gli affidi;

ritenuto che:

la tutela del minore e del suo rapporto con la famiglia, in primis con i genitori, deve essere considerata nell’ordinamento un’esigenza di primaria importanza e che la scelta di allontanare il bambino dal contesto familiare deve essere considerata come extrema ratio, alla quale ricorrere quando non vi sono più altre alternative percorribili. È quindi necessario che l’allontanamento del minore dalla propria famiglia avvenga solo sulla base di fatti gravi e accertati;

le numerose denunce sopradescritte sono quantomeno il sintomo di un erroneo funzionamento del sistema italiano in relazione alle procedure da adottare per addivenire alle pronunce di allontanamento del minore dalla famiglia o da uno dei genitori e non possono, data la delicatezza e l’importanza degli interessi in gioco, essere sottovalutate;

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza delle numerose denunce narrate in premessa;

se in Ministro, nell’ambito delle proprie competenze, non ritenga opportuno, comunque, approfondire le meccaniche, tutte, proprie della procedura di affidamento del minore, al fine evitare il verificarsi di gravi pregiudizi allo stesso, magari anche più pesanti di quelli che altrimenti si produrrebbero con il consentire la permanenza del minore in famiglia.»

[Fonte: http://www.facebook.com/notes/sen-stefano-pedica/vale-la-pena-tenere-le-case-famiglia-per-minori-in-piedi-interrogazione-parlamen/10150545859160436]
 
MariaRosaDeHellagenDate: Lunedì, 30/05/2011, 03:01 | Message # 77
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Seduta di annuncio: 178 del 27/06/2007

Firmatari

Primo firmatario: LUCCHESE FRANCESCO PAOLO
Gruppo: UDC (UNIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI E DEI DEMOCRATICI DI CENTRO)
Data firma: 27/06/2007

Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della giustizia, il Ministro per le politiche per la famiglia, il Ministro della pubblica istruzione, il Ministro della salute, per sapere – premesso che:

sempre più fatti di recente cronaca giudiziaria dimostrano come Giudici e pubblici Ministeri fanno sempre più affidamento alle opinioni, perizie e conclusioni di psicologi e psichiatri con l’assunto che grazie alla loro conoscenza sia possibile determinare la colpevolezza o l’innocenza di una persona (vedi casi Cogne, pedofilia a Brescia, pedofilia a Milano, Rignano Flaminio eccetera) senza che queste perizie secondo l’interpellante possano considerarsi prove concrete come dovrebbe essere in un giusto processo;

lo stesso sistema, cioè l’uso di perizie psicologiche e psichiatriche usate a quel che consta all’interpellante come uniche prove, determina le decisioni del Tribunale dei Minori nell’adottare il provvedimento con la formula «urgente e provvisorio» per l’allontanamento dei minori dalle famiglie, diventano gli unici riscontri in fase iniziale per cause di pedofilia: queste perizie si basano secondo l’interpellante non su riscontri oggettivi, come nel caso della criminologia, ma su opinioni degli psicologi e psichiatri;

mentre in Italia è chiaro a tutti che per opere d’ingegneria occorre l’ingegnere, non lo è, invece, per la criminologia; posto che ad occuparsi di crimini non è il criminologo clinico (figura specializzata con corso triennale post-laurea comprendente 22 esami più la tesi di specializzazione, oltre la laurea quadriennale del percorso vecchio ordinamento), ma lo psicologo, lo psichiatra, l’assistente sociale, eccetera. La laurea (in psicologia, medicina, giurisprudenza, lettere o filosofia) era la condizione necessaria per accedere allo studio di criminologia clinica ma insufficiente per potersi occupare di crimine. Abolendo tale specializzazione si è lasciato campo libero a professioni (psicologi e psichiatri) che hanno la pretesa di essere esperti, pretesa mai suffragata da fatti concreti -:

il numero di bambini sottratti alle famiglie e dati in affidamento alle comunità alloggio oscilla tra i 23.000 e i 28.000 con un costo per la comunità di miliardi di euro, senza contare l’indotto in termini di necessità di assistenti sociali, spazi protetti, psicologi e neuropsichiatri infantili;

molti genitori, se vogliono rivedere i loro figli, si devono sottoporre a trattamenti psicologici prolungati ed estenuanti con il ricatto morale di non rivedere più il loro figlio;

quale sia l’entità dei bambini sotto tutela dei servizi sociali e collocati in comunità alloggio o in affido;

quale sia il numero di comunità-alloggio distribuite sul territorio italiano e la loro capacità ricettiva;

quale sia l’entità dei soldi erogati dai Comuni, Province, Regioni e Stato per il mantenimento dei bambini nelle comunità alloggio;

quale sia il tempo medio del procedimento ablativo;

quale sia il numero di bambini che torna nelle famiglie di origine dopo essere stato allontanato;

perché si siano chiuse le scuole di specializzazione post-lauream in criminologia clinica presso le facoltà di medicina e se si intenda ripristinare;

come mai dietro le cattedre di criminologia in Italia, anziché criminologi clinici, siedano quasi tutti psichiatri;

perché anziché promuovere specialisti di criminologia di alto livello si favorisca la nascita di «corsi fast-food», senza rendersi conto che il crimine ed i criminali si aggiornano anche con le tecnologie, mentre le figure che si occupano del crimine in Italia (psicologi, psichiatri, assistenti sociali) non hanno conoscenze ermeneutiche, epistemologiche e scientifiche.

(2-00630)«Lucchese».

Fonte: http://documenti.camera.it/leg15/resoconti/assemblea/html/sed0178/bt11.htm


http://legislature.camera.it/chioschetto.asp?content=/deputati/composizione/leg13/Composizione/schede_/d00326.ASP
 
MariaRosaDeHellagenDate: Lunedì, 30/05/2011, 03:33 | Message # 78
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http://www.repubblica.it/cronaca/2011/04/29/news/inchiesta_italiana-15507476/

INCHIESTA ITALIANA

Bambini in casa-famiglia business da un miliardo all'anno
In Italia sono ventimila i minori ospiti di strutture. L'affare consiste nel prolungare i tempi di permanenza. Solo un piccolo su cinque è affidato a coppie in attesa


di PAOLO BERIZZI

Si chiamano Marinella, Mirko, Daria, Luciano, Valentina. Altri hanno nomi di battesimo esotici o che evocano genealogie di altri paesi europei (molto Est). Non si può nemmeno dire che siano figli di un dio minore: sono figli di nessuno. Anzi: sono, diventano, figli delle istituzioni. Dei servizi sociali. Dei tribunali. Di una sentenza. Entrano in una casa-famiglia da neonati e, sembra paradossale, a volte ci restano fino a quando diventano maggiorenni. E per tutto quel tempo capita che si chiedano perché non li affidano a una famiglia, visto che un nuovo padre e una nuova madre si sono fatti avanti e non vedono l'ora di riempirli di affetto, di amore. Può persino accadere che, una volta raggiunti i 18 anni, e uscito dalla struttura in cui sei cresciuto, ti tocchi ritornare nella famiglia di origine. Come se il tempo non fosse mai passato, o, peggio, inutilmente.

L'ESERCITO DI NESSUNO
In Italia ci sono oltre 20 mila giovani - tra neonati, bambini e ragazzi - ospitati da strutture di accoglienza. Sono istituti riservati a chi è stato allontanato dai genitori naturali o non li ha proprio mai conosciuti. Solo uno su cinque di questi ospiti viene assegnato (con adozione o affido) dai tribunali alle famiglie che ne fanno richiesta (più di 10mila). È una media bassissima, tra le più scarse d'Europa. Il motore che alimenta questa "stranezza" italiana è una nebulosa dove le cause nobili lasciano il posto al business e agli interessi di bottega. Ogni ospite che risiede in una casa-famiglia
costa dai 70 ai 120 euro al giorno. La retta agli istituti (sia religiosi sia laici) viene pagata dai Comuni. Soldi pubblici, dunque. Erogati fino a quando il bambino resta "in casa". Un giro d'affari che si aggira intorno a 1 miliardo di euro l'anno. Tanto ricevono le oltre 1800 case famiglia italiane per mantenere le loro "quote" di minori. Ma un bambino assegnato a una coppia è una retta in meno che entra nelle casse della comunità. E così, purtroppo, si cerca di tenercelo il più a lungo possibile. La media è 3 anni. Un'eternità. Soprattutto se questo tempo sottratto alla vita familiare si colloca nei primi anni di vita. Quelli della formazione, i più importanti per il bambino.

Anche da qui si capisce perché migliaia di coppie restano in biblica attesa che le pratiche per l'adozione o l'affido si sblocchino. Poi ovviamente ci sono anche altri fattori, la maggior parte dei quali legati alle lungaggini e alle complicazioni burocratico-giudiziarie.

Da dove nasce questo cortocircuito? Chi lucra sulla pelle di migliaia di bambini e adolescenti che provengono da situazioni difficili, molto spesso drammatiche? "Il mondo degli affidi e delle case famiglia sta attraversando un momento difficilissimo - dice Lino D'Andrea, presidente di Arciragazzi, un'associazione nazionale che si occupa di diritti dell'infanzia - . Ci sono situazioni che vanno ben oltre la soglia della decenza e della dignità umana. Mi riferisco, in particolare, ai casi più estremi. Che purtroppo sono diffusissimi. E cioè quei ragazzi maggiorenni che usciti dagli istituti non sanno dove andare. Una cosa del genere non dovrebbe essere tollerata. Perché è l'esatta negazione della funzione delle case famiglia. La rappresentazione esatta di come l'obiettivo di una struttura di accoglienza - che dovrebbe essere un luogo di transito, una specie di "parcheggio" temporaneo in attesa dell'affido - può naufragare". A Napoli ci sono due comunità di Arciragazzi. Altre tre erano a Palermo. Dopo mille difficoltà, D'Andrea ha dovuto chiuderle. Perché? "Il Comune di Palermo non ha mai pagato le rette (alla fine ammontavano a più di 750mila euro)" - spiega. In pratica l'epilogo opposto rispetto a quanto accade in altri comuni e per altri istituti, che campano proprio perché alimentati dal rubinetto dei fondi pubblici (ultimamente un po' a secco per la mancanza di risorse dei Comuni). "I ragazzi sono finiti tutti a casa mia. Uno l'ho anche preso in affidamento. L'alternativa era la strada. Ma uno che lavora coi ragazzi - con questi ragazzi - piuttosto che lasciarli in mezzo alla strada se ne va lui di casa".

COME PACCHI POSTALI
Il destino più comune per un bambino che cresce in una casa famiglia è quello di diventare un pacco. Sballottato di qua e di là, da una comunità all'altra. A volte i centri se li contendono come merce preziosa. Perché con un minore "in casa" ogni giorno piovono dal cielo rette da 70 euro a 120. Una "diaria" di cui si fa un utilizzo non esattamente "pieno". Operatori laici o suore riescono a contenere le spese facendole stare abbondantemente dentro la retta concessa dai Comuni. Quello che resta diventa liquidità a disposizione della struttura (molte case famiglia vengono mantenute con fondi messi a disposizione dal ministero della famiglia e anche grazie a donazioni private).

Quante sono le case famiglia in Italia? Chi controlla il loro operato, anche amministrativo? Le stime più recenti parlano di oltre 1800 strutture distribuite da Nord a Sud. Con alcune regioni - Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Sicilia - che raggiungono numeri più consistenti (tra le 250 e le 300). Nonostante le casse (e i relativi finanziamenti) di molti Comuni siano al verde, le case-famiglia sono in continuo aumento. Il problema è che non esiste un monitoraggio. Si conosce pochissimo di questi posti e di quello che accade all'interno. Numeri, casi, situazioni, problemi, nella maggior parte dei casi vengono portati all'esterno solo grazie alla sensibilità di qualche operatore e/o assistente sociale. Perché una banca dati c'è ma è insufficiente e non esiste un vero censimento. Dopo che nel 2008 i parlamentari Antonio Mazzocchi e Alessandra Mussolini (presidente della commissione bicamerale per l'Infanzia) hanno lanciato un appello al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e al presidente del consiglio Berlusconi, il sottosegretario alla giustizia Casellati ha varato un database "all'italiana - incalza Mussolini - perché riguarda solo le adozioni e non contempla anche i casi, numerosissimi, di affido. La realtà è che aspettiamo ancora un censimento vero e proprio e un adeguamento così come prevede la legge 149/2001" (progressiva chiusura degli orfanotrofi, inserimento dei bambini nelle famiglie attraverso lo strumento dell'affido, per arrivare gradualmente a un'adozione, o all'inserimento dei minori nelle case famiglia).

L'ASSENZA DI CONTROLLI
E i controlli sui luoghi dove i bambini vengono parcheggiati? Chi vigila sugli istituti che ospitano i senza-famiglia? "Esistono centinaia di enti e associazioni no profit che hanno il compito di rilevare la statistica esatta del numero dei bambini in attesa e degli adottandi-affidandi. Ma nessuno è in grado di fornire numeri esatti". Risultato: ancora oggi non esiste un monitoraggio attendibile. "Cerchiamo di raccogliere più dati possibili - dice Francesca Coppini, dell'Istituto degli innocenti di Firenze (tre strutture residenziali per piccoli da 0 a 6 anni, mamme e gestanti) - ma è tutt'altro che facile in mancanza di una vera organizzazione da parte delle istituzioni".

Buio pesto anche sul fronte delle verifiche. "Lo Stato paga le comunità ma nessuno chiede alla comunità una giustifica delle spese - aggiunge Lino D'Andrea - . Sarebbe utile che ogni casa-famiglia rendesse pubblica le modalità con cui vengono utilizzati i fondi: quanto per il cibo, quanto per il vestiario, quanto per gli psicologi o le varie attività. Il punto è che, in assenza di informazioni, i bambini stanno in questi posti e nessuno gli fa fare niente. Non crescono, non vivono la vita, non incontrano amici, non fanno sport né gite".
Il numero di bambini senza famiglia è oscillato negli ultimi anni tra i 15mila e i 20mila. Oggi sembra essersi assestato intorno alla sua punta massima. Ma il controllo dei "flussi" è anche un problema legato alla sicurezza (adescamento, pedofilia).

C'è anche un problema di competenze. Sull'infanzia ci sono troppe deleghe sparpagliate tra vari ministeri (Pari opportunità, Lavoro, Giustizia, Gioventù) e anche senza portafogli. Con il risultato che, non essendoci un unico soggetto che si occupi di infanzia abbandonata, si finisce per trovarsi di fronte una nebulosa in mezzo alla quale si capisce poco e niente.

Gli orfanotrofi non sono ancora scomparsi del tutto. Alcuni sono stati convertiti in case-famiglia: anche due o tre comunità nello stesso edificio. Una per piano. Poi le altre storture. Nel libero mercato delle comunità per minori abbandonati, c'è chi, per essere competitivo, abbatte la diaria giornaliera fino a ridurla a 30-40 euro. Teoricamente più la abbassi e più bambini riesci a far confluire nella tua struttura attraverso l'input dei servizi sociali che, a cascata, agiscono su indicazione del tribunale.

Altra nota dolente, i tribunali. Solo nel tribunale di Milano, ogni anno si accumulano 5mila fascicoli relativi a famiglie disagiate con a carico almeno un minore. "I magistrati non riescono a seguire la pratiche perché i ragazzi raramente sono seguiti dal territorio di competenza - ragiona un operatore dell'infanzia - . La maggior parte sono parcheggiati in un posto senza che nessuno lo segua davvero".

Le storie che vengono a galla compongono un campionario da fare accapponare la pelle. Ma se si prova a restare lucidi, si capisce come ogni vita congelata o sfilacciata, ogni odissea che abbia per protagonista un bambino "di nessuno" si deposita sullo stesso fondo di mala amministrazione. "Le case-famiglia sono una risorsa importante per il reinserimento del minore - spiega l'avvocato Andrea Falcetta, di Roma - ma la permanenza di un bambino va gestita con cura e deve rispondere a un unico criterio: trovargli il prima possibile una collocazione familiare".

Paolo ha compiuto 18 anni dentro un istituto dell'Aquila. La responsabile, una suora, quando Paolo era adolescente, sostiene e favorisce per un anno gli incontri con una coppia con due figli, di cui uno adottivo. A legame consolidato, la coppia si offre per l'affidamento di Paolo, la suora cambia idea e il tribunale nega l'affidamento. Ora, con la maggiore età, è la stessa famiglia ad occuparsi del ragazzo. Brescia. Monica, 7 anni, subisce molestie dal padre; la mamma si rivolge al tribunale e ai servizi sociali: i quali decidono di mettere la bambina in un istituto punendo anche la madre. Una bambina di Lecce viene strappata ai genitori accusati di non nutrirla abbastanza perché vegetariani. la famiglia resta in una comunità per quasi un anno. la madre è autorizzata a stare con la bambina nell'istituto di suore, per essere "rieducata" dagli assistenti sociali. La signora testimonia che nei lunghi e numerosi colloqui con gli educatori non si è mai parlato delle possibili problematiche della bambina ma le domande che le venivano poste riguardavano solo i suoi rapporti sessuali con il marito. Oggi, riottenuta la figlia dal tribunale, genitori e bambina sono emigrati felicemente in Svizzera. Roma. Il tribunale affida Daria, 4 anni, ai servizi sociali e questi la indirizzano in un "centro di aiuto" contro la volontà dei genitori (gli esami escludono ogni tipo di violenza sulla bambina). Tuttavia sono gli stessi genitori a chiedere all'Asl un'insegnante di sostegno visto il lieve ritardo psichico di cui soffre la bambina. Ricusato il consulente del tribunale e nominato uno nuovo, emerge infine che i problemi di Daria erano dovuti ad una sofferenza da parto (mancanza di ossigeno per qualche istante) e che dunque avevano natura medica e non psicologica: dopo 8 mesi di casa famiglia la bambina viene rimandata a casa dal tribunale. Bologna. M. e C. sono sposati, abitano in periferia, redditi non fissi, lui operaio in nero. Hanno un bimbo di 8 anni. Vengono dichiarati decaduti della potestà genitoriale a causa di un procedimento nato dalla denuncia di due maestre: "Il bambino sa troppe cose riguardo alla sessualità". Era accaduto che il bambino si era alzato, era andato in salotto dove il padre stava guardando un film pornografico. L'uomo, secondo gli assistenti sociali, aveva manifestato un'assenza totale di autocritica rispetto all'episodio e si era sollevato da ogni responsabilità; mentre davanti al giudice aveva ammesso "aveva solo2-3 anni, pensavo non capisse. Credo ora di avere sbagliato". Ricoverato in una comunità, il bambino è stato poi dichiarato adottabile (è in attesa di una famiglia da quasi due anni) nonostante la zia materna (sposata e con figli) avesse presentato invano istanze per ottenerne l'affidamento e scongiurarne l'adozione. Strappati agli affetti e spremuti nella crescita. Così va la vita dei figli di nessuno.

(29 aprile 2011)
 
dibattitopubblDate: Venerdì, 03/06/2011, 04:21 | Message # 79
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Lettera aperta a:

"chi l'ha visto"; email : 8262@rai.it
"Mi manda rai 3" mimandaraitre@rai.it
"La Repubblica" larepubblica@repubblica.it; e p.c al dott. Berizzi email: p.berizzi@repubblica.it
"Corriere della Sera"
"Panorama" panorama.it@mondadori.it oggetto: c.a. Dott. Rossitto Antonio
"L'espresso" espresso@espressoedit.it
"La Stampa” stampaweb@lastampa.it.
“report” report@rai.it

Siamo un un gruppo di cittadini italiani che si propongono di modificare secondo coscienza le modalità con cui vengono trattati in Italia i problemi dei minori e delle loro famiglie.
Per esempio le relazioni delle assistenti sociali sono recepite dal Tribunale dei minori senza la possibilità di una controrelazione.
Altro esempio da prendere in considerazione le procedure di urgenza e di provvisorietà da parte del Tribunale dei minori che, in relazione alla lentezza delle indagini e delle conclusioni, si traducono in procedimenti di lunga durata, autentiche catastrofi nel pieno dello sviluppo della personalità minorile.
Spesso la procedura si sviluppa senza la possibilità di un contraddittorio con impossibilità a produrre prove a discarico, relazioni di esperti di parte e quanto altro possa aiutare a controbattere le accuse che sono a senso unico.
Tutto ciò configura un diverso approccio rispetto ad un procedimento verso un adulto, come se il minore fosse un oggetto da contendere, non un soggetto con diritti civili come tutti gli altri.
Siamo consapevoli che il problema non sia di facile soluzione, ma abbiamo la presunzione di chiedere che il minore sia trattato come un essere dotato di diritti non inferiori a quello di un adulto e possa esprimere, quando in grado, un proprio parere.
Su face book ho creato una pagina a questo link: https://www.facebook.com/event.php?eid=132617406816225

Diritti dei bambini Petizione
http://www.thepetitionsite.com/1/dalla-parte-dei-bambini/
pubblicata da Abolizione Del Tribunale Minori il giorno martedì 31 maggio 2011 alle ore 11.34

Viviamo in un Paese che dice a parole ( ministri, parlamentari, uomini di Chiesa) di amare e voler difendere i diritti e le prerogative dei minori: ora tutto questo si dovrebbe espletare in provvedimenti, leggi e tutele a favore di questi soggetti. Dicevo a parole, perché se andiamo ad analizzare i fatti concreti, le delibere e le sentenze non si trova traccia di tutto questo, anzi il minore è l’oggetto e non il soggetto cui dovrebbe riferirsi il provvedimento. Oggetto conteso tra i genitori, oggetto di analisi prevaricatorie di assistenti sociali insensibili ai problemi della famiglia, oggetto di sentenze senza contraddittorio, maggiore ma non unica vittima di un sistema eretto a vantaggio di chi ci lavora ma non di chi dovrebbe usufruirne i servizi. Una vera aberrazione del diritto è l’art 336 u.c.c.c che prevede l’emissione di provvedimenti urgenti e provvisori , che di fatto divengono definitivi , con danno incalcolabile per il minore il quale magari a torto viene strappato ad una famiglia cui viene riconosciuta ragione ad anni di distanza. Vi chiediamo: è giustizia questa? La legge prevede che prima di adottare un qualunque provvedimento relativo al minore i genitori debbano essere sentiti ed assistiti da un legale e che il minore stesso sia rappresentato nel procedimento perchè... il minore non è un oggetto ma un soggetto giuridico. . In questi casi il rito, cioè il rispetto delle procedure e delle regole, il contraddittorio, il diritto di difesa è importante, è segno di civiltà giuridica. Il Tribunale per i Minorenni non va riformato, va abolito. E' un retaggio del passato, non dimentichiamo le origini storiche dell'istituto. Il rito avanti il Tribunale Min. è libero: ma quando non vi sono regole, l'organismo non è più giudiziario! I provvedimenti provvisori ed urgenti disposti sulla base di "segnalazioni", di "relazioni" senza la previa audizione delle parti e senza una seria istruttoria in contraddittorio genera la maggior parte delle volte DISASTRI. In una materia in cui il tempo del processo coincide con la vita del minore!
Chiediamo :
"Non devono esistere provvedimenti immediati ed urgenti senza contraddittorio e senza difese degli interessati; reali difese, non formali, anche del minore!"

Il nostro link su Fb: https://www.facebook.com/home.php?sk=group_171413636253899

Giornalismo d’ichiesta:
Link: http://www.repubblica.it/cronaca/2011/04/29/news/inchiesta_italiana-15507476/
http://blog.panorama.it/italia/2009/11/13/i-nostri-figli-portati-via-da-un-giudice/
 
dibattitopubblDate: Venerdì, 03/06/2011, 04:25 | Message # 80
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Di Serena Zerina

La gente comincia a essere diffidente. Ci accusano di avere convenienze economiche. Attacchi assurdi: che interesse potremmo mai avere a collocare un bimbo in una struttura piuttosto che in un’altra?”. Povero ammette che qualche caso di disonestà ci può essere, “come in tutte le professioni”: “Ma noi siamo dipendenti pubblici” aggiunge. “Il nostro lavoro è sempre subordinato a quello della magistratura, e quindi anche alle sue eventuali lentezze”.

Per indagare su questa presunta indolenza bisogna entrare nel tribunale dei minorenni di Roma, il più grande d’Italia. Da aprile è presieduto da un magistrato d’esperienza: Melita Cavallo.
Nei corridoi del palazzo sul lungotevere che ospita gli uffici si narra del suo interventismo. Appena insediata, Cavallo scopre che un collega ha 1.600 fascicoli arretrati: se ne intesta la metà e “consiglia” al collega il pensionamento. “La permanenza nelle casefamiglia è eccessivamente lunga” dice la presidente. “Un tempo ragionevole è un anno, non cinque, come avviene adesso. Noi magistrati stiamo diventando i notai dello sfacelo dei minori: solo quando sono stati distrutti psicologicamente li diamo in adozione”. Cavallo insiste, parla di “assistenzialismo spinto”: “Si spendono un sacco di soldi” continua. “Faccio un esempio: tre fratelli rimasti in comunità cinque anni sono costati 800 mila euro. Non era meglio, allora, dare un alloggio o un lavoro al padre? Avremmo salvato una famiglia. Invece abbiamo negato l’infanzia ai figli. E oggi i genitori sono più divisi di prima”. Anche le verifiche preliminari spesso sono deficitarie, ammette il magistrato: “Alla prima decisione si arriva con pochi elementi in mano. C’è quasi un rifiuto ad averne altri. Perché i giudici ormai sono molto condizionati e sempre più prudenti“. O, al contrario, troppo interventisti.
La Cassazione ha appena confermato l’”ammonimento” già inflitto a un sostituto procuratore del tribunale dei minorenni di Roma dal Consiglio superiore della magistratura. Nel dicembre del 2006, il pm aveva ordinato che i carabinieri prelevassero due bambini da casa della madre, per portarli in quella del padre. Adesso però i giudici della suprema corte scrivono: “L’interpretazione delle norme non può costituire un alibi per tenere comportamenti anarchici “.
Insomma, quell’allontanamento è stato “un provvedimento abnorme “, per la Cassazione.

Cavallo non commenta, ma aggiunge: “Purtroppo è diventata tesi diffusa che togliamo i bambini ai poveri per darli ai ricchi“. Questa tesi, in realtà, è sempre più frequentemente sconfessata dai fatti: anche molte famiglie abbienti finiscono nel girone degli allontanamenti. Lidia Reghini di Pontremoli, 51 anni, discende da un nobile casato toscano e vive a Roma. Ha una ragazzina di 13 anni, che ha studiato nei migliori collegi della capitale. È stata affidata a un istituto religioso nell’aprile del 2008. “Per i giudici l’ho voluta mettere contro suo padre, il mio ex convivente, che era stato arrestato per spaccio di cocaina” racconta. Dopo avere deciso l’allontanamento della madre, il tribunale dei minorenni manda gli atti alla procura ordinaria: ipotizza che la madre, con “una condotta criminosa”, abbia inflitto sofferenze psichiche alla figlia. Un’accusa abnorme.

Archiviata dal giudice nel maggio 2008, su richiesta dello stesso pubblico ministero. Ora la donna ha denunciato l’assistente sociale che aveva seguito il suo caso: la procura di Roma ha aperto un’indagine. “Mia figlia chiede solo di tornare a casa. Vuole fare una vita normale, come quella di prima ” spiega, mentre si alza dal divano a fiori verdi del soggiorno per preparare un tè. “Ogni giorno mi domando come mai sono finita in questo gorgo: non esiste alcun motivo, se non l’accanimento personale. O un interesse economico”.
Che esistano o meno tornaconti, una cosa è certa: tenere un bambino in una “comunità protetta” costa molto. E non assicura quella stabilità affettiva che potrebbe offrire una famiglia.

Anche per questo motivo il governo sta cercando in ogni modo di incentivare l’affido familiare. “Porterebbe un grande risparmio economico e soprattutto maggiore benessere per i minori” dice Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare. “La soluzione ideale sarebbe chiudere le comunità e collocare temporaneamente tutti i minori in altre famiglie: cosa che oggi è impensabile”.

Un’utopia, appunto. “Il problema è che sono pochi i genitori disponibili” dice il pediatra veronese Marco Mazzi, presidente dell’Associazione famiglie per l’accoglienza: “Su dieci richieste d’affido, riusciamo a dare risposta solo a due”. Una scelta fatta da poche coppie, e di buonissima volontà: ricevono qualche centinaio di euro al mese per un bambino che comunque alla fine non potranno mai tenere con sé.
“E bisogna garantire anche i contatti con i veri genitori, che devono vedere i minorenni periodicamente” chiarisce Mazzi. Le cose, però, spesso vanno diversamente.

Valentina Timofiy, un’ucraina bionda arrivata in Italia come badante, da più di tre anni non vede la figlia dodicenne. È stata affidata “provvisoriamente ” a una famiglia di Genova: per scoprirlo ha dovuto assoldare un investigatore privato. Nonostante molte lacrime e mille telefonate, non le hanno mai voluto dare informazioni.
Timofiy, 41 anni, oggi vive a Tortona, in provincia di Alessandria, assieme al suo nuovo compagno. La casa è piena di ninnoli e di foto della figlia. “Le hanno fatto il lavaggio del cervello ” accusa.
La donna ha la sofferenza stampata sul volto. “L’ultima volta che l’ho vista mi ha domandato: “Mamma, perché mi hai dimenticata?”. Le ho spiegato che io penso a lei ogni minuto della giornata. Ma che mi vietano d’incontrarla“.
Timofiy comincia a piangere. Ha anche tentato di buttarsi da una finestra, ma è stata salvata dal convivente. Ormai vive senza la figlia da quattro anni. Alla fine di ottobre il tribunale dei minorenni di Milano ha deciso… di non decidere: l’ennesimo provvedimento temporaneo. I giudici hanno interrogato anche la coordinatrice del servizio sociale degli stranieri di Milano: “La signora è una madre attenta, in grado di occuparsi della figlia” ha assicurato. “Ma non è stata mai aiutata né sostenuta dai servizi sociali”. Così il tribunale ha stabilito: la madre deve riprendere a incontrare la figlia.

Quella figlia che in tre anni ha visto soltanto una volta, qualche settimana fa. Nascosta nella sua auto, è riuscita a scorgere una ragazzina con i capelli e gli occhi neri: usciva da scuola e dava la mano a una madre. Che però non era lei.
 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 22/07/2011, 01:37 | Message # 81
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Ascoli, bimbo scomparso: arrestati i genitori. La mamma: "E' morto"

Giovedí 21.07.2011 10:42

Sono stati arrestati questa mattina dai carabinieri di Ascoli i due genitori di un bimbo di due mesi scomparso da oltre un mese in maniera ancora misteriosa. La coppia è formata da un uomo di 30 anni e da una donna di 24. Il primo è stato trasferito nel carcere di Marino del Tronto ad Ascoli, mentre la seconda nel carcere di Castrogno, a Teramo.

Entrambi sono ritenuti responsabili della scomparsa del loro terzo figlio, che i vicini di casa e i residenti della frazione di Piane di Morro, nel comune di Folignano, non vedono da oltre un mese. La madre del piccolo di 60 giorni avrebbe detto ai militari che il bambino sarebbe morto, ma di questo non ci sono ancora conferme. I carabinieri di Ascoli stanno effettuando ricerche in un bosco della frazione di Casteltrosino, nell'immediata periferia collinare del capoluogo piceno, ancora del piccolo non ci sono tracce.

Le ricerche del bambino sono scattate circa cinque giorni fa con il coordinamento della procura di Ascoli e in particolare del pm Carmine Pirozzoli. La coppia arrestata questa mattina aveva avuto già altri due bambini che pero' sono stati sottratti loro dal tribunale dei minori per maltrattamenti subiti in casa, alcuni dei quali con conseguenze pesanti per la salute dei figli. Lunedì scorso la madre di questi bambini aveva detto che il loro terzo figlio era stato semplicemente nascosto per paura che venisse tolto anch'esso dalla loro potesta'. I due arrestati sono un operaio e una casalinga.

Le ricerche del neonato sono tuttora in corso nel bosco di Casteltrosino. I carabinieri non escludono che possa essere una manovra effettuata dalla stessa coppia per sviare le indagini sulla vicenda. Ma si stanno effettuando tutte le verifiche del caso, in ogni direzione possibile.

Fonte: http://affaritaliani.libero.it/cronache/ascoli_bimbo_scomparso_arrestati_i_genitori210711.html?refresh_ce
 
MariaRosaDeHellagenDate: Mercoledì, 24/08/2011, 02:02 | Message # 82
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A 47anni ritrova genitori su Facebook."Non mi avevano abbandonato"

LECCO: Grazie a Facebook ritrova i suoi veri genitori e scopre, a 47 anni, che non era stata abbandonata. Quando aveva solo quattro mesi, in seguito al crack finanziario del padre, gli assistenti sociali la prelevarono e la diedero in adozione. Dopo quasi cinque decenni la verità viene a galla e la protagonista di questa incredibile storia può abbracciare, per la prima volta, i suoi parenti di sangue.
Maria Lucia Zampiero conosce il suo vero cognome da quando aveva 6 anni. Già allora provò invano a mettersi in contatto con la sua famiglia biologica. Quarantuno anni dopo ci è riuscita, come racconta il Giornale di Merate: ha inserito il suo cognome nel motore di ricerca del noto social network e ha trovato tre profili. Ha scritto un messaggio sulla loro bacheca: “Ciao, il motivo per cui vi chiedo l'amicizia è che sono stata adottata e che il mio cognome biologico è uguale al vostro. So che mia madre si chiamava Allegra. Non è che per caso riuscite ad aiutarmi a risalire alle mie origini?”.

Il giorno successivo è arrivata la risposta: “Sei la zia che non abbiamo mai smesso di cercare: mio padre ha mosso mari e monti senza mai riuscire a rintracciarti e non si è mai rassegnato alla tua perdita finendo con il perdere il lume della ragione”.

Così Maria, che vive a Merate, in provincia di Lecco, con il marito e quattro figli, ha scoperto di avere ancora una mamma e un fratello e di aver perso il padre e un altro fratello che non riuscì a sopportare i guai familiari e si tolse la vita.

E’ stato un libro, “Il grimorio di Venezia” a convincere la donna a riprendere la ricerca della sua famiglia biologica. Il romanzo ha per protagonista una bimba, anche lei adottata, che scopre dopo una lunga ricerca di non esser stata abbandonata dalla sua vera famiglia. Una storia così simile alla sua da convincerla ad accendere il pc e a digitare il suo cognome su Facebook.

La scoperta delle sue vere origini ha regalato a Maria una serenità che non aveva mai conosciuto: “Scoprire di non essere stata abbandonata è stato liberatorio – racconta sulle colonne del settimanale meratese - Mi ha sgravato di un peso che mi impediva di vivere e godere appieno della mia vita. E così, a 47 anni suonati, mi trovo a vivere una seconda vita e al tempo stesso a intraprendere un viaggio introspettivo alla riscoperta di me stessa, della mia identità , di quello che sono e di quello che sono diventata”

fonte: tgcom
 
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