Dibattito pubblico
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Forum » REATI DI TRIBUNALI MINORILI E CIVILI, SERVIZI SOCIALI E ALTRE ISTITUZIONI » DESCRIZIONE DELLA SITUAZIONE CON TRIBUNALI MINORILI E SERVIZI SOCIALI » ARTICOLI, PUBBLICAZIONI, LIBRI
ARTICOLI, PUBBLICAZIONI, LIBRI
dibattitopubblDate: Lunedì, 11/05/2009, 20:04 | Message # 1
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TRAFFICO DEI BAMBINI IN ITALIA - DIRITTI CALPESTATI DEI BAMBINI Noi viviamo in un mondo nel quale le persone che dovrebbero tutelare i bambini: genitori, assistenti sociali, rappresentanti delle forze dell'ordine, volontari, insegnanti, giudici, psichiatri, affidatari, famiglie adottive... molto spesso sono in realtà i loro carnefici. Fin'oggi i bambini si valutano come oggetti inanimati tramite quali gli adulti ottengono per loro stessi vantaggi vari, dai vantaggi psicologici ai profitti materiali. Bambini abusati non hanno un posto dove chiedere aiuto o ricevere sostegno e protezione: rivolgendonsi nelle strutture previste dallo Stato i bambini vanno finire dal male in peggio, dalla padella nella brace. Bambini detenuti (molto spesso illegalmente) nelle case famiglia/strutture protette/centri sociali/case di accoglienza/strutture idonei/monasteri - cioè nei carceri con gli attributi intimidatori, in mezzo agli adulti con più varia problematica sociale compreso le malattie mentali, sotto il potere del personale non laureato e molto spesso violento e non idoneo, e bambini affidati/adottati ai terzi tramite processi illegali e abusivi non hanno assistenza di un avvocato e non hanno accesso ad un psicologo/psichiatra, non hanno con chi parlare e a chi raccontare delle sevizie e delle violenze subite; questi bambini possono scomparire senza lasciare una traccia, la loro identità può essere illegalmente cambiata. Il sistema di affidamenti/adozioni italiano rappresenta una tratta dei bambini ben organizzata. I bambini sono gli schiavi di oggi, la merce, le vittime senza diritto di parola. Invece, sulla carta la legge - che è molto giusta e molto buona - li tutela molto bene... però nessuno osserva questa legge.

* * *


Rapporti: http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/24-27-1 .
Casi singoli possono essere visionati nella sezione "CASI" : http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/69 .
Video si trovano qui: http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/24-46-1 .
Foto di manifestazioni, proteste e scioperi della fame possono essere visionate qui: http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/24-161-1 .
Malagiustizia nelle separazioni, presso i tribunali civili: http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/42 (http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/42).

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Alcuni libri sulla tematica di malagiustizia minorile

"Rapita dalla giustizia" di Angela L.. Caterina Guarneri e Maurizio Tortorella, un libro-testimonianza di una bambina rapita dai giudici del tribunale per i minorenni di Milano tramite reati di abuso d'ufficio, sottrazione di minore, sequestro di persona. La bambina racconta dei trattamenti del tipo settario ricevuti dai servizi sociali e gestori degli istituti, del lavoro in nero non pagato presso un istiuto, delle brutali punizioni e maltrattamenti. Del comportamento indegno della famiglia adottiva, la quale autoproclamandosi benefattore di fatto era carnefice.
Maggiori dettagli del libro e del caso: http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/24-29-1 .

"L'ultimo comma. Ladri di bambini" - avvocato Andrea Emilio Falcetta

"Casi da pazzi. Quando giustizia, psichiatria e servizi sociali incrociano la strada del cittadino italiano..." di Nunzia Manicardi Koinè Nuove Edizioni - 2007
Prefazione di Francesco Bruno.
Storie di uomini e donne comuni che ­ dall'oggi al domani, senza dar loro neppure la possibilità di difendersi e per motivi che non è dato di conoscere ­ il Potere Psichiatrico, alleandosi con il Potere Giudiziario, ha trasformato in pericoli sociali.
Attraverso il racconto indiretto di Francesco Miraglia, un giovane avvocato che ha fatto della lotta all'illegittimità e alle sopraffazioni la propria missione, il libro si interroga sul rapporto fra il cittadino e il potere giudiziario e sul ruolo che all'interno di esso assume la figura dell'avvocato.

"PRESUNTO COLPEVOLE" - di Luca Steffenoni
Essere accusati ingiustamente. Può capitare a tutti. Difficile difendersi, quasi impossibile se il reato di cui si è accusati è quello più tremendo e infamante: abuso sessuale di adolescenti. L’emozione ci travolge quando si parla di bambini. Il mostro sembra essere ovunque: a fronte di molti casi accertati e puniti, ce ne sono troppi altri “sbagliati”, con soluzioni tardive e danni psicologici ed economici enormi.
Questo libro prova a raccontare ciò che non vediamo. Una macchina burocratica che vale milioni di euro. Un affare per molti: associazioni, centri d’assistenza, consulenti, psicologi. E tante storie di affetti distrutti, di violenza psicologica (genitori divisi, bambini affidati, interrogatori infiniti).
Se davvero l’interesse ultimo di tutti gli attori in causa è difendere i bambini, i fatti qui raccontati documentano il contrario. Allora è necessario fermarsi e bloccare la macchina. Basta errori. Costano troppo cari. Questo problema, sebbene scomodo, ci riguarda tutti.

* * *


LIBRI CHE TRATTANO LA MALAGIUSTIZIA NELLE SEPARAZIONI

(Il problema delle separazioni, la conflittualità esasperata dei genitori, abusi di servizi sociali e magistrati dei tribunali civili, e altro collegato, si descrivono nella sezione "BAMBINI HANNO IL DIRITTO DI AVERE SIA IL PAPA' SIA LA MAMMA" (http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/42 - http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/42).

“Viva Maria ” - Raccolta di Poesie e Pensieri di un padre cui è stata sottratta una figlia - di Leonardo Lovari (separazione internazionale Italia vs Latvia)

"Memordalìa. Sulla pelle di mia figlia" - Lidia Righini di Pontremoli (separazione conflittuale tra cittadini italiani)

"IL BAMBINO DEL MERCOLEDÌ" di Gianluigi Schiavon
l libro racconta una storia che colpisce allo stomaco quella del piccolo Giò e del suo babbo separato, il Signor B. Una vicenda di ordinaria e straordinaria ingiustizia, che trasforma la vita di un bambino in un percorso a ostacoli popolato di angeli e di demoni. I primi, in questa guerra chiamata separazione, lo difendono, gli altri lo tormentano. Giò e il Signor B lottano per restare insieme. Scendono in campo anche magistrati e assistenti sociali capaci di azio-
ni tanto efferate sulle spalle di un bambino in età da scuola materna, da riuscire a trasformare il suo rapporto con il padre in un vicolo cieco, talmente disseminato di trappole da rendere le loro visite un giallo. Dalla notte della Vigilia di Natale, in cui il bambino fu strappato ai suoi regali e ai suoi affetti, fino agli incontri protetti, e al giorno in cui il pic-
colo Giò si vide improvvisamente e senza ragione negata la possibilità della consueta visita settimanale. Assieme a tutto il resto. E si ritrovò a protestare, e piangere, e fra le lacrime urlare: “Ma domani è mercoledì!”

"NEL NOME DEI FIGLI" di Vittorio Vezzetti
- ritratto della società contemporanea attraverso gli occhi dei bambini, la crisi della famiglia, il mondo dei tribunali. Il libro è il primo romanzo italiano interamente ambientato nei meandri del Diritto di Famiglia: dal patto di sangue tra un anziano avvocato e un suo cliente si sviluppa un'appassionante vicenda ricca di colpi di scena che attraversa in modo specifico tutte le tematiche della crisi della famiglia e delle sue soluzioni giuridiche, sociali e psicologiche.
Vittorio Vezzetti nato a Milano nel 1964, svolge l’attività di medico pediatra sul lago Maggiore. E’ Co-Fondatore e Responsabile scientifico di Figlipersempre ONLUS . Nel 2008 fonda con altri costituenti il cartello nazionale denominato ADIANTUM, Associazione Di Associazioni Nazionali per la Tutela del Minore, a nome del quale il giorno 17 giugno 2008 e 19 maggio 2009 viene ricevuto a Montecitorio dalla vice-presidente della Commissione Giustizia della Camera on.Carolina Lussana. Nell’ottobre 2008 viene richiesto dal Portavoce nazionale di ADIANTUM di partecipare come esperto tecnico-scientifico espresso dalle Associazioni al tavolo tecnico interministeriale per la riforma della legge 54/06. Ha collaborato alla stesura del progetto di legge 2209 per la riforma dell’affido condiviso. Nel maggio 2009 viene eletto primo Presidente di ADIANTUM. e nominato vicepresidente del Centro Studi tutela famiglia genitoriale. .E’ responsabile scientifico dell’ANFI, Associazione Nazionale Familiaristi Italiani e di ADIANTUM. Ha al suo attivo pubblicazioni a carattere divulgativo su riviste scientifiche. Tra esse spicca il primo articolo esclusivamente dedicato alle problematiche del figlio di genitori separati sulla Rivista della Società italiana di pediatria preventiva e sociale. Ha presentato per conto di Figlipersempre onlus nel 2009 il progetto LA FAMIGLIA ECOLOGICA premiato dall’ASL di Varese con finanziamento pubblico ai sensi della legge regionale 23. Nel 2010, invece, ha presentato il progetto PROBLEMA= SOLUZIONE VERSO UNA NUOVA FAMIGLIA, anch’esso premiato con finanziamento pubblico. E’ stato protagonista dei primi tentativi italiani di costituzione parte civile di minori e associazioni a difesa del diritto alla bigenitorialità.. Ha partecipato a talk shows e tg su reti locali e anche su RAI, Canale 5, Italia 1, Radio Radicale; la sua vicenda è stata ripresa dai più diffusi giornali italiani.

"NIENTE E' COME SEMBRA" di Andrea Vallabio
Presentazione dell'autore:
Saggio sulla disgregazione della famiglia e sui danni ai figli con intenti preventivi utile per la colettività se letto e compreso da psicologi, avvocati, psichiatri, assistenti sociali, e aspiranti a tali professioni.
Le prime pagine del libro possono essere lette sul seguente link: http://ilmiolibro.kataweb.it/storage2/vetrina/webprv/249922_webprv.pdf .


Message edited by amadeus96 - Mercoledì, 17/02/2010, 22:22
 
dibattitopubblDate: Lunedì, 11/05/2009, 20:14 | Message # 2
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ARTICOLO DELL'AVVOCATO ANDREA EMILIO FALCETTA "LE STORIE DELLA VERGOGNA: ECCO COME SI RUBA UN BAMBINO"

Articolo in grandezza originale:

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dibattitopubblDate: Lunedì, 11/05/2009, 20:21 | Message # 3
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INTERROGAZIONE PARLAMENTARE "CATTIVO COMPORTAMENTO DEI TRIBUNALI PER I MINORI"

 
dibattitopubblDate: Lunedì, 11/05/2009, 20:23 | Message # 4
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INTERVISTA AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA SULLA TEMATICA DEI REATI DEI TRIBUNALI DEI MINORI

 
dibattitopubblDate: Giovedì, 21/05/2009, 21:46 | Message # 5
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http://www.gesef.it/Dossier....AMA.htm

INCHIESTA DI PANORAMA:AUMENTANO I CASI DI BAMBINI SOTRATTI AI GENITORI ED E ALLARME

di Marcella Andreoli

14 LUGLIO 2000

"I figli sono la vita" sussurra la madre. "I figli sono nostri" declama il padre. Eccoli, i genitori ritenuti incapaci di curare i loro due fanciulli, 14 e 6 anni, che sono stati allontanati da casa dal tribunale per i minorenni di Trieste. Anna e Jim (li chiameremo così), operai, si erano conosciuti e sposati in Inghilterra, lei napoletana immigrata nel Kent, lui un irlandese dallo sguardo fisso. Poi erano arrivati a Casarsa, terra friulana di Pasolini, poco lavoro e molti problemi.
Era lunedì 3 luglio quando le assistenti sociali avevano bussato ancora una volta alla loro porta, casa popolare nè linda nè sporca. "Non voglio andare via" ha detto il ragazzo più grande, sottratto ai genitori perché considerato obeso: 80 chili, è vero, ma è alto più della sua età. Si è messo a piangere il più piccolo.

Per loro fortuna, questa volta sono finiti presso una famiglia e non in un istituto, com'era invece accaduto sei anni fa. Nel 1994 la madre aveva chiesto aiuto ai vicini: una vena di depressione, liti col marito e pochi soldi. I vicini avevano avvertito i carabinieri e i carabinieri le assistenti sociali. Decisione presa d'urgenza: via i figli da casa. Il secondo aveva solo sette mesi.
Un caso come tanti: sono quasi 15 mila i minori che vivono nelle comunità, quasi 6.500 a causa dei problemi economici della famiglia. Sono circa un migliaio all'anno i bambini che vengono dichiarati adottabili, un quarto contro il parere dei genitori. E quasi 2.500 quelli dati in affido.

Per conto di Anna e Jim era intervenuto un avvocato tenace, Annalisa Del Col, di Pordenone, che riusciva a mettere alle strette i giudici. "Signori del tribunale per i minorenni" argomentava il legale "nei bambini sottratti non c'è traccia di violenze, di soprusi. Perché volete tenerli lontani dai genitori?". I bimbi ritornavano a casa. Era il 1998. L'impatto non è facile, dopo quattro anni di vita in istituto. Il più piccolo, ovviamente, non ha "introiettato" la figura materna. Il più grande a scuola si applica con fatica. A volte lancia grida che le assistenti sociali, nelle loro relazioni, definiscono "ululati".

"Faccio così per attirare l'attenzione dei compagni" spiegherà il ragazzo all'avvocato Del Col. Ma è troppo tardi. Si è già rimessa in moto la macchina giudiziaria: i pareri delle assistenti sociali finiscono al tribunale per i minorenni. I genitori non collaborano, sostengono costoro. Non vengono da noi per i consulti. La madre è troppo protettiva, il padre troppo rigido. I ragazzi sono vestiti male, forse nemmeno si lavano... E il figlio più grande è sovrappeso. Dunque? Dunque, via da casa un'altra volta. Inutilmente l'avvocato ricorre. Riesce solo a guadagnare tempo: i ragazzi verranno allontanati al termine della scuola, appunto il 3 luglio.

La Del Col, come tutti i difensori nei processi per affidi e adozioni, sa che il suo potere è monco. Non c'è contraddittorio tra accusa e difesa. Non esiste un avviso di garanzia per cui il genitore sa che contro di lui si sta procedendo per sottrargli il figlio. Il tribunale decide d'ufficio. "Spesso siamo nell'impossibilità di portare prove a discarico" afferma l'avvocato. "Non abbiamo nemmeno diritto ad avere copia degli atti, delle perizie fatte sui nostri clienti". In nome della privacy, si sostiene. Ma non soltanto.

La filosofia è questa: tutela prioritaria e assoluta del minore a scapito di tutti gli altri, anche dei genitori considerati soggetti passivi. Dunque: via da casa il figlio grassoccio, il figlio costretto a seguire la dieta vegetariana, il figlio troppo amato dalla madre rimasta sola ed eccessivamente apprensiva. Sotto tutela giudiziaria il minore cui i genitori impongono la cura Di Bella a scapito della chemioterapia. Stessa sorte per il bimbo bisognoso di trasfusioni aborrite da padri e madri seguaci di Geova. Oppure, sottrazione della piccola Martina, affidata temporaneamente a una coppia di fatto di Grosseto, per consentirne l'adottabilità a genitori regolarmente sposati.
La cronaca è ricca di casi che spesso destano perplessità. L'ultimo e purtroppo tragico è avvenuto pochi giorni fa, nella notte di venerdì 7 luglio, a Milano. Un operaio di 37 anni, cui erano stati tolti i figli, un bimbo di 5 e una bambina di 7 anni, si è impiccato. È il secondo caso che accade a Milano. Il tribunale per i minorenni aveva espresso parole severissime contro di lui e la moglie con la quale viveva. Li aveva definiti "genitori incapaci di prendersi realmente cura dei figli" i quali "appaiono come bambini fortemente deprivati e manifestano seri sintomi di malessere".
Una sequela di giudizi trancianti che impressiona per la sua ripetitività. In tutti i provvedimenti dei tribunali per i minorenni ricorre la formula "incapacità di svolgere adeguatamente il ruolo genitoriale", premessa per allontanare i bambini da casa e aprire per loro la strada della adottabilità.
"I giudici non possono difendersi dalle accuse. Per farlo dovrebbero squadernare i motivi che li hanno spinti a prendere decisioni anche pesanti: spiegare che il genitore X soffre di turbe gravi, che nell'intimità della casa si sviluppano pericolose dinamiche" annota Mario Cicala, già presidente dell'Associazione magistrati. La stessa cosa sostiene Paola Rossi, presidente dell'Ordine nazionale degli assistenti sociali, 30 mila in tutta Italia. "Le assistenti lavorano coscienziosamente ma spesso vengono messe all'indice dai mass media. Se un bimbo viene sottratto ai genitori la colpa viene addossata soltanto a loro". La presidente Rossi ha sollevato il problema con il Consiglio superiore della magistratura: i giudici smettano di instaurare rapporti diretti con la singola assistente sociale. Dialoghino, invece, con i servizi sanitari nel loro complesso.

Marcella Andreoli

 
VisitatoreDate: Mercoledì, 17/06/2009, 18:52 | Message # 6
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Paolo Roat

http://apps.facebook.com/causes/264968/51843734?m=8267094b

LA SOTTRAZIONE COATTA DI MINORI E FALSI ABUSI

SALVIAMO LA FAMIGLIA

Il minore ha diritto di essere educato nell’ambito della propria famiglia.

La famiglia e la scuola per secoli hanno avuto un ruolo essenziale, sia sociale che morale. Oggi questo diritto viene spesso negato. Un genitore di fronte a psicologi, psichiatri e assistenti sociali, può ritrovarsi accusato di colpe mai commesse, sulla base di opinioni soggettive proclamate o come parere “medico” o come parere “scientifico”.
I fenomeni di cui parliamo sono conosciuti come "falsi abusi e allontanamento coatto dei bambini dalla famiglia e loro collocamento in comunità alloggio, affido o adozioni".
Le statistiche rivelano che circa il 20% delle sottrazioni coatte sono motivate da assenza coatta dei genitori (provvedimenti carcerari), morte di entrambi i genitori, maltrattamenti o abusi. Il rimanente 80% circa avvengono con la motivazione di "inidoneità genitoriale". Questa motivazione ha aperto le porte a innumerevoli violazioni di legge e dei diritti.
Tramite valutazioni soggettive ed opinabili, psicologi e assistenti sociali spesso inducono il Tribunale dei minori a prendere provvedimenti drastici e drammatici, sottraendo i figli alla famiglia, collocandoli nelle comunità, mettendoli poi sotto indagine, analisi e quant’altro. La famiglia, nella maggioranza dei casi, è totalmente impotente di fronte a questo sistema che opera con l’ausilio, se i genitori si rifiutano, della forza pubblica.
Riteniamo che sottrarre i bambini ad una famiglia debba essere un evento straordinario, motivato solo da gravi e comprovate colpe.
Riteniamo inoltre che non si possa stabilire la responsabilità e l’inidoneità di un genitore attraverso valutazioni personali o test psicologici che non hanno alcuna validità scientifica.
Sulla base di centinaia di casi esaminati, osserviamo un attacco frontale operato contro l’autonomia e il ruolo fondamentale della famiglia che viene delegittimata da figure ascientifiche.
Per arginare questo fenomeno sono sorte in Italia molte associazioni con l’obiettivo di denunciare, difendere e tutelare i diritti fondamentali della famiglia e della genitorialità.
Nessuna famiglia è potenzialmente al riparo dall’errore “scientifico” dello psicologo, psichiatra e assistente sociale. Qualsiasi famiglia può essere coinvolta, come il caso di Basiglio insegna.
Le associazioni firmatarie del presente manifesto si pongono come difensori della famiglia, per evitare l’errore giudiziario che ha origine specialmente da opinabili perizie.
Sostenere questo movimento significa difendere e ripristinare l’integrità della famiglia, ma anche ricostruire il tessuto morale e sociale della società e far diminuire gli errori giudiziari.
COSA CHIEDIAMO
1. che la sottrazione di bambini alla propria famiglia possa avvenire solo sulla base di fatti gravi ed accertati o solo dopo l’acquisizione di prove oggettive attendibili;
2. che le perizie psicologiche-psichiatriche abbiano solo valore di opinioni e non siano considerate direttamente come “accertamento della verità”;
3. che le famiglie abbiano il diritto della parità tra accusa e difesa e che eventuali relazioni negative di assistenti sociali o di altre entità possano essere contestate e che si proceda ad accertare i fatti prima che possa avvenire la sottrazione dei bambini alla famiglia.

 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 17/06/2009, 21:01 | Message # 7
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http://coopofficina.splinder.com/post/17162918 - lunedì, 19 maggio 2008 Scomparsi da due anni 12 bambini Rom tolti ai genitori

Da un paio d'anni si sono completamente perse le tracce di 12 bambini rom tolti ai genitori dal tribunale dei minori di Napoli. Lo dichiara l'europarlamentare ungherese rom, Viktoria Mohacsi, intervenuta alla conferenza organizzata a Roma dai Radicali su "Emergenza carceri come conseguenza dello sfascio della giustizia".
L'europarlamentare ha personalmente raccolto i documenti riguardo a 12 casi di bambini scomparsi a Napoli a seguito di un intervento del tribunale. Spiega Mohacsi: «Alcuni di questi bambini erano accusati di accattonaggio, ma da due anni i genitori non sanno più nulla della loro sorte».

La parlamentare ungherese rom a Bruxelles ha anche annunciato che proprio oggi «il presidente del gruppo europarlamentare liberale parlerà di questi fatti all'assemblea riunita in seduta plenaria» e lei stessa riferirà nella stessa sede. Per questo, Mohacsi ha rivolto un appello alla delegazione radicale nel Parlamento italiano, affinché «domandi al ministro dell'Interno che fine hanno fatto questi bambini e in quali luoghi vengono tenuti: se fosse confermato che il tribunale non sa spiegare che fine hanno fatto, le conseguenze sarebbero molto pesanti e credo che l'Unione europea dovrebbe prendere dei provvedimenti in merito».

UN COMMENTO:
02 Maggio 2009 - 00:11
SONO CITTADINA ITALIANA,con assurde falsita mi sono stati tolti i miei adorati figli,uno è anche malato di cuore,questi bambini vengono sotratti con una facilita incredibile,poi spariscono,credo cecamente che dietro a tutto cio ci sia un commercio di organi,lepicentro di questi drammi è sempre la regione emiliana,in questa regione ci sono piu comunita lagher che paesi,a carpi in comunita a gennaio si è tolto la vita un bambino,pero la notizia non è stata mai data, e chi riesce a tornare torna violentato, distrutto nel corpo e nella mente,ormai le famiglie vivono nel terrore, qui ci distruggono la famiglia con una facilita incredibile,cè crisi ma i soldi per finanziare i seguestri ci sono,buona fortuna per questi poveri 12 bambini,spero che la commissione europea consideri la disumanità che l' italia usa per il suo popolo e sappia restituirci i nostri figli , che ormai i bambini tolti sono piu di 40,000 e una buona parte di loro non si sa piu che fine hanno fatto, SALUTI.

 
VisitatoreDate: Mercoledì, 14/10/2009, 05:09 | Message # 8
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http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p....i.shtml

«Ci hanno tolto nostro figlio senza spiegarci il perché»
07 agosto 2009 di Graziano Cetara

La denuncia di una coppia di genitori, lui funzionario pubblico, lei professionista, che da due anni vivono lontano dal figlio affidato a una comunità. Ufficialmente il padre, definito violento da testimoni anche anonimi si sarebbe rifiutato di sottoporsi a perizia psichiatrica

«Quando torno a casa?». La voce di Marco, 10 anni, arriva attraverso il telefono una volta alla settimana da quasi tre anni. Da un luogo che fino a tre mesi fa era segreto. Ogni volta la stessa domanda, ogni volta per risposta lo stesso silenzio. È come se fosse in prigione, Marco, condannato senza sentenza e senza appello. Invece è ospite della comunità che i giudici e gli assistenti sociali hanno scelto per lui e per il suo bene. Suo padre e sua madre non sono capaci a fare i genitori. Per questo una mattina cinque poliziotti dell’anti crimine in divisa (uno con il giubbotto anti proiettile) si sono presentati a casa di Marco e lo hanno portato via. Lo ha deciso il tribunale dei minorenni. Senza un contraddittorio, ma quel che è peggio, senza che mamma e papà - due persone come tanti, professionista lei, funzionario pubblico lui - sapessero il perché.

È una delle storie che emergono dalle nebbie di paura e dolore nelle quali sono avvolti molti casi di giustizia minorile. «Ingiustizia minorile» avverte il padre, protagonista di questa vicenda che raccontiamo sfumando i dettagli e oscurando i nomi. Per rispetto della privacy in particolar modo dei minori coinvolti ma anche «perché il timore di ritorsioni da parte dei giudici e degli assistenti sociali è reale», avverte il legale della famiglia. Chiedere ai giudici di difendere e sostenere il loro operato nello specifico è fatica inutile: il segreto istruttorio e il rispetto della privacy degli stessi protagonisti-accusatori dei loro casi impedisce ogni possibilità di verifica e di controllo.

«È questo il problema - attacca l’avvocato - quello di un giudice del tribunale dei minorenni è un potere pressoché assoluto per buona parte delegato ai servizi sociali del Comune». È il punto cruciale della questione sollevato a pochi giorni dall’ispezione del ministero della Giustizia, di cui ha dato notizia il Secolo XIX la settimana scorsa, che si è conclusa e che è stata chiesta e ottenuta dall’associazione Vela Latina, a partire dalle storie di cinque madri ecuadoriane. Sarebbero state discriminate dai giudici nell’ambito delle cause di separazione dai mariti italiani. Sulle accuse aleggia il sospetto che siano gli assistenti sociali a dettare legge in tribunale. Sospetto allontanato dal presidente in carica Adriano Sansa: «I nostri giudici operano in modo equilibrato nel rispetto della legge e dell’unico interesse dei bambini».

Tutti i particolari e i retroscena della storia e la testimonianza dei due genitori sull’edizione odierna del Secolo XIX in edicola.

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http://xoomer.virgilio.it/geni_e_....004.htm

Animali trattati meglio dei bambini

Spettabile direttore, innanzitutto occorre premettere che io sono un amante degli animali. In Italia, però, da ormai tre anni a questa parte stiamo assistendo a situazioni che hanno dell'inverosimile. Mi riferisco alle riforme della legge che regolamenta le separazioni e gli affidi dei minorenni nelle cause giudiziali o ordinate dal Tribunale dei minorenni. Infatti da ormai 3 anni i nostri parlamentari, che regolarmente paghiamo con le nostre tasse, discutono sull'affido condiviso dei figli coinvolti nelle sempre più frequenti separazioni, ma non sembrano, allo stato attuale, cacciare il "famoso" ragno dal buco. La stranezza è che per legiferare sui morsi dei cani e sulle conseguenze penali per chi abbandona un animale ci hanno impiegato 5 giorni, mentre per riformare una legge ormai vecchia e da seppellire, che ancora regolamenta l'affido dei nostri figli nei casi di separazione, oggi purtroppo ancora affidati per oltre il 90 per cento dei casi alle madri, ci stanno discutendo da ormai tre anni! Da questo se ne deduce che, per i nostri parlamentari, i nostri figli contano meno degli animali, ovvero hanno priorità gli animali rispetto alla vita dei nostri figli.

Fausto Paesani, via e-mail

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http://xoomer.virgilio.it/geni_e_....004.htm

Sono un amante degli animali i ...

Sabato, 21 Agosto 2004

Sono un amante degli animali i quali secondo me, come tutti gli esseri viventi, meritano il giusto rispetto. In Italia però, da ormai 3 anni a questa parte, stiamo assistendo a situazioni che hanno dell'inverosimile. Mi riferisco alle riforme sulla Legge che regolamenta le Separazioni e gli Affidi dei Minorenni nelle cause Giudiziali, o ordinate dal Tribunale per i Minorenni. Infatti da ormai tre anni i nostri parlamentari, che regolarmente paghiamo con le nostre tasse, discutono sull'Affido Condiviso dei figli coinvolti nelle sempre più frequenti separazioni, ma non sembrano, allo stato attuale, cacciare il "famoso" ragno dal buco. La stranezza è che per legiferare sui morsi dei cani e sulle conseguenze penali per chi abbandona un animale ci hanno impiegato 5 giorni, mentre per riformare una Legge ormai vecchia e da seppellire, che ancora regolamenta l'Affido dei nostri figli nei casi di separazione, oggi purtroppo ancora affidati per oltre il 90 dei casi alle madri, ci stanno discutendo da ormai tre anni! Da questo se ne deduce facilmente che, per i nostri parlamentari, i nostri figli contano meno degli animali, ovvero hanno priorità gli animali rispetto alla vita dei nostri figli. Allora, quando saranno più grandi, ai nostri figli dovremo dire che per chi governa attualmente questo Paese, loro sono meno importanti degli animali, oppure sarà il caso che, data la crescita esponenziale dei casi di separazione ed affido dei minori in Italia, i nostri strapagati Parlamentari, si diano una mossa a decidere favorevolmente sull'affido condiviso? Non credo occorra ricordare ai nostri parlamentari che chi li vota sono degli uomini, non degli animali e che, come tali, se questa questione spinosa non verrà risolta al più presto, alle prossime elezioni dovranno chiamare a votare i "Lupi". Occorre invece ricordare che allo stato attuale dell'applicazione delle leggi sul diritto di damiglia nelle cause di separazione, quando regna imperterrito ancora l'affido monogenitoriale, i nostri figli soffrono tantissimo e non vorremmo vederli trasformati in "lupi" entro i prossimi anni. Sarebbe veramente la fine della società italiana.

Fausto Paesani

Com. genitori di Figli Sequestrati

 
VisitatoreDate: Venerdì, 16/10/2009, 13:56 | Message # 9
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Bambini tolti alle famiglie e affidati alle comunità. Un business nato sul disagio

06/06/2009

http://media.causes.com/ribbon/542715

NOVARA - Si moltiplicano gli interventi di chi chiede che venga scelta una strada diversa rispetto alla sottrazione tout court e che si aiutino i genitori a imparare “ad educare”. Nel recente convegno organizzato dall’associazione “Tu sei mio figlio” tra le molte cose segnalate dagli intervenuti (qualcuna, come vedremo, anche particolarmente provocatoria) qualcosa è rimasta sullo sfondo, tra il detto e il non detto: un concetto che si può esprimere come il business nato sul disagio minorile, sul degrado familiare. E’ il concetto sul quale è nato, proprio in Piemonte, il progetto “Cresco a casa”, basato sull’assunto che “un genitore - si legge nel manifesto programmatico firmato da una dozzina di associazioni - di fronte a psicologi, psichiatri e assistenti sociali, può ritrovarsi accusato di colpe mai commesse, sulla base di opinioni soggettive proclamate o come parere ‘medico’ o come parere ‘scientifico’. Il fenomeno di cui parliamo è conosciuto come allontanamento coatto dei bambini dalla famiglia e loro collocamento in comunità alloggio, affido o adozioni”. Comunità che vengono finanziate con soldi pubblici e che sono cresciute in maniera esponenziale. I dati, forniti proprio in occasione del progetto “Cresco a casa”, sono significativi: nella Regione Piemonte, nel 2006, 3498 minori risultano allontanati dalle loro famiglie naturali. Di questi 2319 sono accuditi da altre famiglie con lo strumento dell’affido familiare e 1179 vivono presso comunità. Sono 130 i milioni di euro spesi dalla Regione per tutto quello che ruota attorno a queste situazioni. Le motivazioni per le quali i bambini vengono allontanati dalla famiglia sono le più varie. Alcune “voci” sono particolarmente significative: “Incapacità e metodi educativi non idonei”, “Impossibilità dei genitori a seguire i figli”, “Gravi problemi relazionali o comportamentali, “Problemi relativi all’ambito scolastico”. Qualcosa di ben diverso dagli abusi o dai maltrattamenti e, soprattutto, queste “voci” hanno un’incidenza preponderante nei casi di allontanamento: si arriva a sfiorare l’80%. “A monte c’è l’aspetto economico - suggerisce Vittorio Apolloni, presidente del Centro documentazione falsi abusi - A seconda dei casi, un bambino affidato a una comunità costa migliaia di euro al mese. Sarebbe sufficiente dedicare un decimo di quei 130 milioni spesi per i bambini in comunità o in affido per ‘educare’ le famiglie e la maggior parte degli allontanamenti non ci sarebbero”. “Non è un caso che in Piemonte ci sono 200 comunità - aggiunge Apolloni – e il numero è in aumento. Il business sui minori non risente della crisi...”

 
VisitatoreDate: Giovedì, 22/10/2009, 05:15 | Message # 10
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Tutela o "rapimento" legale?

http://www.ccdu.org/comunicati/tutela-o-rapimento-legale

Articolo di Massimo Parrino

Del 28 Aprile 2008

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, molti avvocati, criminologi e gente comune, s'interrogano negli ultimi anni sul fenomeno dei bambini sottratti alle famiglie senza alcun valido motivo, ma unicamente in seguito a rapporti, opinioni, di assistenti sociali e (fantomatiche) perizie di psicologi e psichiatri.

E' notizia di questi giorni che due bambini di Basiglio, da ben 40 giorni sono stati sottratti alla famiglia, solo per un disegno che, come dice lo stesso Tribunale dei minori, solleva più di una perplessità; mentre la bambina stessa e la madre non riconoscono la grafia.

Perché un'assistente sociale o uno psicologo invece di fare una verifica, scrive un rapporto che induce il Tribunale a prendere una decisione così drammatica che può di fatto segnare per sempre la vita di un bambino e della sua famiglia? Chi pagherà questo danno? Possibile che siano solo errori? Lasciamo che il lettore formuli la sua idea.

Il fenomeno in Italia coinvolge circa 40-50 mila bambini. Il costo che le amministrazioni pagano, per un bambino ritenuto vittima di "abusi", parte dai 150 per arrivare ai 300 euro al giorno. Moltiplicate questo per il numero di bambini.

Ci domandiamo qual è la logica che preferisce togliere un bambino alla famiglia di origine perché, per esempio, indigente, facendo pagare alla comunità alcune migliaia di euro quando con 800 euro si potrebbe far fronte all'emergenza immediata e aiutare il padre a trovare lavoro? Che danno esistenziale viene causato al bambino ed alla famiglia? Perché l'assistenza sociale non lavora per preservare l'integrità familiare?

Ancora, che valore hanno i rapporti e le perizie di uno psicologo o di un assistente, che il più delle volte sono unicamente opinioni? La pretesa di queste categorie è di capire da un disegno o uno scritto che esiste un abuso. I casi di Rignano e gli altri drammatici episodi, vedi Brescia, Milano, sono esemplari. Ciononostante i Tribunali continuano a fare affidamento su queste opinioni.

Qualcuno comincia a capire e a prendere posizione. Casi eclatanti sono il Giudice Edoardo Mori, di Bolzano, che in un articolo del 21 Aprile sul giornale Alto Adige, spara a zero sul valore scientifico di queste perizie e rapporti: "Il fatto che si sia dato ingresso alla psicologia come strumento probatorio è una totale assurdità", e ancora: "…non sono scienze esatte, sono scienze sperimentali. Per definizione - prosegue ancora il giudice Mori – sono strumenti che servono più che altro per manipolare la psiche e non hanno alcun bisogno di cercare la verità". Stessa linea viene sostenuta con forza dal Dott. Marco Capparella e dal Dott. Saverio Fortunato con i loro articoli su criminologia.it.

I dubbi sollevati da questi professionisti e l'azione dell'On. Francesco Lucchese, dietro invito del nostro Comitato, con la presentazione dell'interpellanza del 27 Giugno 2007 n° 630, dovrebbero essere le strade maestre da seguire. A nessuno, siano essi assistenti, psicologi o psichiatri dovrebbe essere permesso di minare l'integrità della famiglia e la salute del bambino senza una certezza dell'abuso perpetrato. I bambini urlano nel silenzio di una comunità e le vite dei genitori sono distrutte da accuse infamanti. Una società che tollera questi fatti non può definirsi civile. Qualcuno deve intervenire per porre fine a questa incredibile violazione dei diritti che mina il mattone fondamentale della società: la famiglia.

Massimo Parrino

Direttore Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani onlus

 
dibattitopubblDate: Giovedì, 22/10/2009, 05:55 | Message # 11
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Uno dei volantini distribuiti dall'associazione GESEF (Genitori separati dai figli)

 
dibattitopubblDate: Giovedì, 22/10/2009, 05:58 | Message # 12
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dibattitopubblDate: Giovedì, 22/10/2009, 06:03 | Message # 13
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VisitatoreDate: Mercoledì, 04/11/2009, 03:04 | Message # 16
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http://blog.panorama.it/italia/tag/assistenti-sociali/

Abusi falsi, tragedie vere. Solo 3 denunce su 100 si concludono con una condanna

Strappati dalle mura domestiche e rinchiusi all’interno di comunità. Sono 3.498 i minori che nel 2006, solo in Piemonte, sono stati allontanati dalle famiglie naturali. Di questi 2.319 sono stati affidati ad altre famiglie e 1.179 vivono all’interno delle comunità.
Storie di sofferenze, abusi, maltrattamenti ma anche di errori giudiziari che segnano indelebilmente la vita di minori costretti a vivere e crescere in comunità o famiglie affidatarie lontane dall’affetto dei genitori. “I dati della Regione piemontese rispecchiano anche quelli a livello nazionale” dichiara Gian Luca Vignale, consigliere regionale Pdl “ed indicano che il 76,8 per cento dei bambini vengono allontanati per motivi che potremmo definire soggettivi come incapacità dei genitori o metodi educativi inidonei oppure per impossibilità di seguire i minori, mentre solo il 18,16 per cento per motivazioni oggettive gravi come abusi, maltrattamenti o abbandono. Inoltre le statistiche dimostrano che su cento denunce per abusi su minori all’interno delle mura domestiche solo il 3,6 per cento si conclude con una condanna”.

Tutte le altre sono storie di falsi abusi e falsi maltrattamenti che però costringono a sofferenze terribili i bambini e anche le loro famiglie. Spesso innocenti. Come è avvenuto per Laura, adolescente torinese che a Panorama.it racconta il periodo di distacco dalla famiglia e la vita in comunità.
“C’era tanta confusione. Un caos. Due donne che non conoscevo sono entrate in casa, si sono sedute in salotto e hanno iniziato a discutere con i miei genitori. Erano da poco trascorse le 11. Era freddo. Ripensandoci, non ho capito se fosse stato il freddo di quella mattina di febbraio o solo il presentimento di quello che sarebbe accaduto quattro ore dopo”. Laura si ferma un attimo, fa un grande respiro e riprende il suo ricordo di quella mattina di tre anni fa. “Mi hanno portato via. Erano le tre del pomeriggio. Non sapevo dove stavo andando, ma mi rassicuravano. Erano due assistenti sociali. Qualche ora di viaggio in auto e mi sono ritrovata a Pavia, in un appartamento. C’erano altre cinque ragazze della mia stessa età e un bambino di otto anni. Ricordo i loro sguardi e il silenzio. Terribile”.
Torino-Pavia. È stato il primo trasferimento per Laura, quindici anni, studentessa di un liceo del centro storico del capoluogo piemontese; I suoi genitori erano stati accusati di incapacità genitoriale e maltrattamenti.
Tutto nasce, nel 2006, da una bugia che Laura, adolescente sensibile e fragile, racconta alla sua insegnante di educazione fisica. Si sente trascurata e dice che la madre non la segue e quando si incrociano in casa nei ritagli di tempo che avanzano tra il lavoro e la scuola, lei la maltratta, la umilia. L’insegnante ascolta lo sfogo, non capisce che si tratta solo di un bisogno d’amore e dà inizio così al calvario di una normale famiglia torinese. L’insegnante coinvolge la direttrice e senza nessun chiarimento con i genitori di Laura, vengono chiamati gli assistenti sociali.
“Sono rimasta in quell’appartamento per un mese e mezzo. Lavavo e pulivo la casa e stiravo. Ci portavano solo da mangiare. Ma la sofferenza più grande era il non poter parlare con nessuno dei miei familiari. Ero costretta solo ad ascoltare le tragedie di chi era con me e le offese degli assistenti sociali nei confronti dei miei familiari. Li screditavano, li descrivevano come dei mostri e alimentavano il distacco e l’allontanamento”. Laura sospira e poi riprende a raccontare: “Quante volte mi hanno detto che i miei genitori non mi volevano bene. Che mia madre non mi voleva. Con me avevo solo una fotografia di una delle mie due sorelle, Patrizia, che mi era rimasta nel diario di scuola preso il giorno in cui mi avevano portato via da casa”. Quello era solo l’inizio di un periodo durato sette mesi. L’inferno arriva con il trasferimento a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria; Laura rimane, all’interno di una comunità per cinque mesi e mezzo.
“Era una comunità mista” continua “e assieme a noi adolescenti c’erano tanti bambini di sei, sette e otto anni. E’ stato terribile: i più piccoli non riuscivano a trattenere le emozioni e urlavano, piangevano, cercavano i genitori mentre io cercavo di non sentire, volevo stare sola ma non era possibile”. Laura spiega che a quel clima di dolore, rabbia, confusione e abbandono è riuscita a sopravvivere grazie alla complicità che si era creata con alcune delle ragazze della comunità. “La complicità ti permetteva di continuare a vivere. Non era un’amicizia ma qualcosa di più”.
Poi una mattina, dopo cinque mesi che non vedeva e parlava con nessuno dei suoi parenti, le accordano il permesso di incontrare le due sorelle:”Ero come rimbambita, non riuscivo a parlare e anche se avevo voglia di abbracciarle e di farmi portare via da quell’inferno, non riuscivo a chiederglielo. Le ho riviste un’altra volta e mai da sole. Poi basta”.
Laura è la terza di tre figlie di due imprenditori: madre e padre lavorano nell’azienda di famiglia che hanno ereditato. Insieme da trent’anni, avevano cresciuto le figlie senza nessun problema ed erano diventati nonni di due bambine solo pochi mesi prima che Laura fosse portata via di casa.
“Sono ancora in cura da una psicologa” sussurra Laura “mi sta aiutando ma la mia vita è stata segnata. Non potrò più dimenticare quello che ho provato nella comunità e soprattutto come vengono trattati i bambini. Sono pochi gli assistenti sociali che vivono il loro lavoro come una missione e comprendono la tua sofferenza. Adesso ho diciotto anni ma questa esperienza mi ha tolto la capacità di dare fiducia alle persone e la fiducia è la prima cosa per affacciarsi al mondo e quindi al futuro”. La vicenda di Laura si è conclusa con una sentenza del Tribunale dei minori di Torino che dichiarava l’inesistenza di situazioni gravi tali da giustificare l’allontanamento da casa.
Trenta associazioni in tutta Italia si sono riunite giovedì scorso a Torino, per presentare un manifesto chiamato “Cresco a Casa”. Un documento con il quale chiedono che gli allontanamenti da casa debbano essere eseguiti solo dopo l’acquisizione di prove oggettivi gravi e attendibili;
“Le perizie psichiatriche e psicologiche devono avere solo valore di opinioni” puntualizza Vignale “ci batteremo perché non siano più considerate prove fondamentali per l”accertamento della verità durante i procedimenti giudiziari”. Poi prosegue: “Sui giudizi spesso sbagliati di esperti incapaci di decifrare la realtà, vengono sottratti e costretti a violenze psicologiche all’interno di comunità centinaia di bambini e adolescenti di tutta Italia”.
Proprio com’è accaduto a Laura. Ma quanto si spende per le comunità? Solo in Piemonte, i 1.179 minori che ci vivono costano annualmente 35 milioni di euro. Cifra che non ricomprende le spese sostenute per gli affidi. “Una somma decisamente superiore a quanto la Regione stanzia sulla legge per il sostegno alle famiglie”, conclude Gian Luca Vignale.

 
dibattitopubblDate: Venerdì, 13/11/2009, 18:03 | Message # 17
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http://www.panorama.it/edicola/panorama/2009-47-48-0 (http://www.panorama.it/edicola/panorama/2009-47-48-0)

SEQUSTRI DI STATO

In Italia ci sono oltre 32 mila bambini che la giustizia ha tolto con la forza alle famiglie, non sempre per buone ragioni. Come dimostrano tanti errori docuti a fretta e supeficialità, ma anche a un business che, secondo alcuni, vale più di un miliardo di euro all’anno

Gli altricoli possono essere letti sul seguente link: http://www.rc-comunicazione.it/images/gs/Panorama19_11_2009.pdf , o possono essere scaricati da qui sotto in formato Pdf.

"Il Giornale" del reportage di "Panorama":

Su «Panorama» Quei 32mila bambini «rapiti» dai giudici

http://www.ilgiornale.it/interni/su_panorama_quei_32mila_bambini_rapiti_giudici/13-11-2009/articolo-id=398586-page=0-comments=1

di Redazione

Sono 32.391 i cosiddetti «sequestri di Stato» di cui parla il settimanale Panorama oggi in edicola. Oltre trentamila minori sottratti alla custodia dei genitori per decisione (a volte frettolosa) della giustizia. Nell’inchiesta di Antonio Rossitto, il settimanale indaga sulla sorte di questi bambini e sulle accuse di superficialità eccessivo interventismo contro assistenti sociali, psicologi e magistrati. Storie che si ripetono quotidianamente («Ogni giorno ne portano via almeno 80»). Storie come quella di Barbara e Patrizia, madre e figlia separate nel ’76 e ritrovatesi solo ora; o come quella dei fratellini di Basiglio, chiusi per due mesi in comunità per un’immagine oscena in realtà disegnata da una compagna di classe. I dati parlano di un aumento del 29,3% delle sottrazioni di minore negli ultimi dieci anni. Spesso per maltrattamenti e abusi, ma talvolta per eccesso di zelo. Per difendere i genitori sono nate alcune associazioni e siti, come www.falsiabusi.it. E su giustizia minorile e psicologi qualcuno avanza un dubbio: e se alimentassero un business che vale più di un miliardo di euro?

* * *

Un commento :

#9 Sergio Sanguineti (131) - lettore
il 13.11.09 alle ore 14:32 scrive:
Il BUSINESS ESISTE, ECCOME! Tenuto conto dei 32.000 bimbi fatti sequestrare ai genitori “legalmente”, “legalmente” i magistrati aiutano le madri a sequestrare i figli ai padri, tali che - il numero dei sequestrati - in Italia ammonta a 4.500.000 bambini, sequestrati ad entrambi o all’altro genitore. Nelle case di accoglienza “stazionano” (soltanto stimati!) circa 55.000 bimbi, in parte abbandonati ed in parte ivi collocati (spesso dati in redditizio “prestito” alle famiglie affidatarie). Tenuto conto che, mediamente, un bimbo ospitato costa al contribuente 350 euro/giorno (compresivi di costi personale ed accessori e personale prestato da ASL e da Comuni), a questa bella sommetta aggiungasi il reddito indotto per avvocati, operatori di tribunale (compresi quelli dell’illegale tribunale dei minori)… UNA PAGNOTTA COLLETTIVA SULLA PELLE DEI MINORI, mascherata con le più disparate giustificazioni psico-pratiche, tutte ipocritamente figlie di aberrante e "garante" ideologia sessantottina

IL REPORTAGE PUò ESSERE SCARICATO QUI:

Attachments: Panorama19_11_2.pdf(2434Kb)
 
VisitatoreDate: Sabato, 14/11/2009, 02:22 | Message # 18
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http://blog.panorama.it/italia....giudice

(sul sito ci sono anche 2 video da vedere)

I nostri figli portati via da un giudice

di Antonio Rossito

Sono 15.624 i minorenni collocati in case-famiglia. Sono 16.767 quelli dati in affido familiare

Barbara e Patrizia si sono ritrovate il 2 ottobre del 2009, in una mattinata di pioggia. Barbara, 54 anni, vive in Toscana: ha mento affilato e parole decise. Patrizia, 35 anni, ha la stessa forma del viso e uguale risolutezza. Madre e figlia non immaginavano di assomigliare tanto l’una all’altra. Non si vedevano dal 1976: dal giorno in cui Patrizia venne tolta a Barbara per essere chiusa in un istituto e poi data in adozione. Si sono riabbracciate dopo 33 anni. Per scoprire di essere unite da quel mento affilato e da un’unica sorte. Perché anche a Patrizia hanno portato via un figlio: Davide, di sette anni. “Gliel’hanno sottratto ingiustamente, come successe a me” dice Barbara.

Nel soggiorno di una villa spersa nella campagna veneta, guarda la sua figlia naturale con un misto di rabbia e di dolcezza: “Questa volta, almeno, combatteremo insieme” le promette. Legate dallo stesso destino. Il destino che, dicono gli ultimi dati ufficiali, oggi travolge più di 32 mila minorenni. Il più delle volte allontanati dalle famiglie per motivi giustificati, come gli abusi sessuali, i maltrattamenti o l’indigenza.
Altre per ragioni fumose e impalpabili. Negli ultimi dieci anni il loro numero è aumentato del 29,3 per cento. Più della metà finisce in affidamento temporaneo ad altre famiglie. Il resto in quelli che prima erano chiamati istituti, ma dal 2001 sono stati più formalmente ribattezzati servizi residenziali: oltre un migliaio di comunità che ospitano 15.624 ragazzini.

Un numero enorme, che costa allo Stato mezzo miliardo di euro all’anno solo in rette giornaliere. Ma la cifra, calcolano vari esperti di giustizia minorile, andrebbe più che raddoppiata. Oggi, però, è tutto il sistema a essere sistematicamente messo in discussione. Battagliere associazioni e libri-verità parlano di “bambini rubati dalla giustizia”. Raccontano di assistenti sociali troppo interventisti, di psicologi disattenti, di una magistratura flemmatica, di interessi economici. E di errori giudiziari sempre più frequenti. Come quello in cui sono incappati due fratellini di Basiglio, ricco paesino alle porte di Milano. Il più grande ha 14 anni, la sorella dieci. Il 14 marzo 2008 la polizia locale li preleva da casa e li porta in due comunità protette.
A scuola, una maestra ha trovato un disegno che li descrive mentre fanno sesso insieme. Viene attribuito alla bambina. È invece l’atroce scherzo di una compagna di classe. È stata lei a fare quell’allusiva vignetta: lo conferma il perito grafico del tribunale, che però viene nominato solo dopo 41 giorni. Anche a causa di questo inspiegabile ritardo i ragazzini trascorrono più di due mesi in comunità. Mesi di angosce: il più grande, per la sofferenza, perde 9 chili (qui intervista VIDEO integrale). L’avvocato che si è battuto per fare affiorare la verità è un sardo con baffoni e occhi neri: Antonello Martinez. Vive anche lui a Basiglio, in una casa poco distante da quella dei fratellini. Per due mesi il legale si danna l’anima: fino a quando i bambini non tornano dai genitori con molte scuse.

E fino a ottobre, quando la procura di Milano non chiede il rinvio a giudizio per la preside della scuola, due maestre, uno psicologo e un’assistente sociale del comune. L’accusa è “falsa testimonianza “. L’udienza preliminare è fissata per il 21 gennaio.

Un disegno malinterpretato, esattamente come quello che nel 1995 avvia la macchina giudiziaria nel caso di Angela L.: la sua storia è raccontata nel libro, pubblicato dalla Rizzoli, Rapita dalla giustizia. Il padre di Angela viene accusato di abusi sessuali: un falso da cui la Cassazione lo scagionerà completamente nel 2001. Ma la figlia, di appena sei anni, prima viene reclusa in due centri d’affido temporaneo per quasi 36 mesi; poi è data in adozione a un’altra famiglia. Angela tornerà dai genitori solo nel maggio 2006: a quasi 18 anni, ben dieci dopo il suo “rapimento legalizzato “. Uno sbaglio tragico e clamoroso.

Tanto che la Corte europea per i diritti dell’uomo nell’ottobre 2008 ha condannato lo Stato italiano a risarcire la famiglia: 80 mila euro per un “buco esistenziale” durato un decennio.
Della denuncia di casi come quelli di Angela L. e di Basiglio l’avvocato Martinez ha fatto una battaglia. Da quando si è occupato dei due fratellini, ha ricevuto più di 700 segnalazioni: madri e padri disperati, disposti a tutto pur di riavere indietro i loro figli. È diventato presidente dell’associazione Cresco a casa: “Tutti” accusa “denunciano lo stesso scandalo. I nostri figli sono nelle mani degli assistenti sociali. Scrivono: “I genitori non sono idonei”. Poi mandano la relazione a un magistrato che, senza troppe verifiche, adotta un provvedimento provvisorio. Quello definitivo arriva, quando tutto va bene, anni dopo. Ma i bambini intanto sono usciti di casa”.

Il caso di Basiglio è illuminante: alle 9 di mattina il dirigente scolastico avverte i servizi sociali, che inviano un telefax al tribunale dei minorenni di Milano. Passa solo qualche ora: il giudice dispone che i bambini vengano allontanati dalla famiglia. Di sera, la polizia locale esegue. Per inciso, nessuno aveva mai chiesto spiegazioni: né ai ragazzini né ai genitori.
Martinez si infervora, è seduto in una saletta del suo studio di Milano: divani di pelle e boiserie alle pareti. “Questi sono veri sequestri di Stato” prosegue concitato. E attacca: “Ogni giorno vengono portati via 80 bambini. Li chiudono in un centro protetto per anni, e costano allo Stato in media 200 euro al giorno”.
Una cifra che farebbe lievitare considerevolmente la spesa ufficiale per l’accoglienza, stimata in mezzo miliardo di euro. Basta fare due calcoli: 200 euro al giorno fanno un totale di 73 mila euro all’anno per ogni minorenne. Che moltiplicati per i 15.624 ospiti dei centri significa oltre 1,1 miliardi di euro: più del doppio di quanto riveli la cifra in mano ai ministeri, probabilmente troppo prudente.

Chi finisce in queste comunità? Mancando dati nazionali, si può fare riferimento a quelli della Lombardia: per il 34 per cento sono ragazzi dai 15 ai 17 anni; il 28,1 per cento ha dagli 11 ai 14 anni; il 19,4 dai 6 ai 10 anni. Le percentuali sono simili in Veneto, dove i minori fuori famiglia sono quasi 1.700. L’età media è quindi piuttosto alta. Anche perché la permanenza in queste strutture è lunga: a Milano il 53 per cento ci resta più di due anni. Questo significa che centinaia di migliaia di euro vengono spesi per ogni ragazzino. Ciò che accade alla fine di questi allontanamenti forzati è sorprendente: in Piemonte, per esempio, quasi la metà torna a casa.

C’è un altro dato che inquieta: quasi il 77 per cento dei minori viene allontanato per “metodi educativi non idonei” e per l’”impossibilità di seguire i figli”. “Motivi soggettivi, non reali come i maltrattamenti o l’abbandono ” denuncia Gian Luca Vignale, consigliere regionale del Pdl. Il Piemonte, chiarisce, spende 35 milioni di euro all’anno per mantenere 1.179 minorenni nelle comunità. “Mentre solo un terzo di questi soldi viene stanziato per sostegni alle famiglie” considera Vignale. Il costo delle rette spesso soffoca i magri bilanci dei comuni, che a volte arrivano a chiedere un contributo ai genitori cui sono tolti i figli.
Negli anni Novanta, alla famiglia di Angela L. venne recapitata una richiesta d’indennizzo di 60 milioni di lire per i 16 mesi trascorsi dalla bambina nel centro di affido: l’equivalente di quasi 2 mila euro al mese.

Un paradosso in cui è incappata pure Antonella Causin, che vive a Santa Maria di Sala, nel Veneziano. Nello studio del suo avvocato, Luciano Faraon, sventola indignata una lettera che le è stata inviata la scorsa settimana.
I suoi figli, di 12 e 8 anni, vivono dal febbraio del 2007 in due diverse case-famiglia. Il comune ora le chiede “il pagamento delle spese per la permanenza nelle strutture “. “Vogliono la mia busta paga” spiega la donna, 44 anni, sgranando gli occhi azzurri. “Devo pure dargli soldi per avermi rovinato la vita”. Le peripezie della donna cominciano nel 2005. Si separa dal convivente, chiede l’affidamento dei figli. Viene sentita dagli psicologi: racconta che l’uomo, un maresciallo della Guardia di finanza, è finito in strani giri. È violento, distratto.
Non le credono: per i consulenti tecnici è soltanto “una madre esasperata “. Così i ragazzini sono dati al padre. Dopo dieci mesi, però, le accuse della donna diventano reali: l’ex compagno viene arrestato per spaccio di droga. “Da quel momento è cominciato l’inferno” racconta Causin. “Il maschio ha cambiato quattro famiglie e due scuole in pochi mesi. Come fosse un pacco postale”. Anche i genitori della donna avevano dato la loro disponibilità a occuparsi dei nipoti. “Invece li hanno sempre tenuti lontano da loro” racconta la signora. “Addirittura li hanno accusati di un avvicinamento indebito: ma erano andati in chiesa per la prima comunione del più grande”. La storia dimostra quanto a volte sia lenta la giustizia minorile.

Il tribunale di Venezia ha disposto l’allontanamento dei due bambini nel dicembre del 2005, con un provvedimento provvisorio. Quattro anni dopo non solo non è stata presa alcuna decisione definitiva, ma la macchina giudiziaria è ripartita. L’avvocato della signora Causin ha denunciato i consulenti del tribunale: il legale sostiene che avrebbero falsificato i test e le dichiarazioni della donna. Il giudice ha nominato una nuova psicologa. Che in sei mesi ha incontrato la donna e il suo ex compagno appena quattro volte. Le critiche a periti tecnici, assistenti sociali e magistrati sono sempre più dure. Il criminologo Luca Steffenoni sui casi di malagiustizia minorile ha appena scritto un libro, Presunto colpevole (editore Chiarelettere).
“I tribunali hanno appaltato tutto all’esterno” sostiene. “Il processo è uscito dall’alveo delle prove, per trasformarsi in approfondimento psicologico. Gli assistenti sociali hanno diritto di vita e di morte sulle persone. Basta uno screzio tra due coniugi per far nascere patologie incurabili, che legittimano la sottrazione dei figli”. Accuse cui ribatte Graziella Povero, assistente sociale di Torino e presidente dell’Asnas, storica associazione di categoria: “C’è un’aggressione continua alle nostre decisioni. Dicono che rubiamo i bambini.

La gente comincia a essere diffidente. Ci accusano di avere convenienze economiche. Attacchi assurdi: che interesse potremmo mai avere a collocare un bimbo in una struttura piuttosto che in un’altra?”. Povero ammette che qualche caso di disonestà ci può essere, “come in tutte le professioni”: “Ma noi siamo dipendenti pubblici” aggiunge. “Il nostro lavoro è sempre subordinato a quello della magistratura, e quindi anche alle sue eventuali lentezze”.

Per indagare su questa presunta indolenza bisogna entrare nel tribunale dei minorenni di Roma, il più grande d’Italia. Da aprile è presieduto da un magistrato d’esperienza: Melita Cavallo.
Nei corridoi del palazzo sul lungotevere che ospita gli uffici si narra del suo interventismo. Appena insediata, Cavallo scopre che un collega ha 1.600 fascicoli arretrati: se ne intesta la metà e “consiglia” al collega il pensionamento. “La permanenza nelle casefamiglia è eccessivamente lunga” dice la presidente. “Un tempo ragionevole è un anno, non cinque, come avviene adesso. Noi magistrati stiamo diventando i notai dello sfacelo dei minori: solo quando sono stati distrutti psicologicamente li diamo in adozione”. Cavallo insiste, parla di “assistenzialismo spinto”: “Si spendono un sacco di soldi” continua. “Faccio un esempio: tre fratelli rimasti in comunità cinque anni sono costati 800 mila euro. Non era meglio, allora, dare un alloggio o un lavoro al padre? Avremmo salvato una famiglia. Invece abbiamo negato l’infanzia ai figli. E oggi i genitori sono più divisi di prima”. Anche le verifiche preliminari spesso sono deficitarie, ammette il magistrato: “Alla prima decisione si arriva con pochi elementi in mano. C’è quasi un rifiuto ad averne altri. Perché i giudici ormai sono molto condizionati e sempre più prudenti“. O, al contrario, troppo interventisti.
La Cassazione ha appena confermato l’”ammonimento” già inflitto a un sostituto procuratore del tribunale dei minorenni di Roma dal Consiglio superiore della magistratura. Nel dicembre del 2006, il pm aveva ordinato che i carabinieri prelevassero due bambini da casa della madre, per portarli in quella del padre. Adesso però i giudici della suprema corte scrivono: “L’interpretazione delle norme non può costituire un alibi per tenere comportamenti anarchici “.
Insomma, quell’allontanamento è stato “un provvedimento abnorme “, per la Cassazione.

Cavallo non commenta, ma aggiunge: “Purtroppo è diventata tesi diffusa che togliamo i bambini ai poveri per darli ai ricchi“. Questa tesi, in realtà, è sempre più frequentemente sconfessata dai fatti: anche molte famiglie abbienti finiscono nel girone degli allontanamenti. Lidia Reghini di Pontremoli, 51 anni, discende da un nobile casato toscano e vive a Roma. Ha una ragazzina di 13 anni, che ha studiato nei migliori collegi della capitale. È stata affidata a un istituto religioso nell’aprile del 2008. “Per i giudici l’ho voluta mettere contro suo padre, il mio ex convivente, che era stato arrestato per spaccio di cocaina” racconta. Dopo avere deciso l’allontanamento della madre, il tribunale dei minorenni manda gli atti alla procura ordinaria: ipotizza che la madre, con “una condotta criminosa”, abbia inflitto sofferenze psichiche alla figlia. Un’accusa abnorme.

Archiviata dal giudice nel maggio 2008, su richiesta dello stesso pubblico ministero. Ora la donna ha denunciato l’assistente sociale che aveva seguito il suo caso: la procura di Roma ha aperto un’indagine. “Mia figlia chiede solo di tornare a casa. Vuole fare una vita normale, come quella di prima ” spiega, mentre si alza dal divano a fiori verdi del soggiorno per preparare un tè. “Ogni giorno mi domando come mai sono finita in questo gorgo: non esiste alcun motivo, se non l’accanimento personale. O un interesse economico”.
Che esistano o meno tornaconti, una cosa è certa: tenere un bambino in una “comunità protetta” costa molto. E non assicura quella stabilità affettiva che potrebbe offrire una famiglia.

Anche per questo motivo il governo sta cercando in ogni modo di incentivare l’affido familiare. “Porterebbe un grande risparmio economico e soprattutto maggiore benessere per i minori” dice Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare. “La soluzione ideale sarebbe chiudere le comunità e collocare temporaneamente tutti i minori in altre famiglie: cosa che oggi è impensabile”.

Un’utopia, appunto. “Il problema è che sono pochi i genitori disponibili” dice il pediatra veronese Marco Mazzi, presidente dell’Associazione famiglie per l’accoglienza: “Su dieci richieste d’affido, riusciamo a dare risposta solo a due”. Una scelta fatta da poche coppie, e di buonissima volontà: ricevono qualche centinaio di euro al mese per un bambino che comunque alla fine non potranno mai tenere con sé.
“E bisogna garantire anche i contatti con i veri genitori, che devono vedere i minorenni periodicamente” chiarisce Mazzi. Le cose, però, spesso vanno diversamente.

Valentina Timofiy, un’ucraina bionda arrivata in Italia come badante, da più di tre anni non vede la figlia dodicenne. È stata affidata “provvisoriamente ” a una famiglia di Genova: per scoprirlo ha dovuto assoldare un investigatore privato. Nonostante molte lacrime e mille telefonate, non le hanno mai voluto dare informazioni.
Timofiy, 41 anni, oggi vive a Tortona, in provincia di Alessandria, assieme al suo nuovo compagno. La casa è piena di ninnoli e di foto della figlia. “Le hanno fatto il lavaggio del cervello ” accusa.
La donna ha la sofferenza stampata sul volto. “L’ultima volta che l’ho vista mi ha domandato: “Mamma, perché mi hai dimenticata?”. Le ho spiegato che io penso a lei ogni minuto della giornata. Ma che mi vietano d’incontrarla“.
Timofiy comincia a piangere. Ha anche tentato di buttarsi da una finestra, ma è stata salvata dal convivente. Ormai vive senza la figlia da quattro anni. Alla fine di ottobre il tribunale dei minorenni di Milano ha deciso… di non decidere: l’ennesimo provvedimento temporaneo. I giudici hanno interrogato anche la coordinatrice del servizio sociale degli stranieri di Milano: “La signora è una madre attenta, in grado di occuparsi della figlia” ha assicurato. “Ma non è stata mai aiutata né sostenuta dai servizi sociali”. Così il tribunale ha stabilito: la madre deve riprendere a incontrare la figlia.

Quella figlia che in tre anni ha visto soltanto una volta, qualche settimana fa. Nascosta nella sua auto, è riuscita a scorgere una ragazzina con i capelli e gli occhi neri: usciva da scuola e dava la mano a una madre. Che però non era lei.

 
dibattitopubblDate: Sabato, 14/11/2009, 06:58 | Message # 19
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http://torino.cronacaqui.it/news-ol....28.html

I dati dell’Osservatorio della Regione Piemonte. Solo il 10% dei casi riguarda violenze e abusi
Oltre 3.000 bambini “rapiti” alla famiglia da giudici e psicologi

TORINO 17/04/2009 - «Sua figlia ha disturbi dell’attenzione in classe e crediamo che il motivo sia legato alla sua impossibilità di seguirla appieno o alla sua “inidoneità genitoriale”». In parole poverissime, il bambino è lasciato allo sbando e il papà o la mamma non sono genitori come dovrebbero. A qualunque genitore, se in buona fede, un discorso di questo tipo farebbe gelare il sangue. Eppure capita pure questo a padri e a madri che vedono sottrarsi i figli senza un oggettivo motivo, diverso da maltrattamenti, abusi sessuali, condizioni economiche precarie, abbandono. Secondo i dati dell’Osservatorio per l’infanzia della Regione Piemonte e dell’assessorato alle Politiche sociali, per la maggior parte dei casi (76,8%) gli allontanamenti dei minori non avvengono per fatti gravi ma per valutazioni “soggettive”. Si parla cioè di “incapacità genitoriale” o di “metodi educati non idonei” o ancora di “impossibilità dei genitori a seguire i figli”, che sono croci o appellativi che si portano sulle spalle la grande maggioranza di padri e madri, nonché fenomeno in crescita, tanto che dal 2000 a oggi è aumentato del 20-30%. I minori, invece, allontanati per motivi “oggettivi” sono orfani (3,63% ), in stato di abbandono (9,81%) oppure maltrattati (4,72%). «Per tutti gli altri ci sarebbero degli allontanamenti impropri verso comunità o in famiglie affidatarie – denunciano le associazioni che hanno aderito al Movimento “Cresco a casa”, nato come manifesto associativo per impedire i cosiddetti “allontanamenti impropri dei bambini” - e che oltre a provocare disagio per le famiglie e per gli stessi minori, hanno anche un costo enorme».

3.500 senza famiglia
Nella nostra Regione 3.498 minori nel 2006 risultavano allontanati dalle loro famiglie naturali: di questi 2.319 erano in stato di affido famigliare e 1.179 vivevano presso comunità della Regione. I minori comunitari ed extracomunitari allontanati risultano il 10%. «Quanto costa ai cittadini piemontesi tutto questo?» si domanda Gianluca Vignale (Pdl-An) «Per i bambini in affido il costo è di svariati milioni di euro, per i minori nelle comunità è di oltre 35 milioni di euro l’anno, una cifra quest’ultima che è quattro volte superiore a quanto la Regione stanzia sulla legge per il sostegno alla famiglia. Rileviamo che oggi l’affidamento è un settore in cui la Regione investe un mucchio di soldi in modo ingiustificato rispetto al numero di persone che segue. Si sostenga perciò la famiglia e non le strutture ricettive che accolgono i minori».

Criteri di valutazione
«In campo giudiziario la valutazione e l’azione giuridica si devono fondare su elementi certi, dimostrabili e ripetibili, mentre la sottrazione coatta di minori e falsi abusi hanno un comune denominatore che trova origine nelle discipline psicologiche e psichiatriche». Lo denunciano a gran voce gli esponenti delle associazioni che hanno aderito al movimento associativo “Cresco a casa”. Secondo Adiantum, associazione di associazioni nazionali per la tutela dei minori, i tribunali ordinari, minorili e le parti in causa devono affidarsi esclusivamente a psicologi adeguatamente formati e iscritti in appositi albi, pena l’inutilizzabilità degli atti. «Solo così - afferma Vittorio Apolloni, presidente - potrà essere garantito a chiunque un processo e una conoscenza dei limiti delle scienze psicologiche e psichiatriche garantendo i terzi da insane aspettative». Così ecco cosa chiedono le associazioni del Movimento “Cresco a casa”: «un po’ più di umiltà e di buon senso, ma anche che la sottrazione dei bambini alla propria famiglia possa avvenire solo sulla base di fatti gravi e accertati o solo dopo l’acquisizione di prove oggettive attendibili, che le perizie psicologiche-psichiatriche abbiano solo valore di opinioni e non siano considerate “accertamento della verità” e, infine, che le famiglie abbiano il diritto della parità tra accusa e difesa».

Liliana Carbone

 
dibattitopubblDate: Domenica, 15/11/2009, 01:16 | Message # 20
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http://www.gesef.org/20-nove....itti-ne


"20 Novembre Giornata Mondiale dell'Infanzia." Manifestazioni di protesta in tutt'Italia per i Diritti Negati ai Figli dei Genitori Separati.

La Convenzione Internazionale dell’Infanzia compie 20 anni.

1989-2009, “I favolosi diritti dell’Infanzia”…

Vera tutela o Vergognoso Business?


L’originale volontà di assicurare tutela, protezione e benessere all’infanzia , si è trasformata, nel nostro Bel Paese, in un vero e proprio business; sono molte le associazioni di padri, madri e genitori separati, nonni, associazioni e movimenti culturali di ogni parte d’Italia, che - nel ricordare l’evento della firma della Convenzione Internazionali dell’infanzia - colgono l’occasione per denunciare la “vera violenza” che viene esercitata istituzionalmente oggi sui minori. In molte città, oggi davanti a Tribunali Minorili e sedi dei Servizi Sociali verrà distribuito questo comunicato, a testimonianza.
Sono, come sempre, voci fuori dal coro e denunceranno senza retorica i soprusi, le aberrazioni e le violenze che il Divorzificio e l'enorme business della "tutela dell'Infanzia" auto-produce, per accaparrarsi i finanziamenti stanziati dalle istituzioni preposte all'Infanzia.
30.000 minori ospitati in case di accoglienza, per lo più sottratti ai loro genitori senza un'attenta verifica delle loro capacità, con un esercito di operatori sociali (in maggioranza in sub-appalto attraverso protocolli bilaterali) privi d’idonea qualifica professionale e di adeguata esperienza.
Migliaia di padri in incontri protetti, madri in ostaggio di cooperative e centri di accoglienza, bambini utilizzati solo come fonte di reddito, con il preciso obiettivo di ospitarli il più a lungo possibile: questo il meccanismo infernale che fa girare il business della tutela dei minori.

Per non parlare dell’inapplicata legge sull’affido condiviso del 2006 e sulle vergognose resistenze culturali dei giudici nell’affidare comunque alla madre la collocazione, la casa coniugale e l’assegno di mantenimento, con frequentazioni “ad ore”, in barba al sacrosanto principio della Bigenitorialità, sancito dalla legge stessa.
Quando lo Stato pretende di sostituirsi ai genitori e getta dalla finestra anche l’insostituibile figura e presenza de genitori e dei nonni - in teoria per il bene dei bambini, in pratica per un controllo sociale sul cittadino e sui suoi bisogni - cessa ogni garanzia del Diritto. Con un dispendio di risorse pubbliche quantificabili in milioni di euro, spesi dalle amministrazioni locali senza mai rendere pubblici i bilanci né le "associazioni" beneficiarie che gestiscono il business.

Il Sistema non può più auto-giustificarsi: ciò che noi denunciamo da troppi anni è ormai a conoscenza di tutti. Milioni di genitori sono consapevoli che va riformato interamente il settore delle politiche sociali, e da anni chiedono una riforma a sostegno della Bigenitorialità: in modo che il bambino venga sostenuto e guidato in primis dai suoi genitori all'interno della sua famiglia, nel rispetto della stessa, dei suoi valori, e dei legami affettivi di riferimento, fondamentali per un corretto percorso evolutivo.

Vent’anni fa, il 1989 si chiudeva con due eventi storici di eccezionale portata planetaria che ha condizionato e modificato gli eventi storici successivi, nel bene e nel male. La caduta del Muro di Berlino e la CONVENZIONE ONU sui Diritti dell’Infanzia, firmata a New York.

A Berlino, i Capi di Stato di tutta Europa hanno ricordato il primo evento, a Napoli il Governo Italiano saluterà il ventennale della Convenzione con la Conferenza Nazionale sull’Infanzia, in programma nei giorni 18, 19, e 20.
“La Conferenza vuole essere l’occasione per trarre un bilancio dei risultati raggiunti negli ultimi anni nonché proporre nuovi obiettivi, non solo alle istituzioni, ma a tutto il mondo impegnato nella promozione dei diritti dell’infanzia e dovrà rappresentare un momento istituzionale di ascolto, elaborazione e partecipazione su temi che interessano non soltanto gli “addetti ai lavori”, ma anche bambini, ragazzi e famiglie. È un momento importante di incontro tra saperi e poteri, conoscenze professionali e responsabilità politico-istituzionali, esperienze associative e rappresentanze sociali, aperto alla partecipazione di tutti.”[dal sito del Ministero del Lavoro, organizzatore dell’evento].
A vent'anni dalla storica firma della Convenzione, andremo alla Conferenza di Napoli come in numerose piazze anche per chiedere al Governo Italiano di portare a termine quel percorso iniziato dall'ex Ministro della Giustizia Castelli, sull'abolizione delle competenze civili dei tribunali minorili.
E proporremo una strutturale riforma dell'operatività dei Servizi Sociali, che consideriamo alla base di qualunque intervento in favore dell'Infanzia e della Famiglia.

A questo scempio, Diciamo BASTA!

CCDU(Comitato Cittadini Diritti Umani)
CNB(Coordinamento Nazionale per la Bigenitorialità)
Ass. FENBi -Federazione Nazionale Bigenitorialità. http://www.fenbi.it
Ass. Gesef- Genitori Separati e Figli, www.gesef.it
Ass. Genitori Sottratti, per la Bigenitorialità, http://www.genitorisottratti.it
Ass. Figli Liberi- http://www.figliliberi.it
Ass. Papà Separati Savona
Ass. Papà Separati Lombardia Onlus - http://www.papaseparatilombardia.org
http://comunicazionecondiviso.blogspot.com
www.progettoetico.blogspot.com
http://www.paternita.info

e tanti genitori e nonni che non vedono più i loro nipoti grazie a questo sistema che “esclude” che non sa far crescere la coscienza sui temi dell’infanzia pur professandosene tutore.

 
Eugenio_TravaglioDate: Lunedì, 16/11/2009, 06:27 | Message # 21
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SERVIZI SOCIALI. Quando il potere dà alla testa. In Italia è difficile recuperare la genitorialità perduta

di Eleonora Montanari

15/11/2009

E' un delirio di onnipotenza, quello che ha colpito i servizi sociali di San Giovanni in Persiceto (BO), i quali, con il loro operato, rivelano quanto sia elevato il pericolo di essere danneggiati da un abuso di posizione dei servizi. Il caso è quello di una mamma di Correggio (RE), a cui il tribunale per i Minorenni di Bologna e il Servizio Sociale del Comune di San Giovanni in Persiceceto (BO) hanno sottratto i figli. Nonostante questa mamma abbia fatto dei passi avanti, si sia mostrata collaborativa col servizio, fornendo tutte le notizie che la riguardano, aderendo ai programmi prospettateli e rispettando tutti gli incontri previsti e, nonostante in tutti questi anni abbia dimostrato ininterrottamente il proprio interesse e attaccamento ai propri figli (almeno questo non è stato mai negato dai servizi!), per i SS [Servizi Sociali] tutto questo non è sufficiente in quanto: “La signora, tuttavia, non riconoscendo alcuna sua responsabilità e difficoltà personale, ha aderito a queste proposte senza sviluppare alcun cambiamento.” Trovare un lavoro, una casa e prendere la patente non è forse un cambiamento? Nel decreto stesso che dispone l’affidamento di sua figlia alla famiglia affidataria e l’affidamento di suo figlio al Comune di Forlì o al Servizio competente per il Territorio si legge tra il resto:
- che la madre si è sempre presentata regolarmente e puntualmente a tutti gli incontri con i figli nonché ai colloqui fissati con il servizio e, negli ultimi anni anche ai colloqui con lo psicologo, nel rispetto del percorso delineato dagli operatori …;
- che oggi la signora ha acquisito una propria autonomia e stabilità: ha un impiego lavorativo stabile a tempo indeterminato dal 2007, ha una propria abitazione, ha conseguito da tempo la patente di guida ed ha acquistato un’auto.

A dire degli assistenti sociali la mamma “si è rivolta ad un legale ed ha cercato appoggi dalla stampa”. Ci si chiede: perché i SS dovrebbero cercare di impedire che un genitore si rivolga alla stampa ? E perché un genitore che rischia di perdere i figli non dovrebbe ricorrere a un legale ? Un genitore farebbe di tutto per avere i suoi figli. Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani sosterrà la battaglia di questa mamma e dei suoi figli affinché non venga violato il loro diritto ad avere una famiglia.
E come abbiamo già denunciato non è un caso isolato. La possibilità di violazioni e abusi è drammaticamente alta, come confermato dai numeri. In Italia sono quasi 35.000 (anche se il numero non è definitivo) i bambini sottratti alle famiglie con costi sociali per la comunità che superano i 4 miliardi di euro. Per quanto possa sembrare incredibile, oggi ad una famiglia qualsiasi possono essere sottratti i loro figli, tramite una decisione del Tribunale dei Minori, sulla base di rapporti scritti degli psicologi, assistenti e psichiatri che valutano l'operato dei genitori secondo il loro capriccio e opinioni. L'Italia è il paese delle garanzie: assassini, stupratori, perfino chi commette abusi sessuali su minori ha la possibilità di riscattarsi nella società. Per i genitori che sbagliano, questa garanzia non funziona. Mai.

* Presidente Assoziazione "Tu Sei Mio Figlio" - Novara

Sergio da Taranto: E' triste leggere questi dati e queste situazioni. Anche il sottoscritto si è rivolto a giornali e Tv ed anche al sottoscritto i S Sociali hanno contestato la divulgazione della mia storia tramite stampa...è chiaro che 1000 storie tutte insieme avranno un altro peso,nel transitorio vengo considerato dai S.S. un caso isolato.

 
dibattitopubblDate: Martedì, 17/11/2009, 06:51 | Message # 22
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dibattitopubblDate: Martedì, 17/11/2009, 06:55 | Message # 23
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Un caso particolare, da riflettere:

I genitori vendevano il loro piccolo sulle vie di Genova, di che ci sono state testimonianze e segnalazioni dei cittadini, però, incredibilmente il bambino è stato restituito alla coppia dopo due settimane! Il bambino ha gravi problemi di salute e pare che proprio il fatto che il bambino non è sano, ha portato alla restituizione del bambino. Se il bambino fosse sano, sarebbe tornato dai genitori? ? ?

 
dibattitopubblDate: Martedì, 17/11/2009, 07:23 | Message # 24
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dibattitopubblDate: Martedì, 17/11/2009, 08:02 | Message # 25
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VisitatoreDate: Lunedì, 23/11/2009, 08:44 | Message # 26
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Assistenti Sociali: la nuova casta

http://familiafutura.blogspot.com/2009/03/assistenti-sociali-la-nuova-casta.html

Quando e perchè gli assistenti sociali vengono considerati dei mostri? Perchè alcuni persorsi delicati vengono seguiti in maniera troppo superficiale arrivando a sconvolgere la vita dei bambini e dei loro genitori? Perchè -alcuni- di questi assistenti possiamo considerarli dei mostri incapaci mentre altri dimostrano professionalità e preparazione? Parlerò prossimamente di un caso che sta distruggento emotivamente una famiglia del nord Italia e, intanto, vi ripropongo il mo articolo che ha suscitato un interesse che, devo dire, già prevedevo.
Importanti compagnie turistiche italiane hanno compreso l’importanza della ‘formazione’ dei dipendenti come strategia necessaria allo sviluppo del turismo con conseguente aumento dei guadagni . La formazione comincia alla radice, dagli aspiranti camerieri e aiuto cucina dei ristoranti, addetti alle pulizie degli alberghi, portieri dei musei, ecc. Quando un cliente rimane scontento del servizio di un ristorante, attraverso la sua voce farà una cattiva pubblicità all’esercizio e, a lungo andare, questo dovrà chiudere i battenti. Giusta pena per chi non ha operato con professionalità.
Ci sono situazioni ben più gravi della chiusura di un esercizio commerciale, situazioni per cui non esiste nessun tipo di resoconto o punizione. Gli errori commessi dal Tribunale dei minori e le inadempienze degli assistenti sociali, ad esempio, non vengono neppure verificati. Chi controlla il loro operato? Chi stabilisce la giusta pena per gli errori commessi?
Rileggendo a ritroso alcune decine di casi in cui i minori hanno subito danni a causa della mancata verifica, nel tempo, della situazione psicologica e la sofferenza di chi ha subito la separazione di un figlio, mi sono reso conto che le colpe da attribuire ad alcuni di questi dipendenti incapaci sono molte. E’ grave che a pagarne le spese siano i bambini.
Troppo facile che, per evitare che scoppi in casa, si lanci dalla finestra una bomba innescata senza preoccuparsi di dove andrà a finire e di quali gravissimi danni farà altrove. Per loro conta l’oggi, non il domani.
Dove finisce la responsabilità del tribunale dei Minori? Dove comincia la responsabilità degli assistenti sociali e fino a che punto è giusto godere di invulnerabilità penale da parte di questa categoria di impiegati? Che percorso di studi e quale tirocinio professionale hanno sostenuto questi signori che, forse involontariamente, hanno il potere di distruggere la vita di adulti e di bambini?
La cosa più logica sarebbe che il Tribunale stabilisse un percorso psicologico per tutti i componenti della famiglia a rischio, un sostegno che duri nel tempo, anche dopo l’eventuale sfascio, in modo che non si verifichino situazioni come quella della bambina morta di stenti in Puglia o il triplice omicidio compiuto da Antonio Faccini. Saranno forse puniti quegli assistenti sociali che non hanno verificato cosa stava accadendo nella casa della bambina di Puglia? Allo stesso modo è impensabile lasciare allo sbaraglio i genitori che vengono separati dai figli o, peggio, che perdono la patria potestà, alcuni di loro, lo provano i fatti, possono diventare delle mine vaganti. Capito adesso dove finisce allora la bomba gettata dalla finestra?
Non dobbiamo più accettare le solite risposte tipo: ‘possiamo mica monitorare questi casi per anni?’. La risposta è : ‘CERTO’. Bisogna assolutamente monitorare per anni le situazioni difficili e pericolose perché stiamo parlando di BAMBINI. Siamo, giustamente, disgustati per quei bambini abbandonati a sé stessi nei paesi del terzo mondo, dove è infantile una buona parte della mano d’opera e quindi lo sfruttamento; quello che si perpetua nel nostro paese, però, non è certamente meglio. Chissà quale sarà l’epilogo della vicenda dei fratellini di Gravina di Puglia, ma temo che anche questa volta, il Tribunale dei minori e i vari assistenti sociali, che avrebbero dovuto occuparsi di loro si sono limitati a lanciare la bomba dalla finestra. Dicono che gli assistenti siano stati interrogati, ma signori miei, cosa volete che sappiano se il loro lavoro è terminato quando la famiglia cominciava a sfasciarsi? Avrebbero dovuto continuare a monitorare questo nucleo diviso e il tribunale, dopo aver inferto il suo colpo ‘vivisezionistico’, avrebbe dovuto assicurare la tutela di piccoli.
Vorrei chiedere ufficialmente a chi ha il potere di fare qualcosa in Italia, e mi rivolgo a un paio di Ministri ‘importanti’, del passato e del presente, di stravolgere completamente quello che è il Tribunale dei Minori, che, a conti fatti, invece di essere un organo preposto alla salvaguardia dei minori è diventato il lupo mannaro. Ancora una volta credo che sia sufficiente il Tribunale ordinario, che potrebbe nominare assistenti sociali validi, equamente remunerati, psicologi,medici allenati e preparati quindi organizzare metodi di controllo sulle famiglie a rischio, onde evitare che i bambini subiscano, paradossalmente, le gravi conseguenze del mal operato del tribunale nato per loro.
Mani pulite, piedi puliti e, questa volta, mettiamoci pure ‘Tribunali coscienti’. Verifichiamo percorso psicologico degli assistenti sociali, il loro itinerario di studio e la loro esperienza, stabiliamo fino a che punto arrivano le loro responsabilità che, a mio avviso, non dovrebbe conoscere limiti e, soprattutto, puniamo severamente anche i loro errori se dovuti a negligenza e menefreghismo. Un chirurgo inesperto non può intervenire sul cuore di un paziente, ugualmente assistenti e tribunali non possono permettersi di sbagliare e, se è necessario agire in maniera decisa, dev’essere loro preciso dovere organizzarsi per il monitoraggio. Come potrebbe farlo il tribunale dei minori che ha dei tempi di azione che arrivano anche a tre anni? In questi tre anni di disagi psicologici accade di tutto. Continuando così non faremo altro che dar vita a nuovi mostri partoriti dai soliti lupi mannari. Parliamone tanto, diffondiamo questo pensiero perché è da qui che nasce il male. Giornalisti, scrittori, artisti, professionisti e politici…dateci una mano.
Cosmo de La Fuente

 
StopTraffickingOfChildrenDate: Lunedì, 23/11/2009, 19:44 | Message # 27
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http://www.ccdu.org/daria-tolta-alla-famiglia-e-messa-in-una-comunit-alloggio

Daria, tolta alla famiglia e messa in una comunità alloggio

In nome del popolo italiano

Anche Daria ha sei anni, ma diversamente da me li ha compiuti nell'anno 2000. Daria F. ha una mamma bellissima, capelli e occhi neri, il viso sempre abbronzato, e quelle mani morbide che la sanno carezzare con così tanta dolcezza, al punto che certe volte si sente tanto in colpa perché proprio non le riesce di rispondere a tutte le domande che le vengono poste, e non ha ancora imparato bene a sorridere, sarà anche per la tristezza di vederli sempre cupi lei e papà, non si vive bene nell'anno 2000 senza avere un lavoro fisso, e forse papà che è ancora così giovane avrebbe bisogno anche lui di andare ogni tanto in vacanza, o di non avere sempre paura di cosa accadrà domani, ma i soldi non bastano mai, lo dicono sempre mentre stanno a tavola e certe volte Daria non può telefonare ai nonni perché la Telecom ha sospeso l'abbonamento. Il Capo del Governo dice che l'economia va benissimo, e questo Daria proprio non lo capisce, non riesce a capire perché allora certe volte suo padre resta in casa per intere settimane, perché di lavoro ce ne è poco anche se papà sa fare di tutto, dall'elettricista, al muratore, persino il falegname e l'idraulico.

L'Europa delle banche ormai è cosa fatta e infatti tra pochi mesi l'Euro sarà la nuova moneta, mentre invece l'Europa dei diritti è ancora da progettare ma sembra che nessuno se ne dolga: lo dicono anche papà a mamma che questo non cambierà le cose, perché lo stipendio di un operaio precario del nuovo millennio rimarrà sempre lo stesso, sempre troppo basso per consentire loro di sorridere per un minuto in più o di regalare un fratellino.

Crollato il muro e fatta l'Europa, a distanza di più di trent'anni anche Daria sta per incontrare un poliziotto, anzi una poliziotta, con gli occhi scuri come i suoi ed uno sguardo deciso sul viso dolce da bambina, che cerca di consolarla e le spiega che deve venire via con lei, che si tratterà di poco, che un giudice importante ha deciso di darle una vita diversa e migliore: “Cos'è una vita migliore?” domanda Daria e la poliziotta non sa rispondere mentre un poliziotto maschio consegna a mamma e papà un foglio che li fa piangere e poi, mentre la poliziotta le parla dolcemente ma la tiene in braccio con forza, senza consentirle di scegliere e senza più ascoltarla, Daria abbandona forse per sempre la sua cameretta senza vedere per l'ultima volta i suoi giochi.

Quando poi il poliziotto maschio dà una spinta forte per cui papà finisce contro il muro e cade in terra, allora Daria comincia a gridare e a divincolarsi, ma la presa della poliziotta si fa sempre più forte e decisa, e allora chiede a papà perché la stanno arrestando, lo diceva anche la televisione che i bambini sono troppo piccoli e non si possono mai arrestare, ma a quel punto la poliziotta comincia a correre giù per le scale mentre adesso sono diventati tre agenti che tengono fermi mamma che piange disperata mentre papà cerca umilmente di farli spostare, e prigioniera di quella presa invincibile Daria riconosce intorno a sé gli sguardi ed i visi di tutti i vicini di casa che nel frattempo si sono radunati nel cortile, e inseguono gli agenti vestiti di blu, poi la poliziotta che piange anche lei la fa salire in macchina, e quel rombo del motore che si fa sempre più aggressivo, quando lo sportello si chiude e attacca la sirena, e Daria capisce che sta accadendo, che è già accaduto qualcosa, e che si tratta di qualcosa di irreparabile, e soltanto in quel momento comincia a gridare forte ”Mammaaa....mammaaaa...” ma ormai è tardi, l'avesse fatto prima forse tutto si poteva fermare. Nessuno sente la sua voce, soffocata dal verso della sirena e del motore, che grida disperatamente, e si capisce ormai che non c'è più tempo per nulla, tutto il tempo che c'era è già finito così, all'improvviso, ormai ne è sicura, non ha più dubbi quando la volante azzurra parte via sgommando tra la folla indignata che grida, gesticola e sputa anche contro i vetri.

Piano piano la casa diventa sempre più piccola fino a scomparire nel lunotto posteriore, e d'improvviso il prato sterminato dell'infanzia rivela il proprio inganno, scompare anch'esso insieme alla casa di mamma e papà, mentre quella sirena assordante che fa venire voglia di morire continua a pretendere la strada libera e fa scansare tutte le macchine, esattamente come il giudice ha ordinato questa mattina, per dare a Daria una vita migliore.

E Daria finalmente piange, a dirotto, lacrime adulte. In nome del popolo italiano.

La cosa brutta

A Daria non riesce proprio di giocare con gli altri bambini, lei preferisce restarsene seduta sulla panchina di marmo a contare quanti sono i sassolini di colore diverso dal bianco, in quella ghiaia che si stende tutta intorno come uno sterminato continente vuoto.

Come vuoto è anche il suo cuore, perché pure l'ultima volta che la mamma è venuta a trovarla papà non c'era, papà non c'è mai e lei non ci crede proprio che sono le suore che non lo fanno entrare, lei non ci crede più che in realtà papà aspetta di fuori e si sforza tanto con il pensiero affinché lei possa sentire che è a pochi metro oltre quel muro invalicabile, che la pensa e che le vuole bene: Daria non riesce a sentire il pensiero di papà, non crede che il pensiero e l'amore si possano sentire, lei è convinta che l'amore si debba toccare e vedere, che stia dentro le carezze, dentro i sorrisi, dentro i regali, nel suono rassicurante di quella voce amorosa che da mesi ormai non riesce neanche a ricordare, Daria è sicura di avere finalmente capito la verità e la verità è che papà non la vuole più con sé, altrimenti verrebbe a prenderla subito e la porterebbe al mare a vedere le barche come faceva l'estate scorsa.

Così se ne sta lì ferma e seduta a contare i sassolini di colore diverso dal bianco, che sembrano pochi in mezzo a tutta quella ghiaia eppure alle volte ci vuole un pomeriggio intero per sapere quanti sono, e poi non è mai sicura di averli contati tutti. La Suora dalle scarpe bianche deve essere la più importante in quella prigione dei bambini, perché tutte le altre hanno invece le scarpe aperte come quelle che si vedono ai piedi di San Francesco dei Santini che si prendono in Chiesa, così quando le vede comparire sotto i propri occhi capisce che come sempre le darà un ordine al quale come sempre dovrà ubbidire senza discutere, perché la Suora dalle scarpe bianche le ha detto fin dal primo giorno che lei è l'unica che può parlare al giudice per farla tornare a casa, quando sarà guarita, perché lei è malata, Daria non sa di quale malattia ma deve trattarsi di una cosa grave se papà non la vuole più con sé e neanche la viene a trovare, e se mamma piange, piange sempre, da quando arriva a quando se ne deve andare.

“Tesoro...” dice quel fantasma silenzioso dallo sguardo severo, e Daria alza gli occhietti abbandonando la conta “.... vieni con me... dobbiamo fare una visita”.

La bimba si alza e cammina dietro il manto bianco di Suor Maria, contando uno per uno tutti i passi di quelle strane scarpe che scricchiolano sempre, persino sull'erba, poi il sentiero si trasforma in gradini, sono uno, due e tre scalette basse che lei saprebbe scendere con un solo balzo, se soltanto in questo posto fosse permesso saltare e correre, dopo le quali riconosce il pavimento di marmo grigio dell'androne, quello che girando a destra si va nel refettorio e a sinistra, invece, alle camerate dove quando finalmente si spengono le luci Daria può piangere con la faccia dentro al cuscino, perché in quel modo nessun può sentirla e quindi nessuno la sgriderà. Poi d'improvviso, seguendo quel bianco scricchiolio, le forme del pavimento cambiano, i lastroni larghi di marmo grigio si trasformano in mattonelle quadrate color panna, deve essere un percorso nuovo quello che stanno facendo, e infatti a un certo punto Daria si ferma insieme alle scarpe di Suor Maria, che spinge una porta socchiusa in fonda alla quale, lo vede alzando gli occhi, c'é un uomo con un camice come quello dei dottori, è un dottore, forse mi curerà quest'oggi, immagina la bimba, e stasera stessa potrei essere guarita, potrei tornare a casa.

I due parlottano, e Daria stavolta rivolge il suo sguardo fiducioso a quell'uomo alto e magro, con pochi capelli bianchi, che adopera un tono suadente, e le promette anche che "dopo" le darà una caramella.

Una caramella. Il timore che tratteneva a stento d'improvviso si muta in angoscia, Daria smette subito di sorridere, e si irrigidisce, perché ricorda benissimo le parole che le hanno sempre detto mamma e papà: “Attenta agli uomini che ti offrono le caramelle, potrebbero avere cattive intenzioni, non ti fidare, potrebbero farti una cosa brutta”.

Le mani fredde di Suor Maria stanno slacciando i bottoncini del grembiulino a fiori, mentre i due ripetono con tono fermo:

“Ora ti faremo una bella visitina” e Daria spaventata pensa che forse è proprio quella la cosa brutta di cui parlavano mamma e papà, la visitina, e fa per voltarsi e scappare ma la mano fredda di Suor Maria le tira un ceffone sul viso, e mentre le guance sembra le stiano prendendo fuoco quell'uomo faticosamente indossa sopra le mani grinzose e piene di strane e grandi lentigini un paio di guanti di gomma, stretti e bianchi, poi senza dire una parola prende in mano una cosa di ferro che Daria non ha mai visto, con un gesto deciso le abbassa le mutandine, la fa sdraiare ed infine si china verso di le poggiandole addosso quella cosa, comincia a guardarle la patatina e intanto Suor Maria la tiene ferma.

Daria è immobilizzata dalla paura e dallo spavento, e si domanda sopratutto come possa accadere questa cosa brutta senza che mamma e papà intervengano a difenderla, vorrebbe piangere ma non le riesce, non le riesce null'altro che restarsene così, sgomenta, ferma e indifesa mentre quei due le fanno una cosa brutta. Questa è stata la visita ginecologica che Squitini e Suor Maria hanno fatto a Daria, cercando un abuso sessuale che non esisteva: hanno spogliato e visitato una minorenne, una bambina, senza l'assenso dei genitori esercenti la patria potestà e senza che nell'incarico peritale assegnato dal tribunale ci fosse alcuna disposizione in tal senso. Lo hanno fatto e basta, e quando finalmente ne sono venuto a conoscenza ho chiesto all'ordine degli psicologi di radiare Squitini, e alla procura della repubblica di procedere nei confronti di entrambi, quanto meno per violenza privata aggravata ed abuso d'ufficio da parte del consulente tecnico.

Ho un'amica che ha sofferto sulla pelle il dramma incancellabile di una violenza sessuale, e quando le ho raccontato della visita che hanno fatto a Daria mi ha detto che, durante lo stupro, aveva provato le stesse identiche sensazioni di quella povera bimba sfortunata.

La prova

Entriamo nell'androne del vecchio palazzo del centro storico, le pareti dall'intonaco scrostato, Jonathan mi fa strada lungo le scale strette su fino al primo piano, mentre io mi compiaccio di avergli affidato un mandato investigativo ai sensi della nuova legge. Batte due sole volte sull'uscio di legno grosso, la porta si apre. La donna è ben vestita, truccata, ci porge una mano curata, le unghie smaltate di rosso, ha una grossa collana di perle sul collo appena solcato dall'età, sarà anche lei sulla cinquantina. Prova ad abbozzare un sorriso che tento di ricambiare, mentre ci invita ad accomodarci nel salotto, si siede sulla poltrona, io e Jonathan sul divano, in mezzo un tavolo di cristallo con sopra vari ninnoli. Apre un portasigarette e ne prende una, la infila su un bocchino in avorio, poi la accende ed infine si scusa per essersi dimenticata, chiede se anche noi fumiamo.

“Ho le mie” rispondo, e fumo anche io. Jonathan non parla per niente, si limita a guardarla, così sono io a tentare di farle vincere il comprensibile imbarazzo: le chiedo se se la sente di ripetermi ciò che ha detto al mio investigatore, se posso accendere il piccolo registratore tascabile che nel frattempo ho estratto dal taschino, mentre il mio compare inizia a scrivere in stampatello su di un foglio uso bollo che, per comodità, appoggia sul tavolo di cristallo dopo avere spostato alcuni oggetti.

“Dunque signora....”” inizio timidamente, perché questo è uno dei momenti più delicati nell'assunzione di un teste, si devono rispettare una serie di formalità e nello stesso tempo evitare che il soggetto cambi idea e si rifiuti di rilasciare una dichiarazione scritta “....dunque io sono l'avvocato Manfredi Balestra....” dico con tono il più possibile sereno, tenendo il registratore vicino alle labbra, mentre l'altro scrive velocemente. “....lei è, mi corregga se sbaglio, D.F. C., nata a Barletta il xx/x/xxxx, ivi residente in via Nazareth, 51, e ci troviamo nel suo appartamento per sua libera ed espressa adesione al nostro invito”. “Si... ho accettato spontaneamente di rilasciarvi la presente dichiarazione...”

“Dunque signora, lei conosce la famiglia F.?”

“Quelli della bambina... sì li conosco”

“Conosce qualche particolare attinente la loro vicenda giudiziaria che possa essere utile per la Difesa?”

Prende fiato, ha gli occhi lucidi ma si sforza.

“Vede... quando quel signore tanto gentile mi ha detto il motivo della sua visita...” e indica Jonathan “...è stata come una liberazione per me. Mi sentivo orribilmente in colpa per quanto era successo, per certi versi me ne sentivo e me ne sento ancora in parte responsabile.... ma non avrei mai immaginato...”

“Vada con ordine, la prego”

“Ha ragione... andiamo con ordine”

Stavolta mi sembra finalmente decisa, comincio a sentirmi meglio mentre lei riprende il racconto. “Dunque, le dicevo che la Turchi, che poi è l'assistente sociale che ha fatto partire tutto con il suo rapporto al tribunale, abita in questo stesso palazzo. Oddio, non è che siamo amiche però ci si incontra per le scale o nei negozi qui intorno quando si fa la spesa... così un giorno, parlando del più e del meno, le ho detto di questa bambina dal carattere un po' chiusa, che stava nella prima elementare della scuola dove insegno. Al che lei ha cominciato a farmi tutto un discorso sul fatto che quando i bimbi sono taciturni hanno sicuramente subito un trauma e che per le statistiche il 90% degli abusi sui minori sono perpetrati da uno dei genitori, quasi sempre il padre e spesso con la complicità o nell'indifferenza della madre... “

“Mi scusi, ma lei le ha riferito di un motivo particolare che potesse giustificare un pensiero del genere?”

“No... assolutamente. Le ho solo detto che era una bimba difficile da punto di vista caratteriale, sperando che con la sua esperienza potesse darmi un consiglio... non avevo e non le ho riferito di motivi particolare, segni sul corpo, disegni strani o cose del genere... Era così tanto per parlare... poi credevo che gli assistenti sociali avessero.. non so... una laurea in psicologia o cose del genere, e invece...”

“Ma la Turchi cosa le ha detto su Daria, che consiglio le ha dato?”

“Nessuno consiglio... niente.... però alla fine si era talmente tanto interessata a questa bambina che mi ha chiesto di poterla vedere, di poter venire a scuola... io le ho detto che ci dovevo pensare... mi sono allontanata turbata, anche perché alla fine si era raccomandata di non far parola del nostro colloquio tra lei e la bimba, spiegandomi che in un certo qual modo gli assistenti sociali sono come dei pubblici ufficiali... lavorano presso le ASL....insomma danno, almeno sulla carta, determinate garanzie...”

“E lei non ha potuto impedire quel colloquio” sottolineo.

“No... però ho potuto assistervi ed è proprio per questo che mi rammarico di non avere preavvisato i genitori della bambina... quel colloquio è stata una cosa che mai avrei immaginato..”

Accendo un'altra sigaretta e comincio a sentire quella rabbia sorda che mi si manifesta con un aumento repentino dei battiti cardiaci, e quel mal di testa che inizia a picchiare forte sulle tempie mentre mi si gonfiano le vene delle braccia e stringo i pugni come quando, a tredici anni, di fronte ad un'ingiustizia che non potevo tollerare, al campetto dell'oratorio, osavo sfidare il capobanda per dare sfogo a quel insopprimibile istinto di ribellione.

“Come è stato quel colloquio?” scandisco lentamente, e mi ridispongo all'autocontrollo.

La maestra riprende il suo racconto:

“E' stata una cosa orribile, che stenterei a credere se non l'avessi vista e sentita in prima persona. Ha preso da una parte la bimba e poi così, nel corridoio, le ha domandato se aveva mai visto nudo suo padre, sua madre, se li aveva mai visti baciarsi, se quando faceva la pipì era suo padre che le puliva la patatina... e poi...poi....”

“Poi?” le intimo io, e questa volta capisco che nella registrazione si avvertirà il tono alterato della mia voce.

“Poi le ha domandato se avesse mai toccato le parti intime di suo padre o se lui l'avesse mai baciata sulla patatina... insomma una cosa orribile...”

“E la bambina cosa ha detto?”

“Era visibilmente sconvolta... ha cominciato a guardarmi spaventata ed io non sapevo cosa dirle... così ho cercato di interrompere quella che mi pareva, in estrema sostanza, null'altro che una violenza gratuita, e ho detto alla Turchi "la smetta... la prego... ma non vede che la bambina è sconvolta?"....”

“E la Turchi?”

“Quella è stata la fine, il passaggio risolutivo, al quale ho contribuito senza rendermene conto, perché è stato allora che la Turchi ha esclamato: "Esatto! E' sconvolta! Vuol dire che le mie domande le hanno fatto riaffiorare alla mente cose che non voleva ricordare..." ...ed io naturalmente le ho risposto che qualsiasi bambino di fronte a domande del genere sarebbe rimasto sconvolto... ma che modo di fare è questo?”

“Poi?”

“Poi basta. Se ne è andata via con la direttrice, non prima di avermi diffidato dal rivelare ad alcuno il colloquio di quella mattina... ma mi scusi avvocato... ma davvero è solo per quel colloquio che è accaduto tutto ciò che è accaduto... tutto quel male... quel dolore... quella vergogna...?”

“Temo di si”

“E come è possibile, ma il giudice li ha mai ascoltati i F. ... e la bambina... ci ha mai parlato il giudice con la bambina... e poi quella pazza dell'assistente sociale... ma è come dicono i giornali, davvero sono tutti così?”

“Signora, quel tipo di giudici non parla neanche con gli avvocati, sebbene la legge gliene imponga il dovere... figuriamoci se ascolta i bambini...” sto per partire con una delle mie filippiche, ma fortunatamente basta un cenno di Jonathan per riportarmi alla realtà. Ho un verbale da completare, e da domani, spero, avrò finalmente qualcosa di decisivo per rivoltare l'intera situazione. Rileggiamo quanto Jonathan ha fedelmente trascritto, firmiamo e mezz'ora dopo usciamo visibilmente soddisfatti.

“Vorrei mangiare del pesce” propone Jonathan.

“Ottima idea...” rispondo “... forse conosco un posto con vista su questo mare meraviglioso... anche se ci vorrà un pochino per arrivarci”

“Perché.. hai fretta per caso?”

“No...” rispondo sorridendo come non facevo da tempo, e ci incamminiamo. Ho qui nella tasca, in duplice originale, la prova della montatura, la prova stessa dell'esistenza di un'associazione per delinquere che ha fatto del professionismo dell'antipedofilia un mestiere con cui arricchirsi sulla pelle di genitori e bambini innocenti: il teste ha parlato e ha firmato.

Non ho più fretta, dunque, finalmente posso godermi un bel piatto di pesce in questa terra meravigliosa.

 
StopTraffickingOfChildrenDate: Lunedì, 23/11/2009, 20:02 | Message # 28
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Una lettera che gira in rete rivolta ai giudici dei tribunali dei minori e tribunali ordinari civili, i cui si occupano delle separazioni

Lettera a un magistrato mai nato

Caro magistrato,

che il giorno che sono entrato nel tuo ufficio non sapevi neanche come mi chiamavo e cosa facevo. Non avevi avuto il tempo di aprirlo il mio faldone.
Così il mio nome me lo hai chiesto. Mi hai poi spiegato che secondo te, secondo la tua interpretazione della legge, i bambini devono sempre e comunque stare con la mamma. Non col genitore più idoneo, come prescrive la legge. Non so su quale libro di pedagogia l’avessi letto. O su quale codice. Comunque me lo hai chiarito subito come una sentenza definitiva … quando la causa era appena iniziata; e mi hai invitato a uscire. In fretta perché il caffè, mi hai detto, quel mattino non lo avevi ancora bevuto. E fuori, come scardole in frega, decine di coppie si accalcavano all’uscio.
Cinque minuti. Perché, anche se la legge è uguale per tutti, io non merito le 5 ore di udienza del calciatore e di quella della TV. Non avevo fotografi fuori, io. Perché la mia è una causa evidentemente inutile. Come molte. Forse la maggior parte. Come quelle che non vanno sui giornali.
Tanto non saresti entrato nel merito. Eppure, se ci pensi bene, a lavorare così infirmi la tua stessa figura. Il magistrato è inutile: bastano i codici! E’ già tutto scritto. Non c’è bisogno di valutare e di pensare.
“Non si tolgono i bambini alle mamme; anche a quelle come la sua consorte che, lo ammetto, non si rende conto dei danni che sta facendo; non è pregiudizio, è prassi giuridica”. Così mi hai detto.

Tanto sapevi che la prima parcella dell’avvocato mi avrebbe dissuaso dal continuare. Oppure l’affitto della nuova casa. O le parcelle delle varie CTU,CTP che sulle disgrazie degli altri talora ci vivono, talaltra ci speculano. E altrimenti ci avrebbe pensato la rata del mutuo di una casa in cui non potevo più abitare.
Che poi, quando ti ho dimostrato che la casa in questione era vuota e andava in rovina perché moglie e figlio vivevano da tutt’altra parte, hai fatto spallucce. Tanto non era la tua.
E se no ci avrebbe pensato lo psicologo del tribunale a minimizzare il fatto che da 5 mesi non riuscivo a vedere mio figlio; niente ai fini dell’affido, avrebbe detto, in confronto al mio approccio infantilistico che sarebbe risultato, quello sì, di grave nocumento alla prole…E se, come a un mio amico, fosse capitato l’unico psicologo che avesse avuto il coraggio di sentenziare che il miglior assetto affidativo era quello paterno, allora e solo allora ti saresti ricordato di essere peritus peritorum e avresti richiesto un’altra perizia non accettando l’esito della prima.

Ma, perdonami caro magistrato, che ne sapevi tu del mio istinto paterno? Di quante volte avevo messo a letto mio figlio raccontandogli una fiaba, di quante volte lo avevo portato a spasso nel bosco o ai giardinetti, di quante volte avevamo fatto la doccia assieme? Di quante volte mio figlio mi aveva detto che voleva vivere con me? Di quante volte lo avevo portato all’asilo o gli avessi messo la supposta? Forse più volte di te. Ma tu non lo sapevi. Non ti importava.
Pensare che quando mi avevano detto che anche tu sei un padre separato dal figlio, mi ero un po’ illuso. Quando lingue indiscrete mi avevano detto che neanche a te, onnipotente, la consorte aveva permesso per mesi di incontrare tuo figlio, credevo che avrei trovato comprensione.
Ma poi mi hai detto di non rompere le scatole con le mie denunce. Che tu dal 15 giugno al 15 settembre non lo vedi proprio tuo figlio, che è giù in meridione dai nonni materni.
E che tu sei contento.
E non infastidisci nessuno coi procedimenti penali. Non ingolfi la Procura. Perché pensi che sta al mare, al sole e si diverte. Allora ho capito che la paternità, tu, la vivi in un modo diverso dal mio.
Lecito.
Il problema nasce quando la tua sensibilità diventa legge per gli altri. Che credono alla alienazione genitoriale e hanno letto dei gravi problemi che può causare. Che nella paternità ci credono. Che nelle leggi del codice civile e penale avevano letto cose diverse.
Se mi avessi fatto parlare avrei voluto spiegarti che la Convenzione di New York riconosce il diritto del bambino, anche quello italiano, alla bigenitorialità. E come fa un bimbo ad avere due genitori se uno se ne va col piccolo a 400 km di distanza?
No, l’immenso concetto giuridico di bigenitorialità non è inficiato da queste piccolezze, mi avresti detto. E poi… è molto più forte il diritto costituzionale alla libertà di movimento.
Che poi è lo stesso diritto che, biondo e serafico come l’arcangelo Gabriele, mi avevi sbattuto in faccia quando mi ero lamentato che mio figlio, al seguito di mia moglie, aveva cambiato 24 volte domicilio in pochi mesi.
In fondo, però, avevi ragione. A che vale fare tante denunce e caricare di lavoro la magistratura? Mi sarei fatto la fama del litigioso davanti ai magistrati e allo psicologo del tribunale. Perché ho capito che chi subisce un torto, spesso in tribunale è equiparato a chi lo perpetra: due rompiballe! Anzi, il primo più del secondo perché fa saltare fuori il problema; fa lavorare.
E poi, non avrei ottenuto niente: il tuo collega del penale avrebbe fatto di tutto per archiviare le mie denunce. E quando, dopo anni di opposizioni su opposizioni alle tue richieste di archiviazione, fossi riuscito a ottenere la condanna di mia moglie, avrei ottenuto solo di pagare 2000 euro di avvocato per vederla condannata a 300 euro di multa per aver privato per mesi il proprio figlio di suo padre. Per cui meglio subire in silenzio senza ribellarsi. Oppure non affidarsi a te, alla giustizia che confonde vittime e carnefici. E farsi giustizia da soli.
Ma io non cadrò nella trappola dell’esasperazione. Mi spiace.
Perdonami: tu non riuscirai a dire di me. “Visto che, in fondo, era uno squilibrato?”. Sarà la vittoria più grande.

Certo quando leggerò ancora di una coppia che si è sparata dentro al tribunale o fuori (perché col metal detector i problemi si bloccano sulla pubblica via , danno meno fastidio e il sangue non imbratta la scrivania), saprò già il perché. Penserò che sarà stato dopo che al padre, caro magistrato, avevi detto : “verificherò fra un anno almeno, in fase istruttoria, se è vero che lei vede o non vede suo figlio” (che poi, dopo che l’hai verificato, dopo che è venuto il paese intero a dirtelo in faccia, non hai fatto niente lo stesso).
Oppure quando avrai disposto l’allontanamento immediato del padre dal figlio per l’ennesima calunnia: la pedofilia paterna. Oppure perché, dopo che in tre anni (di carcere o di allontanamento dal figlio) sarà stato stabilito che non era vero niente, tu non avrai preso nessun serio provvedimento punitivo nei confronti del coniuge sciagurato.
Così quell’avvocato suggerirà lo stesso comportamento anche alla prossima cliente (“Ci provi, tanto, signora, non c’è nulla da perdere; coi nostri giudici non si rischia nulla”). E questo lassismo me l’aveva chiarito anche il mio di avvocato, che mi disse che l’udienza era andata bene perché, nonostante mia moglie m’avesse accusato di abusare di mio figlio, il giudice aveva fatto finta di non sentire. Per cui mi suggerì di accendere un cero e lasciar stare le denunce per calunnia, che a parlarne troppo, coi giudici che ci ritroviamo, avevo solo da rimetterci. Rischiavo la prigione per abuso di minore.

Eppure, caro magistrato, se tu usassi più rigore, lavoreresti meno e meglio. Perché chiunque, temendo di perdere l’affido o di essere punito con severità, rispetterebbe di più il buon senso e la legge. E avresti molto più tempo a disposizione per ampliare le tue conoscenze e… per i tuoi caffè. E piccolo, trascurabile particolare, ci sarebbero molte meno denunce false. Molti meno contenziosi. Molte meno morti. Molto più rispetto dei bambini.
Perché 30 inottemperanze al diritto-dovere di visita non si raggiungono in un giorno. Che poi, se ci pensi bene, se tu non punisci chi non ottempera al tuo provvedimento (al tuo, non al mio), e anzi ne chiedi l’archiviazione, vuol dire che il primo a non prendersi sul serio sei proprio tu! Vuol dire che ormai tu difendi chi viola la legge.
Che poi, se ci pensi bene, riesci a immaginare per quanti mesi, prima ancora del tuo provvedimento, non avevo visto mio figlio? Ma non posso neanche spiegartelo perché non era neppure reato (i bambini si possono anche rubare, per legge): infatti non contravveniva a nessun provvedimento del giudice, così mi han detto i gendarmi e l’avvocato!
E se non è reato, non puoi neanche chiederne l’archiviazione!
Ma sì, il padre conta meno di zero. Me l’ha confermato un amico cui avevi affidato la bambina solo perché la madre si era smaterializzata e gliela aveva mollata lì, come un pacco. Ma dopo un anno, quando la madre è ricomparsa dal nulla, ci hai messo 5 minuti a toglierla al padre e ai nonni paterni che l’avevano accudita amorevolmente. Lì, perdonami, sei caduto in contraddizione: ti sei completamente scordato che a me, che chiedevo che mio figlio potesse dormire a casa mia quelle rare volte che mia moglie accettava di consegnarmelo, dall’alto della tua scienza pedagogica avevi ribattuto che i bambini sono molto abitudinari e bisognava avere pazienza, che il dormire a casa del padre è un traguardo che si deve raggiungere con calma e solo dopo che avevi accertato, tramite i servizi sociali, che… non ero pericoloso.
Certo, ci sono uomini che picchiano la moglie e non si preoccupano della famiglia. Ma in comune con me, queste persone, hanno solo un cromosoma Y. Sarebbe stato tuo dovere capirlo. Tuo dovere. L’ennesimo tuo dovere…

Certo, così credi di fare l’interesse supremo della prole. “Avete mai visto un vitello seguire il toro?”
Il mio vitello, però, sarebbe anche venuto a dirtelo con chi voleva stare. Sul quaderno i pensierini parlavano chiaro. “Non voglio andare con la mamma, che ha tanti problemi e va dallo psichiatra”. Ma il quaderno non hai voluto leggerlo e per ascoltare il bambino mancavano 10 mesi all’età minima. Così il bambino le sue aspirazioni le ha dovute dire allo psicologo del tribunale che si è …dimenticato di trascriverle nella perizia. Per quanto poi può valere una perizia.. su questo son d’accordo con te..
Finisce che il bambino sta con la mamma che va dallo psichiatra, che lo plagia e fa di tutto per alienargli il padre. E magari come riferimento maschile si trova il nonno materno che in questa brutta storia cerca un angolo di paradiso anche lui, e mi chiede quattrini a parte per farmi incontrare mio figlio.
Te l’ha anche detto un testimone. Tra l’altro una donna, una mamma. E te l’ha testimoniato in faccia. Visto di chi fai il gioco, caro magistrato?
Ma è giusto così. Quello è l’interesse supremo che tu hai individuato.

Peccato solo che, a un certo punto, in una udienza, mentre ieratico pontificavi, ho capito che non avevi individuato neppure che a tre anni un bambino non sa allacciarsi le scarpe.

Perché, perdonami, forse tu, al tuo, non gliele avevi mai allacciate.

 
Eugenio_TravaglioDate: Giovedì, 26/11/2009, 18:03 | Message # 29
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http://www.genitorisottratti.it/2009....ti.html

Articolo dal sito dell'associazione "Genitori sotratti"

Giornata nazionale per i diritti dell'infanzia...???

Oggi in edicola non si vedono che 2 articoli sulle prime pagine dei quotidiani in merito alla giornata del 20 Novembre, uno sul Corriere della Sera ed uno sull'Avvenire... forse aspettano domani ? Vediamo dalle righe seguenti che si dice in merito ai diritti dell'infanzia...

Giornata su diritti dell'infanzia, è polemica L'Unicef: «Inutile. Solo fiumi di parole»
Non smentisce affatto la percezione collettiva del presidente Spadafora: «Nulla di concreto»

NAPOLI - La Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, come ogni anno, celebrerà la Giornata nazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. L'iniziativa si svolgerà il 18, mercoledì, a Napoli, dalle 9.30, alla Stazione Marittima. Ma alla vigilia si abbatte la critica del presidente di Unicef Italia, Vincenzo Spadafora: «Alla conferenza sull’infanzia di Napoli assisteremo solo a fiumi di parole. È inutile». «Si tratta - aggiunge - solo di «fiumi di parole perchè le promesse non vengono rispettate». Spadafora è un torrente in piena: «Se al tanto atteso Vertice Fao, come ha tristemente denunciato Diouf si sono dette molte parole ma nessun passo avanti da parte dei Governi si è riscontrato nella direzione di maggiori stanziamenti e di nuove politiche per combattere la fame nel mondo, alla Conferenza sull’Infanzia organizzata dal Governo a Napoli sappiamo già che assisteremo solamente a fiumi di parole».

«C'È POCO DA CELEBRARE» - «Non possiamo dimenticare - spiega ancora Spadafora - gli insuccessi fin qui conseguiti: Garante Nazionale dell’Infanzia mai istituito; continui tagli alla Cooperazione che ci pongono agli ultimi posti tra i Paesi donatori; mancato rifinanziamento al Fondo per la lotta contro l’Aids e infine, anche se ripetutamente annunciato lo scorso anno dal ministro Sacconi, Piano Nazionale per l’Infanzia non ancora approvato. C’è poco da celebrare, anche perchè mentre nel mondo falliscono tristemente Vertici e Conferenze, assistiamo a una deriva pericolosa di indifferenza. Le politiche per l’infanzia nel nostro Paese non sono una priorità».

CGIL E TERZO SETTORE CRITICI - Anche la Cgil nazionale è molto critica rispetto alle politiche dell'infanzia del governo. Tanto che venerdì il sindacato organizzerà una conferenza stampa sul punto, insieme con Coordinamento comunità di accoglienza (Cnca), Unicef, Save the children e Ordine degli assistenti sociali. Giovanna Zunino, responsabile welfare per la Cgil nazionale, ricorda che l'Italia è ancora sprovvista di un piano per l'infanzia, nonostante ci sia un osservatorio ad hoc, preposto per legge, che ha già elaborato un documento. «I sottosegretari Rocella e Giovanardi - spiega la Zunino al Corriere - si sono però rifiutati di approvarlo e presentarlo a Napoli, sostenendo che il governo non può avallare talune impostazioni date al piano. E sa quali sono i punti che non convincono il governo? L'interculturalità e la partecipazione». Aree di intervento che, al contrario, sindacato e molti soggetti del terzo settore reputano fondamentali per le politiche di sviluppo dell'infanzia.

MUSSOLINI, CARLUCCI, SERAFINI - Al convegno, che toccherà anche l'argomento della pedopornografia su internet, dopo il saluto delle autorità locali (sindaco e presidente della Provincia di Napoli, presidente della Regione Campania), sono previsti gli interventi di Alessandra Mussolini, Gabriella Carlucci, Anna Maria Serafini (Presidente e Vicepresidenti della Commissione); interverranno, inoltre, Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Franco Mugerli, presidente del Comitato di applicazione del Codice di autoregolamentazione media e minori, Luca Borgomeo, presidente del Consiglio nazionale degli utenti, Domenico Vulpiani, consigliere per la sicurezza informatica del Ministero dell’Interno (già Direttore della Polizia postale e delle comunicazioni). Al termine interverranno Luisa Capitanio Santolini, Giuliana Carlino, Luciana Sbarbati e Massimo Polledri (parlamentari componenti della Commissione). Con l’occasione sarà trasmesso il video pubblicitario contro la pedopornografia, interpretato - fra gli altri - da Giancarlo Giannini.

 
Eugenio_TravaglioDate: Giovedì, 26/11/2009, 20:54 | Message # 30
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Giudici violano la legge sull'affido condiviso nei casi di separazioni dei genitori, impunimente...



Message edited by Eugenio_Travaglio - Giovedì, 26/11/2009, 20:55
 
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