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Forum » REATI DI TRIBUNALI MINORILI E CIVILI, SERVIZI SOCIALI E ALTRE ISTITUZIONI » CASI » CASI CHE NON C'ENTRANO CON SEPARAZIONI/DIVORZI (Casi vari, in generale)
CASI CHE NON C'ENTRANO CON SEPARAZIONI/DIVORZI
dibattitopubblDate: Giovedì, 21/05/2009, 20:41 | Message # 1
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La sezione è dedicata a casi che non c'entrano con separazioni o divorzi
 
VisitatoreDate: Mercoledì, 14/10/2009, 04:56 | Message # 2
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Appello publicato su Facebook:

http://www.facebook.com/group.p....8830037

Anna è una bambina di 8 anni che fino a poco tempo fa viveva con i suoi genitori.

Un giorno i servizi sociali si sono "ricordati" di alcuni problemi che ha la mamma ed hanno deciso di intervenire. Nonostante ci fosse un padre onesto che da sempre accudisce Anna, e una zia con la quale la bimba ha un forte legame e che si era dichiarata disponibile per l'affidamento, dopo alcuni incontri con la psicologa e l'assistente sociale, il giorno 05/02/2009 si sono recati nella scuola di Anna con la forza pubblica, l'hanno presa e portata in una casa famiglia senza nemmeno un cambio, un pigiama.

Non si sono preoccupati di sapere se prendeva medicine o se aveva allergie alimentari. Nemmeno gli stupratori vengono trattati così prchè nel nostro paese c'è chi li difende... E chi difende Anna? Perchè non si è pensato al dolore del padre che peraltro è cardiopatico? Ora la bambina può vedere i genitori solo 2 volte alla settimana ed è molto traumatizzata, una bambina della casa famiglia le ha detto: tu sei quì perchè tua madre è brutta e pazza.

Anna chiede al padre perchè si trova li, se è stata cattiva, insomma si sta creando dei sensi di colpa. A volte accusa il padre di non volerle bene perchè non la riporta a casa e questo padre dal cuore malato si sente impotente.

Ci vogliamo ricordare di Ciccio e Tore che volevano stare con la madre ed ora non ci sono più? Dei fratelli di Milano tolti alla famiglia per dei disegni osceni non fatti da loro? Perchè quando qualcuno sbaglia ed i suoi errori lacerano i sentimenti e la vita di altri esseri umani non pagano in prima persona? Forse sarebbe il caso che qualcuno cambiasse lavoro.

Liberiamo Anna dalla sua "prigione", lei stessa lo ha detto ai familiari, il grido di Anna è: VENITE A LIBERARMI!

natalinocerasoli@libero.it - e-mail di uno dei genitori
Xandradision@hotmail.it

* * *

Nel mese luglio 2009 la bambina è stata affidata ad una zia e non è più in detenzione carceraria

Sandra Niosi il 12 luglio 2009 alle 5.46:

"Anna è libera! Grazie ad una ordinanza del Giudice la zia Rita è potuta andare alla casa famiglia a prendere Anna che le è stata affidata. Sicuramente è la scelta migliore per la bambina, lei è molto affezzionata alla zia che l'ha praticamente cresciuta insieme alla povera Santina, la mamma di Natalino che ora non c'è più. Molto spesso la zia la andava a prendere a scuola e la teneva da lei sia a mangiare che a dormire ed è la persona più giusta per crescere Anna in modo sano e amorevole. Auguro a tutte e due una lunga vita insieme e felicità".

http://www.facebook.com/topic.php?uid=159448830037&topic=9969

* * *

Mamma della bambina ringrazia tutti

http://www.facebook.com/topic.php?uid=159448830037&topic=8790

Mery Cerasoli (Italy) ha scritto il 20 aprile 2009 alle 14.04:

sono mery la mamma di anna,ringrazio tutti voi che ci state vicino in questo momento di disperazione con i vostri messaggi.Grazie di cuore ci date la forza di lottare per riportare anna a casa.Non permetteremo a questa gente di farla franca,di rovinare la nostra vita e quella di annuccia come la chiamo sempre.La vediamo 2 ore a settimana in una stanza buia angusta piccola con una suora che ci sorveglia.Anna e intimorita dalla suora non parla,si reprime,all orecchio mi dice mamma portami a casa non ce la faccio piu,e uno strazio,una sofferenza,perche e li mi chiede e non so che dire.Io sono ragazza madre,anna lho voluta a tutti i costi e contro tutti.L ho riconosciuta poi e arrivato l angelo Natalino e lha adottata,lei conosce solo l amore infinito di papa Natalino,zia Rita e la sua mamma.E adorata da tutti,la amano,frequenta la 3 elementare in una scuola privata,e bellissima,fanatica nel vestirsi,pigra ma brava a scuola,fa catechismo per prepararsi alla comunione,e una coccinella negli scout,fa danza,e tante altre cose.Adora i suoi 2 gatti mattia e domi,adora la sua casa col giardino dove mette di tutto altalena,giochi,bici,ecc.Nel 2004 aspettavo un bambino stupendo Mattia ma e deceduto nel 2005 a 5mesi per -morte in culla- io ero e sono distrutta dal dolore come Natalino e la depressione e ritornata.Anna ha e soffre molto per il fratellino che dice -vive in cielo- e ora anche questo.Non penso a me o Natalino ma a lei al trauma che vive,e coraggiosa,si fa forza e cerca di farla anche a me,e cresciuta troppo in fretta,conoscendo la cattiveria delle persone.Non posso pensare che una psicologa e un ass sociale,2 belve,che di umano non hanno niente,non sentano anna che le prega di tornare a casa,che insultino noi,subiamo soprusi e in silenzio per il bene di anna,com e possibile che 2 belve decidano su anna e facciano come gli pare senza controlli?in questo paese non ce giustizia per me,ho scritto a tanta gente influente ma non ho avuto risposta,ma se siamo tanti ci ascolteranno,vi prego aiutateci a riportare annuccia a casa,non ce la faccio piu,mi manca tanto,la casa e vuota senza di lei,tutto ce la ricorda di continuo,dobbiamo farlo per lei e per tanti bambini che vivono questo dramma.Credetemi l istituto non si puo descrivere da anna il piu piccolo ha 6mesi,solo e cardiopatico,mi si stringe il cuore,vorrei stringerlo ma non si puo com se avessi la peste.A cosa servono le case-famiglie?ma di che famiglia parliamo? bisogna lottare per i nostri piccoli loro sono indifesi e non possono farlo,il sottosegretario alla giustizia Casellati ha parlato di un tribunale della famiglia e dei minori con giudici competenti solo in questo enuove leggi a favore dei minori,tutelarli e aiutare le famiglie se serve e non toglierli,quanto dobbiamo aspettare noi,anna e tante famiglie come noi?grazie a tutti

* * *

Una discussione del caso su Facebook

http://www.facebook.com/board.php?uid=159448830037#/topic.php?uid=159448830037&topic=8711

Sandra Niosi ha scrittoil 16 aprile 2009 alle 14.15:

Io sono madre di tre ragazzi e da quando sono nati tutte le sere prima di andare a letto passo nelle loro stanze,li bacio sulla fronte e dico"buonanotte, Dio ti benedica". In questi giorni di buio per Anna mi chiedo chi passa nelle camere di un istituto per dare il bacio della buonanotte ai piccoli rinchiusi.Non venga nessuno a dirmi che in certi posti i bambini si sentono amati perchè non ci crederò mai, l'amore si riceve in famiglia dai genitori, dai fratelli, dai nonni e dai parenti che ci sono vicini. Daccordo che ci sono casi particolari ma se un genitore non è in grado di allevare nel modo giusto un figlio non è detto che un nonna piuttosto che una zia non possano accudire ed amare una creatura. E se una madre ha problemi psicologici è giusto che a pagare il prezzo siano i figli? Invece di curare la madre si prende la figlia e si rinchiude, così la madre diventa ancora più depressa e la figlia rischia di crescere come è cresciuta la madre e di diventare anche lei una futura madre con problemi alla quale magari un giorno toglieranno i figli. Bel modo di aiutare le famiglie!Qualcuno diceva "lasciate che i piccoli vengano a me" non diceva di metterli in istituto, quello era amore!

Elvira Falbo ha scritto il 17 aprile 2009 alle 0.28:

Io sono un'assistente sociale specializzata e non condivido, almeno per gli elementi esposti, la decisione dell'assistente sociale e della psicologa. Si doveva dare un sostegno psicologico alla madre senza allontanare la bambina da casa. Così si sentirà "punita" per la malattia della madre e quindi anche "colpevole". Pensateci bene care colleghe!....

 
dibattitopubblDate: Giovedì, 22/10/2009, 06:52 | Message # 3
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VisitatoreDate: Mercoledì, 04/11/2009, 03:44 | Message # 4
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Le lettere dall’inferno di tre bimbi: "Restituiteci ai nostri genitori"

http://www.ilgiornale.it/interni/le_lettere_dallinferno_tre_bimbi_restituiteci_nostri_genitori/26-07-2008/articolo-id=278767-page=1-comments=1

di Paola Fucilieri

«Caro papà mi manchi tantissimo ed è già un mese che non ci vediamo». «Cara mamma, mi manchi da morire ed è già tanto, troppo tempo, che non ci vediamo. Ciao, Mirko».
Mirko Guccio ha 11 anni e un solo sogno: poter tornare a casa dai suoi genitori, vivere con loro. Le sue lettere strazianti, corredate da disegni di cuori infranti e trafitti e da macchinine che lo riportano a casa, le scrive dalla comunità per bambini disagiati di Caresana, in provincia di Vicenza, dove si trova insieme alle sue sorelle - Vanessa, 17 anni e la piccola Sharon che di anni ne ha appena 6 - dopo che il tribunale di minori, tre anni e due mesi fa, li ha strappati ai loro genitori, Pietro Guccio e Tina Riccombeni, 51 e 43 anni. Papà Pietro, operaio in una vetreria, infatti, una sera, di ritorno dal lavoro, li aveva spaventati sferrando un pugno sul tavolo e facendo la voce grossa.
«Alla fine dell'aprile 2005 mia figlia Vanessa - ci racconta questo omone con la faccia da gigante buono - era rimasta a casa da scuola perché diceva di essersi ammalata e poi, invece, era uscita con degli amici. Aveva cominciato a frequentare brutte compagnie, temevo finisse in un giro poco raccomandabile. Quel pugno fece ribaltare due piatti e due bicchieri, mia moglie e i bambini si spaventarono, i piccoli si misero a piangere. E un'assistente sociale di sostegno - che era in casa con noi in quel momento per seguire Mirko e aiutare mia moglie che soffriva i postumi di una depressione post parto - convinse Tina a raccontare la vicenda ai suoi colleghi del consultorio di zona. Mia moglie spiegò loro che stavamo passando un momento difficile. Poi, comprendendo di aver sopravvalutato quella mia esternazione, ritornò al consultorio, ritrattò tutto, spiegò che si era trattato di un episodio. Dieci giorni dopo ce li portarono via. E, da allora, non li abbiamo più riavuti con noi. Mia moglie, intanto, ha perso il lavoro. E, per il dispiacere, nonostante abbia appena 43 anni, ha avuto tre infarti. E pensare che abbiamo fior di testimoni pronti a giurare che amiamo i nostri figli e siamo ricambiati, non li abbiamo mai toccati con un dito. Ecco: nessun tribunale ha voluto mai ascoltare. E i bambini: i giudici non li hanno mai sentiti... Loro ne avrebbero di cose da dire. Perché non li fanno parlare?».
Una vicenda inquietante che anche Vanessa, la maggiore, dopo innumerevoli udienze rimandate e tutte le falsità che ha sentito raccontare sul comportamento del padre e della madre, non riesce più a tollerare.
«Carissimi mamma e papà - scrive la ragazzina in una lettera ai genitori - vi scrivo questa lettera per dirvi che vi vogliamo un casino di bene a tutti e tre (il terzo è un criceto, ndr) e non vediamo l'ora di tornare a casa per iniziare la scuola, ma anche per stare con gli amici e poter uscire con voi. Io tutte le sere prego la Madonna per poter tornare a casa perché non ce la facciamo più a stare in comunità. Noi vi pensiamo sempre, giorno e notte, piangiamo sempre di più per la vostra mancanza. Qui viviamo con ragazzi che hanno i genitori drogati, che li picchiavano, che non si curavano di loro. Voi ci avete sempre voluto bene, ci trattavate benissimo... Perché allora dobbiamo stare qui?».
«Vediamo i bambini una volta al mese, per un'ora - prosegue papà Pietro - e in quell'occasione se, per l'emozione, ci scappa una lacrima, veniamo ripresi dagli assistenti sociali che minacciano di non farceli più incontrare. Avevamo la possibilità di parlare al telefono con i bambini due volte la settimana: ce l'hanno tolta perché dicevano che le nostre esternazioni emozionali erano deleterie per piccoli... Ma che cosa fareste voi, al nostro posto? Ci avevano promesso un'indagine di sei mesi. Ora, dopo tre anni e due mesi, pur senza nemmeno un'accusa ne una prova di maltrattamenti, addirittura vorrebbero dare i due bimbi più piccoli, Mirko e Sharon, in adozione a due distinte famiglie...».
Mirko, intanto, continua a fare lo stesso disegno e a mandarlo ai genitori: la vecchia Audi di papà con sopra lui e le sue sorelline, li riporta tutti verso casa. Lì, sul balcone, c'è la mamma che sorride e li aspetta. Aspetterà invano?

* * *

http://archiviostorico.corriere.it/2001/marzo/28/Noi_madri_separate_forza_dai_co_7_0103287017.shtml

«Noi, madri separate a forza dai figli»
Nè abusi, nè violenze: è bastato un dossier degli assistenti sociali per togliere i bimbi a Giuletta e Angelica

«Noi, madri separate a forza dai figli» Nè abusi, nè violenze: è bastato un dossier degli assistenti sociali per togliere i bimbi a Giuletta e Angelica Questa è la storia di Angelica e Giulietta. Che hanno fra i 30 e i 40 anni e che non si erano mai viste fino a qualche mese fa, quando si sono incrociate in un corridoio del tribunale, si sono guardate, hanno scambiato poche parole e hanno scoperto di non avere niente in comune tranne le seguenti cose: tutte e due erano diventate madri in condizioni difficili, tutte e due si erano rivolte a strutture pubbliche sperando in un aiuto, tutte e due ne hanno ricavato invece - per ordine del Tribunale dei minori - la separazione dairispettivi figli (inventiamo un nome anche per loro) Gaia e Marcello. Perdita dapprima parziale, con la trafila consueta delle visite sotto sorveglianza, ma che ora rischia di diventare definitiva, con la revoca finale della potestà e poi con la successiva - in uno dei due casi già pronunciata - dichiarazione di «adottabilità». «Intendiamoci - dicono all' unisono Angelica e Giulietta -: noi non vogliamo affatto mettere in discussione l' autorità del tribunale dei minori, che senza dubbio agisce in buona fede. E può anche darsi che noi, nella nostra vita, abbiamo avuto qualche problema: ma è possibile che, davvero, il bene dei nostri figli consista nell' essere separati per sempre da noi?». Attenzione: in queste due storie non c' entrano né violenze né abusi né abbandoni. No. Il parametro in discussione si chiama «capacità genitoriale». E consiste in quel che segue. La prima vicenda a iniziare è quella di Giulietta che dieci anni fa, ventisettenne, si trasforma da ragazza in ragazza-madre. La sua famiglia non l' aveva presa bene, la notizia di quella gravidanza. Ed è per quel motivo che Giulietta, cacciata di casa, aveva pensato di rivolgersi ai servizi sociali: sportello di via Sanzio. Spiegando che le serviva più che altro un posto dove andare a vivere col suo Marcello. I servizi prendono nota e, fedeli alla prassi, segnalano il caso al Tribunale dei minori. Nel frattempo Marcello nasce, e di fronte quel frugoletto anche la mamma di Giulietta riscopre il suo animo di nonna: che riprende in casa tutti. Anche la vecchia relazione dei servizi sociali, tuttavia, ha ormai iniziato il suo corso: «Madre in stato di abbandono...», «bambino a rischio...». Passano gli anni e Giulietta incontra un nuovo compagno, lo segue insieme col figlio, concorda col giudice una serie di regole, ma anche la nuova relazione si conclude male. L' uomo l' accusa di essere «pazza e drogata», lei risponde con una fila di certificati medici che dicono il contrario, il tribunale decide: nell' aprile ' 97 Marcello viene affidato a una comunità. In quegli stessi mesi, in un altro quartiere di Milano, sta per cominciare la storia di Angelica. Che di mestiere, in quel periodo, fa la modella pubblicitaria e problemi di soldi non ne ha: possiede una casa, ha un' autonomia economica, ma ha anche la ventura di ritrovarsi ad aspettare una figlia da un ragazzo tossicodipendente che sul più bello prende e se ne va all' estero. Angelica si rivolge al Centro di aiuto alla vita presso la clinica Mangiagalli: «L' unica cosa che voglio - dice alla fine - è tenere questa bambina. Mi date una mano?». Gli operatori prendono nota. E una copia della nota, anche questa volta, finisce al Tribunale dei minori. Finché nasce Gaia. Il dettaglio che farà la differenza rispetto a un sacco di altre nascite simili è che sua madre compila il modulo di riconoscimento con un giorni di ritardo. «Perché voleva aspettare che il padre della bambina firmasse quei fogli assieme a lei», spiega il suo legale Livia Verrilli. E d' altra parte in quei giorni c' è pure qualcosa di più grave a cui pensare: la piccola Gaia soffre di una cardiopatia che impone un monitoraggio 24 ore su 24, una terapia delicatissima a orari fissi, la presenza costante di qualcuno al suo fianco... Angelica s' ingegna. Ma quel giorno di ritardo, sommato alla «richiesta di presa in carico» formulata mesi prima del parto, per il tribunale ha un peso più forte. E all' ospedale pediatrico Buzzi, dove Gaia era stata nel frattempo trasferita, un bel giorno si presenta una signora che, mentre la madre della piccola è fuori dal reparto, affronta il primario e gli dice secca secca: «Mi mandano i Servizi sociali, questa bambina la prendo io». Il primario dell' ospedale, il dottor Massimo Fontana, scrive un immediato fax di protesta al Comune e al tribunale: «Ritengo che questa procedura bulgara non contribuisca all' instaurarsi di un rapporto di collaborazione...». Angelica è livida di rabbia, ma alla fine manda giù: «Devo andare in una comunità per mamme e bambini con mia figlia? Va bene: pur di stare con lei andrei anche a Timbuctù». Il rapporto che si instaura con la suora reponsabile della comunità prescelta non si rivela dei migliori: «Non sa neppure tenere in braccio sua figlia», scrive la religiosa. «È una madre premurosa e se ogni tanto perde le staffe è perché viene esasperata», scrivono altri operatori al tribunale. Testimonianze non debitamente «sottoscritte», replicano i giudici. Ci avviciniamo al duplice finale. Marcello si trova attualmente in una comunità-famiglia in Piemonte, sua mamma Giulietta ha da tempo un compagno stabile, ma i periti del tribunale hanno stabilito in ottobre che la donna nutre nei confronti di suo figlio «un affetto eccessivo», da cui il bambino va «protetto». Ora può vederlo due volte al mese, sotto sorveglianza. In dicembre il tribunale le ha tolto la potestà, nei prossimi giorni c' è l' appello. Gaia, invece, è stata dichiarata formalmente «adottabile» due mesi fa. Angelica non può incontrarla da allora. A sua disposizione c' è, anche per lei, un ricorso e una possibilità di appello. Paolo Foschini

Foschini Paolo

 
VisitatoreDate: Venerdì, 13/11/2009, 23:34 | Message # 5
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http://blog.panorama.it/italia/2009/10/08/figli-rapiti-dalla-giustizia-per-un-pugno-sul-tavolo-ne-ho-persi-tre/

Figli rapiti dalla giustizia: “Per un pugno sul tavolo ne ho persi tre”

Articolo di Antonio Rossito

Un tavolo rotondo di legno al centro del soggiorno di una casa popolare di Quarto Oggiaro, periferia di Milano. Comincia qui, una sera di aprile del 2005, la storia di Pietro Guccio, a cui la giustizia ha portato via tre figli.
Uno scatto d’ira: ha saputo che la sua primogenita, Vanessa, 14 anni, marina la scuola. Un fragoroso pugno sul tavolo apparecchiato per la cena, le stoviglie che cadono a terra, tutti ammutoliti per l’inattesa ira. Lui che va a fumare una sigaretta sul balcone. E poi torna: si siede sul divano, comincia a parlare con quella ragazza in crisi adolescenziale. Un momento di rabbia che gli ha ro vinato l’esistenza.
Nella stanza accanto c’è una maestra di sostegno. Viene due volte la settimana per aiutare l’altro figlio, Mirko, di 8 anni, a fare i compiti, avrebbe qualche difficoltà a scuola. L’insegnante riferisce l’accaduto ai servizi sociali: già seguono la famiglia, anche con sostegni economici.

Due giorni più tardi la moglie di Guccio, Tina Riccombeni, viene convocata in consultorio: conferma l’accaduto. Un mese dopo i carabinieri bussano alla porta del loro appartamento: prelevano i tre figli, compresa Sharon, di 4 anni, e li portano in una comunità di Milano assieme alla madre. Due mesi dopo la donna torna a casa dal marito, i due bambini e la ragazzina vengono spediti in un altro centro del Vercellese. Da quel momento inizia una lenta agonia, scandita da carte giudiziarie e incontri mensili di un’ora, sempre davanti agli assistenti sociali. Un pugno che ha sfasciato qualche piatto e un’intera famiglia.

Quattro anni dopo, i Guccio sono seduti attorno allo stesso tavolo del soggiorno. Hanno facce rose dalla sofferenza. Lo scorso Natale, ormai diciottenne, Vanessa è tornata a casa. Parla poco, ha i capelli biondi fermati da un cerchietto bianco, le labbra imbronciate. “Ho buttato la mia giovinezza. Lontano dai miei genitori, senza nessun motivo”.
Ricorda come fosse ieri la sera in cui cominciò tutto: “Non ero stata a scuola. E quando mio fratello mi ha chiesto se sarei andata il giorno dopo, io ho fatto la sbruffona: “Non so se me la sento” è stata la mia risposta. Mio padre l’ha sentito e ha dato quel pugno. Ma ha sbagliato, meritavo uno schiaffo. Invece non ci ha mai sfiorati”.
Tina Riccombeni, 44 anni, sposata con Guccio dal 1988, non si dà pace. È vestita di nero, fuma sigarette senza sosta. Da quando le sono stati tolti i figli ha avuto tre infarti. “Mi hanno convocata al consultorio chiedendomi se mio marito era un violento. Gli ho detto che c’era un po’ di tensione a casa. Mai però avrei pensato di finire in questo incubo”.

Il 27 aprile 2005 il tribunale per i minorenni di Milano decide l’affidamento dei tre bambini ai servizi sociali. I giudici scrivono che la situazione “è andata peggiorando negli ultimi mesi”, c’è un progressivo “disinvestimento di Vanessa nella scuola” e “scarsa reattività in famiglia “. Anche Mirko è peggiorato negli studi, parla poco. “Va bene” scandisce Vanessa mentre continua a toccarsi i braccialetti colorati sul polso destro.
“Non ero una cima a scuola. E allora? Non avevo voglia di studiare. Per questo mi hanno rinchiuso in un istituto?”. In realtà, la decisione del tribunale si fonda pure su un altro assunto: le presunte violenze di Guccio sulla moglie e i figli.

L’omone, emigrato da un paesino dell’entroterra siciliano da ragazzo, comincia a sfogliare nervosamente le carte raccolte in questi cinque anni di calvario: sentenze, ricorsi, pareri degli assistenti sociali.
“Da nessuna parte si fa riferimento a una sola volta in cui ho maltrattato i bambini. Non c’è una dichiarazione o un’accusa. Solo cose generiche e mai provate. La verità è che siamo dei poveracci, per questo dobbiamo solo subire ” dice Guccio, che ora lavora come magazziniere. L’uomo è incensurato: mai un problema con la giustizia. A suo carico non risultano indagini né denunce. Il tribunale si ripronuncia il 22 ottobre 2007.
E riconferma la decisione iniziale. Ai genitori è imputato scarso “senso critico” e vaghe carenze educative. I giudici aggiungono: “Sono emersi ulteriori elementi di preoccupazione in ordine agli agiti violenti del padre”. Vanessa commenta: “Nessuno, mentre ero in comunità, mi ha mai chiesto niente sui comportamenti di mio padre“.
La ragazza si rabbuia. L’8 dicembre 2008 è ritornata a casa. Racconta il periodo passato lontano dalla famiglia. “Piangevo e scrivevo, per sfogarmi. Ho perso gli amici. E adesso pure i miei fratelli, che vivono ancora lì”. Sharon e Mirko sono rimasti nel centro del Vercellese che li ospita. Il padre racconta che il figlio, ogni tanto, cerca di telefonargli di nascosto. Mentre qualche tempo fa, quando hanno trovato la più piccola sul tetto, lei ha spiegato: “Volevo scappare per raggiungere papà”.

Sottratti a genitori “indegni ” da quattro anni. Ma allora perché non sono stati dati in adozione a un’altra famiglia? Che senso ha farli crescere da soli? Il magazziniere spiega: “Sono stati quelli dei servizi sociali a dirmelo. Per mantenere un bambino in comunità si spendono centinaia di euro al giorno. I miei figli sono già costati allo Stato 2 milioni di euro“.
L’avvocato Claudio Defilippi, che assiste la famiglia, ora ha fatto ricorso anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo. “La storia dei Guccio è un caso inspiegabile, in cui sono stati accumulati errori e ritardi clamorosi” accusa. L’ultima stranezza è una relazione di due pagine firmata dai servizi sociali di Milano, datata 6 aprile 2009. Si legge: i due bambini vogliono “fare rientro a casa” e i genitori “hanno costantemente espresso questo desiderio”.

L’esito degli incontri è “positivo”, le visite a domicilio sono “soddisfacenti”. Si consiglia dunque “un graduale rientro in famiglia”, preludio a un ritorno definitivo “entro il mese di settembre” 2009. Il giudice risponde qualche giorno dopo: chiede di rallentare gli incontri e annuncia l’apertura di un’istruttoria.
Come se di tempo non ne fosse già passato abbastanza.

L’ODISSEA GUCCIO: NON ANCORA FINITA
3 aprile 2005 - Durante una discussione con la figlia, Pietro Guccio, 48 anni, sbatte un pugno sul tavolo. Nella stanza accanto c’è una maestra di sostegno che aiuta il figlio per i compiti. L’episodio viene riferito ai servizi sociali.
27 aprile 2005 - Il Tribunale per i minorenni di Milano dispone l’affidamento dei tre figli di Guccio al Comune di Milano. Il padre sarebbe responsabile di “agiti violenti”.
11 maggio 2005 - I carabinieri prelevano da casa i tre bambini: Vanessa (14 anni), Mirko (8 anni) e Sharon (4 anni). Vengono portati in una comunità per minorenni di Milano insieme con la madre, Tina Riccombeni.
24 luglio 2005 - Riccombeni torna a casa dal marito. I figli vengono trasferiti in un’altra comunità in Piemonte.
22 ottobre 2007 - Il tribunale conferma l’affido. Madre e padre avrebbero scarso “senso critico”.
8 dicembre 2008 - Vanessa, che ha compiuto 18 anni, esce dal centro. Torna a vivere a casa dei genitori.

 
dibattitopubblDate: Martedì, 17/11/2009, 07:36 | Message # 6
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dibattitopubblDate: Martedì, 17/11/2009, 07:54 | Message # 7
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http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/genova/2009/08/07/AMFDvYoC-nostro_figlio_spiegarci.shtml

«Ci hanno tolto nostro figlio senza spiegarci il perché»
07 agosto 2009
Graziano Cetara

La denuncia di una coppia di genitori, lui funzionario pubblico, lei professionista, che da due anni vivono lontano dal figlio affidato a una comunità. Ufficialmente il padre, definito violento da testimoni anche anonimi si sarebbe rifiutato di sottoporsi a perizia psichiatrica

«Quando torno a casa?». La voce di Marco, 10 anni, arriva attraverso il telefono una volta alla settimana da quasi tre anni. Da un luogo che fino a tre mesi fa era segreto. Ogni volta la stessa domanda, ogni volta per risposta lo stesso silenzio. È come se fosse in prigione, Marco, condannato senza sentenza e senza appello. Invece è ospite della comunità che i giudici e gli assistenti sociali hanno scelto per lui e per il suo bene. Suo padre e sua madre non sono capaci a fare i genitori. Per questo una mattina cinque poliziotti dell’anti crimine in divisa (uno con il giubbotto anti proiettile) si sono presentati a casa di Marco e lo hanno portato via. Lo ha deciso il tribunale dei minorenni. Senza un contraddittorio, ma quel che è peggio, senza che mamma e papà - due persone come tanti, professionista lei, funzionario pubblico lui - sapessero il perché.

È una delle storie che emergono dalle nebbie di paura e dolore nelle quali sono avvolti molti casi di giustizia minorile. «Ingiustizia minorile» avverte il padre, protagonista di questa vicenda che raccontiamo sfumando i dettagli e oscurando i nomi. Per rispetto della privacy in particolar modo dei minori coinvolti ma anche «perché il timore di ritorsioni da parte dei giudici e degli assistenti sociali è reale», avverte il legale della famiglia. Chiedere ai giudici di difendere e sostenere il loro operato nello specifico è fatica inutile: il segreto istruttorio e il rispetto della privacy degli stessi protagonisti-accusatori dei loro casi impedisce ogni possibilità di verifica e di controllo.

«È questo il problema - attacca l’avvocato - quello di un giudice del tribunale dei minorenni è un potere pressoché assoluto per buona parte delegato ai servizi sociali del Comune». È il punto cruciale della questione sollevato a pochi giorni dall’ispezione del ministero della Giustizia, di cui ha dato notizia il Secolo XIX la settimana scorsa, che si è conclusa e che è stata chiesta e ottenuta dall’associazione Vela Latina, a partire dalle storie di cinque madri ecuadoriane. Sarebbero state discriminate dai giudici nell’ambito delle cause di separazione dai mariti italiani. Sulle accuse aleggia il sospetto che siano gli assistenti sociali a dettare legge in tribunale. Sospetto allontanato dal presidente in carica Adriano Sansa: «I nostri giudici operano in modo equilibrato nel rispetto della legge e dell’unico interesse dei bambini».

***

Una piccola osservazione: testimoni anonimi non sono amessi dalla legge

 
dibattitopubblDate: Martedì, 17/11/2009, 07:55 | Message # 8
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VisitatoreDate: Lunedì, 23/11/2009, 08:29 | Message # 9
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http://www.cronacaqui.it/news-strappati-ai-genitori-dal-tribunale---tre-bimbi-rivogliono-mamma-e-papa-----_7512.html

Disperato appello dalla comunità: «Qualcuno ci aiuti» Strappati ai genitori dal tribunale tre bimbi rivogliono mamma e papà

MILANO 31/05/2008 - Tre anni lontani da mamma e papà. Tre anni lontani dalla cameretta con i peluche, dai giocattoli e dai compagni di scuola. Tre anni passati a sperare, notte dopo notte e ora dopo ora, in una buona notizia. E’ la storia di Vanessa, Mirko e Sharon, tre fratellini di 17, 11 e 6 anni. Dal 2005 vivono in una comunità per minori, lontani dalla famiglia. Sharon, la più piccola, è stata portata via da casa quando aveva appena tre anni. Può abbracciare la mamma e il papà solo una volta ogni due settimane. Non più a lungo di un’ora. E sempre sotto gli occhi, vigili, degli assistenti sociali. Un’infanzia rubata. E che ora i tre fratellini stanno reclamando: «Vogliamo tornare a casa. Perché è come se ci avessero strappato il cuore».

«ERAVAMO FELICI»
E’ il papà, Pietro Guccio, 51 anni, a raccontare la triste vicenda. Accanto a lui c’è Tina, 43 anni, madre dei tre bambini e sua moglie da vent’anni. «Eravamo una famiglia felice - spiega il padre - certo non perfetta, ma felice». E non si fa fatica a crederci, guardando quella casa luminosa e pulita, i giocattoli dei bambini, le loro camerette ordinate e le fotografie che li ritraggono sorridenti. Non ci hanno creduto, però, gli assistenti sociali. Che un giorno di marzo hanno segnalato al Tribunale dei Minori di Milano che i fratellini Guccio vivevano in «una situazione di terrore, vittime di un padre padrone ».

’ stato un colloquio con un assistente sociale a dare inizio all’ingranaggio crudele, che poi non si è più fermato. Tina, che aveva attraversato una brutta depressione post partum e che da poco aveva perso il lavoro, si era rivolta a un consultorio. Si era sfogata con uno degli assistenti sociale lamentandosi per una «situazione pesante in famiglia».

Il primo figlio di Pietro, infatti, nato da un precedente matrimonio, aveva avuto problemi con la giustizia e il marito era spesso nervoso, aveva avuto scatti di rabbia. Nel frattempo, le maestre di Vanessa e Mirko avevano notato che i due bambini a scuola erano svogliati, trascurati.

Al bimbo era stata persino assegnata un’insegnante di sostegno, nonostante i suoi voti scolastici fossero più che buoni. Anche gli insegnanti hanno segnalato a l consultorio «un crescente disagio da parte dei bambini». Sono scattate le indagini, e il pubblico ministero ha aperto un procedimento civile a tutela dei minori.

«IL GIORNO MALEDETTO»
«Il giorno maledetto», come lo chiama Pietro, è arrivato l’11 maggio del 2005. Era il compleanno di Tina, e non ci poteva essere sorpresa peggiore. La famiglia al completo è stata invitata alla vicina caserma dei carabinieri, con una scusa. Lì, ad aspettarli, c’erano gli assistenti sociali del Comune.

Hanno caricato i tre bambini in auto e li hanno portati in una comunità a Sesto San Giovanni. Marito e moglie non credevano ai loro occhi. Pietro è un uomo alto e robusto ma stava per crollare. L’ha sorretto un maresciallo dei carabinieri. «E’ come se mi avessero strappato l’a n ima, mi è mancata la forza», racconta oggi.

IL CALVARIO
Da allora è iniziato il calvario. I coniugi Guccio possono vedere i loro bambini solo una volta ogni due settimane e solo per un’ora. Adesso i fratellini vivono i una comunità in provincia di Vercelli, e non vedono la loro casa da tre anni. Il giudice ha rigettato entrambi i ricorsi fatti dal legale dei coniugi Guccio, Lorenzo Macchi. «Non ci sono episodi concreti di violenza alla base dell’allontanamento . spiega l’avvocato - i genitori non hanno precedenti penali, conducono una vita dignitosa. Eppure...». Eppure dal 2005 i tre fratellini vivono, di fatto, come tre orfani. Strappati da una vita normale e lontani da due genitori che giurano di amarli.

Arianna Giunti - arianna.giunti@cronacaqui.it

Added (23/11/2009, 08:29)
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La signora Giovanna lotta per riavere la sua “piccola”: «Ha minacciato il suicidio e scappa per tornare da me»
«Ridatemi mia figlia, non vuole stare in quel centro»

http://www.cronacaqui.it/news-ridatemi-mia-figlia-non-vuole-stare-in-quel-centro_16346.html

MILANO 11/12/2008 - «La vogliono tenere per forza là dentro». Non si dà pace la signora Giovanna, che da più di un anno lotta per riavere a casa la sua Giulia, la figlia 17enne che il Tribunale dei Minori le ha portato via «per un ceffone». «È una vergogna - continua mamma Giovanna ­mia figlia vuole tornare a casa dalla sua fami­glia, non ci vuole stare in comunità, scappa in continuazione». Ma giudici e assistenti socia­li non vogliono sentir ragioni. E Giulia, alme­no ufficialmente, è costretta a vivere nella comunità. Nonostante le continue e frequenti fughe. Nonostante abbia minacciato più volte il suicidio. Nonostante abbia implorato gli educatori, le insegnanti e i poliziotti di la­sciarla tornare a casa.

«Un mese fa è tornata qui da me e mi ha pregato di tenerla a casa, di non riportarla più nel centro - racconta la signora Giovanna - io ho chiamato la Polizia e ho spiegato la situazione. Poi Giulia ha mo­strato i segni sulle braccia, ha raccontato che si era fatta quei tagli con lo specchietto mentre era in comunità e ha detto che l’avrebbe rifatto se l’avessero riportata là. I poliziotti allora me l’hanno lasciata ma una soluzione definitiva non è ancora stata trovata». Da quel giorno infatti Giulia non è più tornata nella comunità ma «nessuno si è più interessato a noi» conti­nua Giovanna.

E Giulia, nel frattempo, ha smesso pure di frequentare la scuola, »perché nessuno accetta la sua iscrizione - spiega la madre - perché ufficialmente dovrebbe essere nella comunità. Ma io non voglio che perda anche l’anno scolastico perché giudici e assi­stenti sociali non si ricordano di noi».

Arianna Giunti - arianna.giunti@cronacaqui.it

 
VisitatoreDate: Lunedì, 23/11/2009, 11:35 | Message # 10
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Strappata alla famiglia a 15 anni

http://www.youtube.com/watch?v=58uStgXgRtY&feature=related

 
MariaRosaDeHellagenDate: Domenica, 18/04/2010, 06:16 | Message # 11
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Disperato appello dalla comunità: «Qualcuno ci aiuti»

http://usciamodalsilenzio.blogspot.com/2009/04/strappati-ai-genitori-dal-tribunale.html

MILANO 31/05/2008 - Tre anni lontani da mamma e papà. Tre anni lontani dalla cameretta con i peluche, dai giocattoli e dai compagni di scuola. Tre anni passati a sperare, notte dopo notte e ora dopo ora, in una buona notizia. E’ la storia di Vanessa, Mirko e Sharon, tre fratellini di 17, 11 e 6 anni. Dal 2005 vivono in una comunità per minori, lontani dalla famiglia. Sharon, la più piccola, è stata portata via da casa quando aveva appena tre anni. Può abbracciare la mamma e il papà solo una volta ogni due settimane. Non più a lungo di un’ora. E sempre sotto gli occhi, vigili, degli assistenti sociali. Un’infanzia rubata. E che ora i tre fratellini stanno reclamando: «Vogliamo tornare a casa. Perché è come se ci avessero strappato il cuore».

«ERAVAMO FELICI»
E’ il papà, Pietro Guccio, 51 anni, a raccontare la triste vicenda. Accanto a lui c’è Tina, 43 anni, madre dei tre bambini e sua moglie da vent’anni. «Eravamo una famiglia felice - spiega il padre - certo non perfetta, ma felice». E non si fa fatica a crederci, guardando quella casa luminosa e pulita, i giocattoli dei bambini, le loro camerette ordinate e le fotografie che li ritraggono sorridenti. Non ci hanno creduto, però, gli assistenti sociali. Che un giorno di marzo hanno segnalato al Tribunale dei Minori di Milano che i fratellini Guccio vivevano in «una situazione di terrore, vittime di un padre padrone ».

E’ stato un colloquio con un assistente sociale a dare inizio all’ingranaggio crudele, che poi non si è più fermato. Tina, che aveva attraversato una brutta depressione post partum e che da poco aveva perso il lavoro, si era rivolta a un consultorio. Si era sfogata con uno degli assistenti sociale lamentandosi per una «situazione pesante in famiglia».

Il primo figlio di Pietro, infatti, nato da un precedente matrimonio, aveva avuto problemi con la giustizia e il marito era spesso nervoso, aveva avuto scatti di rabbia. Nel frattempo, le maestre di Vanessa e Mirko avevano notato che i due bambini a scuola erano svogliati, trascurati.

Al bimbo era stata persino assegnata un’insegnante di sostegno, nonostante i suoi voti scolastici fossero più che buoni. Anche gli insegnanti hanno segnalato a l consultorio «un crescente disagio da parte dei bambini». Sono scattate le indagini, e il pubblico ministero ha aperto un procedimento civile a tutela dei minori.

«IL GIORNO MALEDETTO»
«Il giorno maledetto», come lo chiama Pietro, è arrivato l’11 maggio del 2005. Era il compleanno di Tina, e non ci poteva essere sorpresa peggiore. La famiglia al completo è stata invitata alla vicina caserma dei carabinieri, con una scusa. Lì, ad aspettarli, c’erano gli assistenti sociali del Comune.

Hanno caricato i tre bambini in auto e li hanno portati in una comunità a Sesto San Giovanni. Marito e moglie non credevano ai loro occhi. Pietro è un uomo alto e robusto ma stava per crollare. L’ha sorretto un maresciallo dei carabinieri. «E’ come se mi avessero strappato l’a n ima, mi è mancata la forza», racconta oggi.

IL CALVARIO
Da allora è iniziato il calvario. I coniugi Guccio possono vedere i loro bambini solo una volta ogni due settimane e solo per un’ora. Adesso i fratellini vivono in una comunità in provincia di Vercelli, e non vedono la loro casa da tre anni. Il giudice ha rigettato entrambi i ricorsi fatti dal legale dei coniugi Guccio, Lorenzo Macchi. «Non ci sono episodi concreti di violenza alla base dell’allontanamento . spiega l’avvocato - i genitori non hanno precedenti penali, conducono una vita dignitosa. Eppure...». Eppure dal 2005 i tre fratellini vivono, di fatto, come tre orfani. Strappati da una vita normale e lontani da due genitori che giurano di amarli.

Scritto da: Arianna Giunti - arianna.giunti@cronacaqui.it
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MariaRosaDeHellagenDate: Sabato, 15/05/2010, 01:43 | Message # 12
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CELE, LA BABY CAMPIONESSA CHIUSA IN COMUNITA': LA RETE E' TUTTA PER LEI

La storia di questa bambina di 12 anni rinchiusa in comunità ha commosso tutti. Il gruppo su facebook a lei dedicato cresce continuamente e anche i commenti all'articolo di Flavia Amabile nella versione online sono tutti per lei, la bambina che non deve perdere la speranza di diventare una campionessa di atletica. Cele è il simbolo di una battaglia più grande, in nome di tutti i bambini che, nel paese delle deroghe per quasi ogni cosa, si vedono invece costretti a subire leggi e regole durissime, che spesso invece che tutelarli annullano la loro personalità, oltre che i loro sogni.

Una giustizia più umana nei confronti dei minori è quello che chiediamo, e un impegno da parte di tutti gli operatori che hanno a che fare con i minori affidati alle comunità, a ragionare e a pensare al bene dei bambini, mettendosi qualche volta nei loro panni e domandandosi: "ma se mi togliessero tutto quello che ho, se mi negassero la libertà di fare qualsiasi cosa, come mi sentirei?".

Una semplice domanda rivolta a sè stessi, da porsi prima di prendere una qualsiasi decisione nei confronti di un bambino, sarebbe già un grosso passo avanti per agire in nome "dell'interesse del minore".
Di seguito la lettera che la ex mamma affidataria mi inviò un po' di tempo fa per segnalarmi la situazione di Cele e pubblicata ieri nella versione cartacea de La Stampa:

"La vita di Celestina si è ridotta ad una prigione, non può né vedere né sentire NESSUNO, ha sospeso ogni attività, non ha più festeggiato una sola festa, e per una volta che sono andata fuori la scuola solo per vederla e salutarla, le hanno inflitto un mese di PUNIZIONE. Perciò ora lei è terrorizzata i suoi occhi sono spenti e non trova gioia in nulla.

Ora Celestina frequenta la prima media ed anche il giudizio dei professori è concorde nel ritenerla educata, studiosa, conseguendo ottimi risultati, ma preoccupati per la psiche della bambina, e quindi hanno anche loro, chiesto l’intervento del Tribunale dei Minori.

La mia preoccupazione ora è: riuscirà un Giudice a sensibilizzarsi ad una storia come tante, a capire che questi bambini non devono essere mercificati a beneficio di una casa famiglia o istituto che sia, strappandoli ai loro affetti,senza ascoltare mai Celestina che ora ha 12 anni e vorrebbe poter essere ascoltata dal Giudice Rivellese potendosi fidare di che l’ascolta e non sentirsi rispondere “SEI UNA BUGIARDA".

Purtroppo con infinito dolore posso con certezza affermare che qualsiasi sia l’origine del problema di un bambino, dalla mamma, dal papà, della struttura sociale od altro, la soluzione è sempre quella dell’affidamento ad una struttura collegiale, priva di qualsiasi affezione. (...)

Non è così che si costruisce un futuro migliore, professiamo la pace nel mondo, ma poi facciamo la guerra a dei bambini che hanno come unica colpa, quella di avere dei disagi nella famiglia, e sono loro a pagare il prezzo più caro. Non sono loro da condannare ad un istituto, non sono loro ad aver scelto questo mondo."

Manila Garofalo

(madre affidataria di Cele per sei anni)

La fonte: http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/1980

Un gruppo sul Facebook in sostegno alla bambina: http://www.facebook.com/group.php?gid=65707457200&ref=ts

* * *

http://www.youtube.com/watch?v=Isx1EWhjxSc

* * *

Corri, Cele. Corri !!

http://frz40.wordpress.com/2010/05/13/corri-cele-corri/ ( http://frz40.wordpress.com/2010/05/13/corri-cele-corri/)

Questa è la storia di Cele, Una bambina di colore di undici anni che vorrebbe correre e vincere le Olimpiadi, ma la sua vita dificile difficilmente glie lo consentirà.

E quando si penso alla passione per la corsa non posso fare a meno di pensare alla triste, dolcissima storia di Forrest Gump.

La ricordate?

Seduto sulla panchina ad un bus-stop di Savannah, Forrest Gump racconta la sua infanzia di bimbo con problemi mentali e fisici. Solo la mamma lo accetta per quello che è, e solo la piccola Jenny lo fa sedere accanto a sé sull’autobus della scuola. Sarà lei a incitarlo, per fuggire a tre compagni violenti, a correre, liberando così le gambe dalla protesi.

Forrest ci racconta trent’anni di storia americana con gli occhi della semplicità e dell’innocenza.

Passerà attraverso mille avventure ma rimarrà sempre più innamorato di Jenny., che rivedrà alcune volte ma che continuerà a consideralo solo un fratello. Sarà un campione di football americano, un eroe del Vietnam, un campione di ping-pong e, infine, si darà alla pesca di gamberi facendo fortuna.

Solo dopo la morte della madre, ormai miliardario, sarà raggiunto da Jenny, che rifiuterà di sposarlo ma con lei avrà un rapporto sessuale per sparire di nuovo. Disperato Forrest correrà a piedi per l’America per tre anni, raccogliendo anche seguaci. Poi Jenny lo chiamerà da Savannah, informandolo di avere un figlio. Tornati in Alabama, i due si sposeranno, ma Jenny, malata di AIDS morirà e Forresti si dedicherà amorevolmente al bambino.

La storia che Flavia Amabile ci racconta con questo articolo per La Stampa ha, per la verità, poco a che vedere con quella di Forrest Gump, se non per la passione della corsa e per gli anni difficili che sta vivendo Cele, una bambina che da febbraio è chiusa in un istituto per minori.

E’ la sua casa. Non può uscire se non con i volontari e ha dovuto dire addio agli allenamenti. Non ha fatto nulla di male, è sempre stata una delle più brave a scuola, e finiti i compiti non vedeva l’ora di andare ad allenarsi.

Scrive in un tema «Il mio più grande desiderio è diventare una campionessa mondiale di corsa. La mia corsa preferita è la velocità, spero che il sogno di andare alle Olimpiadi 2016 si realizzi perché l’atletica è la mia vita».

Ha vinto diverse gare e per i tecnici federali Cele avrebbe «buone possibilità di intraprendere una seria carriera sportiva».

Dice l’articolo:

Il problema è la sua mamma, una donna originaria della Nigeria. Dei primi tre anni di vita di Cele si sa che per un certo periodo sono state nel carcere di Rebibbia per problemi legati spaccio e alla detenzione di stupefacenti. Del padre nessuna notizia. Compiuti tre anni, però, Cele ha l’età per poter vivere lontano dalla mamma, fuori dal carcere. Per qualche tempo viene affidata ad un istituto di suore, poi la madre ottiene gli arresti domiciliari e tornano insieme in una casa-famiglia. La convivenza non è delle migliori secondo i ricordi di Cele, ma dura poco. Quando ha cinque anni la mamma viene arrestata ancora. I servizi sociali decidono che ad occuparsi della bambina sia una ventenne, Manila Garofalo. Diventa la madre affidataria e nei racconti di Cele questo periodo è il più bello della sua vita. E’ Manila a farle conoscere il mondo dello sport.

Cele ha un fisico da atleta, e infatti vince una gara dopo l’altra. Tutto sembra andare per il meglio fino al 2007 quando l’indulto fa uscire la madre naturale dal carcere. A febbraio dello scorso anno il Tribunale dei Minori decide che Cele deve tornare con la mamma in una casa famiglia. «Cele si rifiuta – spiega Manila – racconta alle assistenti le sue uscite con la donna nei luoghi dello spaccio. I servizi sociali non le credono, la accusano di mentire». Cele però insiste e cambia ancora una volta indirizzo. Da giugno del 2009 è nell’Istituto Protettorato San Giuseppe.

E’ l’inizio della fine dei suoi sogni. Non può partecipare al raduno estivo della sua società di atletica. A ottobre riprende gli allenamenti da sola nella stanza dell’istituto. Ottiene il permesso di uscire per gli allenamenti con la madre. «La madre in genere l’affidava a me ed ero io ad accompagnarla», racconta ancora Manila.

A gennaio la madre aggredisce Manila fuori dallo stadio. C’è una lite, Manila la denuncia. La Polizia interviene, si rende conto che la donna è anche priva di permesso di soggiorno e quindi non può accompagnare la figlia. Da quel momento per Cele la porta dell’istituto si apre solo se ci sono i volontari con lei. «E alle sue richieste di allenarsi hanno risposto proponendole la pallavolo nell’istituto». E Cele ha rifiutato.

Non so come andrà a finire questa triste storia che, probabilmente, però, è anche solo una storia come tante altre.

Mi fa molto riflettere sull’istituto dell’affidamento dei minori, sulle nostre leggi e su come sono applicate. . Ma qualcosa per la piccola Cele e per tutti quelli come lei bisognerà pur fare.

Non so quale possa essere la soluzione migliore, ma mi chiedo se una madre come quella, pur immaginando e comprendendo in chissà quali terribili situazioni si sarà trovata, abbia ancora il diritto di decidere il destino della figlia.

Alla piccola Cele auguro di poter correre ancora e vincere molte gare, magari anche un’Olimpiade, come sogna. Ma soprattutto le auguro di trovare un compagno che la ami, la protegga e che l’aiuti a vincere la sua durissima gara della vita.

 
dibattitopubblDate: Giovedì, 12/05/2011, 18:49 | Message # 13
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Genitori Parma: un caso sconvolgente

http://www.liberapolitica.it/2011/05/10/genitori-parma/

CARISSIMI, siamo un papà e una mamma, due genitori che con patema d’animo hanno deciso di informarVI su come ci è stata tolta l’unica e amata figlia per un anno. Non Vi scriviamo per noi poichè la nostra forza data dalla determinazione nella ricerca della verità ci ha permesso di riportarla a casa. Ciò che desideriamo è condividere un dolore immenso e straziante ancora oggi vivo e presente che non vogliamo possa ripetersi. Non di meno riteniamo doveroso informare la società civile dell’accaduto.
Breve memoriale.
Non eravamo una famiglia in difficoltà, non eravamo genitori in difficoltà, la nostra rete familiare era sana e forte. Non eravamo drogati, alcolisti o criminali. Non eravamo colpevoli di nessuno dei reati contestatici ( falsi reati validati dalla scuola sulla base di calunnie raccolte dalla testimonianza di una mamma e dall’attività non deontologica dello psicologo scolastico). Le cimici messe in casa a nostra insaputa dimostravano che eravamo una famiglia sana, normale, non aggressiva, priva di tensioni degne di nota. Ma sulla base dei dati soggettivi raccolti dallo psicologo nell’ambito del progetto alla salute e formulati in una relazione consegnata all’Autorità Giudiziaria siamo stati denunciati e nostra figlia è finita in comunità. Non l’abbiamo più potuta vedere e sentire per quasi un anno perchè sequestrata e affidata ai s. sociali .Naturalmente le indagini su di noi riscontravano il preciso contrario rispetto a ciò che gli inquirenti stavano cercando e il Tribunale dei Minori di Bologna revocava il decreto provvisorio d’urgenza, stabiliva il non luogo a provvedere nei confronti dei s . sociali e archiviava. PULITI!
Precisiamo che tale Tribunale è considerato tra i più severi nell’applicazione della legge sui minori. Durante il nostro calvario siamo stati sostenuti dalle famiglie e dagli amici e affiancati da numerose associazioni che lavorano a sostegno dei minori, della genitorialità e del diritto di famiglia contestualmente ci siamo accorti di non essere soli. Purtroppo in Italia sono moltissimi i bambini allontanati dalle famiglie naturali in essenza di prove. Siamo contro la violenza e l’abuso sui minori, ma crediamo che data la delicatezza le accuse debbano essere supportate da prove e nel nostro caso esistevano ed esistono faldoni di prove di innocenza prima dell’allontanamento della minore dal nucleo familiare.
A questo punto vogliamo che il Paese sappia, che si esprima e che ci si possa attivare perchè per i genitori non diventi una preoccupazione anche il mandare i figli a scuola, luogo che vogliamo rimanga sano e sicuro per tutti.
Non ci dilunghiamo oltre crediamo che abbiate capito, questo fenomeno è in continua espansione e noi sentiamo il peso di chi vivendolo ha compreso, capito, analizzato. Ora non possiamo più tacere, è nostro dovere riferire senza vergogna, non siamo certo noi a doverci vergognare. Ciò che riferiamo è granitico perchè confermato dagli atti contenuti nei fascicoli delle procure.
Come abbiamo anticipato siamo in molti, ma la maggioranza non riesce a parlarne, tanti hanno subito ripercussioni psicofisiche importanti, qualcuno si è suicidato. Noi abbiamo la fortuna di essere qui, testimoni di quello che può accadere a una brava famiglia italiana nell’atto di rispettare il diritto allo studio dei propri figlii.
Conclusione.
Ci piacerebbe che altri, come noi, prendano il coraggio di scrivere alla redazione per raccontare la loro storia, specialmente se di Parma e provincia (verrà rispettato l’anonimato).
Rimaniamo anche in attesa delle riflessioni di tutti Voi comunque la pensiate.

Un abbraccio: GENITORIPARMA

 
AmministratoreDate: Lunedì, 16/05/2011, 06:42 | Message # 14
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http://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/2010/02/05/289490-abbiamo_maltrattato.shtml

"Non abbiamo maltrattato i nostri figli: lasciateceli"

I senatori Pdl Balboni e Palmizio hanno presentato un'interrogazione a tre ministri sull'allontamento dai genitori (accusati di maltrattamento) di due bimbi di 7 anni e 3 anni e mezzo

Ferrara, 5 febbraio 2010 - "Non toglieteci i nostri figli. Non li abbiamo maltrattati e senza di noi non saprebbero come fare": il disperato grido d’aiuto di due genitori, assistiti dall’avvocato Maria Mezzogori, percorre la provincia di Ferrara e, alla vigilia dell’esecuzione di un provvedimento di allontanamento dei piccini (7 e 3 anni) dalla casa famigliare, sferza la vita politica romana. Come? Con un’interrogazione urgente ai Ministeri della giustizia, dell’interno e della salute presentata dal senatore ferrarese del Pdl Alberto Balboni insieme al collega bolognese Massimo Palmizio.

I fatti. Marzo 2009, un paese della provincia di cui non divulghiamo l’ubicazione per tutelare i minori. Il padre accompagna i figli a scuola e li va a prendere. Ma alcune madri non capiscono i modi, a loro, dire bruschi: "Ha afferrato con violenza i bambini per i polsi e li ha trascinati in automobile", sta scritto in un esposto presentato in procura. Scattano le indagini, vengono sentiti dei vicini di casa che raccontano di urla e frasi pesanti, nulla più. Viene interessato il tribunale dei minori di Bologna che affida sì i bimbi ai servizi sociali ma ne fissa la residenza a casa dei genitori. "Secondo la relazione della neuropsichiatria del servizio pubblico — si legge nell’interrogazione —, i bambini risultano affetti da disturbo del comportamento iperattivo ed oppositivo; a uno dei due era stata diagnosticata una cisti aracnoidea con crisi epilettiche l’ultima delle quali, imponente, nel luglio 2009; la pediatra dava inoltre atto che i bambini, ben seguiti, non presentavano alle varie visite segni di maltrattamento e che entrambi manifestano comportamenti iperattivi; l’assistente sociale, nelle relazioni al Tribunale dei Minorenni, parla di bambini eccessivamente vivaci; la relazione preliminare dell’Istituto di terapia familiare di Bologna parla di genitori disponibili al percorso ed all’intera procedura, regolarmente presentati agli incontri con spirito collaborativo, parla di grande difficoltà a contenere i bambini, di genitori paradossalmente vittime dei figli".

Accade però che la relazione conclusiva del percorso non venga acquisita agli atti del Tribunale per i Minorenni ma "letta dall’assistente sociale al padre, e da essa emerga che i bambini non siano vittime di maltrattamenti". Fatto sta che i genitori chiedono alla procura se esita un fascicolo aperto nei loro confronti e al 30 giugno 2009 non risulti nulla pendente. A ottobre però si scopre che il pm Angela Scorza ha chiesto l’allontanamento del padre e il gip Piera Tassoni l’ha negato. "Ma il Tribunale della libertà intanto accoglieva l’appello del pm — spiegano Balboni e Palmizio — e così è stato proposto ricorso in Cassazione (si discuterà l’11 febbraio, ndr). La misura cautelare coercitiva si presenterebbe di fatto impraticabile poiché la madre è un’infermiera soggetta a turni di notte e senza l’aiuto del marito non potrebbe accudire i figli".

Ma il procedimento penale intanto va avanti e viene fissato per il 25 febbraio l’incidente probatorio per ascoltare i bimbi. "Ma l’assistente sociale haconvocato i genitori annunciando che da oggi — spiega l’avvocato Mezzogori — avrebbe allontanato i bambini, per metterli in una casa famiglia. Una misura devastante: uno dei due bambini ha problemi di salute, perderebbero i contatti con la scuola e potrebbero tornare dai genitori il sabato e la domenica. Perché nel weekend sì e gli altri giorni no?". Da Balboni e Palmizio il documento ai ministri per chiedere "quali iniziative urgenti vogliono assumere per evitare che la situazione degeneri ulteriormente" e "se il Ministro della Giustizia ritenga promuovere iniziative di ispezione anche intese a chiarire se non sia stato violato il diritto alla difesa del padre, iscritto nel registro degli indagati solo il 12 agosto nonostante la notizia criminis sia di marzo".

di Valerio Baroncini

 
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