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Forum » REATI DI TRIBUNALI MINORILI E CIVILI, SERVIZI SOCIALI E ALTRE ISTITUZIONI » CASI » CASI scaturiti dalla SEPARAZIONE dei genitori (Casi vari ed in generale)
CASI scaturiti dalla SEPARAZIONE dei genitori
dibattitopubblDate: Lunedì, 18/05/2009, 01:46 | Message # 1
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Alcuni casi di padri separati che hanno fatto scioperi della fame possono essere visionati sui seguenti link:

Sciopero della fame di Sergio Grassi padre separato http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/33-296-1 (http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/33-296-1)


Fabrizio Adornato - Carabiniere separato in sciopero delal fame, a Roma

http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/33-322-1 (http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/33-322-1)

SCIOPERO della FAME di ANGELO GRASSO - UN PAPA' SEPARATO - http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/33-274-1 (http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/33-274-1)

SCIOPERO di FAME di CARLO ZEULI - http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/33-302-1 (http://dibattitopubbl.ucoz.com/forum/33-302-1)

I casi gestiti dall'associazione dei Padri separati della Lombardia possono essere visionati sul seguente link: http://www.papaseparatilombardia.org/on_line/categorie.asp?settore=Le%20Nostre%20Storie
http://www.papaseparatilombardia.org/on_line....0Storie

 
dibattitopubblDate: Giovedì, 21/05/2009, 19:46 | Message # 2
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Racconto pubblico dei reati del tribunale dei minori e dei servizi sociali in caso di una separazione (omissione di un regolare processo, omissione degli atti (risposte), trattamento degradante e disumano ai bambini, maltrattamenti psicologici ai bambini paragonabili alla tortura, limitazione illegalle dei rapporti tra bambini e genitori, falso ideologico e omissione degli atti d'ufficio da parte dell'assistente sociale)

http://www.youtube.com/watch?v=qdJHUSAwU_Y

 
dibattitopubblDate: Venerdì, 09/10/2009, 03:32 | Message # 3
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Dal quotidiano "Libero"

19 agosto

«Toglietele i figli, li ama troppo»
di CRISTIANA LODI

SENTENZA DEL TRIBUNALE DI COMO CONTRO UNA MAMMA - UNA SEPARAZIONE CONIUGALE SI TRASFORMA IN UN CASO GIUDIZIARIO

Il Tribunale di Como: l'affetto della madre «potrebbe danneggiare la crescita psicofisica» dei due bambini COMO - Se un bambino riceve troppo amore può essere strappato alla mamma. «Il forte attaccamento alla figura genitoriale compromette la crescita psicofisica del piccolo e il legame simbiotico profondo rischia di creare una impasse evolutiva». In questo caso i figli vanno allontanati dalla madre e affidati al padre. Scrive così, nel freddo linguaggio giuridico, il perito del Tribunale di Como che con una sentenza pronunciata a giugno ha portato via i figli di 3 e 5 anni a una giovane donna. Simona Pletto ha 32 anni e la colpa di avere dato troppi baci e un eccesso di carezze ai suoi due bambini. Tanto che il giudice ha deciso di affidarli all'ex marito. Non certo perché lei li ha maltrattati o ha fatto mancare loro qualcosa, ma per quel «forte legame affettivo che aveva instaurato ». Un tempo Simona è stata anoressica e questo, a distanza di tanti anni, potrebbe compromettere il futuro della prole. Questo ovviamente per i giudici e per l'avvocato che difende il marito della donna, un imbianchino comasco di 32 anni. Scrive il legale: «La signora in passato ha sofferto di anoressia. Oggi non fa più del male a se stessa, ma rischia di farlo agli altri. In particolare ai piccoli che le vivono accanto. Potrà riaverli solo se accetta di sottoporsi a un programma terapeutico, altrimenti rischia di perdere anche la potestà genitoriale ». Il Tribunale ha accolto questa tesi e ha sentenziato.Si - mona ha perso i figli che ha allevato con amore per tre e cinque anni. Una mattina hanno costruito un castello di sabbia, tutti e tre insieme, in riva al mare di Ravenna. E' stato il 24 giungo scorso, un giovedì. A un certo punto lei ha alzato la testa e ha visto avvicinarsi un carabiniere con la divisa addosso e un plico di carte in mano. Ha capito subito che voleva portarle via i suoi amori, così li ha presi in braccio ed è scappata via veloce. Lasciando cadere in mezzo alle onde il secchiello e la paletta rossa. In caserma ha supplicato il maresciallo: «La prego, mi dia il tempo di vestirli, vorrei fargli la doccia. E spiegare loro che...». Niente da fare: «C'è un provvedimento del Tribunale, le carte parlano chiaro signora. Noi dobbiamo eseguire», ha risposto il militare. Simona ha dovuto andarsene. Credeva le scoppiasse il cuore nel sentire i piccoli che la chiamavano e piangevano mentre la porta di ferro si chiudeva alle spalle. La sua storia triste e incredibile è il seguito di una lunga e complessa causa di separazione. E' stato proprio l'uomo che lei aveva amato a chiedere e ottenere una perizia psichiatrica che la definisce «emotivamente instabile estressata.Dunque non in grado di assistere i figli piccoli».Nel dispositivo del giudice non viene indicata nessuna malattia della mente, ma il precedente dell'anoressia sì. La storia d'amore fra Roberto e Simona (che fa la giornalista a Ravenna) era cominciata sei anni fa. Un incontro in aereo, al ritorno di un viaggio a Cuba.Il colpo di fulmine, i fiori d'arancio, la bella villa a Como e la nascita dei bambini.P er amore di loro, Simona ha lasciato la redazione di Ravenna (dove aveva casa) e mandato a carte quarantotto la carriera. Due anni fa le prime incomprensioni hanno incominciato a intaccare il rapporto matrimoniale, che ha trovato la fine nell'aula di un Tribunale.«Disse che non mi amava più e ai giudici aggiunse che non voleva più dividere la vita con me in quanto non accettava il mio modo di educare i bambini», spiega lei. Gli screzi sono diventati scontri, fino a quando lui pesca in fondo a un cassetto una vecchia cartella clinica nella quale è documentato il passato di Simona malata di anoressia. Le carte finiscono in mano ai giudici che vogliono la consulenza a uno psichiatra. Dopo una prima perizia la donna viene ritenuta capace di accudire i figli e il Tribunale sentenzia a suo favore, lasciandole i due bambini. Ma il marito impugna il verdetto e ottiene di sottoporla a una seconda perizia.In questa occasione raggiunge il suo obiettivo, allo psichiatra bastano tre sedute per stabilire: «La donna è vulnerabile e instabile nelle emozioni.Il legame troppo profondo con i figli potrebbe comprometterne la crescita psicofisica e il rapporto simbiotico provocarne una impasse evolutiva».Simona spiega che lo psichiatra è arrivato a questa conclusione dopo averla guardata tre volte. «Mi ha chiesto di giocare con loro su un grande cuscino, con i birilli e le costruzioni. Lo abbiamo fatto per tre pomeriggi, pochi minuti ogni volta. Poi quell'uomo ha deciso che io non potevo più fare la mamma.E i carabinieri meli hanno portati via».

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20 agosto:

"Mi han preso i figli per colpa dei birilli"

di SIMONA PLETTO

LA LETTERA DELLA MADRE ALLA QUALE I GIUDICI HAN TOLTO I BAMBINI PERCHÉ LI AMA TROPPO

«In poche ore i magistrati hanno valutato l'amore di una vita. I loro criteri di giudizio sono frettolosi e superficiali» Egregio Direttore, sono una mammagiornalista, protagonista mio malgrado della storia che avete pubblicato ieri. Il tribunalemi ha tolto i figli di 3 e 5 anniper eccesso di legame affettivo. Insomma, come avete sintetizzato voi, per troppo amore. Io che da giornalista avevo un sogno, rincorso per otto anni prima di fare la mamma, quello cioè di diventare una in gamba, per dirla come dicevo, alla Feltri, ora per assurdo mi ritrovo io, come protagonista, sulle pagine del suo giornale. Non sono stupita. Ho trovato un muro di gomma da parte dei colleghi, che mi hanno liquidata dicendo: «Mah, ci sono dei minori in ballo, è una storia delicata preferiamo...». Preferiamo non pubblicarla. Accidenti, proprio perché ci sono due bimbi piccoli e quindi da difendere contro una giustizia-ingiustizia, che ha commesso una sorta di crimine, bisogna parlarne. La vera verità e l'ho capito sulla mia pelle, è che il giornalismo funziona male, la giustizia funziona peggio. Ecco perché non sono stupita che solo un giornale "diverso" e che adotta scelte di coraggio, l'abbia pubblicato. Ho letto di un padre cui hanno dato la non idoneità perché, secondo questi signori psichiatri tecnici dei tribunali (su cui davvero, e glielo dico come umile e piccola giornalista, bisognerebbe indagare su come frettolosamente e superficialmente indagano), faceva fare i letti ai suoi figli. Si rende conto di quel che succede? Se andiamo avanti di questo passo, dove finiamo? A me li hanno portati via perché in due incontri di due ore, hanno visto che il padre era più bravo a mettere in fila dei birilli in una stanza da gioco. Poi, anche se non sa cuocere un uovo, se non sa le loro allergie e non gli ha mai fatto un bagno, bambini di soli 3 e 5 anni, che se girano il piedino per giocare con il papà anziché con la mamma in quell'arco di ora, sono rovinati, la perdono per sempre. Due bambini che se gli scappa di dire mentre sono esaminati: «Dov'è la mamma?», rischiano di venire bollati come simbiotici. Una mamma che, se gli scappa di prendere in braccio un bimbo che piange (a me è capitato questo) e di dare un bacio o una carezza in più, si ritrova privata della cosa più bella che ha al mondo. Non ci sono scoop giornalistici che reggano tale confronto di emozioni. Caro direttore, la morale di questa brutta favola, è che chiunque si metta nelle mani di questi tecnici o giudici, rischia più di quello che normalmente si crede. Rischia tanto, troppo. Fino a diventare protagonista di casi davvero assurdi come il mio. E il giudizio di questi signori psichiatri alla corte dei tribunali, a quanto pare, sembra essere insindacabile. Ti prendi un perito di parte, lo paghi, ma niente. Non viene nemmeno preso in considerazione. La loro parola è sacra. Nessuna verifica, nessun test, nemmeno una controprova . bimbi a una mamma, occorrono dei seri e validi motivi. In assenza di patologie, non si può commettere un simile crimine solo perché una mamma ama i propri figli. Adesso, per non morire di dolore, ho ripreso a lavorare in un giornale locale della Romagna. Ho sempre fatto giornalista divertendomi, quindi riesco a non pensare. Ma il mio vuoto è grande, mi sento come se mi avessero strappato tutto dentro. Nessuno ha il coraggio di denunciare, io l'ho fatto e dei "colleghi" mi hanno dato della pazza. «Se il giudice ha preso questa decisione, è segno che lei qualcosa ha fatto», mi hanno risposto. Così, a priori, senza nemmeno conoscere la storia. Roba veramente da matti! Che razza di giornalismo è questo? Per fortuna nella mia terra ho trovato chi mi ha ascoltato a "La Voce di Romagna". Caro direttore, mi sfogo con lei perché la stimo da anni e so che scrive ciò in cui crede. Senza timori, senza vincoli, senza essere servo di nessuno. Un giornalista con la "G" maiuscola. Ringrazi da parte mia la cronista Cristiana Lodi che ha scritto il pezzo. Un giorno, chissà, magari ci incontreremo. Io e il mio amico giornalista Massimo Pandolfi, l'autore del libro "Inchiostro Rosso" , le confido che abbiamo bevuto un sacco di aperitivi parlando di lei. Continui a tenere alto il nome di questa professione. Anche a un'umile signora nessuno come me, davvero serve per continuare a crederci! DIDASCALIE: «Per non morire di dolore e non pensare ho ripreso a lavorare» LA STORIA Due bambini strappati alla mamma LA SENTENZA Simona Pletto di 39 anni, è madre di due bambini ( 3 e 5 anni). Il Tribunale di Como, con una sentenza pronunciata a giugno, le ha tolto i figli perché «il rapporto simbiotico e il legame troppo profondo» instaurato con loro potrebbe provocare una «impasse evolutiva». LA SEPARAZIONE Il marito, un imbianchino comasco di 32 anni, ha chiesto la separazione e presentato ai giudici una vecchia cartella clinica nella quale è documentato il passato di Simona malata di anoressia. Oggi è guarita ma il perito del Tribunale ha stabilito che il troppo affetto della madre nei confronti dei piccoli può danneggiare il loro sviluppo psicofisico. LA PERIZIA La donna ha spiegato che i periti sono arrivati a questa conclusione dopo averla osservata giocare con piccoli davanti a dei birilli. Due sedute, un'ora in tutto.

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21 Agosto

So la verità sui bimbi tolti alla mamma di ANNAMARIA BERNARDINI DE PACE

La storia di Simona Pletto, la donna cui sono stati tolti i figli, di 3 e 5 anni, per "troppo amore" appare, come forse è, paradossale e crudele. Un consulente tecnico del Tribunale, sembra dopo due incontri, ha deciso che il papà era più meritevole dell'affidamento, perché, come ha scritto ieri Simona, è riuscito a «mettere in fila i birilli» meglio di quanto abbia fatto la madre. Non posso giudicare se la versione di Simona sia giusta, completa oppure travisata. Dunque non è di questa storia che parliamo. Posso però dire che, anche ove fosse puntuale, non ci sarebbe da stupirsi. Le consulenze tecniche e le indagini delegate ai servizi sociali nei conflitti giudiziari sull'affidamento funzionano molto spesso così. Nel nostro ordinamento alcuni consulenti tecnici si propongono quasi come sconclusionati epigoni degli inquisitori. Il meccanismo è semplice: a un giudice viene affidata una causa in cui occorre risolvere un problema tecnico (ad esempio stabilire se un medico ha sbagliato un intervento, se un genitore è psicologicamente adatto a svolgere le sue funzioni, se un tetto è stato costruito in maniera corretta) che esula dalla sua competenza. Il problema tecnico viene allora integralmente delegato alla cognizione di un esperto, il consulente tecnico d'ufficio appunto, che, trascorsi alcuni mesi, fornisce la soluzione che il Magistrato, 99 volte su 100, fa sua e riporta nella sentenza. E qui sorge il problema. Il Magistrato, nel corso del processo e nel redigere la sentenza, deve seguire alcune regole rigorose. Altrimenti la sua sentenza sarà annullata dalla Corte d'Appello o dalla Cassazione. Il consulente tecnico, invece, di regole non ne deve seguire. Può decidere come meglio crede. Teoricamente, anche solo sulla base di principi e metodi personali. A maggior ragione nell'ambito delle consulenze tecniche che riguardano i minori, dove uno stesso fatto può essere letto in mille maniere differenti. Tutte teoricamente lecite, legittime e giustificabili. Ci sono stati casi in cui una madre è stata declassata da genitore perché aveva in corso una relazione extraconiugale che avrebbe potuto sottrarle tempo e attenzioni. Altri, in cui è stato negato l'affidamento perché la madre aveva denunciato il sospetto di un abuso subìto dal figlio minore ma le prove non erano state convincenti per il consulente. Altri ancora in cui il bambino è stato lasciato alla madre nonostante la sua conclamata e documentata instabilità affettiva e umorale. E così via. Come si arriva a queste decisioni? Alcune volte proprio come ha scritto Simona nel suo articolo di ieri. Il Consulente fa uno o più colloqui con i genitori. Li osserva e li analizza. Ascolta, se vuole (non è obbligato a farlo), i periti di parte. E poi conclude. Anche senza avere somministrato test psichiatrici e senza essere obbligato a seguire o documentare protocolli scientifici. Può fare quello che vuole, senza che possa essere criticato (e guai a farlo in corso di perizia: si rischia di urtare l'ipersensibilità del perito). Il consulente poi deposita la sua relazione al Magistrato che, nella maggior parte dei casi, la fa sua: per rispetto nei confronti del consulente che lui stesso ha nominato, per non assumersi responsabilità o per eccessiva modestia E' logico che, in situazioni del genere, così cariche di stress, è il più furbo quello che vince. A volte anche quello scorretto. Intendiamoci, grazie al cielo i consulenti non sono tutti incompetenti. La maggior parte di loro svolge il lavoro con fatica, coscienza e serietà. Ma credo che, in uno Stato di diritto, non sia giusto lasciare sovente alla mera coscienza individuale la decisione della vita di un bambino. Occorrono regole precise e scrupolose per reprimere abusi ed errori. Per esempio dovrebbe essere obbligatorio nominare sempre un collegio di periti: tre teste pensanti possono ammortizzare le eventuali carenze di una di loro. Non si può, a questo punto, non ricordare il caso dei fratelli Brigida: la consulenza aveva stabilito che il padre era idoneo a prendersi cura dei minori e a tenerli con sé; dopo poco quel padre li ha fatti a pezzi e sotterrati. Dunque, i primi a chiedere l'applicazione rigida di un protocollo da seguire dovrebbero essere gli stessi psicologi. Per impedire che gli sbagli di un incapace si trasformino nella colpa di tutti. E nella tragedia di una società a sua volta incapace di rispondere ai sentimenti dei più piccoli.

 
AmmiratoreDate: Venerdì, 16/10/2009, 14:52 | Message # 4
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Attualità - Chivasso - 07/04/2008

«Elisabetta deve ritornare a casa»

http://www.localport.it/eventi/notizie/notizie_espansa.asp?N=30682

(sul sito ci sono anche le foto della manifestazione)

A cura di Annarita Scalvenzo

Elisabetta, Silvia, Anna, poco importa il nome, che le regole per la tutela dei minori, impongono sia rigorosamente di fantasia, ma quello che conta è che questa bambina di 8 anni, nata da genitori oggi separati e praticamente allevata dai nonni paterni, dallo scorso settembre, per una decisione del Tribunale dei Minori di Torino, ha dovuto abbandonare la casa dei nonni ed entrare in una comunità, in attesa di una famiglia a cui essere affidata.

Probabilmente per cercare di dare maggiore stabilità alla situazione della bambina, i nonni paterni, Imperia e Luciano Massaro, ne avevano chiesto l’affidamento, ma il Tribunale dei Minori, sulla base delle valutazioni dell’equipe di assistenti sociali e di psicologi del Ciss, il Consorzio Intercomunale Servizi Sociali di Chivasso, il 25 settembre 2007 ha emesso questo provvedimento, in via cautelare e non definitiva, che ha portato Elisabetta lontana da casa.

I nonni hanno già tentato tutte le vie possibili per riportare la bambina a casa e il corteo che si è svolto in città nel primo pomeriggio di sabato scorso, è stato probabilmente l’ultimo in ordine di tempo e più disperato tentativo di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica. Il corteo è partito dall’abitazione dei nonni, in via Paleologi, che fino a qualche mese fa è stata anche la casa di Elisabetta e la gente ha sfilato davanti alla finestra della camera dove, dai vetri, sorridono le sue bambole.

“Elisabetta una casa ce l’ ha e tutta Chivasso lo sa”, ripete quasi ossessivamente il corteo, che attraversa il centro di Chivasso, percorrendo via Orti, Viale Vittorio Veneto e poi via Torino, per fermarsi davanti alla sede del Ciss, dove si leva un coro di proteste.

E lo striscione che viene portato in corteo, con la scritta “Servizi a-sociali”, la dice lunga su quello che è il pensiero di amici e parenti che sfilano insieme a nonna Imperia, che cammina in testa portando una fotografia di Elisabetta e con accanto nonno Luciano, provato dal dolore e con le lacrime che gli rigano il volto. Silenzioso e un po’ spaventato dal trambusto, fa parte del corte anche Shadow, il cagnolino che, così dicono i nonni, a Elisabetta non viene permesso di vedere.

Il corteo è arrivato fino a Palazzo Santa Chiara, dove il sindaco Bruno Matola ha atteso Imperia e Luciano, che aveva già incontrato nei giorni precedenti e ha cercato pazientemente di ripetere quale sia l’unica via possibile da perseguire, quel provvedimento “in via cautelare e non definitiva”, dove viene anche disposta una prosecuzione del giudizio durante la quale i familiari potranno far valere le proprie ragioni ed osservazioni.

«Umanamente li capisco – ha detto Matola -, ma devono affidarsi al loro avvocato e insistere su quello spiraglio lasciato dalla sentenza. E’ importante, per il bene di tutti, che seguano il percorso indicato dalla legge. Purtroppo tutti sono vittime di questa vicenda».

Difficile però parlare di percorsi indicati dalla legge di fronte alla disperazione della nonna, «Ogni martedì è una tortura – dice Imperia -, quando la possiamo vedere per appena un’ora. A maggio farà la Prima Comunione e dovrà entrare in chiesa come un’orfanella. Ma io riuscirò a scoprire quando e dove sarà e saremo tutti lì con lei. Io non mi fermo più davanti a nulla».

Venerdì scorso, il Ciss ha diramato un comunicato ufficiale per spiegare la posizione del Consorzio, ma sembra che l’avvocato Antonina Scolaro, che assiste i nonni, abbia intenzione di presentare un esposto contro i servizi sociali di Chivasso, per abuso di potere.

Added (16/10/2009, 14:42)
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Chivasso - 08/04/2008

Sulla bimba contesa i servizi sociali: «Abbiamo tutelato Elisabetta»

http://www.localport.it/eventi/notizie/notizie_espansa.asp?N=30725

di Annarita Scalvenzo

Un comunicato stampa congiunto, firmato dal Presidente del Ciss, Valmore Braghin e dal sindaco Bruno Matola, per spiegare l’operato dei Servizi sociali e quello che è accaduto nel caso di Elisabetta, la bambina di otto anni che sei mesi fa è stata tolta ai nonni paterni che l’avevano accudita fino a quel momento.

«A fronte di segnalazioni di situazioni di minori in difficoltà, i Servizi Sociali, in capo al Comune di residenza o, come in Piemonte, gestiti dai Consorzi ai quali i Comuni hanno delegato le funzioni, sono tenuti per competenza istituzionale a svolgere indagini sociali atte a verificarne la fondatezza e l’eventuale necessità di tutelare il minore in questione - precisano i Servizi del Consorzio Intercomunale di Chivasso -. Accertata una situazione di bisogno del minore, vengono attivati interventi attraverso la rete dei servizi socio-sanitari, dove collaborano professionisti di diversa specializzazione quali assistente sociale, psicologo, psichiatra, educatore professionale, operatore socio-sanitario».

Gli interventi, prosegue la spiegazione della direzione del Ciss, mirano prima di tutto, «Al sostegno delle capacità genitoriali ed al superamento delle difficoltà che hanno posto il minore in una situazione di disagio per garantirne una crescita serena ed armoniosa. Qualora non si raggiunga un risultato positivo, l’equipe multiprofessionale segnala la situazione all’Autorità Giudiziaria - Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni. In seguito all’emanazione di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria i Servizi Sociali sono tenuti all’esecuzione del medesimo attuando le prescrizioni richieste. Nel caso in discussione, il Tribunale per i Minorenni di Torino, il 25 settembre 2007, ha emanato un provvedimento in via cautelare e non definitiva a tutela della minore, con effetti immediatamente esecutivi».

Il provvedimento di cui si parla, è quello che ha portato all’allontanamento della piccola Elisabetta dalla casa dei nonni, dove era cresciuta e dove viveva, per indirizzarla verso una comunità.

Ma la sentenza emessa dal Giudice, non è definitiva, poiché come viene specificato, è stata disposta «La prosecuzione del giudizio nel corso del quale verranno compiuti gli approfondimenti necessari e dove i familiari potranno far valere le loro ragioni ed osservazioni».

Ma il comunicato aggiunge un tassello importante alla vicenda: i nonni hanno già presentato un ricorso, che però non è stato accettato. «Nel rispetto della minore e della sua famiglia, in coerenza con il segreto professionale, non è possibile fornire informazioni più dettagliate nel merito della situazione, se non che la Corte d’Appello di Torino - Sezione Speciale per i Minorenni - ha respinto il reclamo proposto dai familiari contro il citato decreto del Tribunale per i Minorenni».

Parole precise e asettiche che ,però, si scontrano con la realtà di due nonni disperati, che hanno urlato tutta la loro rabbia per quella che ritengono sia stata una vera e propria ingiustizia perpetrata ai loro danni, ma soprattutto di Elisabetta, allontanata dalla sua casa, dai suoi affetti, dai suoi compagni di scuola, dai suoi giochi.

Il sindaco Bruno Matola ha incontrato più volte Imperia e Luciano Massaro e sabato pomeriggio non si è sottratto alla rabbia della folla, che comunque ha riversato su di lui gran parte dell’animosità. Sabato, come nei giorni precedenti, Matola, che è stato alla guida del Consorzio dei Servizi Sociali prima di ricoprire la carica di Sindaco e che conosce bene questo genere di percorsi, ha raccomandato ai nonni di Elisabetta di affidarsi ad un avvocato, cercando di rimanere il più possibile negli ambiti indicati dalla legge.

Fra le righe, nelle parole del Sindaco, si è letto più volte l’invito a mettere in atto delle iniziative che possano influire in modo positivo su un prossimo e ulteriore pronunciamento da parte del Tribunale.

Added (16/10/2009, 14:52)
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http://www.papaseparatilombardia.org/on_line/categorie.asp?pr=299 - SUL SITO CI SONO FOTO DELLE MANIFESTAZIONI

"I Servizi Sociali (S.S.) colpiscono ancora : Elisabetta deve ritornare a casa"

Sabato 5 aprile, l'Associazione ha partecipato alla manifestazione organizzata a Chivasso per protestare contro la decisione dei servizi sociali di affidare la minore Elisabetta ad una comunità famigliare sottraendola cosi dalle cure dei suoi nonni.

Un'altro esempio di come il nostro paese e le Istituzioni che lo reggono debba vergognarsi.

Elisabetta, Silvia, Anna, poco importa il nome, che le regole per la tutela dei minori, impongono sia rigorosamente di fantasia, ma quello che conta è che questa bambina di 8 anni, nata da genitori oggi separati e praticamente allevata dai nonni paterni, dallo scorso settembre, per una decisione del Tribunale dei Minori di Torino, ha dovuto abbandonare la casa dei nonni ed entrare in una comunità, in attesa di una famiglia a cui essere affidata.

Probabilmente per cercare di dare maggiore stabilità alla situazione della bambina, i nonni paterni, Imperia e Luciano Massaro, ne avevano chiesto l’affidamento, ma il Tribunale dei Minori, sulla base delle valutazioni dell’equipe di assistenti sociali e di psicologi del Ciss, il Consorzio Intercomunale Servizi Sociali di Chivasso, il 25 settembre 2007 ha emesso questo provvedimento, in via cautelare e non definitiva, che ha portato Elisabetta lontana da casa.

 
VisitatoreDate: Venerdì, 16/10/2009, 15:37 | Message # 5
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MILANO - 09 giugno 2008

MANIFESTAZIONE DI PROTESTA DAVANTI AL TRIBUNALE DEI MINORI

http://forum.colombabianca.it/viewtopic.php?f=9&t=1310

Un'altra storia, come quella di Basiglio, si sta per ripetere e questa
volta tocca uno di noi e la sua bambina. Ecco il sunto della storia:
Paolo è un consulente informatico di 44 anni, con la faccia pulita, la
classica brava persona. Paolo non ha mai avuto problemi con la Giustizia, ma
adesso è costretto a subire un meccanismo assurdo che la stessa Giustizia ha
costruito. La sua bambina di 10 anni a giugno andrà in una Comunità per
minori. Lo ha deciso, a dicembre 2007, il Tribunale dei Minori di Milano su
richiesta dei servizi sociali del Comune di Cologno Monzese, città dove
abitano la sua ex moglie e la figlia stessa. Lo ha deciso perché la piccola
non può stare più con la madre, e pur di non lasciarla con il padre e i
nonni paterni, nonostante abbiano tutte le carte in regola per tenerla con
sé, il Giudice ha preferito la Comunità. Una comunità , diretta da un
consulente tecnico e da un Giudice Onorario del Tribunale dei Minori, scelta
dai Servizi sociali e non rispondente a quella indicata dal Tribunale
Per Paolo e per tutti i genitori che rischiano di vedere entrare in comunità
i propri figli a volte senza reali motivi, abbiamo organizzato una
manifestazione di protesta davanti al Tribunale dei Minori di Milano il
prossimo / 0 9 / g i u g n o / 2 0 0 8 - dalle ore 1 0 alle ore 1 2 .
http://www.papaseparatilombardia.org/on_line/categorie.asp?pr=262

Ci rendiamo conto che ognuno ha i suoi impegni, ma, se non saremo tanti non
otterremo mai nulla e non saremo credibili
Quindi vi preghiamo di dare le vostre adesioni all'indirizzo email
info@papaseparatilombardia.org

* * *

http://www.papaseparatilombardia.org/on_line/categorie.asp?pr=262

SUL SITO TANTE FOTO E LINKS SUGLIO ARTICOLI DEI GIORNALI

"Ora anche COLOGNO MONZESE. Dopo Chivasso e Basiglio, un altro minore in comunità senza SENSO" una seconda Basiglio. Un altra bambina , di 10 anni, entra in comunità nel mese di giugno

Per protestare contro una giustizia minorile allo sfascio le Associazioni PAPA' SEPARATI LOMBARDIA, FIGLI LIBERI e GESEF, organizzano a Milano il 09 GIUGNO 2008 dalle ore 10 alle ore 12 una MANIFESTAZIONE DI PROTESTA davanti al Tribunale dei Minori - in Via Leopardi a Milano.

Vedi la mappa

Paolo è un consulente informatico di 44 anni, con la faccia pulita, la classica brava persona. Paolo non ha mai avuto problemi con la Giustizia, ma adesso è costretto a subire un meccanismo assurdo che la stessa Giustizia ha costruito. La sua bambina di 10 anni il 13 giugno andrà in una Comunità per minori. Lo ha deciso, a dicembre 2007, il Tribunale dei Minori di Milano su richiesta dei servizi sociali del Comune di Cologno Monzese, città dove abitano la sua ex moglie e la figlia stessa. Lo ha deciso perché la piccola non può stare più con la madre, e pur di non lasciarla con il padre e i nonni paterni, nonostante abbiano tutte le carte in regola per tenerla con sé, il Giudice ha preferito la Comunità. Una comunità , scelta dai Servizi sociali, non rispondente a quella indicata dal Tribunale.

Ogni giorno centinaia di bambini in Italia entrano in Comunità: i Comuni pagano per ognuno dai 150 ai 300 euro a testa al giorno.

Ma sarà proprio vero che tutti questi bambini necessitano di stare in comunità anzichè nel loro ambiente famigliare ?

Invitiamo tutte le persone di buon senso ad indagare e ad interrogarsi su questi episodi sempre più numerosi.

Intendiamo evitare che un altro minore vada in comunità. Per farlo sei invitato a partecipare e a diffondere la notizia a persone, autorità ed istituzioni sensibili al problema.

Questa è una richiesta di AIUTO, che facciamo alla societa'.

Lascia i tuoi commenti sul forum
Comunica la tua adesione

* * *

http://www.papaseparatilombardia.org/public/262_05.pdf

Articolo "E' UN BRAVO GENITORE MA GLI TOLGONO LA FIGLIA"
Polemiche per una singolare decisione dei giudici

Un caso di Cologno Monzese, Lombardia

 
dibattitopubblDate: Giovedì, 22/10/2009, 06:01 | Message # 6
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VisitatoreDate: Mercoledì, 04/11/2009, 03:51 | Message # 7
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CASO DI EVA, ARTISTA SPAGNOLA

Publicato sul sito dell'associazione "Madri sole"

http://madrisole.splinder.com/post/21281252/Eva%2C+artista+spagnola

Sono venuta in Italia nel anno 1998 per stabilire un rapporto di fatto con un italiano e poco dopo è nata nostra figlia, poi lui ha lasciato il nucleo familiare quando la bambina aveva 2 anni per sottrarsi alle responsabilità familiari ed economiche. A partire di questo momento ho dovuto lottare per proteggere i nostri diritti contro il padre (A. Tarozzi) il quale ha fatto una falsa denuncia accusandomi di "malttratamenti"a mia figlia con la complicità dell'assistente sociale (N. Medici) dell'Azienda USL di Ravenna distretto di Lugo (RA) che sono intervenuti per controllare la nostra esistenza e garantirsi lo stipendio a fine mese.

Il 6 dicembre 2004 ho portato mia figlia a scuola e non è tornata mai più a casa perché stata affidata al padre con un decreto urgente e provvisorio dal Tribunale per i Minorenni di Bologna sotto la sorveglianza dei Servizi Sociali di Lugo. Dal 17 dicembre 2004 ho incontrato mia figlia 1 ora alla settimana nel consultorio dei servizi in presenza di una psicologa sociale (A. Zaccarini), questa modalità "carceraria" in un ambiente anomalo dopo di avere trasferito le competenze al Consorzio dei Servizi Sociali di Ravenna è proseguita fino al 5 aprile 2007 quando la assistente sociale (C. Ravaioli) e la psicologa (M. Biondi) hanno sospeso le visite protette fissando 1 telefonata alla settimana sorvegliata dal padre, il quale interrompeva il dialogo tra noi per ostacolare il nostro rapporto (SAP) con l'intenzione di prolungare il "problema" soltanto per una ragione di possesso, intolleranza, discriminazione e razzismo. Inoltre, non posso uscire dall' Italia in vacanze con mia figlia, mentre invece questo padre nazionalista è andato con la piccola all'estero senza il mio consenso e non ho avuto più notizie fino al loro rientro.

Da luglio 2008 non posso parlare con mia figlia al telefono e da 2 anni che ci tengono incomunicate, ma io ragiono da mamma e la cerco dove resiede per sapere di lei e che sappia che le voglio bene pensando ai suoi bisogni portandole libri, giochi, vestiti, merende etc. il tutto accompagnato sempre da una lettera, ma ogni volta che mi avvicino a lei chiamano le forze dell'ordine o fanno scene di violenza anche con agressione fisica di fronte alla bambina per intimidirla nei miei confronti.

Il padre mi perseguita legalmente diffamandomi e facendomi delle accuse infondate per cancellarmi dalla vita di mia figlia ed ottenere il vantaggio della legge, investendo il suo denaro in processi. Purtroppo, le mie prove e testimoni non hanno mai avuto nessun risultato positivo per noi in tutti questi 8 anni nei tribunali civili e penali in quanto noi siamo all'interno di un sistema corrotto che si sostiene con delle vittime. Di fatto, le istituzioni pubbliche sono legittimate a commettere reati o errori contro i diritti umani e dell'infanzia per speculare sulla vita degli innocenti.

Ho pendente in Cassazione una condanna di 8 mesi 3 giorni di reclusione dal Tribunale Penale di Ravenna con una sentenza dalla giudice (D. di Fiore) per essermi recata a vedere mia figlia e portarle regali, disubbidendo al decreto di allontamento e 5 mesi di carcere dal Tribunale Penale di Ravenna punita dal giudice (T. Paone) per essere andata a vedere mia figlia a scuola nel 2005 e portarle un regalo. I giudici mandano in prigione gli innocenti e poveri per pagare i dipendenti penitenziari e chiedere i contributti dallo Stato per il costo di ogni carcerato.

Stranamente nell'ultimo decreto definitivo (30-06-2008), la giudice del Tribunale per i Minorenni di Bologna (D. Magagnoli) ha ripetuto le stesse motivazioni nel corso di tutto il contenzioso, prima con un decreto urgente e provvisorio d'allontanamento della madre (29-11-2004), poi un decreto definitivo d'affidamento al padre (11-08-2005), in più la sentenza della Corte d'Appello (15-12-2005) copia identica dal provvedimento della giudice, oltre al precedente decreto urgente e provvisorio di vigilanza sulla minore (09-12-2002) ed un'altro decreto urgente e provvisorio che affidava la bambina ai Servizi Sociali sempre rilevando l'atteggiamento pregiudizievole della madre.

Così, i giudici "tutelano" i minori giudicando in base alle relazioni dei Servizi Sociali che contengono l'opinione falsata dell'assistente sociale e di una patologia inventata dallo psicologo sociale decidendo il nostro destino e procurando danni psicologici, morali e materiali ad una bambina di 5 anni di età che cresce orfana di madre in vita colpevole d'innocenza.

Mia figlia non ha voce ne diritti come me e viviamo nello stesso mondo senza sapere l'una dell'altra, per questo motivo abbiamo bisogno di protezione contro questo abuso di potere attraverso un avvocato capace d'incriminare i giudici, i Servizi Sociali, il padre e la famglia paterna dai loro delitti chiedendo a loro i risarcimenti dei danni per potere riavere presto mia figlia e ristabilire il nostro rapporto in pace e con libertà.

 
VisitatoreDate: Lunedì, 16/11/2009, 00:06 | Message # 8
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RIMETTE A POSTO LA SUA VITA MA NON LE RIDANNO I FIGLI

Ha trovato un lavoro, un’abitazione e ha persino preso la patente, ma non le ridanno i figli.

Stazionerà tutti i giorni davanti al Tribunale dei Minorenni finché non otterrà giustizia.
Ancora una volta è l'avv. Francesco Miraglia del Foro di Modena ad occuparsi del caso di una mamma di Correggio (RE) a cui il tribunale per i Minorenni di Bologna e il Servizio Sociale del Comune di San Giovanni in Persiceceto (BO) hanno sottratto i figli, ma lei non si arrende. Nonostante questa mamma abbia fatto dei passi avanti, si sia mostrata collaborativa col servizio, fornendo tutte le notizie che la riguardano, aderendo ai programmi prospettateli e rispettando tutti gli incontri previsti e, nonostante in tutti questi anni abbia dimostrato ininterrottamente il proprio interesse e attaccamento ai propri figli (almeno questo non è stato mai negato dai servizi!), per i SS [Servizi Sociali] tutto questo non è sufficiente in quanto: “La signora, tuttavia, non riconoscendo alcuna sua responsabilità e difficoltà personale, ha aderito a queste proposte senza sviluppare alcun cambiamento.” Trovare un lavoro, una casa e prendere la patente non è forse un cambiamento?

Nel decreto stesso che dispone l’affidamento di sua figlia alla famiglia affidataria e l’affidamento di suo figlio al Comune di Forlì o al Servizio competente per il Territorio si legge tra il resto:

- che la madre si è sempre presentata regolarmente e puntualmente a tutti gli incontri con i figli nonché ai colloqui fissati con il servizio e, negli ultimi anni anche ai colloqui con lo psicologo, nel rispetto del percorso delineato dagli operatori …;

- che, oggi la signora ha acquisito una propria autonomia e stabilità: ha un impiego lavorativo stabile a tempo indeterminato dal 2007 (doc. 3/4), ha una propria abitazione, ha conseguito da tempo la patente di guida (doc. 5) ed ha acquistato un’auto (doc. 6);

A dire degli assistenti sociali la mamma “si è rivolta ad un legale ed ha cercato appoggi dalla stampa”. Il fatto di rivolgersi alla stampa era falso al momento della relazione, ma perché i SS dovrebbero cercare di impedirlo? E perché una mamma che rischia di perdere i figli non dovrebbe ricorrere a un legale. Il diritto alla difesa legale non è forse sancito dalla Costituzione? Una mamma farebbe di tutto per avere i suoi figli. Solo chi è padre o madre può capire cosa si prova!

Di fronte a questa ennesima ingiustizia nei confronti dei suoi figli, la mamma ha deciso di stazionare tutti i giorni davanti al Tribunale per i Minorenni di Bologna finché ai propri figli non verrà riconosciuto il diritto di avere la propria mamma.

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, come membro del movimento Cresco a Casa, sosterrà la battaglia di questa mamma e dei suoi figli affinché non venga violato il loro diritto ad avere una famiglia.

E come abbiamo già denunciato non è un caso isolato. La possibilità di violazioni e abusi è drammaticamente alta, come confermato dai numeri. In Italia sono quasi 35.000 (anche se il numero non è definitivo) i bambini sottratti alle famiglie con costi sociali per la comunità che superano i 4 miliardi di euro. Per quanto possa sembrare incredibile, oggi ad una famiglia qualsiasi possono essere sottratti i loro figli, tramite una decisione del Tribunale dei Minori, sulla base di rapporti scritti degli psicologi, assistenti e psichiatri che valutano l'operato dei genitori secondo il loro capriccio e opinioni.

 
VisitatoreDate: Martedì, 17/11/2009, 17:30 | Message # 9
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GESTO DI DISUBBIDIENZA CIVILE DEL SIG. GIUSEPPE MORO

http://www.radicalimilano.it/public/comunicati/visua.asp?pag=80

SUL CASO DEL BAMBINO “RAPITO” A LODI DAL PADRE, REPLICHE ALLA DOTT.SSA POMODORO DEL SUO AVVOCATO DIFENSORE E DELL’ASSOCIAZIONE RADICALE “ENZO TORTORA”
- 21/01/2002

L’Avv. Andrea Falcetta del Foro di Roma, difensore nominato da Giuseppe Moro (il padre che come gesto di disobbedienza civile ha “rapito” il figlioletto di due anni e mezzo, non riportandolo all’istituto delle suore di Lodi dove è collocato da oltre un anno) replicando alle dichiarazioni della Dott.ssa Livia Pomodoro, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano, apparse oggi su “il Giornale” : “bisognerà anche valutare il danno subìto dal bambino per la bravata del padre”, ha dichiarato :

“La Dottoressa Pomodoro farebbe bene a verificare se anche talune condotte e relazioni di Assistenti sociali non arrechino uguale o maggior danno ai bambini facendoli divenire oggetto di provvedimenti di allontanamento dalla famiglia da parte del suo e di altri Tribunali.
Dovrebbe inoltre chiarire come sia possibile emettere decreti di affidamento dei minori ai servizi sociali , di fatto delegando a questi ultimi l’esercizio di potestà giurisdizionali, atteso che la legge 184/83 e successive modifiche non prevede in alcun modo un siffatto istituto, frutto invece di una prassi giurisprudenziale di questi Tribunali per i Minorenni non conforme allo spirito della Legge e che deve essere cambiata.”

A sua volta Lucio Bertè (dell’Associazione radicale “Enzo Tortora” e responsabile per i diritti civili del Gruppo radicale della Regione Lombardia), che segue il caso Moro dall’agosto 2000, ha dichiarato :

“Questa prassi della delega da parte dei T.M. ai Servizi sociali di giudicare secondo criteri soggettivi e quindi arbitrari i comportamenti privati, e spesso anche quelli intimi, dei cittadini, rappresenta una delle trincee in cui resiste una concezione statalista, totalitaria e inquisitoria dei rapporti tra le Istituzioni e i cittadini, nonché una espressione di “incertezza del diritto” particolarmente odiosa perché colpisce i cittadini negli affetti più cari con interventi che la legge definisce a priori “a favore del bambino”, e perché giunge ad instaurare il potere di un Assistente sociale di stabilire chi abbia il diritto di avere un figlio e di essere genitore e chi no.
Per un verso è sempre più urgente che i Consigli Comunali facciano il loro dovere dando prescrizioni di condotta ai propri Servizi sociali (dei quali i cittadini sono utenti e finanziatori in quanto contribuenti), nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali della persona e del cittadino.

Per altro verso è necessario ed urgente che si attui quella riforma del Tribunale per i Minorenni, in attuazione dell’Art. 111 Cost. sul giusto processo ( di cui ha parlato il P.G. della Suprema Corte di Cassazione Dott. Francesca Favara all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2002) con trasferimento delle competenze ai Tribunali ordinari, e per la quale l’Associazione radicale “Enzo Tortora”, assieme ad altri soggetti, ha in corso una raccolta di firme su due progetti di Legge di iniziativa popolare.

L’Associazione radicale “E.Tortora”nel riconoscere al gesto di Giuseppe Moro la qualità della disobbedienza civile e il valore dell’azione nonviolenta per ristabilire il rispetto della Legge e della legalità violati dalle Istituzioni, farà e sosterrà ogni azione necessaria per garantire a Giuseppe Moro di essere denunciato affinchè un pubblico processo consenta all’opinione pubblica di prendere coscienza della necessità e dell’urgenza delle riforme in questa materia, eliminando una vera e propria “spada di Damocle” sospesa sulla libertà di ciascuno e di tutti”.

Milano, 21 gennaio 2002

 
VisitatoreDate: Mercoledì, 25/11/2009, 04:50 | Message # 10
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http://www.papaseparati.it/

Mamma alienante', bambina in comunità Ma la donna si oppone con tutte le forze Nessun precedente a livello nazionale

CUORGNE’. 19 febbraio 2009 - Lasentinella - Rita Cola - Ogni giorno è buono. Ogni giorno che passa, il provvedimento firmato dal giudice del Tribunale di Ivrea potrebbe essere eseguito. Una bambina di sei anni deve essere tolta dalla madre e portata in una comunità protetta, lontano da lei. Deve rimanere lì tre mesi e poi essere data al padre, che vive con la sua nuova compagna e il figlio avuto da lei. Il motivo?
La bambina, secondo lo psicologo incaricato dal Tribunale, è affetta da Pas, sindrome da alienazione genitoriale, una teoria descritta dal Richard Gardner negli Usa a partire dagli anni Ottanta. Nella forma grave, come è stata diagnosticata alla bambina (la chiameremo Sonia) nel maggio del 2007, il protocollo prevede prima una serie di incontri mediati con l’assistente sociale e un’assistenza psicologia al genitore e, in caso di fallimento di questo tentativo di conciliazione del conflitto (come descrivono le relazioni inviate al Tribunale) l’allontanamento dal genitore “alienante” per passare, dopo un periodo in comunità, al genitore “alienato”. In Italia non risultano precedenti di allontanamento dalla madre in comunità per una ‘Pas’. Un professore universitario, in una consulenza di parte, ha sottolineato come la ‘Pas’ non possa essere individuata in bambini così piccoli, non ancora in grado di “allearsi” con un genitore contro l’altro. Dubbi anche sulla “gravità”, casi estremi, con una pluralità di sintomi. La madre della piccola si è opposta in tutti i modi al provvedimento, in una battaglia legale lunga, molto complessa, e che continuerà a lungo. E’ determinata a non mollare. La Corte d’Appello, cui si è rivolta come ultima speranza per scongiurare l’esecuzione del provvedimento, ha respinto il ricorso ma, nelle ultime tre righe, ritiene “auspicabile" che la situazione sia riconsiderata e si possa arrivare ad una situazione più normale, con meno conflitti e più collaborazioni. Gli stessi assistenti sociali, in novembre (dopo il provvedimento che poi è stato appellato) hanno scritto al giudice chiedendo di eseguire quanto prescritto in modo difforme, nell’interesse della bambina. Entro il mese di marzo, il Tribunale di Ivrea dovrà pronunciare la sentenza sulla causa di separazione giudiziale tra la mamma e il papà di Sonia. Ma, se la legge fa il suo corso, Sonia sarà già da un pezzo lontano dalla mamma. Avrà già cambiato scuola, incontrato nuove maestre e nuovi compagni di classe. Non solo, sarà sul punto di rientrare in famiglia — quella del padre, questa volta — e quindi cambiare scuola un’altra volta, altre maestre, altri compagni. E pensare che la bambina, all’inizio della causa di separazione, era stata affidata completamente alla madre. Lei ricorda ancora oggi con dolore di essere stata lasciata una sera di quatto anni fa — era un giovedì — quando il marito, dopo dodici anni di matrimonio e una figlia di due e mezzo se n’era andato con un’altra. La più classica delle storie, la più dolorosa se chi è lasciato ama. Ricorda quando la bambina, ancora piccola, piangeva e non voleva andare con papà. Ricorda la scelta condivisa con quel marito amato di lasciare il lavoro per qualche anno per occuparsi della bambina, adorata sopra ogni cosa. Poco dopo, l’inizio della battaglia legale. I litigi messi nero su bianco e indirizzati al presidente del Tribunale, l’intervento degli assistenti sociali. Relazioni una dopo l’altra, la consulenza affidata ad uno psicologo che ha diagnosticato la ‘Pas’ grave dopo tre incontri con la bambina. Di lì, un primo tentativo di risalita, con alcuni incontri avvenuti tra padre e figlia nella scuola, sotto l’occhio vigile dell’assistente sociale. Relazioni attente, che descrivono ogni reazione della bambina e che danno qualche speranza. La lite giudiziaria è senza esclusione di colpi e ci sono tanti aspetti di questa vicenda che hanno due verità. Come l’assenza dalla scuola dell’infanzia della bambina, per il padre atto orchestrato dalla madre per impedire gli incontri, per la madre decisione necessaria perchè la figlia stava male. E adesso, nell’attesa della sentenza della separazione, la spada di Damocle di quel provvedimento. Ogni giorno è buono, per allontanare Sonia. Rita Cola

 
VisitatoreDate: Mercoledì, 09/12/2009, 16:08 | Message # 11
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http://www.alexsandra.it/news.php?readmore=193

Veronica e Giulia, storia di un'infanzia rubata

Parla il padre di Veronica e Giulia

Prima hanno rovinato mia moglie con gli psicofarmaci, poi hanno contribuito al sequestro delle nostre figlie

(documento in elaborazione dal 2008 al 2009)

In seguito al pensionamento (anno 2000) del Professor E.P., psiconeurologo curante di mia moglie, mi fu consigliato di rivolgermi al C.P.S. (Centro Psico Sociale) di c.so Plebisciti, sede decentrata del reparto psichiatrico dell'ospedale Niguarda di Milano; un posto in cui i ricoverati (e lo dico con pena e rispetto), somigliano più a degli zombi che a dei malati, sedati come sono dagli psicofarmaci somministrati loro quotidianamente.

Da lì nacque il nostro calvario!

Al C.P.S., mia moglie è stata affidata alla Dott.ssa Patrizia Thei, che non è mai stata in grado, in sei anni (nell'arco dei quali è stata ricoverata diverse volte al reparto psichiatrico Grossoni 3 di Niguarda, diretto dal Dott. Nahon), di trovarle una terapia adatta, come invece aveva fatto il Professor E.P. che per tre anni le aveva consentito una vita abbastanza tranquilla. Probabilmente alla Thei non importa niente dei pazienti, tanto lo stipendio a fine del mese arriva ugualmente.
Infatti con le cure del C.P.S. mia moglie stava bene un mese su tre, per il resto accusava fortissimi sbalzi d'umore. Poi la cosa degenerò e mia moglie, probabilmente per attirare l'attenzione del medico, mentre le bimbe dormivano nella loro cameretta, simulò (19/09/'05) in cucina un tentativo di suicidio, tagliandosi leggermente sul collo e contemporaneamente chiamandomi in aiuto per telefono tre volte.

Giunsi a casa immediatamente (stavo lavorando poco distante), chiamai l'ambulanza (le bimbe ancora dormivano), e la feci trasportare al pronto soccorso per la medicazione; la sera stessa venne poi ricoverata al Grossoni, dove i medici nella persona del Dott. Scazza, affermarono che ella aveva riferito loro «di aver pensato anche di coinvolgere la figlia minore nel proprio agito autolesivo». Non si sarebbe dovuto crederle. Sono dieci anni che convivo con lei e posso assicurare che intenzioni suicide non ne ha mai avute. Forse non è stato il modo migliore per ottenere le cure necessarie adatte a lei, ma certo non voleva morire ne di far del male alle bambine, cui vogliamo entrambi molto bene.

A seguito del suo gesto fu ricoverata per ben 8 mesi al C.R.T. di c.so Plebisciti a Milano diretto dalla Dott.ssa Franca Selma Maggioni. Intanto, a causa della malattia di mia moglie, il Tribunale dei Minori (presieduto dalla Dr. E. Aliverti e dai giudici L. Villa, G. Torre e E.Muscogiuri: Proc. n. 3443/05 R.G./E), dispose, con decreto provvisorio il 14/11/'05, approfondimenti sulle minori e sul nucleo familiare, predisponendo interventi di sostegno alle minori e a noi genitori che, nell'interesse delle bimbe, dovevamo collaborare con il programma degli operatori sociali senza contraddire ne ostacolarne gli interventi. A mia moglie in particolare modo le era stato imposto di proseguire le cure riabilitative presso il C.R.T. dove fu ricoverata, e a me che sono il padre, di accettare passivamente il servizio A.D.M. (Assistenza Domiciliare Minori), che però iniziò a funzionare dopo ben 8 mesi, cioè quando mia moglie era già stata dimessa quasi totalmente.

Inoltre, sempre durante il ricovero di mia moglie, io, continuando la mia attività artigianale, ho provveduto da solo alle mie figlie, accompagnandone una a scuola e l'altra a casa di una mia vecchia conoscente abitante nel quartiere e consentendo loro di condurre una vita familiare, nella loro casa e circondate dal mio amore. Come avrei fatto a fare tutto questo per 8 mesi, svolgendo anche le mansioni domestiche necessarie, se fossi un ubriacone descritto dagli operatori sociali nelle loro relazioni? Discordanti dalle dichiarazioni degli operatori sociali sono anche i biglietti che la maggiore delle mie figlie mi ha lasciato in casa, su cui ha scritto «papà ti voglio tanto bene!», che conservo come un tesoro e non posso guardare senza commuovermi.
Quando la mia consorte fu dimessa, apparentemente ristabilita (ma non realmente), una volta rientrata a casa, si rese ben presto conto che ancora qualcosa non quadrava nel suo stato d'animo e si fece ricoverare spontaneamente al Grossoni 3 per due volte: il 27/02/'07 ed il 14/04/'07, perchè non si sentiva ancora guarita.

In considerazione alle relazioni mistificatorie:

1) da parte delle educatrici, Angela Silvano e Laura Comelli, al servizio della Cooperativa sociale Cogess e preposte all'A.D.M., dove si parla di «un (...) peggioramento della situazione» perchè mi ero «espresso in termini accusatori nei confronti della mia compagna (...) con rabbia e frustrazione appesantite da una situazione economica precaria», apparendo io «in grande confusione nei periodi di ricovero di mia moglie», quindi «disperato richiedevo un aiuto alle educatrici» che venivano quotidianamente a casa.
Mia moglie, dice la relazione, appariva «sempre più in difficoltà (...)» e «pesantemente coinvolta nell'abuso di sostanze alcoliche che pare interessino anche il padre» cioè io (relazione firmata dall'assistente sociale della famiglia Cicogna Mozzoni Giulia 31/03/'08, che tra l'altro ci ha visti e sentiti ad un colloquio una sola volta nel 2006)

2) dello psicologo Renzo Marinello dell'U.T.M. (8/04/'08), che gettava benzina sul fuoco parlando di una «situazione di grave disagio di tutti i membri del nucleo familiare»

3) del S. S. (30/04/2008) che riportò «quanto - ingannevolmente - raccolto dalla educatrice Laura Comelli a proposito di atteggiamenti (della secondagenita) che paiono dettati da possibili comportamenti incongrui nei suoi confronti» in quanto, sostiene l'educatrice Laura, la più piccina «continua a manifestare comportamenti sessualizzati sia a casa che fuori» (relazione del 22/04/2008 sottoscritta dalla Mozzoni)

4) e dagli operatori sociali che, convocati e sentiti il 16/05/'08 dal T.M. hanno riversato ogni sorta di maldicenza dicendo che: «il consumo di alcol è adesso molto aumentato da parte del marito» inoltre «c'è un conflitto di coppia fortissimo che annienta tutte le risorse del padre e della madre difficilmente ricompatibili» (Renzo Marinello); «si sente odore di alcol forse più da parte del padre» il quale «è molto agressivo anche con le educatrici» e ancora: «abbiamo disinfestato la casa dai pidocchi(...) la madre non è in grado di assicurare neppure l'igene alle bambine» la secondagenita «non esegue alcun controllo per la presenza congenita di un soffio cardiaco(...) il padre ha un atteggiamento distruttivo nei confronti della compagna»" (educatrici: Angela e Laura) e via alimentando sempre più il pregiudizio nei nostri confronti, per allarmare il T.M. al fine di emettere il decreto nei nostri confronti motivando che: «l'attuale situazione del nucleo familiare(...) nonostante i sostegni messi in atto» richiede "interventi più incisivi" e pertanto il T.M. limita la potestà genitoriale provvedendo ad "un immediato allontanamento delle minore rispetto alle quali il pregiudizio"diveniva"via via sempre più grave".

Ma quale sostegno?

Se per sostegno famigliare viene intesa la dislocazione della più piccina al nido Bigatti (zona nord est di Milano), a tre chilometri di distanza dalla nostra abitazione, nonchè l'operato, tutto discutibile, delle educatrici che ogni volta che si recavano a casa per rimanervi due ore, e restare fino alle 19,30, non vedevano l'ora del mio arrivo per cercare di andarsene con mezz'ora o tre quarti d'ora di anticipo. Francamente avrei fatto volentieri a meno del loro aiuto pedagogico. Se sono veramente quel beone quasi disperato e soggetto a grande confusione (sic!), vi sembra possibile che io abbia potuto provvedere da solo per ben 8 mesi alle mie figlie ancor prima di ottenere l'A.D.M.? Io considero i dati contenuti nelle relazioni degli operatori sociali, educatrici in testa, sui miei rapporti con le mie figlie come inquinati da falso ideologico e calunnie nei miei confronti.

E così abbiamo dovuto consegnare la prole

Il 23 maggio 2008, con un telegramma del Servizio Sociale della Famiglia di Via Monteverdi, 8 a Milano, fummo invitati a presentarci ad un colloquio il 28/05/'08 con gli assistenti sociali: Tania Celi e Gerardo Marra, per delle comunicazioni relative alle nostre figlie. Mi sorsero subito dei dubbi e rimasi un p'ò perplesso. Dissi a mia moglie: «non è che ci tolgono le bimbe?». L'assistente sociale Celi, dopo aver letto con atteggiamento da pubblico ministero il provvedimento del T. M. emesso con decreto il 19/05/'08 basato sui dati contenuti nelle relazioni di cui sopra e quindi altrettanto inquinato per lo meno nei miei confronti, ci informava che in base alla Legge 149/2001 entrata in vigore il 1° luglio 2007, dovevamo urgentemente andare a prendere le nostre figliole, che al momento si trovavano una a scuola e l'altra al nido, per consegnarle all'Assistente di cui sopra, ai fini di collocarle, recita il provvedimento, «in idoneo contesto comunitario di tipo familiare»

E' stata una pugnalata alla schiena!

In pratica ci hanno strappato le figliole. Sicuramente una pugnalata ci avrebbe fatto meno male. Non si capisce il perché di tutta questa urgenza, neanche se fossimo dei genitori depravati e indegni di allevare i nostri figli. E' mai possibile che il Tribunale dei Minori, senza un contraddittorio né una sentenza, possa prendere un provvedimento drastico, basato esclusivamente su valutazioni soggettive?
Se non totalmente calunniose nei nostri confronti da parte delle educatrici col beneplacito di coloro che le hanno sottoscritte senza nemmeno andare a sindacare per accertarne la verità.
Mi domando come si fa ad essere così malvagi per descrivere gli atteggiamenti di una bimba di appena tre anni in maniera così tendenziosi. Io e mia moglie, nonostante il suo problema saltuario depressivo (controllato da terapia prescritta dal medico), abbiamo sempre accudito la nostra prole cercando di trasmettere quel calore genitoriale dovuto, che le nostre figliole ci riconoscono bene. Il cinismo di queste sedicenti educatrici, Angela e Laura della predetta Cooperativa sociale Cogess diretta da Roberta Ambrella, sembrava dettato da un programma ipocrita prestabilito.

Il giorno precedente la data del "sequestro" hanno pensato bene di offrire alle nostre bimbe una torta d'addio, con tanto di ciliegina, per festeggiare, presenti io e mia moglie, la scadenza dell'assistenza domiciliare offertoci dal servizio A.D.M.; naturalmente la ciliegia sulla torta era il suddetto telegramma pervenutoci qualche giorno prima. Probabilmente anche loro sono state incentivate alla tratta delle nostre figliole, poiché quel giorno sghignazzavano inspiegabilmente di gusto, con tanta allegria, che andava di là dal loro comportamento abituale: ci assicurarono che avrebbero cambiato lavoro trasferendosi altrove. Pare che abbiano eseguito il copione alla lettera forse per evitare eventuali ritorsioni? Mah, vien proprio da domandarsi da quale incentivo si son lasciate persuadere per redigere una relazione così falsa e calunniosa nei nostri confronti per spingere il T.M. ad emettere un tale decreto. Chi c'è dietro questa miserabile regia!?

Chi regolava i rapporti con le nostre figlie pare che sia la Celi (che dopo qualche mese si è defilata), la quale, nella sua relazione inviata al T.M. il 5/06/'08 scriveva che durante «Il momento del saluto tra le bambine e i genitori è stato particolarmente faticoso sopratutto per quest'ultimi che hanno pianto e mostrato tutta la loro sofferenza». - poi alterando la realtà, come se le bimbe abbiano tirato un respiro di sollievo, aggiunse -«Le bambine sono state calme e si sono staccate da entrambe le figure genitoriali spontaneamente senza grosse difficoltà». Non'è vero! La piccina è stata distratta, e la grande mentre noi scendavamo le scale, accorgendosi subito di perdere i genitori e si è messa a piangere! "In seguito, sono state accompagnate a Busto Garolfo (MI) presso una comunità facente parte dell'Ass. Fraternità". Inoltre, scriveva la Celi, pare che l'assistente sociale di tale comunità le abbia riferito che «le bambine si sono ambientate con facilità con la coppia referente - che ha tre figli e sei in affidamento fra le quali le nostre due figliole - e con gli altri ospiti» chiedendo «solo in rare occasioni di avere notizie della madre. Il padre non viene menzionato quasi come se non esistesse». Se l'educatrice della stessa Associazione è sincera, può benissimo confermare che ogni volta che finisce la visita le nostre figliole piangono per il distaccamento.

Dopo trentotto giorni, finalmente ci pervenne una lettera (5/06/'08) del Servizio Sociale di cui sopra, che ci comunica di aver pianificato le visite alle nostre figliole con delle date precise a cui attenersi scrupolosamente. Possiamo vederle solo ogni quindici o venti giorni per un colloquio di 2 ore. Un mese dopo ci e stato permesso di effettuare una telefonata, i sabati in cui non possiamo fargli visita. Il T. M., avrebbe dovuto convocarci subito dopo l'allontanamento attuato delle nostre figliole, ma ancor oggi non lo ha fatto.

E questi sarebbero gli organi preposti a servire socialmente la famiglia?

Ci negano perfino la conservazione dei rapporti affettivi condannando le nostre figlie ancora in tenera età (allo stato del "sequestro" una aveva otto anni e mezzo e l'altra appena tre e mezzo), a vivere lontano dall'amore famigliare. Questo è il vero trauma che hanno subito le nostre figliole! Ogni volta che ci rechiamo a trovarle in uno spazio messo a disposizione dall'Associazione di cui sopra, alla presenza invasiva di un educatrice, le piccole manifestano un'evidente situazione di malinconia e nostalgia. Quando termina la visita la più piccina piange urlando: «voglio andare a cagia mia, a cagia mia» abbracciando me e la mamma disperatamente.
La più grande alla prima visita mi disse: «papà, perchè devo stare qui». E poi ancora, col pianto in gola: «tanto papà non ti dimenticherò mai».
Alla terza visita, la più grande ha tentato di portarmi nell'altra stanza per confidarmi qualcosa nell'orecchio, ma l'educatrice l'ha bloccata subito dicendo che non ci devono essere segreti se no lei deve scrivere e la sua relazione potrebbe incidere negativamente nei nostri confronti.
Alla quinta visita mi disse «non piangere papà, se nò mi vien da piangere anche a me. Non bisogna piangere perchè se nò ci tolgono le visite». Questo è il primo segnale di tortura psicologica perpetrato a danno delle nostre figliole. alle quali gli viene consigliato di chiamare gli affidatari mamma e papà.

Durante questi mesi angosciosi, la primogenita vive in soggezione, rassegnazione e speranza di ritornare a casa. La piccola invece, sebbene dissuasa dagli affidatari, non resiste e alla fine della visita si lascia scappare delle lacrime domandandosi quando viene a casa. Frattanto, io e mia moglie siamo stati sottoposti, per decreto, a diverse sedute psicoanalitiche da parte del C.B.M. (Centro del bambino maltrattato, e cura della famiglia in crisi), per verificare le nostre capacità genitoriali. E a verifiche da parte del N.O.A. (Nucleo Operativo Alcologia) sul presunto stato di alcolismo, con analisi periodiche del sangue e relativa ecografia del fegato sulla mia persona (da dove si può evincere che non siamo affatto dei beoni). Meno male che le educatrici non hanno scritto che ci drogavamo, se nò saremmo finiti anche al Ser.T (Servizio tossicodipendenze).

Le sedute al C.B.M terminarono dopo 5 mesi dall'allontanamento delle nostre figliole, così come l'indagine nei confronti di noi genitori si è conclusa gennaio di quest'anno (2009), appurando che non siamo ne dei beoni ne dei molestatori. L'assistente sociale designataci, che, per correttezza ci riserviamo di citarne il nome, ci ha concesso le visite con le nostre figliole tutte le settimane, con relativa telefonata ogni quindici giorni. Il T.M., dopo un'anno, ci ha finalmente convocati ad udienza con un giudice onorario tal Cofano, che con decreto del 15-05-2009, "confermerebbe in via provvisoria ed urgente" alla proposta prevista dall'Ass. Sociale (ovvero affidando le nostre figliole ad una famiglia che abita nella nostra zona nel milanese, affinchè le bimbe possano frequentare le scuole di origine in maniera tale che potevamo vederle tutti i giorni, e tornare, sia pur ad ogni weekend, a casa con noi genitori) ai fini di regolare "i rapporti con i genitori mediante incontri da ampliarsi gradualmente sino all'introduzione di rientri presso la casa famigliare nei fine settimana" Ma nonostante ciò, si palesa l'ostracismo nei nostri confronti: i Servizi Sociali della Famiglia non hanno ancora trovato nessuna 'famiglia di supporto'. Inoltre, come se non bastasse, ad aggiungere ulteriori freni burocratici pare che fossero le psicologhe del C.P.B.A. - U.T.M. Battaglia e Gallinari, le quali, esitano a prendere l'incarico di preparare psicologicamente le nostre figlie al graduale reinserimento famigliare, perche l'ambiente di Largo volontari del Sangue di Milano (U.T.M.), a dir loro, sembrerebbe inquinato dal fatto che la segnalazione dell''allontanamento coatto' sia partito proprio da lì (ossia dalla relazione adulterata dello psicologo Marinello, che vide solamente due volte le nostre figliole in nostra compagnia nel 2006). Per concludere, stiamo apprendendo amaramente, che vi è un diabolico connubbio con L'A.S.L. (che ha designato come 'casa alloggio' l'associazione Fraternità), l'U.T.M. e la famiglia che custodisce le nostre bimbe e che è membra di tale associazione, la quale, redigendo relazioni mistificatorie contro noi genitori (si sostiene che le bimbe ogni qualvolta che le riportiamo dalle visite, appaiono turbate e nervose), fanno di tutto per ostacolare il ricongiungimento famigliare. Intanto il comune di Milano paga profumatamente la "retta" per la permanenza delle nostre bimbe.

GIUDICATE VOI SE QUESTO NON E' UN MERO SOPRUSO ISTITUZIONALE!

 
dibattitopubblDate: Giovedì, 10/12/2009, 21:04 | Message # 12
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Separazione deirvante dalle violenze da parte dell'ex compagno

"RICCARDO TOLTO ALLA MAMMA"

Parte I

Parte II

 
dibattitopubblDate: Venerdì, 26/02/2010, 06:12 | Message # 13
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http://www.madrisole.net/index.php?/parliamodinoi/loretta-nonna-e-impiegata-italiana/

STORIA DI UNA MADRE RIDOTTA AL SUICIDIO DAI SERVIZI SOCIALI E GIUDICI DEL TRIBUNALE DEI MINORI

Dal sito dell'associazione "Madri sole"

Racconta Loretta Cornacchia:

Mia figlia Valentina ha avuto un bambino nell'anno 2002 e io mi sono presa cura di loro perchè il padre italiano (R. Berti e famiglia) rifiutava la sua paternità, ottenuta dopo per via giudiziaria da lui stesso.
Nell'anno 2003 il padre naturale fa ricorso per l'affidamento del bimbo davanti al Tribunale per i Minorenni di Bologna (giudici L. Martello) e intervengono subito i Servizi Sociali dell'Azienda U.S.L. di Ravenna distretto di Lugo (assistente sociale N. Guerrini e dirigenti) che mettono i due genitori uno contro l'altro per poter essere loro a controllare la situazione.
Io come nonna e madre ho voluto tutelare il bene psicofisico della mia famiglia dovuto alle violenze subite su di loro dall'ex compagno di Valentina chiedendo ai Servizi Sociali di mediare tra la coppia, invece ci hanno minacciato con l'allontanamento del bambino.
Così i Servizi Sociali hanno proposto a mia figlia Valentina di lasciare la casa familiare e di rendersi autonoma con un lavoro per poter stare con il bambino e, nell'anno 2006 la madre e il bambino sono andati in una "casa famiglia" e in quel periodo il bambino trascorreva tre giorni alla settimana col padre, questa situazione di distacco creava nel piccolo crisi di pianto e si attaccava al collo della madre rifiutando il suo allontanamento. In quel posto mia figlia è stata dall'asistente sociale N. Guerrini a denunciare me di maltrattamenti e l'accompagnata dai Carabinieri per giustificare l'allontanamento durante la sua permanenza nella "casa famiglia". In quel luogo Valentina e suo figlio si sono gravemente malati dovuti alle condizioni di vita, ma io sono riuscita a riportarmeli a casa.
Poco dopo Valentina cade in depressione e viene istigata al suicidio per cui la ricoverano in una clinica psichiatrica e in quella circostanza viene incitata a firmare per l'affidamento ai Servizi Sociali del bambino con coabitazione presso la famiglia del padre.
Da quel momento Valentina viene allontanata da suo figlio e lo incontra nella clinica una volta alla settimana per due ore fino all'anno 2007, quando è uscita dalla clinica. Successivamente ha continuato a frequentare fino ad oggi suo figlio una volta alla settimana per un'ora e mezzo presso il Centro per la famiglie del Consorzio dei Servizi Sociali a Ravenna.
I Servizi Sociali si sono sempre schierati dalla parte della famiglia paterna ed entrambi contro di noi; io ,come nonna e madre di Valentina, ho chiesto chiarimenti ai dirigenti dei Servizi Sociali, però ho ricevuto una lettera (dirgente R. Giacci) con contenuto intimitatorio nei miei confronti di non intromettermi.
Ritengo responsabili i Servizi Sociali del disagio del bambino e della malattia di Valentina, nonchè del disastro psicologico ed economico a noi causati per la mancanza di professionalità nelle funzioni di mediazione e non di separazione che l'ente riveste di aiuto alle famiglie.

Il 30-09-2008 Valentina è morta a conseguenza del trattamento di psicofarmaci prescrito dal Servizio Pubblico Sanitario, perchè la sua esistenza non aveva nessun senso senza suo figlio Aurelio: ed e diventata una martire del sistema sociale di cui era vittima.
Valentina, il tuo amore di mamma per Aurelio vivrà sempre in lui.

 
MariaRosaDeHellagenDate: Giovedì, 29/04/2010, 05:15 | Message # 14
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L'articolo un po' volgare. Manca la versione della ex moglie del sig. De Martino. L'articolo dimostra come uomini ossessivi cercano di giustificare la situazione, abbassandonsi alle volgarità e insulti, scaricando le colpe sugli altri e senza pendersi responsabilità personali.

Il caso Nicola De Martino. Per la serie "Il potere della vagina"

Cosmo de La Fuente prosegue la sua battaglia critica contro l’imperante vaginismo
sabato 9 dicembre 2006

Un padre disperato a cui è stato sottratto un figlio ha minacciato di darsi fuoco in diretta al tg2, Nicola De Martino, un’altra vittima del sistema che penalizza sempre il padre. Si può condannare chi, per motivi gravissimi come quello dell’allontanamento di un figlio, perde la testa? Credo che le responsabilità vadano equamente divise tra molti.

Qualcuno ha dato anche del ‘pezzo di merda’ a papà Nicola perché come al solito non riusciamo a comprendere un cuore di padre, ma solo quello di madre. Non teniamo conto che quest’uomo per tredici anni è stato un padre solo sulla carta perché non gli è stato permesso di vedere il proprio figlio grazie al menefreghismo dello stato italiano e di quello australiano. Proprio lo stato australiano, in campo di pari genitorialità, è fermo ai primi emigranti delle galere.

Come al solito è il potere della vagina a vincere. Si parla giustamente di quote rosa in tutti i campi, ma nel campo dell’amore di un genitore si rende necessario un incremento di quote azzurre, non solo per il padre ma soprattutto per i figli. Ringrazio Dio di aver sempre curato i miei interessi di padre e di avere la certezza che la mia bambina, ormai quattordicenne, non potrà portarmela via nessuno. Mia moglie, anch’essa australiana, sa perfettamente che sarei stato capace di qualsiasi cosa pur di non perdere mia figlia. Anche se Nicola si è lasciato andare alla disperazione, non posso condannarlo, assolutamente no, è un padre dal cuore d’oro. Migliaia sono i padri separati che hanno tentato, molti riuscendoci, il suicidio. Chi si occupa di questo? Nessuno. Il mobbing a danno del padre ha da finire, non si può continuare in questa maniera. Le finte leggi e le caramelle non possono riempire il vuoto lasciato in tutti quegli uomini a cui è stato negato essere padre. Le lacrime di un uomo valgono, almeno, quanto quelle di una donna. Ritorna, putroppo, attualissimo il pezzo: “La femminilizzazione del mondo”.

Il mondo diventa donna, si perde così l’altra metà del cielo. Ritorniamo ai cori femministi: “il corpo è mio e lo gestisco io”. Nel mondo di un genitore, però, questo non ha senso perché un figlio diventa figlio di mamma a anche di papà già al suo concepimento. Nel momento in cui viene escluso il padre, ritenendo che l’aborto sia roba da donne, torniamo a quel femminismo ormai superato. La pari genitorialità è anche pari opportunità. La pari opportunità richiesta a gran voce da molte donne ormai ha sforato diventando potere di famiglia. Siamo giunti alla femminilizzazione del mondo e della società. Parlando col mio amico Marco, anche lui padre, abbiamo concluso che non sono pochi i figli che stanno rimanendo senza la figura del padre. Tantissime le donne, anche separate, invece, che ritengono indispensabile la figura del padre. Quando una coppia di sposi decide di separarsi deve comprendere che la separazione tra coniugi non implica, in nessun caso, la separazione dai figli. Loro devono continuare il rapporto con la mamma e con il papà. Un padre ti ama in maniera diversa da come ti ama una mamma, è un equilibrio che nessuno deve spezzare, perché nessuno può arrogarsene il diritto e nemmeno può decidere sulla vita e sulla morte di un bambino. Recenti studi e indagini hanno evidenziato che l’avvicinamento alla droga da parte di bambini è aumentato moltissimo negli ultimi anni. La maggioranza di questi ragazzini sono figli di separati e, come se non bastasse, molti di loro non hanno più contatti con il padre. Ma ci rendiamo conto che manca qualcosa? La femminilizzazione del mondo sta portando a sentire la necessità di auto consolarci, magari facendo uso di droghe perché non abbiamo più un riferimento che ci aiuti a rialzarci, un sostegno basato certo sull’amore ma anche sulla certezza che la vita è fatta di amore dolcissimo e sentimenti teneri ma anche di lavoro e di responsabilità. Il bellissimo e insostituibile amore della mamma se unico diventa un bisogno essenziale, fintanto che siamo bimbi non ce ne accorgiamo ma entrando nella vita da adolescenti ed adulti ci rendiamo conto che siamo stati privati di un riferimento paterno. Non riusciamo a integrarci in maniera serena e ci affidiamo a quello che ci offre la strada, qualcosa che ci illuda che in nessun momento della nostra vita rimarremo senza la dipendenza di qualcosa o di qualcuno. Non cresceremo mai, gli uomini non saranno mai uomini e le donne rimarranno orfane della loro parte ‘maschile’ che è quella che naturalmente rinforza l’animo. La televisione propone un mondo di bellezza femminile, un sole che gira intorno ad occhi di donna e cuori di miele. Non abbiamo riferimenti e quest’allontanamento del padre e della figura maschile come relegata a un ruolo secondario se non nullo, non fa bene allo sviluppo psichico del bambino. Insieme alle unioni Gay, al WWF, bisognerebbe creare un organismo che si occupi della figura del padre ormai in estinzione. Se vogliamo ripristinare un equilibrio, lo dobbiamo anche ai nostri figli. Indispensabile per il corretto sviluppo del maschio e della femmina.

Cosmo de La Fuente

www.cosmodelafuente.com

 
MariaRosaDeHellagenDate: Giovedì, 29/04/2010, 05:18 | Message # 15
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LA STORIA DELLA VITA DI FABIO PETROLATI (UN PERCORSO UMANO DI VITA) A cura di Mario Galardo

Fabio, di formazione cattolica, ispirazione e tradizione liberale e democratica, è nato a Roma, in una famiglia media borghese. Frequenta il Liceo Artistico, e si diploma nel 1978, dove si distingue nelle materie letterarie, nella figura disegnata e nell'ornato (con il massimo dei voti) nello stesso anno, parte per il servizio di leva, dove viene impiegato (come tanti militari, e soldato) in alcune operazioni, prevenzione di anti-terrorismo (erano i tempi del rapimento di Moro) e dove conclude la leva, come segretario presso la Regione Militare Centrale a Roma.

L’anno successivo si diploma (nello stesso Liceo) anche con la Maturità Integrata, poiché decide di cambiare l’orientamento dei propri studi, nel corso di laurea di tipo umanistico. Infatti, si iscrive alla Facoltà di Scienze Politiche, indirizzo Politico Amministrativo, dove sostiene 22 esami (comprese le lingue spagnolo ed inglese) e poi successivamente conclude gli studi.

Fabio perde ( quando era giovane a circa 25 anni) il proprio padre (scomparso prematuramente a 55 anni.
Durante, gli studi universitari, collabora per 5 stagioni estive in famosi villaggi turistici, come animatore, presentatore, DJ, istruttore di canoa e di nuoto, in seguito lavora anche presso alcune note discoteche della capitale romana, come DJ.

In questo periodo, inoltre, lavora in alcuni spot pubblicitari (anche in tv). Fabio si distingue pure negli sport (lo sci e lo sci nautico) e soprattutto con il JET SKY (moto dell’acqua in piedi) acrobatico e free, in cui, è uno dei primi italiani a vincere alcuni tornei locali e nazionali (erano gli anni 88-90).

Partecipa al Concorso pubblico (che vince) per vice-Ispettore della Polizia di Stato, ma nel frattempo viene chiamato dalla Società Autostrade, dove viene impiegato (dopo un brillante percorso di carriera, raggiunto con sacrifici e selezioni vinte) presso la Direzione del Personale e Risorse Umane, come Funzionario. Il rapporto con Autostrade è durato circa venti anni, dove Fabio, negli ultimi anni si occupava (presso la medesima Direzione del Personale) come addetto agli studi e documentazione della legislazione del lavoro.

Durante questi anni, felici, pieni di viaggi in tutto il mondo, di numerosi flirt ed avventure con belle donne (Fabio, riconosce che furono anni spensierati e sereni, ma anche anni dissoluti, superficiali e sterili, in quanto lui stesso cominciava a perdere la misura dei veri valori della vita) Perché? Perché era tutto troppo facile: agiatezza e spensieratezza economica, dalla socializzazione alle relazioni con la gente (era il tempo della prima Repubblica c.d.<> . Infatti, durante quegli anni, Fabio (da lui stesso definiti troppo facili) si distingue anche nelle pubbliche relazioni e nella organizzazione degli eventi: dagli anni novanta ai <<2000>>, Fabio organizza nei migliori locali della Capitale, tra i migliori eventi (addirittura anche con il Comune di Roma al terrazzo del campidoglio ed al Colosseo) arrivando, anche a riuscire a coinvolgere circa mille persone (anche nei lidi di Fregene, che all’epoca erano di moda). Dopo gli anni 2000, Fabio entra in una crisi esistenziale della propria identità, il destino ed il fato gli riserveranno (all’età di 40 anni) alcuni cambiamenti drastici di vita, di stile e di abitudini.

Nel 2001, infatti, si chiude drasticamente il rapporto lavorativo con Autostrade, ma Fabio non si perde d’animo, nemmeno in un mese (credendo alle proprie risorse) ed entra subito, come libero professionista, nel nuovo campo della conciliazione dei crediti insoluti, nelle transazioni stragiudiziali con gli Studi Legali (dove oggi tuttora opera).

Il nuovo lavoro e la nuova professione, coinvolgono ancora di più Fabio nella propria crisi esistenziale, in cui era ormai già iniziato (in lui) un processo di auto-moralizzazione degli stili di vita.
Fabio, accede, per forza di cose, in una realtà lavorativa totalmente diversa, e con un pubblico completamente diverso, da quello precedentemente accennato (il pubblico dei morosi, il pubblico dei debitori e della gente che soffre) tutto ciò, aumenta inconsapevolmente ed involontariamente, in maniera consistente, il suo spessore umano e la propria sensibilità (comunque già insite ed elevate nel suo carattere e nella sua personalità). Fabio comprende, che non si sente più solo <> ma che deve essere anche al servizio della gente, con trasparenza, buon senso, pacatezza ed alta deontologia professionale.

La nuova professione e, soprattutto la nuova vita, comporta a Fabio, inevitabilmente, una sorta di rigetto della gente, e del contesto, che conosceva e condivideva prima (oramai era….saturo ed….ubriaco della gente che frequentava precedentemente).

Di lì, una nuova circostanza ed un nuovo evento, segnano e cambiano, ancora di più radicalmente e profondamente la vita di Fabio: la voglia di mettere su una famiglia, una nuova compagna, ma soprattutto: la nascita di una figlia: una splendida bambina.

Fabio, ancora di più, vede la propria vita e la realtà che lo circondano, con occhi diversi (ancora più permeati di sensibilità umana): gli occhi di un padre.

Da lì in avanti, Fabio si guadagnerà svariati attestati di stima e riconoscimenti, da parte di importanti associazioni di consumatori , patronati ed O.N.L.U.S, poiché Fabio continua a svolgere la sua professione come una sorta di <> per consigliare, indirizzare ed aiutare la gente in difficoltà.

In seguito Fabio, si accorgerà di avere anche un istinto ed aspetti (insiti nel suo carattere) che nemmeno lui conosceva od immaginava: l’idealismo dei veri valori umani, per cui vale la pena di combattere e di non arrendersi mai! In altre parole, idealismo, idealismo ed il credo assoluto nei valori.
Comincia l’attività di volontariato con l’associazione dei protestati ed altre attività (sempre come volontario) contro l’usura e gli abusi bancari.

Nel campo dell’amore, finalmente Fabio (con la nuova compagna) ci crede veramente, cercando di consolidare il proprio rapporto, mette su famiglia.
Il suo unico errore sarà quello di aver formato una famiglia di fatto, cioè non aver formalizzato e legalizzato la propria unione con un matrimonio……errore gravissimo! Che pagherà sulla propria pelle, poiché lo Stato Italiano, considera i padri naturali ed i figli naturali, come soggetti di serie B! Senza alcuna tutela.

Arriviamo qui al triste evento occorso a Fabio (siamo nell’anno 2003) La compagna di Fabio, interrompe, inspiegabilmente e drasticamente (per sua unilaterale ed esclusiva volontà) la relazione, e, precisiamo, per motivi assolutamente, non riconducibili al mancato matrimonio (nemmeno lei voleva sposarsi) lascia Fabio, dopo che questi aveva intrapreso (per lei e per amore verso di lei) importanti decisioni di vita, radicali a suo favore, decisioni e scelte coraggiose, comprovanti, anche l’ infinito ed estremo amore, che Fabio aveva, pure nei confronti della propria figlioletta neonata.

La bimba di Fabio aveva sei mesi, e l’ex compagna di Fabio compie l’estremo sciagurato, efferato, disumano e crudele disegno cinico: riesce a realizzare (con l’avallo delle vergognose Istituzioni Borboniche Italiane ) la illegittima sottrazione della figlia di Fabio, durata tre anni e mezzo!
Tutto ciò (ci tengo a precisarlo) senza che Fabio abbia mai commesso (dico mai) nulla (come uomo sarà pure discutibile….., ma come padre…, non è ammissibile, tutto ciò che ha passato)…..in uno Stato civile di diritto, in cui tanto ci vantiamo, di fare parte di una comunità internazionale (virtuale e ridicola……lasciamo perdere và..) tutto questo non può essere comprensibile e giustificabile.

Fabio, durante questi tre anni e mezzo, passati (di sottrazione efferata della propria figlioletta, senza mai, dico mai! Alcuna indagine penale a suo carico, e con il proprio assolvimento di tutti i propri doveri, economici e non, di padre) combatte e combatte, legalmente, con tutti i mezzi legittimi possibili. Il dispendio di sue energie umane e di risorse economiche (per affrontare gli oneri costosi di spese legali, giudiziarie e fior di psicologi del Tribunale e di Parte) è cospicuo (a questo aggiungo, che ha dovuto pagare i costi di due Tribunali diversi, di due Giurisdizioni diverse e di due contenziosi diversi (dei Minorenni ed il Tribunale Ordinario) solamente perché non sposato e solamente padre naturale di fatto!........assolutamente vergognoso, lascio a voi le opportune valutazioni.

Fabio, non si arrende, va a manifestare pacificamente nelle piazze di Italia (con un cuore-striscione intitolato alla figlia). La propria vicenda, solleva l’indignazione delle principali associazioni genitoriali (tra cui si distingue la GESEF e poi Papà separati) ed altre Associazioni a tutela dei minori.
Fabio viene aiutato (nel concreto) oltre che ovviamente dai propri lodevoli avvocati, viene supportato ed aiutato anche e soprattutto da Colomba bianca (una donna che lotta coraggiosamente per gli ideali della bigenitorialità e la tutela dei minori) e da Vincenzo Spavone (Presidente della GESEF).

La triste questione di Fabio, arriva addirittura a conoscenza dei media, oltre che degli organi di stampa, che si interessano della vicenda: Fabio viene intervistato dai giornali Gente, il Meridiano ed altri quotidiani. Fabio appare su ITALIA1 E e RETE4, intervistato da Cristina Scanu e commentato, con lodevole indignazione da parte del giornalista, opinionista e commentatore televisivo, Del Debbio. Alla vicenda di Fabio viene dedicata, quasi una puntata della trasmissione <> su RAI TRE, con Mirabella, Fabio e la Dott.ssa Cavalli (all’epoca, Responsabile del Ministero Grazia e Giustizia- Tribunali per i Minorenni).
Fabio in quest’ultima trasmissione, oltre ad esporre la propria questione, ha il coraggio di commentare la legge n.54 del 2006 e denunciare le anomalie, le disfunzioni e le inefficienze dell’impianto normativo, istituzionale italiano di famiglia e dei minori.

Fabio partecipa, successivamente al c.d. <> una manifestazione di novembre del 2006, a Roma, di protesta contro il <>.

Infine, il lieto epilogo: le gravissime illazioni strumentali (da parte della ex compagna di Fabio) nei suoi confronti, vengono totalmente sconfessate, prima dalle perizie della Consulenza Tecnica di Ufficio (C.T.U.) e poi dai Giudici stessi, i Tribunali sentenziano, interviene l’Assessorato alle Politiche Sociali (grazie alle sollecitazioni di Colomba bianca, e grazie anche all’intervento di Vincenzo Spavone, Presidente della GESEF) i Servizi Sociali destituiscono la precedente (ed incompetente assistente sociale incaricata) e le Forze dell’Ordine intervengono in favore ed in esecuzione dei suddetti provvedimenti.

Il cattivo disegno originario della ex compagna (di cancellare la paternità di Fabio e di alienare la genitorialità ad altri) viene a cessare e la donna deve interrompere, coattivamente (con ingiunzioni) la passata ed efferata violazione delle statuizioni del Tribunale, e la passata disumana sottrazione della bambina, durata tre anni e mezzo!

Finalmente Fabio, nel mese di novembre 2006, rivede e riabbraccia la propria piccina (all’età di quattro anni,….immaginate la commozione ed i brividi di quel momento, addirittura le maestre dell’asilo piangevano dalla gioia) tenendo con sé la propria bambina (con frequentazioni periodiche soddisfacenti, e con sospensione provvisoria dell’affidamento alla madre, ridotta a semplice collocatataria).

Ma, non è finita qui……Fabio ha perdonato la ex compagna, (e con lodevole gesto distensivo) ha addirittura rimesso la querela, in sede penale, nei suoi confronti (in quanto quest’ultima stava per essere condannata, per ipotesi di illecito, di cui all’art.388 c.p.).

Ma non è tutto (e qui arriva la mia disapprovazione nei confronti di Fabio………, non me ne voglia!) Fabio, oltre ad avere perdonato la sua ex, l’ha frequentata, successivamente, solamente per rivedere ancora di più sua figlia, in un contesto di sorta di <> di famiglia fittizio e per condividerne la genitorialità, e come amica, ma lei, lo faceva solamente per sfruttarlo, economicamente, e per altri motivi di opportunità, quale è lei abile calcolatrice (oltre ai cospicui alimenti, che lui le corrispondeva e tuttora le corrisponde) tutto ciò fin dall’anno 2006 (anno della liberazione della bambina) e fino al mese di dicembre 2009, dedicandole tutti i fine settimana, uscite infrasettimanali e vacanze, estive ed invernali!
……Poi, nel mese di gennaio 2010, è successa una cosa, che non posso qui raccontare (Fabio non vuole..., e poi la tizia…mi querelerebbe …..) fatto sta, che Fabio, oggi, oltre che ai suoi impegni professionali, si dedica anima e corpo alla sua bellissima bimbetta…..però Fabio, paradossalmente (proprio per stare con la sua figlioletta) non ha molto tempo per socializzare….. del resto (come non comprenderlo?) la bambina è ancora così provata da tutta questa inammissibile ed assurda vicenda.
Perdonate la lungaggine di questa storia di un percorso di vita di un uomo….forse comune, ma di una grande statura paterna e di sensibilità umana.

Un amico di Fabio (da sempre) MARIO GALARDO (Architetto)

P.S. se volete saperne di più sulla vicenda di Fabio , nei dettagli, potete vedere su <> su www.colombabianca.it

 
dibattitopubblDate: Sabato, 26/02/2011, 23:10 | Message # 16
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http://madrepadrona.altervista.org/

padresenzadiritti@gmail.com

madrepadrona
è un sito di denuncia, un diario personale, una memoria per i posteri

“padre senza diritti”
denuncia pubblicamente con nomi e cognomi
“madre padrona” e complici

(giugno 2008)
Aveva 4 anni mia figlia l'ultima volta che abbiamo potuto stare un po' insieme, ora ne ha6.
Da due anni una innocente viene privata del diritto di avere un papà presente.
Da cinque anni la madre mi impedisce, in maniera subdola, di svolgere il mio ruolo di genitore, senza un preciso motivo.

La prof. Stella Ranieri dell'istituto "Erasmo da Rotterdam"di Sesto San Giovanni, dopo vari anni di atteggiamento di esclusività su nostra figlia arriva a dichiarare: “Dalla percezione che io ho avuto io non mi sento di fargli vedere la bambina da solo. Ritengo di non avere fatto nulla per ostacolare il rapporto padre/figlia. Se chiesto B. inserisce il padre nell'elenco delle persone a cui vuole bene, quindi io non ritengo giusto che una figlia debba rinunciare al padre ma non posso immaginare di affidargliela e non intendo farlo fino a quando qualcosa non cambia”, e che, invece di venire sanzionata con l'affido condiviso e più diritti per il padre di sua figlia e per la figlia stessa, viene "premiata" con l'affido esclusivo e 300 euro di contributo.

A seguito del primo decreto del Tribunale dei minori di Milano, gli operatori A.S. Paola Farina, Psic. Silvia Lo Forti e Psic. Gisolfo Facco, arrivano a dichiarare: “Al momento non si ritiene vi sia alcun margine per una mediazione familiare fra le parti” (senza specificare alcuna motivazione); “La minore ha manifestato nel tempo reazioni preoccupanti: rabbia, rifiuto di incontrare il padre, aggressività e tristezza”, dichiarazione falsa e strumentale: la bambina era solo contrariata perché si sentiva costretta a fare ciò che non voleva, cioè la violenza psicologica degli incontri protetti (dopo due anni di lontananza, ovviamente, la madre è anche riuscita a mettermi la bambina contro);
e poi ancora: “Per ciò che concerne il padre e la sua richiesta di incontri con la figlia, la sua storia di vita e il profilo di personalità portano a ritenere utili, almeno in una fase iniziale, incontri protetti tra lui e la bambina a cadenza regolare ma non ravvicinata”; e tutto ciò al solo scopo di assecondare il rifiuto della madre di fare la mediazione, trascurando completamente i diritti del minore.
Infatti, successivamente, il Tribunale dei minori ha pappagallescamente avallato tutte le conclusioni riportate dai servizi sociali di Sesto San Giovanni, con la seguente frase: “il padre ha vissuto un'infanzia infelice, i suoi rapporti con la figlia, alla quale è affettivamente legato, non riescono a svilupparsi positivamente”, così hanno ratificato l'affido esclusivo alla madre e il distacco forzato da mia figlia ( decreto definitivo).

Paradossalmente, quando non mi sono presentato alla convocazione del Tribunale a seguito della richiesta di affidamento avanzata da S.R., dopo mi sono sentito più tutelato nei miei diritti. Essermi presentato alle due udienze successive è stato invece come essere andato al "macello". Infatti con il 1° decreto il T.M. aveva ordinato ai S.S. l'immediata mediazione familiare e il ripristino dei rapporti con mia figlia. Successivamente è accaduto tutto l'opposto. Nella successiva convocazione il G.O. EPIFANI ALESSANDRA non mi fece nessuna domanda per avere la mia versione dei fatti o per capire cosa fosse accaduto e così ha aspettato che fossi io a cominciare a parlare. Sembrava proprio volesse provocarmi e ci è riuscita tanto da meritarmi il rimprovero di essere irriverente verso il giudice. Il G.O. EPIFANI così è arrivata a verbalizzare una frase banalissima: “Questo lo dico di mia iniziativa, non credevo che lei scrivesse, che facesse già parte del verbale. Lei non mi ha fatto nessuna domanda”; però nell'audizione successiva, quando la madre ha dichiarato: “La bambina non vuole stare con il padre” o quando lei stessa ha affermato: “in qualche modo bisogna subire le decisioni dei servizi sociali” il G.O. EPIFANI non ha replicato e non ha verbalizzato nulla.

Un Collegio giudicante (ALIVERTI EMANUELA, DOMANICO MARIA GRAZIA, COLOMBINI CESARINA, BOLLATI LUCA) che avalla tutto quello che scrivono e gli propongono i Servizi sociali denota, quanto meno, una grave carenza di senso critico. Ormai troppo spesso apprendiamo dalla cronaca le decisioni irresponsabili da parte di certi giudici...

La giustizia così decide che per una bambina ci vogliono 600 euro al mese per vivere mentre al padre possono bastare 700-800 euro (Alcune delle buste paga: Giugno 705 euro, Agosto 797 euro, Settembre 795 euro, Ottobre 799 euro).

* * *

20/06/2008
LETTERA-DENUNCIA DI UN "PADRE SENZA DIRITTI"
LETTERA APERTA RIVOLTA A UNA PERSONA CHE RIFIUTA OGNI ALTRO MEZZO DI COMUNICAZIONE
PURTROPPO QUESTA PERSONA NON E' UNA QUALSIASI MA E' LA MADRE DI MIA FIGLIA

AVEVA 4 ANNI MIA FIGLIA L'ULTIMA VOLTA CHE ABBIAMO
POTUTO STARE UN PO' INSIEME, ORA NE HA 6

DA DUE ANNI UNA INNOCENTE VIENE PRIVATA DEL DIRITTO
DI AVERE UN PAPA' PRESENTE

DA CINQUE ANNI LA MADRE MI IMPEDISCE, IN MANIERA SUBDOLA, DI SVOLGERE IL MIO RUOLO
DI GENITORE, SENZA UN PRECISO MOTIVO

DOPO LA SEPARAZIONE TRE ANNI DI APPARENTE E SUBDOLA NORMALITA' PRIMA,
E DUE ANNI DI VESSAZIONI E MORTIFICAZIONI POI

DA SEMPRE MI HA ESCLUSO DA OGNI ATTIVITA' SOCIALE E DA
OGNI DECISIONE PER NOSTRA FIGLIA

I SERVIZI SOCIALI DI SESTO INVECE DI AIUTARCI
HANNO INFLITTO IL COLPO FINALE ACCETTANDO CON LEGGEREZZA
IL RIFIUTO DELLA MADRE DI FARE UNA MEDIAZIONE

IERI RILEGGENDO LE SUE VARIE DICHIARAZIONI, HO TROVATO LA
SEGUENTE del 24/04/07 RILASCIATA AL GIUDICE EPIFANI ALESSANDRA:
"Dalla percezione che io ho avuto io non mi sento di fargli
vedere la bambina da solo. Ritengo di non avere fatto nulla
per ostacolare il rapporto padre/figlia.
Se chiesto, la bambina inserisce il padre nell'elenco delle
persone a cui vuole bene, quindi io non ritengo giusto
che una figlia debba rinunciare al padre ma non posso
immaginare di affidargliela e non intendo farlo fino a quando
qualcosa non cambia." (firmato Stella Ranieri)

QUINDI L'HO CHIAMATA CHIEDENDOLE GENTILMENTE A CHE COSA
SI RIFERIVA CHE DOVESSE CAMBIARE

SUA RISPOSTA: "Allora! Quello a quando risale? Risale a un secolo fa!
Io non intendo parlare di niente... lasciami in pace... non mi
interessa..." NON RICORDO ALTRO PERCHÈ LA SIGNORA HA RITENUTO
DI DOVER URLARE FRASI SCONNESSE, IO HO CERCATO DI FARLA CALMARE
MA E' STATO INUTILE, POCO DOPO MI HA CHIUSO IL TELEFONO IN FACCIA.

A QUESTO PUNTO PRENDO QUESTA DECISIONE UN PO' DRASTICA E INUSUALE MA
AL MOMENTO L'UNICA POSSIBILE. DENUNCIARE LA MADRE CON NOME E COGNOME
CON IL SEGUENTE MESSAGGIO:

====================================================================
CARA STELLA RANIERI, SE NON TI DECIDI A RISPETTARE I MIEI DIRITTI E QUELLI
DI NOSTRA FIGLIA NON INTENDO DARTI UN CENTESIMO,
RICORRERO' A QUALUNQUE GESTO POSSA SERVIRE A RIDARMI DIGNITA' E SERENITA'
COME PADRE E COME CITTADINO DI UN PAESE CIVILE.

LA MIA QUERELA NON E' MOTIVO PLAUSIBILE PER NON FARE IL TUO DOVERE,
MA ANZI E' UN MOTIVO IN PIU' PER FARLO.

SENZA UNA PLAUSIBILE MOTIVAZIONE TU HAI OTTENUTO IL MIO
ALLONTANAMENTO DA NOSTRA FIGLIA E UN CONTRIBUTO AL
MANTENIMENTO SPROPOSITATO RISPETTO AL MIO REDDITO
(300 EURO A FRONTE DI UN REDDITO DI 1100 EURO).
CHE FORSE UNA BAMBINA DI 6 ANNI HA BISOGNO PER VIVERE DI 600 EURO
AL MESE, MENTRE AL PAPA' POSSONO BASTARE 700-800 EURO?

TI PREANNUNCIO CHE INTENDO CHIEDERE LA RIDUZIONE DEL
CONTRIBUTO A 200 EURO COME I NOSTRI RISPETTIVI AVVOCATI
STAVANO CONCORDANDO, UN ACCORDO FANTASMA CHE
IL TRIBUNALE, CHISSA' PERCHE', HA IGNORATO DEL TUTTO.

FORSE VORRAI FARCI SAPERE FINALMENTE QUALE SIA IL TUO REDDITO
PERCHE' NEL FASCICOLO DEL TRIBUNALE C'ERA SOLO IL MIO!
====================================================================

Per altri particolari e una parte degli atti e documenti,
si prega di visionare il sito:
http://madrepadrona.altervista.org/

Attachments: MADRE_PADRONATM.pdf(1170Kb) · MADRE_PADRONA_2.pdf(354Kb)
 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 16/03/2011, 05:42 | Message # 17
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http://www.crescoacasa.com/wp-content/uploads/2010/09/L-Adige-15-9-10.jpg

 
AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 08:21 | Message # 18
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http://www.centriantiviolenza.it/the_truth_archives/interrogazione-parlamentare-calunnie-femministe-usate-per-devastare-linfanzia-dei-figli/

Interrogazione parlamentare: calunnie femministe usate per devastare l’infanzia dei figli

Nel 1997 furono privati del loro papà, accusato senza prove di maltrattamento. Da maggiorenni denunciano: false le accuse contro papà, era la mamma ad essere violenta.

Per evitare che il principio di precauzione diventi violazione dei diritti umani ed abuso contro l’infanzia, occorre applicarlo chiudendo e tagliando i fondi ai centri femministi ed alle loro avvocate già coinvolti in false accuse. Destinare le centinaia di milioni di euro risparmiati per risarcire i bambini che hanno avuto l’infanzia devastata dalla calunnia di genere, allontanati dai loro papà e/o condannati ad incontri protetti utilizzando le tipiche false accuse senza prove.

Il testo dell’interrogazione parlamentare (6/4/2011)

CARDIELLO – Al Ministro della giustizia

Premesso che, per quanto risulta all’interrogante: il signor Aldo Forte nel 1994 si separava consensualmente dalla moglie; tra i motivi che avevano determinato detta separazione vi sarebbero stati anche i maltrattamenti operati dalla madre sui figli della coppia, all’epoca dei fatti ancora minorenni; dopo la separazione la madre presentava un esposto al giudice tutelare informandolo di vietare tutti i rapporti tra il padre e i figli per maltrattamenti; il giudice tutelare, sentito il genitore accusato, disponeva l’immediato ripristino dei rapporti parentali dandone immediata comunicazione all’Asl di Rimini, la quale, al contrario, non ha tenuto in conto tale dettato; successivamente il Tribunale per i minorenni, cui erano stati inviati gli atti per competenza, sulla base delle informazioni ricevute dai medesimi servizi sociali della competente Asl di Rimini, decretava la decadenza del padre dalla potestà genitoriale; la Corte d’appello respingeva, quindi, il ricorso proposto dal padre ritenendo, in base alle predette informazioni,”la personalità del reclamante fortemente disturbata e disturbante”; il Tribunale di Rimini, successivamente, stabiliva il diritto di visita del padre ai figli affermando che la decadenza dalla potestà genitoriale non inibiva i rapporti parentali; tuttavia, stante la situazione di grave conflittualità fra gli ex coniugi, i rapporti fra il padre e i figli, già scarsissimi, si interrompevano del tutto a partire dal 1997, nonostante l’assenza di alcun dispositivo di divieto; nel 2003 uno dei figli, divenuto maggiorenne, presentava istanza al Tribunale per i minorenni per il reintegro della potestà genitoriale del padre confessando di non aver mai subito alcuna percossa da lui e riconoscendo come false le dichiarazioni fornite dalla madre; il secondo figlio, ancora minorenne, si recava dai carabinieri e, dopo aver confidato di non poter più vivere con la madre, comunicava la sua intenzione di rifugiarsi dal padre;

considerato che: gli operatori dei servizi sociali della Asl di Rimini, trattando il caso della separazione e del relativo affidamento dei figli, avrebbero tralasciato di ascoltare le ragioni del padre prediligendo esclusivamente le motivazioni addotte dalla madre; entrambi i minori sarebbero stati ascoltati solo in presenza della madre e, quindi, verosimilmente, sotto la sua “influenza”; entrambi i minori avrebbero subito maltrattamenti e percosse per tutto il tempo in cui sarebbero rimasti affidati alla madre; considerato, infine, che: il signor Aldo Forte ha ritenuto di procedere civilmente nei confronti degli assistenti sociali responsabili del procedimento di separazione e relativo affidamento dei figli; a quanto risulta all’interrogante, nella relazione di consulenza sull’operato degli addetti ai servizi sociali richiesta dalla competente Procura della Repubblica di Rimini, i tecnici hanno riscontrato “una certa leggerezza nella valutazione della complessità della situazione dimostrando di essere superficiali nel cogliere alcuni aspetti che meritavano di essere approfonditi rinunciando a constatare la veridicità delle informazioni (…) sono state prese in considerazione solo ed esclusivamente le dichiarazioni della signora”; “sarebbe stato auspicabile valutare l’opportunità di escludere maggiormente la madre, la quale, essendo stata più presente durante i colloqui ha finito col far creare all’equipe un punto di vista sbilanciato a suo favore. Limite, questo, accentuato dagli esigui tentativi da parte dei servizi sociali di cercare conferme conducendo dei colloqui con i figli in assenza della madre, tali da permettere loro una maggiore libertà di espressione del loro vissuto e rendendo partecipi i parenti più prossimi quali ad esempio i nonni paterni che risultavano alquanto coinvolti”; la predetta relazione conclude affermando che il lavoro degli operatori della Asl “risulta essere piuttosto superficiale e perfezionabile sotto il profilo tecnico”; l’interrogante chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto sopra; se e in quali modi di competenza ritenga di dover intervenire, in caso di controversie fra coniugi, al fine di tutelare i diritti dei padri separati e dei loro figli pur nel rispetto delle prerogative delle madri separate; se e in quali modi intenda intervenire al fine di consentire un regolare e armonioso svolgimento dell’attività degli assistenti sociali; se e in quali modi intenda intervenire al fine di consentire un regolare e armonioso svolgimento dell’attività dei giudici tutelari; se e in quali modi intenda intervenire al fine di delineare in maniera incontrovertibile i diritti alla giusta difesa, affinché, soprattutto nell’ambito minorile, non siano a essere trattati in maniera superficiale; se e quali sanzioni ritenga opportuno prevedere per coloro i quali, nell’ambito di un procedimento per l’affidamento di minori, svolgano con negligenza o superficialità la loro mansione.

 
AmministratoreDate: Venerdì, 13/05/2011, 21:00 | Message # 19
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Caro padre della bambina! Ma non sai che le vaccinazioni non proteggono dalle malattie ma le trasmettono!? Non farle alla tua bimba!
Imporre la frequentazione forzata di un asilo nido è l'interferenza illecita nella vita privata, proibita dalla convenzione CEDU.
Proibizone e limitazione dei contatti delal bambina con la madre e con altri parenti è un abuso di potere. Un altro caso di malagiustizia raccapricciante.
E' ovvio che la battaglia della famiglia non è perduta, in quanto la bambina ha il diritto a due genitori e al rispetto della propria vita familiare.

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2010/12/28/news/bimba_sottratta_alla_madre_a_ischia_scoppia_la_rivolta-10668853/
http://napoli.repubblica.it/cronaca....0668853

Bimba sottratta alla madre a Ischia scoppia la rivolta

Il Tribunale dei minori toglie la patria potestà alla donna per affidare la piccola al padre, ma i familiari della madre aggrediscono i vigili urbani che vanno a prendere la bambina

di IRENE DE ARCANGELIS

A MALI estremi, estremi rimedi. Quando arrivano i vigili urbani inviati dal Tribunale dei minori la bambina di quattro anni finisce in un armadio. Nascosta per non essere portata via e affidata al padre, alla fine di una lunga battaglia conclusa con l’Appello e le dure parole dei giudici. Quella bambina va affidata al padre, vista «l’ottusa resistenza della madre rispetto agli avvertimenti del tribunale».

La piccola deve andare con il genitore perché curata male, non sottoposta alle vaccinazioni obbligatorie, abbandonata a se stessa. Ma intanto scoppia la rissa, la folla di parenti, nell’appartamento dello zio della piccola a Forio d’Ischia dove era stata nascosta. I familiari cercano di ostacolare i vigili urbani dell’Ufficio minori al comando del tenente Bernardino Maccione che intanto chiedono i rinforzi alla polizia. La bimba viene portata in commissariato, poi, scortata, su un’auto della polizia municipale danneggiata dai familiari, su un traghetto sorvegliato da Capitaneria di porto e carabinieri. Arriva a Pozzuoli dove viene visitata dai medici del 118. Per venire infine riaffidata al padre che la riporta a Ischia, a casa sua.

Vicenda tormentata, quella della piccola Ivana. Figlia di genitori non sposati e che non hanno mai convissuto. Entrambi disoccupati. È il padre — che ha riconosciuto la figlia e versa 300 euro al mese per il suo mantenimento — tre anni fa, a denunciare le condizioni di vita della piccola, convincendo il Tribunale dei minori a tenere la piccola sotto stretta sorveglianza. Intervengono così gli assistenti sociali, che puntualmente riferiscono la loro insoddisfazione per il comportamento della madre. La bambina non viene visitata da un medico, non fa le vaccinazioni, vive in ambienti angusti e sovraffollati dove ci sono anche animali da cortile.

Un anno fa le viene imposto di iscrivere la bambina all’asilo, e lei dichiara di averlo fatto. Ma l’asilo indicato non è mai stato aperto. Infine il tribunale decide: la madre perde la patria potestà sulla figlia, che viene affidata al padre. Sentenzia il tribunale: la donna potrà vedere sua figlia due volte alla settimana e con incontri protetti. Ossia alla presenza dei servizi sociali. Così, quando i vigili urbani vanno a prendere la piccola, succede l’inferno. Ma oramai la battaglia è perduta.

 
AmministratoreDate: Lunedì, 16/05/2011, 05:26 | Message # 20
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http://www.petizionionline.it/petizione/salvate-mia-figlia/178

UNA PETIZIONE ANONIMA TROVATA IN RETE

Premetto sono madre di una bellissima bambina di appena quattro anni e mezzo, mia unica figlia, che vive con me a Treviso, città dove da recente mi sono trasferita per esigenze lavorative da un paese del veronese. Infatti, in qualità di psicologa e di insegnante abilitata, ho avuto da un lato un incarico libero professionale presso una struttura sanitaria privata nonché un incarico annuale di supplenza per l’insegnamento presso una locale scuola materna. Tengo a precisare che in questa sede, nonostante ciò che racconto trovi riscontro in atti ormai pubblici, non posso fornire i dati identificativi di nessuno dei protagonisti di questa triste storia solo al fine di evitare che vengano strumentalizzati ai danni miei e di mia figlia.

Avanti il Tribunale di Verona pende il procedimento di separazione giudiziale tra me e mio marito, nonchè , presso la Procura della Repubblica sempre di Verona, dei procedimenti penali a carico di mio marito relativi a 4 denunce da me presentate riguardo a presunti abusi da lui perpetuati su nostra figlia.

Ad oggi mi trovo a vivere insieme alla mia piccola una situazione aberrante che vede mia figlia considerata dalle preposte autorità competenti come un semplice ed amorfo essere vivente senza invece tenere presente la sua condizione interiore in qualità di essere umano!!

Mi riferisco, infatti, al fatto che a breve dovrei ricevere a casa mia la visita di operatori sociali i quali, sulla base di una ordinanza del Giudice della separazione, mi chiederanno di consegnargli mia figlia per poi portarla lontano da me, precisamente nel veronese, per essere collocata presso un istituto per minori. Tale grave decisione del Giudice della separazione nascerebbe da una duplice valutazione deduttiva: da un lato, il fatto che relativamente ai procedimenti penali pendenti il magistrato competente ne avrebbe richiesto l’archiviazione, dall’altro il fatto che da una relazione peritale effettuata da incaricati dello stesso Giudice della separazione, vertente sulla “capacità genitoriale” dei genitori della minore, sia il padre che io madre siamo stati ritenuti ” inadeguati”.

L’assurdo di tutto quanto sopra detto riguarda la circostanza che nonostante le denunce da me presentate sui presunti abusi ai danni di mia figlia ad opera del padre fossero legittimate dal fatto che era proprio la bambina che spontaneamente veniva a riferirmi su quanto le accadeva durante gli incontri con il papà e che le stesse cose la bambina le riferiva pure al mio avvocato ed a due psicologi che ne dichiaravano ufficialmente l’attendibilità, da 2 anni sono ancora in attesa che qualcuno degli organi inquirenti ascolti ufficialmente mia figlia! Al contrario, ci si preoccupa di richiedere l’archiviazione dei relativi procedimenti penali solo sulla base di deduzioni non suffragate dall’unico elemento oggettivo di prova che avrebbe potuto fornire solo mia figlia!!!!

Da madre devo ammettere che, nonostante il mio personale convincimento su quanto più volte riferitomi da mia figlia in merito ai presunti abusi, nutro la speranza, per il bene psicofisico dalla piccola, che ad una audizione ufficiale della bambina emerga inconfutabilmente il dato oggettivo che la stessa non abbia effettivamente mai subito niente di male!!! Ma fino a quando qualcuno degli organi competenti non si degnerà di voler sentire ciò che ha da dire mia figlia, NESSUNO, compresa me, potrà trarre conclusioni ed emettere sentenze che potrebbero avere delle gravissime ripercussioni sul futuro dello stato di salute psicofisica della bambina!!!

Relativamente alle conclusioni dei periti nominati dal Giudice in merito al mio profilo psicologico, sfido qualsiasi madre nelle mie stesse condizioni a restare impassibile, serena, a dormire la notte ed a non avere ansie e preoccupazioni!!! Anzi, verosimilmente a differenza di altre madri, io mi sono mantenuta, anche se con grande sforzo,da un lato equilibrata così da riuscire a continuare a lavorare e badare alla crescita positiva di mia figlia, dall’altro lato lucida e ponderata tanto da non dare libero sfogo a quei naturali impulsi di reazione che in queste situazioni nascono spontanei. Infatti, fino all’ultimo, nonostante l’evolversi negativo degli eventi, ho continuato ad avere fiducia nella giustizia e negli apparati di assistenza, tanto da continuare, anche contro il volere di mia figlia, a portare settimanalmente la stessa agli incontri con il padre, pregando che al ritorno la bambina non mi venisse più a raccontare di “…SCHIFEZZE…” subite!!!

MA ADESSO BASTA!!! DOPO L’ULTIMO PRESUNTO EPISODIO DI ABUSI SUBITI DALLA BAMBINA, GIA’ DENUNCIATO, NON INTENDO PIU’ ACCONDISCENDERE A TALE SITUAZIONE. PERTANTO, AL POSTO DI SCAPPARE COME FAREBBE QUALCHE ALTRA MADRE, RIMARRO’ IN CASA CON MIA FIGLIA IN ATTESA CHE IL MAGISTRATO COMPETENTE, ANCHE SULLA BASE DI UN INTERVENTO ANCORA PIU’ INCISIVO DA PARTE DEL MIO AVVOCATO, SI DECIDA AD ACCOGLIERE L’ISTANZA DI AUDIZIONE DELLA BAMBINA AL FINE DI VERIFICARE UNA VOLTE PER TUTTE LA VERITA’!!!! SE POI, NELL’ATTESA CHE CIO’ SI VERIFICHI, QUALCHE ASSISTENTE SOCIALE, MAGARI ACCOMPAGNATO DA UN UFFICIALE GIUDIZIARIO O POLIZZIOTTO, BUSSERA’ ALLA MIA PORTA PER PRENDERSI MIA FIGLIA DOVRA’ PASSARE SUL MIO CORPO PRIMA DI RIUSCIRE A STRAPPARMI LA BAMBINA!!!

Oggi mi sono trovata costretta a dare risonanza mediatica a questa mia storia, tanto da essere stata intervistata ed essere apparsa, in maniera riservata, in un servizio di “Studio Aperto” su Italia uno e su una emittente locale “Rete Veneta” nonché sui quotidiani del Corriere della Sera (pagina di Treviso e Verona), il Gazzettino e la Tribuna di Treviso. Inoltre, ho richiesto l’intervento del Ministro di Grazia e Giustizia, del quale ho già contattato la segreteria.

SPERO CHE ANCHE QUESTO MIO ENNESIMO GRIDO DI AIUTO POSSA ESSERE ASCOLTATO DAI PIU’ E CHE QUINDI QUALCUNO SI MOBILITI, INSIEME A ME E A CHI VORRA CONDIVIDERE LA CAUSA, AL FINE DI UNA SENSIBILIZZAZIONE DEGLI ORGANI COMPETENTI PERCHE’ VENGA SUBITO BLOCCATA L’ESECUTIVITA’ DELL’ORDINANZA DEL GIUDICE CHE DISPONE L’ALLONTANAMENTO DI MIA FIGLIA DA ME E CHE, QUINDI, SI PROCEDA ALL’AUDIZIONE DELLA BAMBINA PER RISALIRE ALLA “VERA VERITA’ ”.

GRAZIE DI CUORE

UNA MAMMA DISTRUTTA

emanuelanicoletti7@virgilio.it

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dibattitopubblDate: Domenica, 22/07/2012, 01:08 | Message # 21
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CASO DI GIULIANO CAIMMI


Tratto dal blog "IL CUORE DI ALBERTO"

Giuliano Caimmi con il figlio Alberto, anni fa, uno degli ultimi appuntamenti tra padre e figlio:



http://www.youtube.com/watch?v=y6H5KfSPHoQ

Alberto è un bambino con il cuore debole: ha il pacemaker dalla nascita.

Dopo la separazione dei genitori, assistenti sociali e giudici del tribunale dei minori hanno deciso di mettere il bambino in una comunità-istituto-orfanotrofio, condannandolo alla limitazione della libertà personale e alla privazione dei diritti umani di base, tracui il diritto di rimanere in contatto con propri genitori e il diritto di acceder alle cure adeguate.
Nell'istituto Alberto deve stare in mezzo ai bambini pedagogicamente trascurati e aventi problemi sociali gravi, come hanno dichiarato gli stessi gestori dell'itituto. A causa della neglizenza dei gestori e del personale dell'istituto, Alberto ha rischiato di morire: si era rotto il pacemaker, perché il bambino è stato abbandonato a sé stesso, nonostante poco prima il bambino era stato operato a causa di problemi con pacemaker precedente e il medico aveva prescritto la tranquillità assoluta e le emozioni positive.

Giuliano Caimmi, come tanti padri italiani, è stato condannato, senza un giusto processo e senza alcun'accusa concreta, a non avere contatti con proprio figlio, anche se il bambino ha disperato bisogno di lui. Dopo la separazione Giulaino ha rivisto il figlio poche volte per pochi attimi, in presenza degli operatori sociali.

Su uno degli appuntamento monitorati da una sociaologa, Alberto ha fatto delle dichiarazioni raccapriccianti contro la propria mamma, nelle altre occasioni il bambino ha fatto dichiarazioni a carico della sua assistente sociale e del personale dell'istituto-comunità-orfanotrofio, dove deve scontare la condanna di detenzione emessa senza un regolare processo.

Al posto di indagare immediatamente per sospetti abusi sessuali da parte del servizio sociale e dei gestori dell'istituto, i magistrati hanno proibito al bambino di avere rapporti con il padre e lo hanno messo in segregazione totale, causando al bambino ulteriori sofferenze e torture e sottomettendolo ai trattamenti del tipo settario, permettenti di plagiare il bambino con le techniche usate dalle sette e per sviluppare nel bambino la sindrome PAS contro entrambi i genitori.

Al bambino non è stato assegnato un avvocato personale per la difesa nel processo, anche se il bambino è stato privato della libertà personale e messo in detenzione punitiva in una comunità.

La madre afferma per la propria difesa che il bambino sarebbe stato plagiato dal padre, dimenticando che il bambino ha visto il padre per poche ore dopo la separazione, e sempre in presenza degli operatori sociali (!), e quindi non aveva possibilità alcuna di plagiare il figlio. Sussiste il dubbio che il bambino sia stato plagiato dall'assistente sociale o dai gestori dell'istituto, interessati a ricevere i contributi dello Stato (i contributi per bambini affidati ai servizi sociali arrivano fino a 8000 euro al mese al bambino).

Ormai è passato tanto tempo, le indagini dovevano essere ben fatte, però la magistratura resta in silenzio e il bambino si ritrova defraudato di tutti diritti umani di base.

Nonostante Alberto può morire ogni giorno, il servizio sociale e i giudici del tribunale dei minori gli negano contatti con il padre (il padre non sa se il bambino abbia contatti con la madre o meno), avvelenandogli l'esistenza e negandogli la felicità alla quale ha il diritto.
Il nonno paterno del bambino, tanto amato dal bambino, sta per morire e il bambino va deprivato del diritto di vederlo per l'ultima volta e di salutarlo.

Contatto con Giuliano Caimmi può essere trovato nei suoi blog.

Alcuni documenti possono essere visionati qui:

http://digilander.libero.it/musicoloco/

Visionando atti pubblicati sul blog, diventa chiaro tutto l'orrore della storia e si nota esplicitamente che il bambino ha subito abusi nella comunità. In una valutazione psicologica, pubblicata sul sito di Giulaino, si indica chiaramente che il bambino ha acquisito comportamenti "sessualizzati" dopo essere stato messo in detenzione in istituto. Il fatto che il bambino parla male della madre, attesta la sindrome PAS provocata contro la madre dai gestori dell'istituto e dall'assistente sociale (visto che il padre non aveva contatti con il figlio) o testimonia dei comportamenti reali della madre: la risposta la devono dare Autorità Giudiziarie.

Video

Un appuntamento in presenza di una sociologa



http://www.youtube.com/watch?v=i5YEf6WWrR8&feature=related

Bambino racconta delle esperienze particolari



http://www.youtube.com/watch?v=cfOaL0DX5i4

Da vedere:

- relazione di una sociologa sulle dichiarazioni contro la propria mamma (raccapricianti!) del bambino su un appuntamento con il padre sorvegliato dalla sociologa :
Attachments: 5020020.pdf(132Kb)
 
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