BAMBINI NEGLI ISTITUTI IN ITALIA - DENUNCIATE, TESTIMONIATE SU QUELLO CHE ACCADE NEGLI ISTITUTI - GULAG DI OGGI: CASE GAMIGLIA, ISTITUTI, STRUTTURE PROTETTE, CASE DI ACCOGLIENZA - Forum
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Mercoledì, 25/11/2009, 06:49
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BAMBINI NEGLI ISTITUTI IN ITALIA
dibattitopubblDate: Lunedì, 18/05/2009, 01:50 | Message # 1
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Articolo preso dal forum "Colomba bianca" http://forum.colombabianca.it/viewtopic.php?f=7&t=1574

lunedì, 12 marzo 2007

Provincia Cagliari: 131 affidi di minori in comunità
Sono 131 i minori ospitati nelle 21 comunità alloggio della provincia di Cagliari al 15 gennaio
2007. Si tratta di 69 maschi e 62 femmine, 87 provenienti dal cagliaritano, mentre 44 (tra bambini e bambine) arrivano da altre province. Alla fine del 2006 i minori erano invece 208, 154 ospitati nelle comunità alloggio e 54 in affido eterofamiliare. Sono i dati principali che emergono dal “Primo
monitoraggio dei minori in comunità alloggio e in affido familiare nella provincia di Cagliari”, curato dall'Osservatorio delle Politiche Sociali della stessa Provincia ed illustrato dall'Assessore competente in materia, Angela Quaquero, dalla presidente del Tribunale per i Minorenni di Cagliari, Lucia La Corte, e dal ricercatore, Giuseppe Fara.

CAGLIARI - I problemi economici della famiglia, maltrattamenti o incuria e condotta non sempre esemplare dei genitori hanno suggerito ai servizi sociali, in caso di affidamento consensuale (74,8% dei casi), o al Tribunale per i minori, in caso di inserimento non consensuale da parte della famiglia di origine (1 su 4) l'affido dei minori ad una comunità protetta. In questo caso la differenza di genere si fa sentire laddove per i maschi viene rispecchiata la fotografia generale, mentre per le femmine si affaccia, in aggiunta, il problema di violenze sessuali (16,1% del totale) tra le mura domestiche o esterne ad esse, ma che non hanno trovato un adeguato sostegno all'interno della famiglia naturale.

I minori presenti nelle Comunità alloggio della Provincia di Cagliari provengono generalmente
dalle famiglie di origine (95 su 131) e meno da famiglie adottive, parenti o istituti di varia natura (36 su 131), ma, come si evince nel rapporto, solo il 44,3% dei genitori incontra di frequente il minore alloggiato nella Comunità, mentre nel 32,9% dei casi i minori possono riabbracciare il padre e la madre una volta ogni sei mesi o addirittura mai. Altra differenza che emerge dallo studio e' la tipologia del minore ospitato: le classi di età si equivalgono quando si tratta di maschi, mentre la prevalenza dei ragazzini in età pre o adolescenziale si fa maggiormente sentire tra le piccole ospiti (oltre il 65%). In media i minori vengono ospitati per meno di un anno (39,7%) e comunque per periodi che non superano i tre anni (circa 89%) e due minori su dieci sono disabili (26 su 131) con handicap legati soprattutto alla sfera psichica (69,2%). Nel caso di un eventuale affido in una famiglia che non sia quella di origine, dopo l'esperienza della comunità, viene espressa, dagli operatori e dagli stessi minori, una percezione piuttosto negativa: rispettivamente 70 e 75 casi su 131 ritengono che i risultati sarebbero “scarsi”.

Intanto, dopo due mesi di campagna per l'affido eterofamiliare, portata avanti dall'Assessorato provinciale delle Politiche Sociali, sono state raccolte 100 richieste da parte di famiglie che si sono rese disponibili a ospitare temporaneamente un minore (in massima tra i 7 ed i 10 anni). Ottanta famiglie sono in fase di formazione, mentre 10 hanno già concluso un percorso formativo e sono in attesa di poter accogliere i bambini. ''E' più facile ricoverare un bambino o un adolescente in una comunità alloggio che in una famiglia affidataria – ha sottolineato l'assessore Quaquero – perchè questo porta ad una immediata soluzione del problema che ha causato l'allontanamento dalla famiglia di origine”. In termini economici un minore inserito in una comunità alloggio “costa” al Comune di residenza 80 euro al giorno, mentre la famiglia affidataria percepisce un assegno di circa 500 euro mensili. Il passo successivo al rapporto vede l'allargamento della rete per l'affido eterofamiliare (ora coinvolge Provincia, 7 comuni dell'hinterland cagliaritano, Asl 8 e Tribunale dei minori) e poi la firma di un protocollo di qualità delle strutture protette. Attualmente le 21 strutture del cagliaritano possono ospitare circa 150 minori ed il coefficiente di riempimento si attesta sull'85%.

 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 17/06/2009, 21:49 | Message # 2
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TESTIMONIANZE

STORIA DI LUCIA, CRESCIUTA IN UN ISTITUTO

“ Quel che non ho avuto ”

Ho ricordi di persone cattive, ma anche di figure poi importanti per tutta la mia vita.
Oggi Lucia ha 40 anni, è sposata e ha tre figli di 10, 6 e 2 anni. La sua storia, che racconta a patto dell’anonimato, ha una particolarità che l’attraversa. A cominciare dal: C’era una volta di una bambina i cui primi ricordi coincidono con gli stanzoni freddi e i letti alti di un istituto. Mia madre -racconta Lucia- era infermiera e mio padre apparteneva a una classe sociale elevata. Avevano avuto due figlie, ma di matrimonio non s’era parlato, la famiglia di lui non voleva. Poi se ne è andato e dentro di me è rimasta l’idea di un padre morto. La mamma di Lucia è morta di tumore quando lei aveva 14 anni e sua sorella 21. Oggi, 26 anni dopo, Lucia la cita spesso, racconta di assomigliarle molto fisicamente e di ricordare quando andava a trovarla in istituto; “I suoi regali mi venivano regolarmente sequestrati. Purtroppo una suora era sempre presente al colloquio, appena io raccontavo qualcosa che mi aveva rattristato, interveniva per mitigare le mie parole e rassicurare la mamma. Mi spiace dirlo, ma il ricordo che ho è anche di persone cattive, che arrivavano a punirti mettendoti in ridicolo o che ti portavano al mercato a fare spesa per usarti in modo pietistico”. Ma gli istituti, nel ricordo di Lucia, non hanno solo tratta drammatici: “Alle Stelline di Milano, dove mi hanno trasferita a 10 anni, ho trovato due persone che sono rimaste figure importanti in tutta la mia vita, la direttrice e lo psicologo. Mi ricordo che mi piacquero subito perché non forzavano in nulla. Mi ascoltavano e mi incoraggiavano. Mi hanno aiutato a incanalare quelle reazioni “di sopravvivenza” che a poco a poco avevo imparato ad avere in energia positiva per resistere al dolore e alle difficoltà. Non so se avrei potuto resistere alla perdita di mia madre, senza di loro”. C’è un’altra figura che Lucia cita spesso, una zia che “non rappresenta un legame di sangue, ma è forte uguale” che ha incontrato nella famiglia in cui ha vissuto dopo aver compiuto i diciotto anni. “Avevo un lavoro di maestra d’asilo, ma non sapevo dove andare. Attraverso una serie di combinazioni sono stata accolta in questa famiglia numerosa, che mi ha permesso di sperimentare situazioni per me nuove e di allontanare la profonda solitudine in cui ho vissuto l’infanzia. Dimenticare, invece, è impossibile; non puoi dimenticare quel che non hai avuto, la quotidianità dei piccoli gesti, la mamma che ti aspetta a pranzo, il papà che ti saluta prima di andare a letto, qualcuno che ti sgrida, che ti chiede come stai”.
r.m. - da Famiglia Cristiana – 1999

 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 17/06/2009, 21:54 | Message # 3
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ISTITUTO DU UGENTO (LECCE)

"MANGIA IL TUO VOMITO”

Ad Ugento in provincia di Lecce, era una delle punizioni inflitte ai bambini che una coppia di coniugi e la loro figlia avevano in custodia presso un istituto per minori. I tre sono stati arrestati. Più che un Istituto un vero Lager.
Ugento (Lecce) Punivano i bambini con pizzicotti, calci e schiaffi, oppure li picchiavano con una mazza e li chiudevano in una stanza, al buio. Ai più forti di carattere offrivano a colazione latte e pane raffermo che in alcuni faceva venire da vomitare. In questi casi, il rigurgito doveva essere ingerito dagli stessi ospiti “puniti”. A giudicare soltanto da alcuni degli episodi di maltrattamenti e violenze contestati dagli inquirenti, assume l’aspetto di un vero e proprio lager il centro cui il tribunale per i minorenni, di Lecce spesso affidava bambini sottratti alle famiglie. La maggior parte dei reati attribuiti riguarda i due coniugi che gestivano l’istituto di accoglienza per minorenni il “Cenacolo” di Ungento, arrestati oggi dai carabinieri con la loro figlia.
Le persone catturate sono Antonio e Clementina Spennato, di 44 e 43 anni, e la loro figlia Erika, di 22, che lavorava come impiegata nell’istituti. Quest’ultima è accusata solo di aver compiuto abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni. L’accusa di violenza sessuale contestata a Erika Spennato fa riferimento in sostanza ad atti di libidine che la ragazza avrebbe compiuto, circa due anni fa, con un ragazzo, che all’epoca dei fatti, aveva 15 anni, anch’egli ospite del centro. I due hanno accertato i militari avevano allacciato una relazione sentimentale e stavano insieme. Secondo gli investigatori, quindi tra la giovane e il ragazzo sarebbero avvenuti atti di libidine col consenso di entrambi, anche se la legge sulla violenza sessuale considera reato qualsiasi atto sessuale compiuto con subalternità (in famiglia, in ambienti ai quali sia stato affidato, etc). I due coniugi sono invece accusati di maltrattamenti, minacce, ingiurie, lesioni e sequestro di persona nei confronti di molti dei 16 minorenni (di età compresa tra i due e i 17 anni) che sono ospitati nel centro, su disposizione del tribunale per i minorenni di Lecce che li aveva affidati alla struttura di accoglienza dopo averli tolti alle famiglie d’origine.
A quanto si è appreso, i maltrattamenti venivano compiuti nei confronti di bambini e ragazzini “a scopo educativo”. In un caso affermano i militari uno degli ospiti della struttura sarebbe stato colpito al capo con una mazza, in altri casi alcuni bambini sarebbero stati chiusi nelle loro camere al buio. Un altro, invece, secondo l’accusa, sarebbe stato costretto a lavarsi i denti con una spazzola “che gli veniva infilata in bocca con violenza fino a fargli sanguinare le gengive”.
In altre occasioni, secondo le indagini, i minorenni erano costretti a mangiare anche quando non volevano, oppure digiunare. Chi si ribellava e protestava veniva minacciato con frasi del genere: “Sarai trasferito in istituti terribili dove ci sono persone cattive e lontano dai tuoi amichetti. I fatti contestati fanno riferimento al periodo compreso tra il 1998 e il 2002 e sono stati accertati dopo che i carabinieri della compagnia di Castrano hanno verificato voci sui maltrattamenti che provenivano dall’interno della struttura. Durante le indagini a quanto si è potuto sapere i militari hanno accolto anche persone che lavorano (o lavoravano) all’interno dell’istituto, che avrebbero confermato i maltrattamenti di cui sarebbero stati vittime gli ospiti. Oltre a sequestrare l’Istituto di via degli Acquarelli, i militari hanno apposto i sigilli anche all’altra sede del centro, in via Manzoni 25, sempre ad Ugento. Il avoro dei beni sequestrati ammonta a circa 500.000 eruro.
(16/1/02)

UNGENTO – IL TRIBUNALE DEI MINORI: NON E’ NOSTRO COMPITO VIGILARE SU ISTITUTI DI ACCOGLIENZA.

Le relazioni degli assistenti sociali erano tutte positive. Resta il dubbio di chi siano le responsabilità per i maltrattamenti subiti dai bambini. L’AIBI: CI COSTITUIAMO PARTE CIVILE.
Lecce: Il tribunale per in Minorenni non ha funzioni ispettive; i controlli sulle strutture che vengono via via utilizzate per l’assistenza ai minorenni non competono quindi ai tribunali minorili. Lo sottolinea il presidente del tribunale per i minorenni di Lecce, Maria Rita Verardo, a proposito della vicenda che ha rilevato un luogo di violenze fisiche e psichiche in una struttura di Ugento, Il cenacolo, nella quale proprio il tribunale talentino per i minorenni, sin dal 1998, invia bambini e ragazzi sottratti alle loro famiglie per motivi diversi. Il titolare del centro, la moglie e la figlia sono stati arrestati ieri. Nell’istituto secondo i carabinieri, il pm Carolina Elia e il gip del tribunale di Lecce Pietro Baffa – i bambini sarebbero stati sottoposti a gravi violenze e maltrattamenti, fisici e psicologi. Secondo il presidente Verardo, le relazioni che giungevano trimestralmente ai giudici minorili erano tutte positive al punto che nessuno dei magistrati per i minorenni avrebbe mai avuto sentore di quel che invece contestano gli inquirenti al titolare della struttura e alla moglie. Il presidente del tribunale per i minorenni di Lecce esprime sdegno per un fatto orrendo, mostruoso, che getta fango sull’operato del tribunale minorile. Non avrei mai immaginato aggiunge di avere a che fare con persone dalla personalità distorta, patologica, capaci di camuffare la loro vera natura con comportamenti ingannevoli solo in apparenza amorevoli nei confronti dei minori, quasi di un attaccamento morboso, riuscendo ad eludere anche controlli più rigidi. Per i controlli prosegue il presidente ci affidiamo a chi opera direttamente sul territorio, ai consultori, al Comune, ai carabinieri, ma soprattutto ai servizi sociali: sono loro che espletano per contro nostro una funzione ispettiva. Sono loro che ogni trimestre relazionano sull’andamento di un istituto e sulla sua idoneità. Nel caso di Ungento, tutte le relazioni che ci sono pervenute erano positive tali da non ingenerare sospetti di presunti abusi. Per il presidente Verardo, anche i ragazzi nei colloqui con i giudici si sono sempre dimostrati contenti della sistemazione, perché in quel centro avevano trovato finalmente un calore familiare. Infatti aggiungo per la maggior parte si tratta di ragazzi che di fatto non hanno una famiglia, e che proprio per questo il tribunale aveva deciso di affidare alla casa-famiglia di Ungento, che sci sembrava la sistemazione logistica migliore,d a come si evinceva dalle relazioni delle operatrici sociali. Posso dire che nessuno dei miei giudici dice ancora il Presidente del tribunale talentino per i minorenni ha mai avuto sentore di qualcosa. In passato abbiamo avuto notizie di alcuni dissapori che c’erano all’interno dell’istituto, di un malfunzionamento dal punto di vista amministrativo ma mai di violenze. Solo una volta un’operatrice ci segnalò che un ragazzino era stato schiaffeggiato dai titolari e per questo convocammo i titolari per poi sapere che lo avevano fatto perché perché si era responsabile di un furto. Ho piena fiducia nella giustizia penale conclude Verardo perché faccia piena luce sulla vicenda, da parte mia posso dire che da ora in poi i controlli saranno intensificati
17 ottobre ‘02

LECCE – IL TRIBUNALE SAPEVA DEI MALTRATTAMENTI AI MINORI

Denuncia del legale di un genitore. Dal relativo fascicolo, sono scomparsi solo e soltanto la copia della denuncia e il verbale di udienza che ne attestava l’avvenuto deposito.
Lecce: Il difensore del padre di un bambino dato in affidamento dal tribunale per i minorenni di Lecce ad un centro di accoglienza convenzionato, Avv. Andrea Falcetta, denuncia che , a differenza di quanto sostenuto dalla presidente dello stesso tribunale, almeno in un caso è dimostrato che in realtà sapeva dei maltrattamenti subiti dai bambini, negli istituti convenzionati con il tribunale dei minori. Il 29 dicembre 2000 il legale depositò in udienza, nell’ambito di una causa assegnata alla presidente del Tribunale per i minorenni di Lecce, dott.ssa Verardo, una denuncia firmata dal dott. Massimo Cortinari del Policlinico di Bari relativa all’avvenuta somministrazione di psicofarmaci, all’interno del centro di accoglienza, Nostra Famiglia di Ostini (Brindisi), al bambino il cui padre è difeso dall’avv.Falcetta in un giudizio appunto sui maltrattamenti subiti dal figlio.
Non posso credere rileva il legale che la Presidente non abbia letto il verbale dell’udienza di una causa che si era autoassegnata, senza contare che pochi giorni dopo, dalla mole immensa del relativo fascicolo, sono scomparsi solo e soltanto la copia della denuncia di Cortinari e il verbale di udienza che ne attestava l’avvenuto deposito, il che rende inquietante la cosa. Inoltre, aggiunge, nei confronti della dott.sssa Verardo, da parte anche di altri legali, sono state presentate numerose denunzie per reati vari ( principalmente per omissione di atti d’ufficio) , ma anche per concorso nei maltrattamenti subiti dal figlio del mio assistito all’interno della suddetta casa famiglia, maltrattamenti accertati anche da una ispezione disposta dalla Regione Puglia a seguito di un nostro circostanziato esposto, nel quale si indicavano con nome e cognome gli assistenti sociali coinvolti nella vicenda. L’avv. Falcetta assicura che copie degli esposti e delle denunce sono state da tempo inviate anche al Ministro della Giustizia: sarebbe perciò giunto il momento conclude che costui si decidesse a ordinare una ispezione con monitoraggio di tutti i fascicoli di affidamento e adozione. Le accuse al tribunale per i minorenni di Lecce sono venute in seguito all’arresto di tre persone, padre, madre e figlia, che gestivano il centro Il Cenacolo di Ungento (Lecce), all’interno del quale sarebbero stati compiuti maltrattamenti e abusi sui 16 ragazzi dati in affidamento appunto dal tribunale.
20 ottobre 2002

LEGALE CHIEDE ISPEZIONE IN TRIBUNALE MINORE DI LECCE

Servirà ad accertare eventuali abusi di omissioni compiuti nell’ambito delle procedure per l’affidamento e l’adozione di diversi bambini ed è stata chiesta dall’avv.Andrea Falcetta. A Mirabella forse hanno espiantato gli organi.
BARI – Un’ispezione ministeriale presso il Tribunale per i minorenni di Lecce per accertare eventuali abusi ed omissioni compiuti nell’ambito delle procedure per l’affidamento e le adozioni di diversi bambini è stata chiesta al ministro della Giustizia, Roberto Castelli, dall’avv.Andrea Emilio Falcetta, che assiste una famiglia a cui è stato tolto un figlio. L’annuncio è stato dato dal legale nel corso di una conferenza stampa tenuta nel pomeriggio a Bari nella sede dell’Unione Italiana Ciechi. Un’analoga richiesta, che non ha avuto seguito, era stata avanzata nel marzo del 2002 dal prof.Sergio Starace presidente del comitato permanente per la tutela dei genitori, presente anche lui alla conferenza stampa. Alcuni componenti del comitato tempo fa, per protestare contro i giudici si incatenarono e presidiarono per due mesi e mezzo, giorno e notte, l’estenro del Tribunale per i minorenni di Lecce e per altri 15 giorni fecero lo sciopero della fame. In una lettera aperta al ministro Castelli, l’avvocato Falcetta scrive che sono 28.000 in tutta Italia i bambini ospiti di case famiglia gestite dai privati i quali, grazie ad una incredibilmente efficiente rete di convenzioni con gli enti locali si spartiscono una torta di complessivi 2000 miliardi di vecchie lire ogni anno
Da qui la conclusione del legale che è necessario fare anche indagini patrimoniali a carico di chi si occupa di affidamenti e adozioni, di chi prepara segnalazioni e relazioni da inviare alla magistratura perché i bambini sono diventati loro malgrado il business del nuovo millennio. Vogliamo l’ispezione ha concluso il legale epr sapere se in nostri sospetti sono fondati, vogliamo che il ministro ci risponda, anche per dirci che non è vero nulla, e che si assuma le sue responsabilità. Il prof. Starace ha invece annunciato che i componenti del comitato faranno una forte protesta sotto il ministero della Giustizia.
28 gennaio 2003

 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 17/06/2009, 22:18 | Message # 4
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ISTITUTI LAGER

Raccolta a cura di Gabriele Cervi

Dal blog “LA FAMIGLIA NEGATA – CRIMINE SOCIALE ITALIANO”
http://orfantrofiinitaliadiario.myblog.it/orfanatrofi_lager (il blog attualmente è chiuso, Sig. Gabriele Cervi può essere comunque reperito tramite motori di ricerca in quanto fa attività soclialmente utili e apre dei blog nuovi)

CASTEL VERNONE, BRUSISCO, CINZANO (Torino) - Istituto psico-pedagogico
Direttore: don Piero Invernizzi
Imputati: Invernizzi don Piero, Bozzetti Carla, Gheruzzi Anna, “… di maltrattamenti continuati per avere: in Castel Vernone, in Cinzano e in Brusisco, dall’ottobre 1961 al giugno 1965 …essendo l’Invernizzi direttore, la Bozzetti vicedirettrice, la Gheruzzi pure vicedirettrice, maltrattato un numero imprecisato di bambini affidati alle loro cure… tra l’altro sottoponendoli a misure punitive del tutto ingiustificabili, in special modo trattandosi di soggetti subnormali, privandoli, in particolare, delle bevande necessarie, costringendoli deliberatamente a uscire all’esterno durante i mesi invernali vestiti in modo assolutamente insufficiente, non provvedendo, in caso di malattia, a cure tempestive e opportune, facendoli vivere in locali non adatti e soprattutto privi di servizi igienici efficienti, trascurando, infine, con tale comportamento, nei soggetti subnormali in questione uno stato di continuo angoscioso timore. “… Non vi è dubbio dice la sentenza che molti dei bambini ricoverati negli istituti di don Piero Invernizzi vennero da questi e dalle sue assistenti privati di qualche pasto, vennero fatti stare in piedi e in ginocchio per un certo tempo, vennero percossi, alle volte anche con particolare violenza: sberle, ceffoni, colpi di canna e di bastoni. L’intento malvagio di don Invenizzi non può essere supportato dal fatto che lo stesso ebbe a dichiarare testualmente: Ho sempre mandato giù e adesso per reazione intima domino sugli altri. Alla mia età non è possibile cambiare. Tali parole, vanno riportate ai modi usati da don Invernizzi nei confronti del personale, modi di cui la G. gli contestava la durezza. Alle dette parole ben può darsi il significato che don Invenizzi riteneva che il miglior metodo educativo fosse quello rigido usato ai suoi tempi nei suoi confronti. Con sentenza del 31.03.1967 il tribunale di Torino, ritenuti i tre imputati responsabili di abuso di mezzi di correzione, applicava a loro favore l’amnistia.

TORINO – Istituto privato C. M. E. Rieducatorio per bambini abbandonati presi in età non superiore ai sei anni
Imputati: La direttrice, dottoressa S. F. Il coadiutore, don M.“… di avere abusato di mezzi di correzione e disciplina da tempo indeterminato e sono, all’estate 1957 in danno di 15 fanciulli loro affidati tra l’altro percotendoli con bastoni, battipanni, cinghie, privandoli di cibo e sottoponendoli a lavoro eccessivamente gravoso in relazione all’età e all’aperto in clima rigidissimo, fatto da cui è derivato, nei predetti ricoverati, un pericolo di malattia nel corpo…” Il 31.12.1959 il pretore C. ha dichiarato non doversi procedere per intervenuta amnistia. La storia di questo istituto è contenuta in una relazione diretta dalla federazione provinciale dell’Omni al comandante del nucleo di polizia giudiziaria che, per ordine del magistrato, ne aveva chiesto notizia. L’Istituto è tuttora in funzione.

FONDAZIONE “FIGLI DI MAMMA ROSA”
Eretta in ente morale, su proposta del Ministro degli Interni e dal Presidente della Repubblica, con decreto del 12.05.1953. Costituita l’ 8 maggio 1951 con lo scopo: di provvedere al mantenimento, istruzione, educazione, di figli di ignoti aventi età superiore ai tredici anni, privi di mezzi necessari alla vita.
Imputata: Moscatelli Irma, “… di plagio: per avere con simulato pretesto di curarne l’istruzione e l’educazione e assistenza, ma con la finalità di sfruttarne il lavoro e conseguirne lucro, sottoposto al proprio potere, riducendoli in totale stato di soggezione i minori ecc. Questi i passi salienti della sentenza. … Nel gennaio 1954 i Carabinieri di Pontedera, venuti a conoscenza che i minori figli di ignoti… affidati alla Moscatelli a seguito di ampia propaganda fatta a mezzo di quotidiani e dalla Rai invece di trovare laboratori, tipografie, officine, scuole…nonché vitto e sistemazione vantaggiosa… erano stati adibiti ai lavoro nei campi e nei boschi e, mal nutriti, mal vestiti, abbandonati a se stessi e privi di assistenza vagavano… raccogliendo legna per scaldarsi, giocando con proiettili e munizioni rinvenuti nella zona già teatro di guerra partigiana, verso le ore 15 del 12 gennaio 1954 ispezionavano i luoghi della tenuta coperta di neve e con temperatura rigidissima… assistiti dall’agente agrario O. stante l’assenza della Moscatelli, Constatavano: che dormitori costituiti da due stanze con pareti sufficientemente decorose… erano ammobiliate con lettini di ferro a rete metallica, materassi e cuscini sudici e impregnati fortemente di urina, lenzuola e piccole coperte da campo anch’esse sudice, logore a brandelli e impregnate di urina, nonché di un armadio pieno di stracci, ciabatte, mozziconi di candele, di un lavabo di maiolica a due rubinetti con acqua corrente fredda, lurido, quasi otturato e privo di sapone e di asciugamano, e infine di una mensola con specchio mantenuti nella più nera sporcizia… che nella cucina costituita da un ambiente affumicato, vi erano una madia con farina, un armadietto contenente quattro baccalà, alcuni prosciutti e pezzi di lardo rancidi e in parte verminosi, nonché barattoli di conserva di pomidoro coperta di muffa e alcuni orci di olio buoni all’olfatto. Alcuni barattoli con carciofi sotto olio invasi in parte da insetti e da muffa… Che tutti i locali erano privi di luce elettrica e di mezzi di riscaldamento. Ad ultima ispezione i carabinieri vedevano giungere dai campi privi di assistenza i ragazzi vestiti con abiti sporchi e laceri, scarpe o ciabatte sfondate, sporchi nella persona e con i capelli incolti. Il 10.12.1954 l’imputata è stata assolta perché il fatto non sussiste.

FICAROLO (Rovigo) – Casa di cura “SANTA RITA”
Istituto medico psico-pedagogico per minorati psichici
Amministratore unico: dottor Malavasi Carla Ottavia.
Gestore: dottor Gualberto Mantovani Proprietaria: Sicase s.r.l.
(Quote societarie suddivise tra la Malavasi e il di lei marito Gualberto Mantovani). Quando iniziò la procedura giudiziaria ospitata 862 minorenni“… Il dottor Gualberto Mantovani è stato condannato con decreto del pretore del 9.6.1969 a £.400 000 di ammenda perché senza la prescritta autorizzazione apriva e gestiva un istituto medico-pedagogico in cui ricoverava 830 soggetti anziché 25. Ricoverava anche soggetti non compresi tra i sei e i dodici anni… ricoverava pure soggetti non recuperabili, violando in tale modo l’art. 193 del testo unico delle leggi sanitarie”. Come è nata la vicenda processuale? Il Corriere della Sera del 19 novembre 1967 portava un articolo a firma di Luciano Visentin in cui riferiva dell’esito di un’inchiesta giornalistica da lui condotta sul funzionamento dell’istituto medico psico-pedagogico Casa di cura Santa Rita di Ficarolo. L’articolo era illustrato con la fotografia di un bambino cieco e sordo, rinchiuso in un lettino, che un gioco di corde tese tutt’intorno e sulla parte superiore faceva somigliare a una gabbia. La denuncia di fondo si riferiva, però alla promiscuità nella quale bambini di ogni età, afflitti da menomazioni diverse, convivevano. Ne nasceva la reazione dei proprietari dell’istituto e, contemporaneamente, un’inchiesta giudiziaria. Il giornalista interrogato dal magistrato, confermava il contenuto del suo articolo e depositava il seguente memoriale: Ill.mo Signor Pretore di Milano Il sottoscritto Luciano Visentin, premesso che conferma integralmente il testo suo articolo.., in quanto rispecchia fedelmente il suo pensiero di giornalista, precisa alla S.V. quanto segue: Il 15 novembre scorso, su indicazione della signora L.T. presidente dell’Associazione volontari per l’infanzia italiana, lo scrivente con il fotografo G.B. e la signora in questione, si recò negli Istituti di Cura del Polesine segnalati come sospetti di non soddisfacente conduzione per accertare se bambini milanesi vi fossero stati inviati dal nostro comune, e in quali condizioni si trovassero. Il direttore dell’istituto… dichiarò quanto gli viene attribuito nell’articolo. Successivamente, attraverso una telefonata del sottoscritto da Milano, sapendo della pubblicazione, pregò di non coinvolgere la sua responsabilità nell’episodio e rinnovò la sua supplica in due successive telefonate all’indirizzo del sottoscritto. L’impressione di bolgia riportata nell’articolo è stata ricavata là; di casermone pure; quanto al nome di azienda data all’istituto dal suo proprietario, se ne può avere conferma dal fatto che nelle sue doglianze il predetto avanza un sospetto di concorrenza sleale. E per venire infine alla specie di gabbia il sottoscritto ripropone il dubbio che anche per un bambino minorato esistano più moderni e adeguati sistemi di cura e trattamento”.

MERANO – Istituto privato “OPERA SERAFICA”
Finalità: Raccoglie infanzia abbandonata affidata da privati o da pubbliche istituzioni. E’ un istituto privato diretto da un cappuccino, coadiuvato da suore.
Imputata: Rosa Niederwieser, “… di abuso di mezzi di correzione nei confronti del minore Elio L. nato nel 1956 a lei affidato per ragioni di educazione, vigilanza e custodia avendolo percosso con un battipanni sulla regione dei glutei messi a nudo in modo da cagionargli delle escoriazioni guarite senza postumi entro dieci giorni”. I FATTI. L’ 11.04.1967 i Carabinieri di Merano denunciavano quattro suore appartenenti all’istituto “Opera Serafica” per abuso di mezzi di correzione. L’azione originava dalla segnalazione di un’insegnante della seconda classe elementare, che aveva avuto notizie dai propri allievi di maltrattamenti subiti. I Carabinieri compivano delle indagini riferendo che vi era un gruppo di suore che nell’applicazione <jus corrigendi> ricorrevano a mezzi violenti come tirate di capelli, pizzicotti, sculacciate e vergate. In particolare, emergeva, dirà la sentenza, che Niederwieser Rosa l’1.04.1967 sostenendo che i bambini Elio di anni dieci e Primo di anni nove avevano raccontato delle bugie alla maestra, a fine correttivo li aveva condotti in una stanza, fatto abbassare pantaloni e mutandine, e quindi li aveva ripetutamente colpiti con un battipanni di plastica sui glutei messi a nudo. Elio riferiva che a seguito dei colpi ricevuti, era fuoruscito sangue e il sanitario dell’ospedale, da cui il ragazzo venne fatto visitare il 04.04.1967 accertava escoriazioni sulla coscia destra. Successivamente l’8.04 il ragazzo modificava la versione, precisando che egli stesso si era procurato le escoriazioni graffiandosi a seguito di prurito. Entrambi i ragazzi aggiungevano di essere stati picchiati numerose volte da suor Clara sul sedere messo a nudo con delle verghe o col battipanni per delle piccole marachelle, asserendo che talvolta le verghe si spezzavano e lasciavano lividi per alcuni giorni. La Neiderwieser è stata condannata dal pretore di Merano il 16.12.1968 a tre mesi di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale della pena. Il 16.4.1970’ il tribuale di Bolzano quale giudice d’appello ha dichiarato che nel comportamento dell’imputata era da ravvisarsi il reato di lesioni e pertanto non si doveva procedere contro di lei per mancanza di querela.

ALBISOLA MARINA (Savona) – CASA PRIVATA
Imputate: Pennello Ester, e in concorso la di lei figlia F. F. “… di maltrattamenti, per avere sottoposto a continui maltrattamenti 7 bambini minori di anni quattro affidati previo compenso alla sua custodia dai genitori degli stessi, con percosse, minacce, ingiurie e lasciandoli incustoditi per molte ore della giornata, castigandoli col tenerli sporchi e seminudi sul poggiolo al sole e col viso rivolto al muro facendo loro mancare i mezzi di sostentamento”. I FATTI. Nei primi di luglio 1967 su sollecitazione di alcuni privati, i Carabinieri di Albisola effettuavano un sopraluogo presso l’abitazione delle due imputate dove trovavano 8 bambini, tutti inferiori agli anni quattro, in stato di abbandono e di sporcizia; due erano affetti di varicella e uno gravemente anemico. Apprendevano che gli stessi erano stati affidati alla Pennello dai genitori, in genere ragazze-madri, previo compenso di 25-30.000 lire mensili… la Pennello , bello o brutto tempo che fosse, dice la sentenza, sempre sistemava i minori al mattino sul poggiolo, quasi svestiti, senza cappello in testa, al sole, incurante dei pianti e delle lamentele… qualche volta, quando più alti erano i clamori, apriva al porta che dà sul balcone e colpiva i piccoli ripetutamente al viso con stracci, mettendone taluni anche in castigo per ore e ore con la faccia contro il muro; più volte era stata vista afferrare un bimbo per i capelli e, così sollevato, trascinarlo in casa ingiuriandolo con epiteti di <bastardo e figlio di un cane >, altre volte i bambini erano stati visti giocare e sporcarsi con le loro feci. I minori venivano lasciati nudi sotto il sole nelle ore di punta, taluni con il corpo pieno di macchie o con il viso gonfio… quelli che si più si lamentavano trascinati dal poggiolo nell’interno dell’alloggio e percossi senza pietà… Le imputate negavano ostinatamente qualsiasi addebito sia in istruttoria sia all’odierna udienza… Considerato che i minori affidati alle cure delle due donne erano tutti in tenerissima età non può seriamente sostenersi che i mezzi usati dalla P. e di cui alle chiare testimonianze di C. - D.- F. possano gabellarsi per mezzi di correzione o di disciplina o anche come semplice abuso di tali mezzi, per palese inapplicabilità in tale età di sistemi efficaci di correzione o disciplina. Si è trattato invece di veri e propri maltrattamenti… cioè di una pluralità continuativa DI FATTI LESIVI DELLA INCOLUMITA’ DELLA LIBERTA’ E DELLA TRANQUILLITA’ DEI VARI MINORI CON LE PERSONE CUI ERANO STATI AFFIDATI ( i vicini di casa sentirono i fanciulli piangere e lamentarsi per giorni e giorni di seguito).
La Pennello fu condannata con sentenza 21.10.1.1967 dal tribunale di Savona a dieci mesi di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale della pena. La figlia è stata assolta per insufficienza di prove. La sentenza è passata in giudicato. Nel settembre 1971 sulla stampa ritroviamo il nome della Pennello Ester. Ospita ancora bambini, pare senza esserne autorizzata. Il sopracitato articolo è stato pubblicato dal quotidiano “ La Stampa ” il 12.09.1971

ALA DI TRENTO – Istituto “SILVIO PELLICO” Collegio convitto dipendente dal ministero della pubblica istruzione
Imputato: Piazza Giulio, “Imputato di abuso di mezzi di correzione”. I FATTI. Il 16.12.1965 alcuni insegnati del ginnasio di Ala di Trento frequentato dai convittori dell’istituto Silvio Pellico inviavano al rettore una lettera di protesta con cui lamentavano che un assistente di detto Istituto, tale Di Piazza Giulio, era solito usare metodi brutali e violenti nei confronti dei giovani a lui affidati, che si erano presentati alle lezioni con evidenti segni di percosse. Anche il sindaco e il preside, qualche giorno dopo, per il medesimo motivo intervenivano presso il rettore, questi dichiarava di essere a conoscenza di una certa severità del suo sottoposto, ma che la stessa non guastava essendo funzionale. Nel gennaio 1966 fuggivano dal collegio due ragazzi, raggiunti e interrogati dai carabinieri l’uno dichiarava che era fuggito per le percosse ricevute e l’altro per la paura di dovere subire altrettanto. Non reputa il giudicante diceva la sentenza di potere concedere i benefici della condizionale e della non menzione, tenuto conto della gravità dei fatti e del comportamento dell’imputato, anche in sede processuale. Il Di Piazza non ha mostrato il benché minimo ravvedimento, negando in parte i fatti e asserendo che i ceffoni in realtà erano quasi buffetti e i pugni erano per lui (a volte) un modo per tenere allegra la camerata, ha tentato di dimostrare legittimo il suo comportamento e pertanto non vi è motivo di ritenere che lo stesso si asterrà per l’avvenire dal commettere reati. La sentenza prendeva motivo dalle seguenti circostanze: “… al dibattimento è risultato che i ragazzi, quasi tutti sui dodici-tredici anni… avevano subito qualche violenza a opera del Di Piazza. Quasi sempre avevano ricevuto ceffoni, a volte pugni e calci, a volte erano stati costretti a subire dei castighi umilianti e penosi: camminare in ginocchio, tenere in bocca un sigaro acceso, piegarsi sul banco per essere colpiti sul sedere, il taglio forzato dei capelli. Cesare venne chiamato dal Di Piazza <figlio di puttana> in presenza di altri ragazzi; ad Aldo a Vincenzo, a Paolo, disse <non siete che burattini nelle mie mani, non me ne frega niente nemmeno dei vostri genitori>; Vincenzo vide l’imputato prendere a calci degli altri ragazzi e dare dei pugni a un ragazzo che tremava e piangeva; Massimo intervenne a difese del fratello minore percosso dal Di Piazza e fu a sua volta colpito con schiaffi e calci e impedito di recarsi dal rettore per reclamare; Severo, vide l’imputato prendere per i capelli un ragazzo e battergli la testa contro il muro, colpirne un altro con schiaffi e ironizzare sul suo contro durante una crisi di nervi sopraggiunta al medesimo con parole: <eccolo lì l’eroe dei due mondi, com’è ridotto>; Giacomo, venne ricoverato due volte in infermeria dopo avere ricevuto percosse, fu costretto a tenere in bocca un sigaro acceso, subì il taglio dei capelli, venne invitato a bere ripetutamente alcolici fino a ubriacarsi, venne chiamato <faccia di mona>, gli venne detto <ti rompo la faccia> e venne costretto a correre pure lamentando dei dolori all’appendice e pure avendolo fatto presente al Di Piazza. Il Di Piazza nel gennaio 1966, sia pure per motivi di salute, venne esonerato dal servizio e da allora nessuno dei ragazzi si è più lamentato”. Sentenza: Il pretore di Rovereto il 6.05.1966 ha condannato l’imputato alla pena di quattro mesi di reclusione. Contro la decisione venne interposto appello, ma prima del dibattimento il reato fu dichiarato estinto per amnistia.

MONTALDO DI CERRINA (Alessandria) Istituto privato “VILLAGGIO DEL FANCIULLO”
Direttrice e proprietaria: Giovanna Vacino
Imputata: Vacino Giovanna, di “abuso di mezzi di correzione” I FATTI. Nell’ottobre del 1964 Giovanna Vacino, laureata in lettere e filosofia, di sessantadue anni, istituì il <Villaggio del Fanciullo>, dove ricoverava una decina di fanciulli subnormali affidatile in parte dall’amministrazione provinciale di Alessandria, in parte dai genitori. Sede dell’istituto era la casa mezzadrie del parroco di Cerrrina, don O. costituita da quattro camere e un salone. Nell’aprile del 1966 il medico provinciale di Alessandria dichiarava l’inidonieità dei locali all’uso cui erano destinati e allora il Villaggio veniva trasferito a Montaldo. Nel maggio 1966 il dottor V. quale privato cittadino, presentò una denuncia contro la Vaccino. Transitavo disse poi nelle vicinanze del Villaggio, quando sentii dei lamenti provenire dal cortile. Andai a vedere e scorsi la Vacino con un bastone in mano che picchiava un bambino. Intervenni, facendo le mie rimostranze, ma questa mi risposte: Faccia i fatti suoi! Allora andai da carabinieri. Così è stata motivata la sentenza: “…la teste P. ha asserito che l’imputata chiudeva i piccoli per lunghi periodi di tempo nel gabinetto, incurante del fatto che ivi la temperatura, a causa di un finestrino aperto, era nella stagione invernale assai rigida. La teste S. pur escludendo che la Vacino percuotesse i bambini (e per ciò stesso dimostrando obiettività se non addirittura compiacenza verso la prevenuta) ha dichiarato che i bambini venivano, per castigo, messi fuori dalla porta all’aperto, e ciò anche nella stagione invernale. Il teste don O. ha affermato di avere personalmente constato che la Vacino era solita infliggere ai bambini castighi consistenti nella privazione del vitto, circostanza confermata dai bambini alla loro maestra, teste B. che ne ha riferito a dibattimento. L’episodio delle percosse con una canna denunziato dal teste V. cui va riconosciuto il merito di avere provocato l’intervento delle autorità competenti, è stato confermato dalle stesse”. SENTENZA Il 4.03.1967 il pretore la condannava a quattro mesi di reclusione quale responsabile di abuso di mezzi di correzione con pena condizionalmente sospesa. La condannata ha rinunciato all’appello.

LECCE, ISTITUTO PER MINORI COME UN LAGER
I 16 OSPITI VENIVANO PICCHIATI E COSTRETTI A MANGIARE PANE RAFFERMO. Arrestati i tre titolari. Il giudice Verardo: siamo esterrefatti.
Quando hanno visto i carabinieri, alcuni bambini sono scappati a piedi. Forse certi che al loro destino di abbandono stava aggiungendosi un latro, triste capitolo. Secondo quanto emerso dalle indagini dei militari di Castrano, questi 16 piccoli ospiti dell’Istituto “Il Cenacolo” a Ugento, nel Leccese, per 4 anni sono cresciuti nella violenza. Fisica e psicologica. E proprio in un luogo che doveva garantire loro serenità, lontano da famiglie disastrate o assenti. Con l’accusa di maltrattamenti, minacce, ingiurie, lesioni e sequestro di persona sono stati arrestati il responsabile della comunità: Antonio Spennato, 44 anni e la moglie Clementina di 43. Erika, la figlia 22enne, deve invece rispondere di atti di libidine su un giovane ospite. Le ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state emesse dal Gip Pietro Baffa su richiesta del PM Carolina Elia. Era dal 1998 secondo l’accusa, che questi bambini da due a 17 anni erano trattati come animali cattivi per presunte “finalità educative”. Parolacce, botte, giornate al buio per punizione. E notti al freddo, digiuni forzati, ore in ginocchio. Gli schiaffi, i pugni e i calci sarebbero serviti, secondo i titolati, per sedare gli animi dei più irrequieti, così come il pane raffermo a colazione, che spesso ai piccoli provocava mal di stomaco e vomito. E se rifiutavano di mangiare, erano botte in testa con bastone. L’episodio più terribile riguarda un ragazzo costretto a lavarsi i denti con uno spazzolone in bocca e strofinarlo fino al sangue. Al “Cenacolo” il tribunale per i minori di Lecce aveva affidato tanti ragazzi: “E’ vero, mandavamo li i più grandicelli conferma la presidente, Maria Rita Verardo: siamo esterrefatti, aspettiamo di saperne di più. Non ci erano arrivate segnalazioni, altrimenti saremmo intervenuti. C’era qualche conflitto con i servizi sociali, ma nulla che riguardasse direttamente i bambini. Le strutture d’accoglienza per minori con cui lavoriamo le conosciamo bene aggiunge il magistrato la sorveglianza spetta alla procura della repubblica, ma siamo noi a verificare la professionalità degli operatori. Certo, questo episodio ci indurrà a un maggiore rigore”. Gli abusi sono emersi dalla denuncia di una dipendente, che avrebbe ricevuto pesanti avances dal titolare. In paese circolavano già voci sul lager mascherato, confermate da altri dipendenti di questa casa dell’orrore. Da Milano,Emanuela Zuccal. Quotidiano”Avvenire” Giovedì 17 ottobre 2002

PRATO, Istituto Maria Vergine Assunta in Cielo noto come ISTITUTO DEI CELESTINI
Istituto Privato fondato nel 1934
Rapporto DEL 2.9.1963 – Comune di PRATO
Detto rapporto comincia col delineare le vicende storiche dell’istituto, dalla fondazione avvenuta nel 1934 ad opera di Pelegatti Giovacchino (detto padre Leonardo), che continuerà a dirigerlo nel corso degli anni successivi. L’istituto prosegue, ha natura giuridico privata, il suo scopo istituzionale, in apparenza altamente umanitario, è quello di accogliere ed allevare bambini abbandonati, più precisamente quello di ricevere soltanto chi, non essendo fornito di mezzi economici neppure modesti e non potendo trovare ricetto altrove, sia a se stesso abbandonato. L’Istituto, dopo la sua fondazione, si amplia e si sviluppa grazie, si noti bene, a larghi e costanti contributi di generosi benefattori. Senonché, verso la metà di agosto del 1963, la stampa (trattasi del Giornale del Mattino, quotidiano di ispirazione cattolica, e non certo interessato a gettare discredito sull’istituto e della Nazione) comincia ad annunciare il ripetersi di fughe sarà minutamente descritta, al dibattimento, da uno dei suoi protagonisti). Ma la direzione denuncia alle competenti autorità l’assenza di bambini ricoverati che, del resto, vengono presto rintracciati e riportati all’istituto da agenti e da privati. Inoltre la professoressa V.F., direttrice didattica…, prende l’iniziativa di scrivere alla stampa riferendo che da anni, ormai, si va inutilmente battendo per interessare le autorità civili e religiose riguardo all’angoscioso problema della vita di tanti derelitti, ospiti dell’istituto, lasciati nella più dolorosa miseria morale e materiale. Pervengono d’altra parte, rapporti e relazioni di vari uffici comunali a proposito della disordinata attività edilizia che si svolte nel terreno in cui sorge l’istituto su iniziativa di padre Leonardo che, personalmente, va richiedendo al sindaco di Prato permessi per il brillamento di mine, allo scopo di eseguire opere non previste né autorizzate. Anche da ciò, può trarsi un’ulteriore conferma del fatto che l’istituto dispone di notevoli risorse finanziare: ciò nonostante lo stato dei fanciulli ricoverati e quello degli ambienti in cui sono costretti a vivere è tale, che emerge dalle risultanze che verranno via via esposte. Il 4.9.1963 viene eseguito un sopraluogo nell’istituto da parte dei vigili sanitari del comune; viene così constatato che gli alloggi destinati ai bambini si trovano in cattivo stato di manutenzione; necessitano imbiancatura e pulizia; alcuni punti del tetto lasciano penetrare acqua piovana; i liquami vengono scaricati in un fosso scoperto; la cucina è installata nel sottosuolo ed appare in pessime condizioni igienico-sanitarie ; il refettorio dei bambini più piccoli (dai tre ai sei anni) è assolutamente antigienico; alla pulizia personale di circa 200-300 bambini sono destinati appena 9 bagni a doccia, 3 a vasca, 23 gabinetti; l’infermeria è dotata di appena tre lettini e la sua attrezzatura non è adatta per interventi di pronto soccorso; vi sono tre camerate destinate a dormitori, dotate di 80 letti del tipo a castello per complessivi 160 posti letto; inoltre i letti sono addensati. Il medico scolastico riferisce, inoltre, in una sua relazione, di aver costatato che i bambini sono sporchi, con abiti in cattive condizioni e inadeguati. In molti casi, sono grottescamente infagottati in tre grembiuli, indossati uno sopra l’altro. Aggiunge, a proposito della infestazione di pidocchi manifestatasi nel 1963 d’aver constatato che i bambini erano stati sottoposti a trattamento con DDT liquido, che aveva provocato estese eruzioni allergiche del cuoio capelluto e della regione retroauricolare, che si erano impiatiginizzate. Nella prima relazione del 26.11.1961…, si dice di metodi disciplinari gravi ed inadeguati… si ribadisce che padre Leonardo attua nell’istituto il principio di giungere a Dio mediante la mortificazione; si descrive l’aspetto misero e malcurato dei bambini ospitati, si parla della ostinata opposizione di padre Leonardo alla istituzione della scuola statale. Deposizione dei bambini al dibattimento processuale: Luca, che ancora piangeva nel narrare al pubblico ministero la scena della Teofila che infieriva sul suo fratellino, cacciato nell’acqua fredda da dieci, dodici volte, con la testa in giù, sì che non poteva respirare…Cosimo descriveva Carmela mentre bastonava i bambini come una furia scatenata…, e mentre legava un bambino piccolo di statura alla spalliera del letto più alto di un castello, sì che il poverino restò quasi appeso e riusciva a toccare il pavimento solo con la punta dei piedi… e così Andrea che al dibattimento mostrava ancora visibile una cicatrice al volto, conseguenza di una ferita…Massimo.. nel riferire le solite vicende di bagni freddi, leccature di pavimento, di selvagge percosse infertegli da Teofila ha narrato che… una volta l’aveva costretto a zappare la terra; egli non ce la faceva più… allora lei lo aveva sbattuto a terra, procurandogli una ferita vicina all’occhio sinistro… ha anche mostrato al collegio la cicatrice ancora impressa sul suo volto e si è messo a piangere, commosso… Ma ecco il particolare più impressionante: allorché il pubblico ministero ebbe chiesto a Francesco se fosse vero che Carmela costringeva i bambini a leccare il pavimento, spontaneamente si alzò e, davanti al magistrato, si mise carponi e cominciò a fare dei segni sul pavimento con la lingua. Chiestogli spiegazioni rispose: “Io credevo che lei mi avesse ordinato di fare dei segni in terra, come me li faceva fare sorella Carmela”. Ed ecco Salvatore.. ha dieci anni, al tempo dei fatti solo sette. Deponendo davanti al magistrato aveva anche lui narrato soprusi e angherie di Teofila che lo aveva, diverse volte, picchiato e bastonato, gli aveva fatto un bagno freddo tenendogli la testa sott’acqua ed inoltre più volte gli aveva fatto leccare il sudiciume che era sul pavimento ed anche l’orina di altri ragazzi… Ma, al dibattimento, il piccolo non riesce a rispondere; appare sconvolto, si mette a disperatamente a piangere, tanto che, per consolarlo, viene ammessa in udienza la madre che lo ha accompagnato, perché gli stia accanto. Allora riesce a dire che ricorda di avere detto la verità al pubblico ministero.. ma non può proseguire, riesce soltanto a piangere…”Le sue lacrime, il suo silenzio, rivelano in tutta la sua incredibile profondità la tragedia dei piccoli Celestini”. Si è molto insistito da parte di alcuni difensori sulla profonda ignoranza dei prevenuti, gente rozza e incolta.. Ma tale ragionamento non regge…Anche altri membri della comunità religiosa… erano altrettanto incolti e ignoranti.. eppure rispettavano i bambini loro affidatati… Non c’è rozzezza, non c’è ignoranza o fanatismo che possa impedire a un essere umano di commuoversi di fronte a un bambino che piange. Gli imputati si rendevano perfettamente conti di agire in modo ignobile e indegno, di fare del male a bimbi innocenti, senza giustificazione. Quando giungevano i parenti delle vittime o dei visitatori importanti, essi cambiavano metodi, ostentando ipocriti sorrisi e carezze…

Tutto il rapporto può essere letto nel file allegato:

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dibattitopubblDate: Mercoledì, 17/06/2009, 22:21 | Message # 5
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Segue il rapporto di Gabriele Cervi

GROTTAFERRATA - ISTITUTO PRIVATO “SANTA RITA”
Finalità: “accogliere 50 subnormali con trattamento familiare”
Fondatrice e direttrice : Maria Diletta Pagliuca.
Imputati: Maria Diletta Pagliuca
a) di maltrattamenti continuati e aggravi dall’essere derivate lesioni gravi a quattro minorenni a lei affidati e la morte ad altri tredici minorenni a lei affidati; con l’ulteriore aggravante di avere agito per motivi di lucro; b) di truffa per avere indotto vari enti pubblici ad affidarle dei minorenni propagandando condizioni dell’istituto e del trattamento prestato ai ricoverati non rispondenti al vero; ) di sequestro di persona in danno di due minorenni Risultava altresì che l’istituto funzionava in virtù di un’autorizzazione rilasciata il 30.06.1951 dall’ispettorato scolastico all’avvocato Mario Tedesca. All’epoca…era sistemato nei locali della villa dell’onorevole Tupini, ove era rimasto ininterrottamente fino alla fine del 1962. Fungeva da direttrice l’attuale imputata Pagliuca Maria Diletta, convivente del Tedesca, ex suora e madre superiora dell’ordine monastico delle elisabettiane, dal quale era stata espulsa il 5 marzo 1945. Dopo l’espulsione la Pagliuca aveva conseguito vari diplomi, tra cui quello di maestra giardiniera per ciechi e sordomuti, d’insegnante di grado preparatorio e di assistente per le colonie estive, sicchè aveva fondato… l’associazione nazionale per bambini sordomuti e ciechi, nonché l’istituto Santa Rita in località Conca dei Marmi. Trasferiti a Grottaferrata il Tedesca e la Pagliuca avevano fondato la casa materna che diventò ben presto un modesto luogo di ricovero per bambini minorati. Dopo circa dieci anni di attività, durante i quali il Santa Rita aveva operato senza la prescritta dichiarazione di idoneità, interveniva il prefetto di Roma il quale… ne ordinava la chiusura. Il provvedimento, in pratica, rimase ineseguito, poiché la Pagliuca , con la sua notevole intraprendenza, si era circondata di simpatizzanti e di protettori che le avevano consentito di proseguire indisturbata l’attività. Intanto la Pagliuca dava inizio alla pubblicazione del giornalino “Il miracolo del tempo” distribuendone numerose copie a enti e privati benefattori e utilizzando per la raccolta delle offerte il conto corrente postale. Inoltre faceva svolgere la questua in varie località da un gruppo di donne, alle quali attribuiva il 30% degli introiti. Con decreto 19.05.1965 il prefetto di Roma disponeva nuova chiusura in mancanza di adeguate garanzie per la rieducazione e il recupero degli assistititi. Incaricata per l’esecuzione del decreto l’autorità provvedeva ancora una volta a diffidare la Pagliuca a desistere dall’attività. Senonchè, costei era diventata insensibile ad ogni richiamo delle autorità e persino alle condanne del pretore di Frascati per inosservanza dei provvedimenti dell’autorità e continuava, con rinnovato fervore, ad ospitare i subnormali che le venivano affidati specialmente dagli amministrazioni più depresse…forte anche dell’appoggio del vescovo di Frascati monsignor Liverani, il quale interveniva presso le competenti autorità chiedendo che non fosse intralciata l’opera caritativa e assistenziale svolta al Santa Rita. Verso le ore 10 del 6 giugno 1969 si presentava negli uffici del Commissariato di PS di Frascati L. L. ex maestra e fisioterapista del Santa Rita, la quale denunciava che i fanciulli ricoverati venivano maltrattati dalle sorelle Pagliuca e in particolare dalla direttrice. Sulla base di tali risultanze il pretore di Frascati…autorizzava ispezione…eseguita la sera del 6 giugno alle ore 22,15 presente A.T. Quest’ultimo, col pretesto di ritirare il figlio, aveva il compito di fare aprire la porta di accesso all’istituto senza destare sospetti. Superata la iniziale opposizione della direttrice e rinvenute subito dopo le chiavi, gli inquirenti si portavano direttamente al secondo piano… ed entravano in un dormitorio… Vi trovarono 13 ragazzi che dormivano sistemati in coppie su sette lettini, tranne l’A… che dormiva solo, ciascuno con la testa verso al spalliera e legati tra loro per le gambe. Anche le braccia erano avvinte, mediante catenelle assicurate con lucchetti o con legacci di stoffa, alle opposte spalliere del letto; l’ambiente era impregnato di fetore. La corte d’Assise di Roma il 23.12.1971 (Si noti che in questo caso, come nella maggioranza degli altri, la segnalazione o la denunzia partono da privati cittadini) condannava Maria Diletta Pagliuca a quattro anni e otto mesi di reclusione per maltrattamenti semplici, con la concessione delle attenuanti generiche; con l’applicazione di due anni di condono; la assolveva dalla truffa e dal sequestro di persona perché il fatto non costituisce reato. Assolveva Antonietta Pagliuca per non aver commesso il fatto.
Istituto: “Suore missionarie del lavoro del Cuore Immacolato di Maria”
Imputate: Gatto suor Maria Vittoria, Estorri suor Annamaria, Pisano suor Giuseppina,
Di avere abusato di mezzi di correzione in danno di bambini a loro affidati, con percosse, ingiurie e minacce e infliggendo punizioni lesive della gracile personalità. Il pretore di Bologna il 25.6.1971 ha condannato le suddette a quattro mesi di reclusione ciascuna, con la sospensione condizionale della condanna. Sentenza: Il 13.03.1971 M.T. riferiva al giudice tutelare di Bologna; da cinque giorni supplente in una classe della media Bandiera, alcuni affidati all’istituto delle suore missionarie del lavoro, le avevano detto che praticavano il freddo e la fame. I ragazzi inoltre lamentavano castighi lesivi della personalità: sarebbero stati costretti a leccare il pavimento sporco, sarebbero stati chiusi in cantina per punizione, percossi e dileggiati. Prima di esaminare in dettaglio le prove dell’accusa, va premessa una breve storia dell’istituto religioso in questione. L’istituto ha sede… all’estrema periferia di Bologna. E’ gestito da quattordici suore. Da un questionario del 1969 allegato alla domanda per il riconoscimento di idoneità (a tutt’oggi non è stato riconosciuto) risulta: che ha funzioni assistenziali ed educative; che i minori frequentano scuole esterne, dove vengono accompagnati al mattino. Rientrano in collegio verso le ore 17. Delle quattordici suore che lo gestiscono, una sola ha il titolo di assistente sociale; una è maestra; una è infermiera diplomata. Le altre sono cuoche, guardarobiere, o hanno una abilitazione di secondo grado preparatorio. Nell’ottobre 1969 l’ufficiale sanitario dichiarava l’istituto carente sul piano educativo. L’istituto accoglie circa 70 minori, circa la metà, sordastri, altri caratteriali, alcuni normali. Le rette vengono pagate da enti pubblici. Malgrado le numerose relazioni acquisite, non è dato sapere a quanti anni l’istituto opera. La relazione più precisa in proposito dice: Le suore missionarie del lavoro da lunghi anni ospitano alcuni bambini sordastri. Meno attendibile è il teste dott. A…, un vecchio medico (sta per andare in pensione) che le suore chiamavano in caso di necessità urgente, come si precisa in una relazione dell’Omni. La sentenza richiama alcune deposizioni delle parti lese. P. Mauro, quindici anni, sordastro: Suor Giuseppina e suor Annamaira mi dicevano sporcaccione, maiale, vigliacco. La madre superiora mi ha punito una volta picchiandomi con violenza, dopo aver chiuso a chiave la porta. Ho visto altri bambini col lenzuolo sporco o le mutande sporche in testa costretti a girare per essere canzonati. I compagni me l’avevano detto che dei bambini sono stati costretti a leccare lo sporco fatto fuori dal water. Sono stato picchiato da suor Annamaria; suor Giuseppina solo alcune volte, quando presi delle note a scuola. Le suore dicono: noi non ti vogliamo più. D. Anna Rita, quattordici anni, sordastra: Sono stata picchiata più volte dalla superiora e da suor Giuseppina. Una volta venni rinchiusa in cantina al buio. Suor Anna Maria mi buttò a terra e mi colpì a calci. Ho visto dei ragazzi costretti a girare per la sala col lenzuolo sporco in testa mentre tutti facevano la baia. Ho visto la madre superiora picchiare i ragazzi. C. Claudio, sette anni: Suor Anna Maria mi da botte, suor Giuseppina mi picchia. Il maestro di nome Giuseppe (sarebbe lo studente che coadiuvava le suore in qualità di educatore) …mi dà calci quando ci porta alla passeggiata. C. Mario, nove anni: Le suore sono tutte buone, tranne suor Anna Maria. Mi picchia. Ci da schiaffi. Fanno male. Ho pianto perché facevano male. Suor Giuseppina picchiava altri, a me no. R. Lia diciassette anni: Ricordo che molto spesso le bambine venivano picchiate, posso dire di aver visto sberlare con violenza diversi bambini. Ho visto una bambina costretta a girare con le mutande in testa e veniva canzonata dalla suora ad alta voce. Ho visto una suora grassa dare una gran sberla a un bambino, gli fece sbattere la testa al muro e ricordo che siccome il bambino piangeva, gli chiese scusa e tutti ridevano. Ricordo di aver subìto questa minaccia: Se sporchi per terra nel gabinetto te lo faccio leccare. Sentivo spesso le suore dare del deficiente ai bambini, a me in particolare. Onestamente devo dire che analoghi se non peggiori sistemi li ho visto in altro istituto a Modena (Villa Serena). Le suore sono uguali dappertutto. Ad eccezione di qualcuna… La madre di R. Loris… ha poi precisato che da quattro anni gli fanno ripetere la prima elementare. Mi disse che la suor Giuseppina lo aveva portato in uno sgabuzzino e picchiato. Nel dicembre scorso la madre osservò sul collo del bambino dei graffi, il bambino le disse che suor Giuseppina lo aveva acciuffato per la collottola mentre accarezzava un cucciolo. La madre denunciò il fatto all’assistente sociale del comune, questa osservò i graffi sulla nuca, interrogò il bambino, e venne a conoscere altri episodi di violenza. Immediatamente chiese e ottenne l’allontanamento di suor Giuseppina dal reparto dove si trovavano i minori assistiti dal comune. R. L. : Ricordando i sistemi di correzione in uso nel collegio, ancora oggi mi scopro delle cattiverie che attribuisco a ciò che ho visto. Ad esempio tormento un cane, gli schiaccio il muso finchè piange. E mi pare di vendicarmi di tanti pianti per le botte prese. Il comportamento degli enti di vigilanza ha senza alcun dubbio consentito alle imputate di continuare per tanti anni ad operare in un settore che doveva loro essere interdetto, per la preparazione culturale, per la attitudini, per i mezzi di cui disponevano. I fatti provati dall’accusa sono gravissimi.

CATANZARO - Casa di Cura Sant’Orsola
Sezione discinetici e spastici
Proprietario e gestore: dottor Pasquale Giannini.
Imputato: Pasquale Giannini di “…aver abbandonato persone minori degli anni quattordici e persone incapaci, per malattia di corpo, di provvedere a se stesse, delle quali aveva custodia e doveva avere cura…”. Il 12.07.1970 il tribunale di Catanzaro ha condannato il Giannini alla pena di un anno di reclusione. “…Verso le 10 del 19.11.1967 la voce femminile di una persona che rimase sconosciuta avvertiva la questura di Catanzaro che da qualche giorno dal reparto spastici della clinica Sant’Orsola si udivano delle grida emesse da degenti, alcuni dei quali avevano rivelato, parlando dal terrazzo, di non mangiare da tre giorni. Venivano pertanto effettuate due ispezioni. Accompagnato da un infermiere che ha tenuto a precisare che non era del reparto bambini riferiva nel suo rapporto il commissario G.P. ho visitato le stanze ove si trovavano degenti venti bambini dai sei ai diciassette anni. Lo spettacolo che mi si è presentato è umanamente inconcepibile. In un stanza con una finestra priva di vetri, giacevano abbandonati sui letti tra bambini in stato di semincoscienza, quasi nudi, con una lurida coperta addosso e con delle coperte sporchissime. In un’altra stanza, in indescrivibile promiscuità, c’erano dei bambini e delle bambine seminudi, buttati a terra, con i corpi di colore blu per il freddo, pieni di sterco e ancora coperti di mosche, pure essendo ormai alla fine del mese di novembre. Ho chiesto se avessero mangiato e tutti mi hanno fatto capire, a segni o a parole, che ieri non avevano mangiato. Con rapporto 29 novembre il questore di Catanzaro, mentre ribadiva le circostanze già riferite, aggiungeva che nel corso di altra ispezione si era anche accertato che la dispensa della cucina era fornita solo di pasta, patate, olio e scatole di pesce…nel frigorifero si rinvenivano Kg 2 circa di carne tritata in evidente stato d’incipiente putrefazione. Detta carne sottoposta a esame da parte del veterinario comunale…era stata dichiarata non commestibile.

S. NICOLO’ GERREI (Cagliari) – Istituto privato “Gesù Agonizzante”.
Sotto il controllo amministrativo e disciplinare delle suore Ancelle della Sacra Famiglia Istituito nel 1947.
Imputate: Schirru Elenuccia, detta Suor Arcangela. Falconi Enrichetta, detta suor Vincenza. “… di maltrattamenti per avere, la prima quale autrice, la seconda quale istigatrice coautrice e, comunque, non opponendosi nonostante la sua veste di madre superiora…maltrattato varie bambine, alcune delle quali minori degli anni quattordici a loro affidate… percotendole selvaggiamente con una cinghia, legandole al letto o ad altro mobile, o con le mani dietro la schiena, costringendole a dormire sotto il letto e a restare per lunghe ore in corridoi freddi, avvolgendo loro gli arti con stracci e ponendo in segno di derisione il vaso da notte sui loro capi, avvolgendo loro intorno al capo e al corpo lenzuola intrise di urina oppure facendo prendere in bocca mutandine intrise di urina o facendo raccogliere con la lingua i resti del desinare caduti accidentalmente sul tavolo o per terra…”. “… di sequestro di persona, per avere privato della libertà personale in diverse occasioni diverse bambine, legando loro le mani dietro la schiena, e legandole al letto o altri mobili. La Schiru sarebbe stata implacabile e avrebbe legato le mani delle fanciulle che intendeva punire, poi stese le stesse fanciulle sopra un vecchio pavimento di legno e quindi avrebbe staffilato con una cinghia bianca, o color crema, le fanciulle medesime, che, essendo legate, non potevano sfuggirle, avrebbe una sera inflitto la descritta punizione, col concorso della superiora, perché alcune ricoverate avevano mangiato del pane secco conservato per l’alimentazione delle galline, e le stesse ricoverate, che ciò avevano fatto, sarebbero state legate per tutta la sera e per parte del giorno seguente per costringerle a chiedere perdono a detta superiora, baciandole la mano, avrebbe un altro giorno costretto la piccola Maria a mangiare, raccogliendola con la lingua, la minestra caduta per terra. Di solito le bambine, che bagnavano il letto, sarebbero state da detta suor Arcangela Schirru avvolte nude, o seminude, in lenzuoli intrisi di urina e tenute per ore in un corridoio o veranda, in cui penetravano il vento e il freddo esterni. Un giorno, avendo alcune ricoverate protestato, perché erano stati chiusi i gabinetti e non era stato loro permesso di usare i vasi da notte, l’Arcangela avrebbe loro avvolto le mani e i piedi con stracci o pezzi di cuoio colorati e posto sulla testa di ciascuna uno dei detti vasi e le avrebbe quindi condotte nel refettorio e fatte assistere, così conciate, alla colazione delle loro compagne. Ines nel confermare quanto da lei riferito alla commissione di vigilanza circa la di lei malattia e la mancanza di cure, aggiunse che era stata particolarmente presa di mira dalla Schirru, la quale era solita picchiarla con la cinghia e che una volta, prima di essere percossa, era stata legata a una sedia e ciò soltanto per essersi rifiutata di consegnare 500 lire regalatele da una signora. Antonietta C. precisò che un giorno, essendo stata punita, perché aveva mangiato delle mandorle senza averne avuto il permesso e avendo perciò, irritata, buttato nel water la pastasciutta offertale e dimenticato di tirare la catena, era stata da suor Ancangela Schiru, avvertita da una della bambine ricoverate, costretta a raccogliere tale pastasciutta, a metterla in un piatto e a mangiarla. Rosaria asserì di essere stata anch’essa legata a una sedia prima di essere bastonata, d’aver visto suor Arcangela rompere un bastone sulle spalle di Ines e la superiora suor Vincenza metter la testa dentro un water a una bambina, certa Iole; soggiunse che essa, Maria, e la sorella Rita avevano sopportato per anni i maltrattamenti senza dire nulla ai loro familiari, perché, terrorizzate da suor Arcangela, avevano avuto paura di subire ulteriori più gravi punizioni.

CALTAGIRONE - Istituto “CASA DELLE FANCIULLE”.
Ente morale con finalità di : Provvedere al ricovero e all’educazione di fanciulle minori in stato di povertà dai due ai venti anni.
Imputata: la direttrice Anna Alì a) di truffa continuata per aver attestato falsamente in atti indirizzati all’amministrazione provinciale di Catania che all’istituto Casa delle fanciulle da lei diretto erano presenti fanciulle mai ricoverate. b) di falso per avere attestato falsamente in calce agli elenchi periodicamente inviati alla amministrazione la presenza delle sopra dette fanciulle. c) di maltrattamenti:… per avere ..maltrattato con percosse, segregazioni e altri modi le fanciulle ricoverate nel predetto istituto. d) di peculato per avere distratto a profitto di Gianforte Calogero la somma di £. 2.000.000 della quale era in possesso per ragione del suo ufficio facendo parte di un sussidio straordinario di £.10.000.000 concesso all’Istituto della Regione Sicilia. Chi ha sollecitato le indagini? Una lettera anonima datata: Caltagirone 19.09.1966 indirizzata al Procuratore della Repubblica e portante bollo postale 5.10.1966. Il magistrato con decreto 30.10.1966 autorizza un’ispezione nell’istituto, il cui verbale rileva tra l’altro: “… Dormitorio 1° stanza n. 20 letti, in 8 mancano le lenzuola, in 4 mancano le coperte, in 3 mancano le coperte e le lenzuola. I letti stessi hanno uno spazio l’uno dall’altro di 24 cm… le lenzuola lasciano a desiderare per quanto attiene la pulizia… le coperte sono vecchie, qualcuna bucata e così di seguito per tutti sei i dormitori. Dispensa: Alla stessa è adibito un piccolo vano…generi alimentari sono stati notati per terra e alla rinfusa…è stato osservato che il vano adibito ai servizi igienici trovasi con il soffitto sfondato, cioè privo dell’intonaco.
Punizioni:
Da una piccola statistica di quanto deposto in istruttoria risulta che: ventisei ragazze hanno asserito di avere ricevuto schiaffi e pugni e otto di essere state percosse con bastone od altri oggetti (ad esempio scarpa), dodici di avere subito pizzicotti, tre di avere subito tirate di capelli, dieci di essere state chiuse nello stanzino per periodi diversi che vanno dalle due-tre ore all’intera giornata e, in caso, a un’intera notte, tre di essere state morsicate, tre di avere dormito sul tavolaccio, cinque di essere state private dei pasti o di un piatto. Otto hanno detto che, poiché bagnavano il letto, veniva loro imposto sul capo per vari minuti il lenzuolo bagnato e due che, in tali occasioni, veniva loro fatta la vergogna e cioè in piedi in mezzo alle camerine con il lenzuolo bagnato in testa, erano esposte alle beffe delle compagne, tre che fu loro versata addosso acqua fredda, due di essere state legate, quattro di avere subìto il taglio dei capelli, di fronte a tutti mentre le tenevano ferme. Quattro ragazze hanno detto che il più brutto era che le più grandi picchiavano per incarico della maestra e della direttrice che dicevano: Lo sapete di chi siete figlie? Venite dal fango.

FABBRO (Terni) - Istituto “MADONNA DELLE GRAZIE”
Ente privato. Direttore e proprietario: don Angelo Montaldo
Imputati: Montaldo Angelo, De Nuccia Madaleine, Speranzoli Fiorella, Rossi Veneranda, Cacciavano Rita, Franchi Flora, “… di abuso di mezzi di correzione per avere il primo, quale direttore dell’istituto Madonna delle Grazie e le altre, quali assistenti…abusato di mezzi di correzione e disciplina in danno di persone minori (dell’età fra i quattro e i tredici anni) loro affidate per ragioni di educazione, istruzione, cura e vigilanza, determinando pericolo di malattia nel corpo in pregiudizio di dette persone minori…”. Il 10 novembre 1969 il pretore di Orvieto condanna quali responsabili di abuso di mezzi di correzione Speranzoli Fiorella a un mese e quindici giorni di reclusione.
Questi i brani essenziali della sentenza: “A seguito di campagna di stampa svoltasi nel marzo 1966, circa i metodi educativi e correzionali in vigore presso l’istituto Madonna delle grazie, istituto per l’assistenza a minori abbandonati, il procuratore della repubblica di Orvieto disponeva ed eseguiva personalmente un’inchiesta. Le prime indagini svolte dei carabinieri nulla di anormale ponevano in luce, ma in data 25.03.1966 la squadra di polizia giudiziale di Orvieto riferiva tra l’altro, che un bambino, probabilmente certo Franco C… era stato legato per una mano a un termosifone acceso, a scopo punitivo, che il bambino V. Claudio, circa un anno prima era stato colpito alla fronte da una scarpa a opera di una giovane assistente, il bambino Carlo P. era stato colpito alla testa da una sedia scagliatagli contro dall’assistente Speranzoli Fiorella, il bambino Franco G. asseriva di essere stato colpito con cinghiate al viso a opera di altra assistente. Dallo stesso rapporto risultava altresì che i piccoli Walter, Claudio e Antonio avevano consegnato al loro insegnate di educazione fisica un appunto manoscritto sotto forma di lettera, in cui si lamentavano, tra l’altro, i sistemi violenti di punizione in vigore nell’istituto e i metodi repressivi adottati dal sacerdote, come: privazione del cibo, imposizione del silenzio, isolamenti, esclusione da divertimenti anche innocenti. Sempre secondo la relazione, le punizioni in atto, stando a quanto dichiarato dai ragazzi, erano: pane e acqua anche per ventiquattro ore, percosse da parte del direttore, isolamento, sospensione della attività ricreativa. Altre punizioni consistevano nel digiuno completo, cosa che comportava per il ragazzo punito l’obbligo di rimanere in ginocchio per tutta la durata del pasto.

NAPOLI – Istituto “SANTA MARIA DELLO SPLENDORE” (Orfanotrofio)
Direttore: don Giuseppe Giuliano
Imputati: Giuliano don Giuseppe, “… di quattro truffe aggravate per avere: con artifici e raggiri consistenti nel non segnalare tempestivamente quale direttore dell’istituto Santa Maria dello Splendore, che il minore C.P. era andato via alla fine del settembre 1965 dal predetto istituto, in cui era internato con retta a carico dell’amministrazione provinciale, indotto in errore la stessa, dalla quale continuava a farsi rilasciare le quote relative al ricovero…” Parisi Mario, “… di non aver ottemperato al decreto di sgombero del prefetto…”. Il 20.11.1969 il prefetto di Napoli emetteva decreto di chiusura ad effetto immediato dell’Istituto Santa Maria dello Splendore poiché, a seguito di una ispezione da lui disposta, erano state riscontrate grave deficienze quali: L’inidoneità dei locali, il pessimo stato di manutenzione degli effetti letterecci, il pessimo stato di manutenzione e igienico degli stessi, la insufficiente disponibilità degli effetti letterecci, il pessimo stato d’uso di quelli esistenti ecc.

CATANIA – Villaggio di San F. di R.
Associazione privata ad esclusivo scopo di beneficenza, fondata nel 1949 come società a responsabilità limitata. L’immobile venne costruito con il contributo dell’ 80% dell’assessorato della sanità.
Direttore: Monsignor S. A. Direttrice della parte disciplinare e dell’assistenza dei bambini ricoverati: S. M.
Imputata: La direttrice S. M. “… di maltrattamenti per avere trascurando l’igiene, fornendo un regime alimentare insufficiente e non provvedendo a un confacente sistema di riscaldamento degli ambienti e delle camerate, sottoposto numerosi bambini indigenti e orfani, ricoverati presso il villaggio San F. di R., a gravissimi disagi fisici e morali e a un regime di vita degradante e umiliante”. I FATTI. Il 22 novembre 1966 i Carabinieri di P. segnalavano alla locale Pretura: “…molti bambini indigenti ricoverati presso il Villaggio San F. sono in preda ai pidocchi…e costretti a vivere in locali igienicamente malsani… non vengono sufficientemente alimentati e dormono in camerate non riscaldate le cui finestre sono prive in parte di vetri. Oltre una grande umidità si nota fetore. Sollevate le coperte dei lettini si rinvengono le lenzuola di tutti i letti completamente sporche e macchiate di urina…Le coperte sono sporche e lacere… i due lettini delle sorveglianti hanno materassi di lana, federe e lenzuola pulite. Nelle latrine vi sono i tubi e le cassette di scarico dell’acqua, ma i tubi sono staccati e non vi è acqua. L’ufficio dà atto che non può materialmente entrare nei gabinetti perché sono sommersi nell’urina…il pavimento quasi completamente coperto da feci già invase dalle mosche…In classe mentre la maestra impartisce le lezioni, vi sono trenta bambini…Tutti hanno la faccia sporca. L’aula è priva di qualsiasi sussidio didattico, alla sinistra di un tavolo che fa da cattedra vi è un pezzo di lavagna, circa tre quarti di una vera lavagna. In atto sono ricoverati 276 minori di cui 100 in una succursale. Deposizione di alcuni testimoni – parti lese al pretore. Giovanna: frequento la seconda elementare…La notte nella camera fa freddo intenso… Sono in questo dormitorio da circa tre mesi e non mi hanno mai cambiato le lenzuola che peraltro ho trovato già sporche. Una sola volta mi hanno cambiato la federa… Insieme alla Renza mi sono recata dalla signorina S. per lamentare il fatto dei pidocchi, la signorina disse che i pidocchi non ce li levava e che ce la dovevamo vedere da noi. La sera ci danno pane e mortadella, la minestra ce la danno, una o due volte al mese. L’uovo ce lo danno solo una o due volte al mese. Oggi abbiamo mangiato a mezzogiorno pasta e fagioli e un poco di pane e mortadella, senza frutta od altro. Ieri sera abbiamo mangiato pane e marmellata. Il pane ieri sera era durissimo, a volte se richiediamo altro pane ci rispondono che non basta e ce ne danno pochino e si rimane con la fame. A volte le signorine ci mettono in castigo e ci danno qualche schiaffo, ma non ci fanno male. Maria: Frequento la quinta elementare..Spesse volte sono bastonata dalla signorina F.M. la quale mi bastona con la ferla e con pezzi di legno. Sono anche stata malmenata dalla signorina A., con una stanga di legno lunga più di un metro… Le due predette ci puniscono anche mettendoci fuori nella terrazza in pigiama e lasciandoci all’addiaccio… Ci fanno pulire i dormitori e i gabinetti e i corridoi con acqua fredda… dopo aver effettuato queste pulizie…ho le mani intirizzite e non riesco a tenere la penna in mano… Carlo: Mi trovo ricoverato da circa due anni. Frequento la quinta elementare… Il letto dove dormo è fornito solo di due coperte molto piccole e del tutto insufficienti a ripararmi dal freddo… Come la S.V. può constatare in questa stanza ci sono i vetri rotti attraverso i quali penetra vento e poggia. A colazione ci danno latte con un fettina di pane… Non si tratta di latte ma di farina di latte scolta nell’acqua. A pranzo ti danno la pasta, ma ci sono spesso vermi, terra, mosche, insetti… Per secondo ci danno mortadella o formaggino. A cena solo pane e formaggio o marmellata. La frutta ci viene data ogni tanto… la carne la domenica. La carne è poca e per buona parte è costituita di grasso… Donato: Certe volte veniamo bastonati con un pezzo di legno, cosiddetta ferla, ci vengono inferti colpi sul capo, sul corpo e sulla schiena… Nonostante questi fatti, la direttrice della parte disciplinare e dell’assistenza dei bambini ricoverati, l’imputata S. M. l’11.02.1967 è stata assolta in istruttoria perché il fatto non costituisce reato.

CASTEL VERNONE, BRUSISCO, CINZANO (Torino) - Istituto psico-pedagogico
Direttore: don Piero Invernizzi
Imputati: Invernizzi don Piero, Bozzetti Carla, Gheruzzi Anna, “… di maltrattamenti continuati per avere: in Castel Vernone, in Cinzano e in Brusisco, dall’ottobre 1961 al giugno 1965 …essendo l’Invernizzi direttore, la Bozzetti vicedirettrice, la Gheruzzi pure vicedirettrice, maltrattato un numero imprecisato di bambini affidati alle loro cure… tra l’altro sottoponendoli a misure punitive del tutto ingiustificabili, in special modo trattandosi di soggetti subnormali, privandoli, in particolare, delle bevande necessarie, costringendoli deliberatamente a uscire all’esterno durante i mesi invernali vestiti in modo assolutamente insufficiente, non provvedendo, in caso di malattia, a cure tempestive e opportune, facendoli vivere in locali non adatti e soprattutto privi di servizi igienici efficienti, trascurando, infine, con tale comportamento, nei soggetti subnormali in questione uno stato di continuo angoscioso timore. “… Non vi è dubbio dice la sentenza che molti dei bambini ricoverati negli istituti di don Piero Invernizzi vennero da questi e dalle sue assistenti privati di qualche pasto, vennero fatti stare in piedi e in ginocchio per un certo tempo, vennero percossi, alle volte anche con particolare violenza: sberle, ceffoni, colpi di canna e di bastoni. L’intento malvagio di don Invenizzi non può essere supportato dal fatto che lo stesso ebbe a dichiarare testualmente: Ho sempre mandato giù e adesso per reazione intima domino sugli altri. Alla mia età non è possibile cambiare. Tali parole, vanno riportate ai modi usati da don Invernizzi nei confronti del personale, modi di cui la G. gli contestava la durezza. Alle dette parole ben può darsi il significato che don Invenizzi riteneva che il miglior metodo educativo fosse quello rigido usato ai suoi tempi nei suoi confronti. Con sentenza del 31.03.1967 il tribunale di Torino, ritenuti i tre imputati responsabili di abuso di mezzi di correzione, applicava a loro favore l’amnistia.

 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 17/06/2009, 22:22 | Message # 6
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Segue il rapporto di Gabriele Cervi

Casa “Lager” Per minori a Enna, due arresti

5 giugno 2007 alle 08:25 — Fonte: repubblica.it
Maltrattamenti continuati su minori che venivano alimentati con cibi spesso scaduti, puniti e minacciati, abbandono di minori, violenza privata, malversazione e falso.
Sono alcune delle ipotesi di reato che hanno portato all’arresto di Olimpia Arangio, 35 anni, e di Mario Marasà, 32 anni, entrambi di Enna, rispettivamente la responsabile e il suo stretto collaboratore della casa alloggio per minori “Quadrifoglio” nel capoluogo ennese. Le accuse scaturiscono da una lunga indagine della squadra mobile sul sistema di gestione della casa alloggio e sul trattamento cui sarebbero stati sottoposti i ragazzi e bambini che vi erano ospitati. Bambini malnutriti, malvestiti, minacciati e picchiati — anche con ceffoni, violente tirate di orecchi, punture con spilli — ai quali non veniva garantita neppure un’igiene corretta né un abbigliamento adeguato.
I ragazzi erano sottoposti pure a violenze psicologiche, come la minaccia di non farli incontrare per lunghi periodi con i genitori. Ma tra le ipotesi più gravi, al momento al vaglio degli inquirenti, ci sono anche i possibili abusi sessuali perpetrati dai ragazzi più grandi, anche disabili, su quelli più piccoli, avvenuti poiché mancava all’interno della struttura un’adeguata sorveglianza e gli ospiti venivano lasciati da soli in situazioni di promiscuità.

S. NICOLO’ GERREI (Cagliari) – Istituto privato “Gesù Agonizzante”

Sotto il controllo amministrativo e disciplinare delle suore Ancelle della Sacra Famiglia Istituito nel 1947.
Imputate: Schirru Elenuccia, detta Suor Arcangela. Falconi Enrichetta, detta suor Vincenza. “… di maltrattamenti per avere, la prima quale autrice, la seconda quale istigatrice coautrice e, comunque, non opponendosi nonostante la sua veste di madre superiora…maltrattato varie bambine, alcune delle quali minori degli anni quattordici a loro affidate… percotendole selvaggiamente con una cinghia, legandole al letto o ad altro mobile, o con le mani dietro la schiena, costringendole a dormire sotto il letto e a restare per lunghe ore in corridoi freddi, avvolgendo loro gli arti con stracci e ponendo in segno di derisione il vaso da notte sui loro capi, avvolgendo loro intorno al capo e al corpo lenzuola intrise di urina oppure facendo prendere in bocca mutandine intrise di urina o facendo raccogliere con la lingua i resti del desinare caduti accidentalmente sul tavolo o per terra…”.
“… di sequestro di persona, per avere privato della libertà personale in diverse occasioni diverse bambine, legando loro le mani dietro la schiena, e legandole al letto o altri mobili. La Schiru sarebbe stata implacabile e avrebbe legato le mani delle fanciulle che intendeva punire, poi stese le stesse fanciulle sopra un vecchio pavimento di legno e quindi avrebbe staffilato con una cinghia bianca, o color crema, le fanciulle medesime, che, essendo legate, non potevano sfuggirle, avrebbe una sera inflitto la descritta punizione, col concorso della superiora, perché alcune ricoverate avevano mangiato del pane secco conservato per l’alimentazione delle galline, e le stesse ricoverate, che ciò avevano fatto, sarebbero state legate per tutta la sera e per parte del giorno seguente per costringerle a chiedere perdono a detta superiora, baciandole la mano, avrebbe un altro giorno costretto la piccola Maria a mangiare, raccogliendola con la lingua, la minestra caduta per terra. Di solito le bambine, che bagnavano il letto, sarebbero state da detta suor Arcangela Schirru avvolte nude, o seminude, in lenzuoli intrisi di urina e tenute per ore in un corridoio o veranda, in cui penetravano il vento e il freddo esterni. Un giorno, avendo alcune ricoverate protestato, perché erano stati chiusi i gabinetti e non era stato loro permesso di usare i vasi da notte, l’Arcangela avrebbe loro avvolto le mani e i piedi con stracci o pezzi di cuoio colorati e posto sulla testa di ciascuna uno dei detti vasi e le avrebbe quindi condotte nel refettorio e fatte assistere, così conciate, alla colazione delle loro compagne. Ines nel confermare quanto da lei riferito alla commissione di vigilanza circa la di lei malattia e la mancanza di cure, aggiunse che era stata particolarmente presa di mira dalla Schirru, la quale era solita picchiarla con la cinghia e che una volta, prima di essere percossa, era stata legata a una sedia e ciò soltanto per essersi rifiutata di consegnare 500 lire regalatele da una signora. Antonietta C. precisò che un giorno, essendo stata punita, perché aveva mangiato delle mandorle senza averne avuto il permesso e avendo perciò, irritata, buttato nel water la pastasciutta offertale e dimenticato di tirare la catena, era stata da suor Ancangela Schiru, avvertita da una della bambine ricoverate, costretta a raccogliere tale pastasciutta, a metterla in un piatto e a mangiarla. Rosaria asserì di essere stata anch’essa legata a una sedia prima di essere bastonata, d’aver visto suor Arcangela rompere un bastone sulle spalle di Ines e la superiora suor Vincenza metter la testa dentro un water a una bambina, certa Iole; soggiunse che essa, Maria, e la sorella Rita avevano sopportato per anni i maltrattamenti senza dire nulla ai loro familiari, perché, terrorizzate da suor Arcangela, avevano avuto paura di subire ulteriori più gravi punizioni.
CALTAGIRONE - Istituto “CASA DELLE FANCIULLE”.
Ente morale con finalità di: Provvedere al ricovero e all’educazione di fanciulle minori in stato di povertà dai due ai venti anni. Imputata: la direttrice Anna Alì a) di truffa continuata per aver attestato falsamente in atti indirizzati all’amministrazione provinciale di Catania che all’istituto Casa delle fanciulle da lei diretto erano presenti fanciulle mai ricoverate. b) di falso per avere attestato falsamente in calce agli elenchi periodicamente inviati alla amministrazione la presenza delle sopra dette fanciulle. c) di maltrattamenti:… per avere ..maltrattato con percosse, segregazioni e altri modi le fanciulle ricoverate nel predetto istituto. d) di peculato per avere distratto a profitto di Gianforte Calogero la somma di £. 2.000.000 della quale era in possesso per ragione del suo ufficio facendo parte di un sussidio straordinario di £.10.000.000 concesso all’Istituto della Regione Sicilia. Chi ha sollecitato le indagini? Una lettera anonima datata: Caltagirone 19.09.1966 indirizzata al Procuratore della Repubblica e portante bollo postale 5.10.1966. Il magistrato con decreto 30.10.1966 autorizza un’ispezione nell’istituto, il cui verbale rileva tra l’altro: “… Dormitorio 1° stanza n. 20 letti, in 8 mancano le lenzuola, in 4 mancano le coperte, in 3 mancano le coperte e le lenzuola. I letti stessi hanno uno spazio l’uno dall’altro di 24 cm… le lenzuola lasciano a desiderare per quanto attiene la pulizia… le coperte sono vecchie, qualcuna bucata e così di seguito per tutti sei i dormitori. Dispensa: Alla stessa è adibito un piccolo vano…generi alimentari sono stati notati per terra e alla rinfusa…è stato osservato che il vano adibito ai servizi igienici trovasi con il soffitto sfondato, cioè privo dell’intonaco. Punizioni: Da una piccola statistica di quanto deposto in istruttoria risulta che: ventisei ragazze hanno asserito di avere ricevuto schiaffi e pugni e otto di essere state percosse con bastone od altri oggetti (ad esempio scarpa), dodici di avere subito pizzicotti, tre di avere subito tirate di capelli, dieci di essere state chiuse nello stanzino per periodi diversi che vanno dalle due-tre ore all’intera giornata e, in caso, a un’intera notte, tre di essere state morsicate, tre di avere dormito sul tavolaccio, cinque di essere state private dei pasti o di un piatto. Otto hanno detto che, poiché bagnavano il letto, veniva loro imposto sul capo per vari minuti il lenzuolo bagnato e due che, in tali occasioni, veniva loro fatta la vergogna e cioè in piedi in mezzo alle camerine con il lenzuolo bagnato in testa, erano esposte alle beffe delle compagne, tre che fu loro versata addosso acqua fredda, due di essere state legate, quattro di avere subìto il taglio dei capelli, di fronte a tutti mentre le tenevano ferme. Quattro ragazze hanno detto che il più brutto era che le più grandi picchiavano per incarico della maestra e della direttrice che dicevano: Lo sapete di chi siete figlie? Venite dal fango.

FABBRO (Terni) - Istituto “MADONNA DELLE GRAZIE” Ente privato.

Direttore e proprietario: don Angelo Montaldo Imputati: Montaldo Angelo, De Nuccia Madaleine, Speranzoli Fiorella, Rossi Veneranda, Cacciavano Rita, Franchi Flora, “… di abuso di mezzi di correzione per avere il primo, quale direttore dell’istituto Madonna delle Grazie e le altre, quali assistenti…abusato di mezzi di correzione e disciplina in danno di persone minori (dell’età fra i quattro e i tredici anni) loro affidate per ragioni di educazione, istruzione, cura e vigilanza, determinando pericolo di malattia nel corpo in pregiudizio di dette persone minori…”. Il 10 novembre 1969 il pretore di Orvieto condanna quali responsabili di abuso di mezzi di correzione Speranzoli Fiorella a un mese e quindici giorni di reclusione.
Questi i brani essenziali della sentenza: “A seguito di campagna di stampa svoltasi nel marzo 1966, circa i metodi educativi e correzionali in vigore presso l’istituto Madonna delle grazie, istituto per l’assistenza a minori abbandonati, il procuratore della repubblica di Orvieto disponeva ed eseguiva personalmente un’inchiesta. Le prime indagini svolte dei carabinieri nulla di anormale ponevano in luce, ma in data 25.03.1966 la squadra di polizia giudiziale di Orvieto riferiva tra l’altro, che un bambino, probabilmente certo Franco C… era stato legato per una mano a un termosifone acceso, a scopo punitivo, che il bambino V. Claudio, circa un anno prima era stato colpito alla fronte da una scarpa a opera di una giovane assistente, il bambino Carlo P. era stato colpito alla testa da una sedia scagliatagli contro dall’assistente Speranzoli Fiorella, il bambino Franco G. asseriva di essere stato colpito con cinghiate al viso a opera di altra assistente. Dallo stesso rapporto risultava altresì che i piccoli Walter, Claudio e Antonio avevano consegnato al loro insegnate di educazione fisica un appunto manoscritto sotto forma di lettera, in cui si lamentavano, tra l’altro, i sistemi violenti di punizione in vigore nell’istituto e i metodi repressivi adottati dal sacerdote, come: privazione del cibo, imposizione del silenzio, isolamenti, esclusione da divertimenti anche innocenti.
Sempre secondo la relazione, le punizioni in atto, stando a quanto dichiarato dai ragazzi, erano: pane e acqua anche per ventiquattro ore, percosse da parte del direttore, isolamento, sospensione della attività ricreativa. Altre punizioni consistevano nel digiuno completo, cosa che comportava per il ragazzo punito l’obbligo di rimanere in ginocchio per tutta la durata del pasto.

NAPOLI – Istituto “SANTA MARIA DELLO SPLENDORE” (Orfanotrofio)

Direttore: don Giuseppe Giuliano Imputati: Giuliano don Giuseppe,
“… di quattro truffe aggravate per avere: con artifici e raggiri consistenti nel non segnalare tempestivamente quale direttore dell’istituto Santa Maria dello Splendore, che il minore C.P. era andato via alla fine del settembre 1965 dal predetto istituto, in cui era internato con retta a carico dell’amministrazione provinciale, indotto in errore la stessa, dalla quale continuava a farsi rilasciare le quote relative al ricovero…” Parisi Mario,
“… di non aver ottemperato al decreto di sgombero del prefetto…”. Il 20.11.1969 il prefetto di Napoli emetteva decreto di chiusura ad effetto immediato dell’Istituto Santa Maria dello Splendore poiché, a seguito di una ispezione da lui disposta, erano state riscontrate grave deficienze quali: L’inidoneità dei locali, il pessimo stato di manutenzione degli effetti letterecci, il pessimo stato di manutenzione e igienico degli stessi, la insufficiente disponibilità degli effetti letterecci, il pessimo stato d’uso di quelli esistenti ecc.

CATANIA – Villaggio di San F. di R. Associazione privata ad esclusivo scopo di beneficenza, fondata nel 1949 come società a responsabilità limitata.

L’immobile venne costruito con il contributo dell’ 80% dell’assessorato della sanità. Direttore: Monsignor S. A. Direttrice della parte disciplinare e dell’assistenza dei bambini ricoverati: S. M. Imputata: La direttrice S. M. “… di maltrattamenti per avere trascurando l’igiene, fornendo un regime alimentare insufficiente e non provvedendo a un confacente sistema di riscaldamento degli ambienti e delle camerate, sottoposto numerosi bambini indigenti e orfani, ricoverati presso il villaggio San F. di R., a gravissimi disagi fisici e morali e a un regime di vita degradante e umiliante”.
I FATTI. Il 22 novembre 1966 i Carabinieri di P. segnalavano alla locale Pretura: “…molti bambini indigenti ricoverati presso il Villaggio San F. sono in preda ai pidocchi…e costretti a vivere in locali igienicamente malsani… non vengono sufficientemente alimentati e dormono in camerate non riscaldate le cui finestre sono prive in parte di vetri. Oltre una grande umidità si nota fetore. Sollevate le coperte dei lettini si rinvengono le lenzuola di tutti i letti completamente sporche e macchiate di urina…Le coperte sono sporche e lacere… i due lettini delle sorveglianti hanno materassi di lana, federe e lenzuola pulite.
Nelle latrine vi sono i tubi e le cassette di scarico dell’acqua, ma i tubi sono staccati e non vi è acqua. L’ufficio dà atto che non può materialmente entrare nei gabinetti perché sono sommersi nell’urina…il pavimento quasi completamente coperto da feci già invase dalle mosche…In classe mentre la maestra impartisce le lezioni, vi sono trenta bambini…Tutti hanno la faccia sporca. L’aula è priva di qualsiasi sussidio didattico, alla sinistra di un tavolo che fa da cattedra vi è un pezzo di lavagna, circa tre quarti di una vera lavagna. In atto sono ricoverati 276 minori di cui 100 in una succursale.
Deposizione di alcuni testimoni – parti lese al pretore. Giovanna: frequento la seconda elementare…La notte nella camera fa freddo intenso… Sono in questo dormitorio da circa tre mesi e non mi hanno mai cambiato le lenzuola che peraltro ho trovato già sporche. Una sola volta mi hanno cambiato la federa… Insieme alla Renza mi sono recata dalla signorina S. per lamentare il fatto dei pidocchi, la signorina disse che i pidocchi non ce li levava e che ce la dovevamo vedere da noi. La sera ci danno pane e mortadella, la minestra ce la danno, una o due volte al mese. L’uovo ce lo danno solo una o due volte al mese. Oggi abbiamo mangiato a mezzogiorno pasta e fagioli e un poco di pane e mortadella, senza frutta od altro. Ieri sera abbiamo mangiato pane e marmellata. Il pane ieri sera era durissimo, a volte se richiediamo altro pane ci rispondono che non basta e ce ne danno pochino e si rimane con la fame. A volte le signorine ci mettono in castigo e ci danno qualche schiaffo, ma non ci fanno male. Maria: Frequento la quinta elementare..Spesse volte sono bastonata dalla signorina F.M. la quale mi bastona con la ferla e con pezzi di legno. Sono anche stata malmenata dalla signorina A., con una stanga di legno lunga più di un metro… Le due predette ci puniscono anche mettendoci fuori nella terrazza in pigiama e lasciandoci all’addiaccio… Ci fanno pulire i dormitori e i gabinetti e i corridoi con acqua fredda… dopo aver effettuato queste pulizie…ho le mani intirizzite e non riesco a tenere la penna in mano…
Carlo: Mi trovo ricoverato da circa due anni. Frequento la quinta elementare… Il letto dove dormo è fornito solo di due coperte molto piccole e del tutto insufficienti a ripararmi dal freddo… Come la S.V. può constatare in questa stanza ci sono i vetri rotti attraverso i quali penetra vento e poggia. A colazione ci danno latte con un fettina di pane… Non si tratta di latte ma di farina di latte scolta nell’acqua. A pranzo ti danno la pasta, ma ci sono spesso vermi, terra, mosche, insetti… Per secondo ci danno mortadella o formaggino. A cena solo pane e formaggio o marmellata. La frutta ci viene data ogni tanto… la carne la domenica. La carne è poca e per buona parte è costituita di grasso… Donato: Certe volte veniamo bastonati con un pezzo di legno, cosiddetta ferla, ci vengono inferti colpi sul capo, sul corpo e sulla schiena… Nonostante questi fatti, la direttrice della parte disciplinare e dell’assistenza dei bambini ricoverati, l’imputata S. M. l’11.02.1967 è stata assolta in istruttoria perché il fatto non costituisce reato.

CASTEL VERNONE, BRUSISCO, CINZANO (Torino) - Istituto psico-pedagogico

Direttore: don Piero Invernizzi, imputati: Invernizzi don Piero, Bozzetti Carla, Gheruzzi Anna, “… di maltrattamenti continuati per avere: in Castel Vernone, in Cinzano e in Brusisco, dall’ottobre 1961 al giugno 1965 …essendo l’Invernizzi direttore, la Bozzetti vicedirettrice, la Gheruzzi pure vicedirettrice, maltrattato un numero imprecisato di bambini affidati alle loro cure… tra l’altro sottoponendoli a misure punitive del tutto ingiustificabili, in special modo trattandosi di soggetti subnormali, privandoli, in particolare, delle bevande necessarie, costringendoli deliberatamente a uscire all’esterno durante i mesi invernali vestiti in modo assolutamente insufficiente, non provvedendo, in caso di malattia, a cure tempestive e opportune, facendoli vivere in locali non adatti e soprattutto privi di servizi igienici efficienti, trascurando, infine, con tale comportamento, nei soggetti subnormali in questione uno stato di continuo angoscioso timore. “… Non vi è dubbio dice la sentenza che molti dei bambini ricoverati negli istituti di don Piero Invernizzi vennero da questi e dalle sue assistenti privati di qualche pasto, vennero fatti stare in piedi e in ginocchio per un certo tempo, vennero percossi, alle volte anche con particolare violenza: sberle, ceffoni, colpi di canna e di bastoni. L’intento malvagio di don Invenizzi non può essere supportato dal fatto che lo stesso ebbe a dichiarare testualmente: Ho sempre mandato giù e adesso per reazione intima domino sugli altri. Alla mia età non è possibile cambiare. Tali parole, vanno riportate ai modi usati da don Invernizzi nei confronti del personale, modi di cui la G. gli contestava la durezza. Alle dette parole ben può darsi il significato che don Invenizzi riteneva che il miglior metodo educativo fosse quello rigido usato ai suoi tempi nei suoi confronti.
Con sentenza del 31.03.1967 il tribunale di Torino, ritenuti i tre imputati responsabili di abuso di mezzi di correzione, applicava a loro favore l’amnistia.

TORINO – Istituto privato C. M. E.

Rieducatorio per bambini abbandonati presi in età non superiore ai sei anni Imputati: La direttrice, dottoressa S. F. Il coadiutore, don M. “… di avere abusato di mezzi di correzione e disciplina da tempo indeterminato e sono, all’estate 1957 in danno di 15 fanciulli loro affidati tra l’altro percotendoli con bastoni, battipanni, cinghie, privandoli di cibo e sottoponendoli a lavoro eccessivamente gravoso in relazione all’età e all’aperto in clima rigidissimo, fatto da cui è derivato, nei predetti ricoverati, un pericolo di malattia nel corpo…” Il 31.12.1959 il pretore C. ha dichiarato non doversi procedere per intervenuta amnistia. La storia di questo istituto è contenuta in una relazione diretta dalla federazione provinciale dell’Omni al comandante del nucleo di polizia giudiziaria che, per ordine del magistrato, ne aveva chiesto notizia.
L’Istituto è tuttora in funzione.

FICAROLO (Rovigo) – Casa di cura “SANTA RITA”

Istituto medico psico-pedagogico per minorati psichici Amministratore unico: dottor Malavasi Carla Ottavia. Gestore: dottor Gualberto Mantovani Proprietaria: Sicase s.r.l. (Quote societarie suddivise tra la Malavasi e il di lei marito Gualberto Mantovani).
Quando iniziò la procedura giudiziaria ospitata 862 minorenni
“… Il dottor Gualberto Mantovani è stato condannato con decreto del pretore del 9.6.1969 a £.400 000 di ammenda perché senza la prescritta autorizzazione apriva e gestiva un istituto medico-pedagogico in cui ricoverava 830 soggetti anziché 25. Ricoverava anche soggetti non compresi tra i sei e i dodici anni… ricoverava pure soggetti non recuperabili, violando in tale modo l’art. 193 del testo unico delle leggi sanitarie”. Come è nata la vicenda processuale? Il Corriere della Sera del 19 novembre 1967 portava un articolo a firma di Luciano Visentin in cui riferiva dell’esito di un’inchiesta giornalistica da lui condotta sul funzionamento dell’istituto medico psico-pedagogico Casa di cura Santa Rita di Ficarolo. L’articolo era illustrato con la fotografia di un bambino cieco e sordo, rinchiuso in un lettino, che un gioco di corde tese tutt’intorno e sulla parte superiore faceva somigliare a una gabbia. La denuncia di fondo si riferiva, però alla promiscuità nella quale bambini di ogni età, afflitti da menomazioni diverse, convivevano. Ne nasceva la reazione dei proprietari dell’istituto e, contemporaneamente, un’inchiesta giudiziaria. Il giornalista interrogato dal magistrato, confermava il contenuto del suo articolo e depositava il seguente memoriale:
Ill.mo Signor Pretore di Milano
Il sottoscritto Luciano Visentin, premesso che conferma integralmente il testo suo articolo.., in quanto rispecchia fedelmente il suo pensiero di giornalista, precisa alla S.V. quanto segue:
Il 15 novembre scorso, su indicazione della signora L.T. presidente dell’Associazione volontari per l’infanzia italiana, lo scrivente con il fotografo G.B. e la signora in questione, si recò negli Istituti di Cura del Polesine segnalati come sospetti di non soddisfacente conduzione per accertare se bambini milanesi vi fossero stati inviati dal nostro comune, e in quali condizioni si trovassero. Il direttore dell’istituto… dichiarò quanto gli viene attribuito nell’articolo. Successivamente, attraverso una telefonata del sottoscritto da Milano, sapendo della pubblicazione, pregò di non coinvolgere la sua responsabilità nell’episodio e rinnovò la sua supplica in due successive telefonate all’indirizzo del sottoscritto. L’impressione di bolgia riportata nell’articolo è stata ricavata là; di casermone pure; quanto al nome di azienda data all’istituto dal suo proprietario, se ne può avere conferma dal fatto che nelle sue doglianze il predetto avanza un sospetto di concorrenza sleale. E per venire infine alla specie di gabbia il sottoscritto ripropone il dubbio che anche per un bambino minorato esistano più moderni e adeguati sistemi di cura e trattamento”.

ALA DI TRENTO – Istituto “SILVIO PELLICO”

Collegio convitto dipendente dal ministero della pubblica istruzione
Imputato: Di Piazza Giulio, “Imputato di abuso di mezzi di correzione”. I FATTI. Il 16.12.1965 alcuni insegnati del ginnasio di Ala di Trento frequentato dai convittori dell’istituto Silvio Pellico inviavano al rettore una lettera di protesta con cui lamentavano che un assistente di detto Istituto, tale Di Piazza Giulio, era solito usare metodi brutali e violenti nei confronti dei giovani a lui affidati, che si erano presentati alle lezioni con evidenti segni di percosse. Anche il sindaco e il preside, qualche giorno dopo, per il medesimo motivo intervenivano presso il rettore, questi dichiarava di essere a conoscenza di una certa severità del suo sottoposto, ma che la stessa non guastava essendo funzionale. Nel gennaio 1966 fuggivano dal collegio due ragazzi, raggiunti e interrogati dai carabinieri l’uno dichiarava che era fuggito per le percosse ricevute e l’altro per la paura di dovere subire altrettanto. Non reputa il giudicante diceva la sentenza di potere concedere i benefici della condizionale e della non menzione, tenuto conto della gravità dei fatti e del comportamento dell’imputato, anche in sede processuale. Il Di Piazza non ha mostrato il benché minimo ravvedimento, negando in parte i fatti e asserendo che i ceffoni in realtà erano quasi buffetti e i pugni erano per lui (a volte) un modo per tenere allegra la camerata, ha tentato di dimostrare legittimo il suo comportamento e pertanto non vi è motivo di ritenere che lo stesso si asterrà per l’avvenire dal commettere reati. La sentenza prendeva motivo dalle seguenti circostanze:
“… al dibattimento è risultato che i ragazzi, quasi tutti sui dodici-tredici anni… avevano subito qualche violenza a opera del Di Piazza. Quasi sempre avevano ricevuto ceffoni, a volte pugni e calci, a volte erano stati costretti a subire dei castighi umilianti e penosi: camminare in ginocchio, tenere in bocca un sigaro acceso, piegarsi sul banco per essere colpiti sul sedere, il taglio forzato dei capelli. Cesare venne chiamato dal Di Piazza <figlio di puttana> in presenza di altri ragazzi; ad Aldo a Vincenzo, a Paolo, disse <non siete che burattini nelle mie mani, non me ne frega niente nemmeno dei vostri genitori>; Vincenzo vide l’imputato prendere a calci degli altri ragazzi e dare dei pugni a un ragazzo che tremava e piangeva; Massimo intervenne a difese del fratello minore percosso dal Di Piazza e fu a sua volta colpito con schiaffi e calci e impedito di recarsi dal rettore per reclamare; Severo, vide l’imputato prendere per i capelli un ragazzo e battergli la testa contro il muro, colpirne un altro con schiaffi e ironizzare sul suo contro durante una crisi di nervi sopraggiunta al medesimo con parole: <eccolo lì l’eroe dei due mondi, com’è ridotto>; Giacomo, venne ricoverato due volte in infermeria dopo avere ricevuto percosse, fu costretto a tenere in bocca un sigaro acceso, subì il taglio dei capelli, venne invitato a bere ripetutamente alcolici fino a ubriacarsi, venne chiamato <faccia di mona>, gli venne detto <ti rompo la faccia> e venne costretto a correre pure lamentando dei dolori all’appendice e pure avendolo fatto presente al Di Piazza. Il Di Piazza nel gennaio 1966, sia pure per motivi di salute, venne esonerato dal servizio e da allora nessuno dei ragazzi si è più lamentato”. Sentenza: Il pretore di Rovereto il 6.05.1966 ha condannato l’imputato alla pena di quattro mesi di reclusione. Contro la decisione venne interposto appello, ma prima del dibattimento il reato fu dichiarato estinto per amnistia.

MONTALDO DI CERRINA (Alessandria)

Istituto privato “VILLAGGIO DEL FANCIULLO” Direttrice e proprietaria: Giovanna Vacino Imputata: Vacino Giovanna, di “abuso di mezzi di correzione”
I FATTI. Nell’ottobre del 1964 Giovanna Vacino, laureata in lettere e filosofia, di sessantadue anni, istituì il <Villaggio del Fanciullo>, dove ricoverava una decina di fanciulli subnormali affidatile in parte dall’amministrazione provinciale di Alessandria, in parte dai genitori. Sede dell’istituto era la casa mezzadrie del parroco di Cerrrina, don O. costituita da quattro camere e un salone. Nell’aprile del 1966 il medico provinciale di Alessandria dichiarava l’inidonieità dei locali all’uso cui erano destinati e allora il Villaggio veniva trasferito a Montaldo. Nel maggio 1966 il dottor V. quale privato cittadino, presentò una denuncia contro la Vaccino. Transitavo disse poi nelle vicinanze del Villaggio, quando sentii dei lamenti provenire dal cortile. Andai a vedere e scorsi la Vacino con un bastone in mano che picchiava un bambino. Intervenni, facendo le mie rimostranze, ma questa mi risposte: Faccia i fatti suoi! Allora andai da carabinieri. Così è stata motivata la sentenza: “…la teste P. ha asserito che l’imputata chiudeva i piccoli per lunghi periodi di tempo nel gabinetto, incurante del fatto che ivi la temperatura, a causa di un finestrino aperto, era nella stagione invernale assai rigida. La teste S. pur escludendo che la Vacino percuotesse i bambini (e per ciò stesso dimostrando obiettività se non addirittura compiacenza verso la prevenuta) ha dichiarato che i bambini venivano, per castigo, messi fuori dalla porta all’aperto, e ciò anche nella stagione invernale. Il teste don O. ha affermato di avere personalmente constato che la Vacino era solita infliggere ai bambini castighi consistenti nella privazione del vitto, circostanza confermata dai bambini alla loro maestra, teste B. che ne ha riferito a dibattimento. L’episodio delle percosse con una canna denunziato dal teste V. cui va riconosciuto il merito di avere provocato l’intervento delle autorità competenti, è stato confermato dalle stesse”. SENTENZA Il 4.03.1967 il pretore la condannava a quattro mesi di reclusione quale responsabile di abuso di mezzi di correzione con pena condizionalmente sospesa.
La condannata ha rinunciato all’appello.

 
VisitatoreDate: Sabato, 07/11/2009, 18:19 | Message # 7
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In corso di indagini: Istituto "Sofia Idellson" (benefattrice post-terremoto 1906), Messina.
 
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