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BAMBINI NEGLI ISTITUTI IN ITALIA
dibattitopubblDate: Lunedì, 18/05/2009, 01:50 | Message # 1
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Articolo preso dal forum "Colomba bianca" http://forum.colombabianca.it/viewtopic.php?f=7&t=1574

lunedì, 12 marzo 2007

Provincia Cagliari: 131 affidi di minori in comunità
Sono 131 i minori ospitati nelle 21 comunità alloggio della provincia di Cagliari al 15 gennaio
2007. Si tratta di 69 maschi e 62 femmine, 87 provenienti dal cagliaritano, mentre 44 (tra bambini e bambine) arrivano da altre province. Alla fine del 2006 i minori erano invece 208, 154 ospitati nelle comunità alloggio e 54 in affido eterofamiliare. Sono i dati principali che emergono dal “Primo
monitoraggio dei minori in comunità alloggio e in affido familiare nella provincia di Cagliari”, curato dall'Osservatorio delle Politiche Sociali della stessa Provincia ed illustrato dall'Assessore competente in materia, Angela Quaquero, dalla presidente del Tribunale per i Minorenni di Cagliari, Lucia La Corte, e dal ricercatore, Giuseppe Fara.

CAGLIARI - I problemi economici della famiglia, maltrattamenti o incuria e condotta non sempre esemplare dei genitori hanno suggerito ai servizi sociali, in caso di affidamento consensuale (74,8% dei casi), o al Tribunale per i minori, in caso di inserimento non consensuale da parte della famiglia di origine (1 su 4) l'affido dei minori ad una comunità protetta. In questo caso la differenza di genere si fa sentire laddove per i maschi viene rispecchiata la fotografia generale, mentre per le femmine si affaccia, in aggiunta, il problema di violenze sessuali (16,1% del totale) tra le mura domestiche o esterne ad esse, ma che non hanno trovato un adeguato sostegno all'interno della famiglia naturale.

I minori presenti nelle Comunità alloggio della Provincia di Cagliari provengono generalmente
dalle famiglie di origine (95 su 131) e meno da famiglie adottive, parenti o istituti di varia natura (36 su 131), ma, come si evince nel rapporto, solo il 44,3% dei genitori incontra di frequente il minore alloggiato nella Comunità, mentre nel 32,9% dei casi i minori possono riabbracciare il padre e la madre una volta ogni sei mesi o addirittura mai. Altra differenza che emerge dallo studio e' la tipologia del minore ospitato: le classi di età si equivalgono quando si tratta di maschi, mentre la prevalenza dei ragazzini in età pre o adolescenziale si fa maggiormente sentire tra le piccole ospiti (oltre il 65%). In media i minori vengono ospitati per meno di un anno (39,7%) e comunque per periodi che non superano i tre anni (circa 89%) e due minori su dieci sono disabili (26 su 131) con handicap legati soprattutto alla sfera psichica (69,2%). Nel caso di un eventuale affido in una famiglia che non sia quella di origine, dopo l'esperienza della comunità, viene espressa, dagli operatori e dagli stessi minori, una percezione piuttosto negativa: rispettivamente 70 e 75 casi su 131 ritengono che i risultati sarebbero “scarsi”.

Intanto, dopo due mesi di campagna per l'affido eterofamiliare, portata avanti dall'Assessorato provinciale delle Politiche Sociali, sono state raccolte 100 richieste da parte di famiglie che si sono rese disponibili a ospitare temporaneamente un minore (in massima tra i 7 ed i 10 anni). Ottanta famiglie sono in fase di formazione, mentre 10 hanno già concluso un percorso formativo e sono in attesa di poter accogliere i bambini. ''E' più facile ricoverare un bambino o un adolescente in una comunità alloggio che in una famiglia affidataria – ha sottolineato l'assessore Quaquero – perchè questo porta ad una immediata soluzione del problema che ha causato l'allontanamento dalla famiglia di origine”. In termini economici un minore inserito in una comunità alloggio “costa” al Comune di residenza 80 euro al giorno, mentre la famiglia affidataria percepisce un assegno di circa 500 euro mensili. Il passo successivo al rapporto vede l'allargamento della rete per l'affido eterofamiliare (ora coinvolge Provincia, 7 comuni dell'hinterland cagliaritano, Asl 8 e Tribunale dei minori) e poi la firma di un protocollo di qualità delle strutture protette. Attualmente le 21 strutture del cagliaritano possono ospitare circa 150 minori ed il coefficiente di riempimento si attesta sull'85%.

 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 17/06/2009, 21:49 | Message # 2
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http://www.aiutobambini.it/modules....did=362

TESTIMONIANZE

STORIA DI LUCIA, CRESCIUTA IN UN ISTITUTO

“ Quel che non ho avuto ”

Ho ricordi di persone cattive, ma anche di figure poi importanti per tutta la mia vita.
Oggi Lucia ha 40 anni, è sposata e ha tre figli di 10, 6 e 2 anni. La sua storia, che racconta a patto dell’anonimato, ha una particolarità che l’attraversa. A cominciare dal: C’era una volta di una bambina i cui primi ricordi coincidono con gli stanzoni freddi e i letti alti di un istituto. Mia madre -racconta Lucia- era infermiera e mio padre apparteneva a una classe sociale elevata. Avevano avuto due figlie, ma di matrimonio non s’era parlato, la famiglia di lui non voleva. Poi se ne è andato e dentro di me è rimasta l’idea di un padre morto. La mamma di Lucia è morta di tumore quando lei aveva 14 anni e sua sorella 21. Oggi, 26 anni dopo, Lucia la cita spesso, racconta di assomigliarle molto fisicamente e di ricordare quando andava a trovarla in istituto; “I suoi regali mi venivano regolarmente sequestrati. Purtroppo una suora era sempre presente al colloquio, appena io raccontavo qualcosa che mi aveva rattristato, interveniva per mitigare le mie parole e rassicurare la mamma. Mi spiace dirlo, ma il ricordo che ho è anche di persone cattive, che arrivavano a punirti mettendoti in ridicolo o che ti portavano al mercato a fare spesa per usarti in modo pietistico”. Ma gli istituti, nel ricordo di Lucia, non hanno solo tratta drammatici: “Alle Stelline di Milano, dove mi hanno trasferita a 10 anni, ho trovato due persone che sono rimaste figure importanti in tutta la mia vita, la direttrice e lo psicologo. Mi ricordo che mi piacquero subito perché non forzavano in nulla. Mi ascoltavano e mi incoraggiavano. Mi hanno aiutato a incanalare quelle reazioni “di sopravvivenza” che a poco a poco avevo imparato ad avere in energia positiva per resistere al dolore e alle difficoltà. Non so se avrei potuto resistere alla perdita di mia madre, senza di loro”. C’è un’altra figura che Lucia cita spesso, una zia che “non rappresenta un legame di sangue, ma è forte uguale” che ha incontrato nella famiglia in cui ha vissuto dopo aver compiuto i diciotto anni. “Avevo un lavoro di maestra d’asilo, ma non sapevo dove andare. Attraverso una serie di combinazioni sono stata accolta in questa famiglia numerosa, che mi ha permesso di sperimentare situazioni per me nuove e di allontanare la profonda solitudine in cui ho vissuto l’infanzia. Dimenticare, invece, è impossibile; non puoi dimenticare quel che non hai avuto, la quotidianità dei piccoli gesti, la mamma che ti aspetta a pranzo, il papà che ti saluta prima di andare a letto, qualcuno che ti sgrida, che ti chiede come stai”.
r.m. - da Famiglia Cristiana – 1999

 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 17/06/2009, 22:18 | Message # 3
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ISTITUTI LAGER

Raccolta a cura di Gabriele Cervi

Dal blog “LA FAMIGLIA NEGATA – CRIMINE SOCIALE ITALIANO”
http://orfantrofiinitaliadiario.myblog.it/orfanatrofi_lager (il blog attualmente è chiuso, Sig. Gabriele Cervi può essere comunque reperito tramite motori di ricerca in quanto fa attività soclialmente utili e apre dei blog nuovi)

CASTEL VERNONE, BRUSISCO, CINZANO (Torino) - Istituto psico-pedagogico
Direttore: don Piero Invernizzi
Imputati: Invernizzi don Piero, Bozzetti Carla, Gheruzzi Anna, “… di maltrattamenti continuati per avere: in Castel Vernone, in Cinzano e in Brusisco, dall’ottobre 1961 al giugno 1965 …essendo l’Invernizzi direttore, la Bozzetti vicedirettrice, la Gheruzzi pure vicedirettrice, maltrattato un numero imprecisato di bambini affidati alle loro cure… tra l’altro sottoponendoli a misure punitive del tutto ingiustificabili, in special modo trattandosi di soggetti subnormali, privandoli, in particolare, delle bevande necessarie, costringendoli deliberatamente a uscire all’esterno durante i mesi invernali vestiti in modo assolutamente insufficiente, non provvedendo, in caso di malattia, a cure tempestive e opportune, facendoli vivere in locali non adatti e soprattutto privi di servizi igienici efficienti, trascurando, infine, con tale comportamento, nei soggetti subnormali in questione uno stato di continuo angoscioso timore. “… Non vi è dubbio dice la sentenza che molti dei bambini ricoverati negli istituti di don Piero Invernizzi vennero da questi e dalle sue assistenti privati di qualche pasto, vennero fatti stare in piedi e in ginocchio per un certo tempo, vennero percossi, alle volte anche con particolare violenza: sberle, ceffoni, colpi di canna e di bastoni. L’intento malvagio di don Invenizzi non può essere supportato dal fatto che lo stesso ebbe a dichiarare testualmente: Ho sempre mandato giù e adesso per reazione intima domino sugli altri. Alla mia età non è possibile cambiare. Tali parole, vanno riportate ai modi usati da don Invernizzi nei confronti del personale, modi di cui la G. gli contestava la durezza. Alle dette parole ben può darsi il significato che don Invenizzi riteneva che il miglior metodo educativo fosse quello rigido usato ai suoi tempi nei suoi confronti. Con sentenza del 31.03.1967 il tribunale di Torino, ritenuti i tre imputati responsabili di abuso di mezzi di correzione, applicava a loro favore l’amnistia.

TORINO – Istituto privato C. M. E. Rieducatorio per bambini abbandonati presi in età non superiore ai sei anni
Imputati: La direttrice, dottoressa S. F. Il coadiutore, don M.“… di avere abusato di mezzi di correzione e disciplina da tempo indeterminato e sono, all’estate 1957 in danno di 15 fanciulli loro affidati tra l’altro percotendoli con bastoni, battipanni, cinghie, privandoli di cibo e sottoponendoli a lavoro eccessivamente gravoso in relazione all’età e all’aperto in clima rigidissimo, fatto da cui è derivato, nei predetti ricoverati, un pericolo di malattia nel corpo…” Il 31.12.1959 il pretore C. ha dichiarato non doversi procedere per intervenuta amnistia. La storia di questo istituto è contenuta in una relazione diretta dalla federazione provinciale dell’Omni al comandante del nucleo di polizia giudiziaria che, per ordine del magistrato, ne aveva chiesto notizia. L’Istituto è tuttora in funzione.

FONDAZIONE “FIGLI DI MAMMA ROSA”
Eretta in ente morale, su proposta del Ministro degli Interni e dal Presidente della Repubblica, con decreto del 12.05.1953. Costituita l’ 8 maggio 1951 con lo scopo: di provvedere al mantenimento, istruzione, educazione, di figli di ignoti aventi età superiore ai tredici anni, privi di mezzi necessari alla vita.
Imputata: Moscatelli Irma, “… di plagio: per avere con simulato pretesto di curarne l’istruzione e l’educazione e assistenza, ma con la finalità di sfruttarne il lavoro e conseguirne lucro, sottoposto al proprio potere, riducendoli in totale stato di soggezione i minori ecc. Questi i passi salienti della sentenza. … Nel gennaio 1954 i Carabinieri di Pontedera, venuti a conoscenza che i minori figli di ignoti… affidati alla Moscatelli a seguito di ampia propaganda fatta a mezzo di quotidiani e dalla Rai invece di trovare laboratori, tipografie, officine, scuole…nonché vitto e sistemazione vantaggiosa… erano stati adibiti ai lavoro nei campi e nei boschi e, mal nutriti, mal vestiti, abbandonati a se stessi e privi di assistenza vagavano… raccogliendo legna per scaldarsi, giocando con proiettili e munizioni rinvenuti nella zona già teatro di guerra partigiana, verso le ore 15 del 12 gennaio 1954 ispezionavano i luoghi della tenuta coperta di neve e con temperatura rigidissima… assistiti dall’agente agrario O. stante l’assenza della Moscatelli, Constatavano: che dormitori costituiti da due stanze con pareti sufficientemente decorose… erano ammobiliate con lettini di ferro a rete metallica, materassi e cuscini sudici e impregnati fortemente di urina, lenzuola e piccole coperte da campo anch’esse sudice, logore a brandelli e impregnate di urina, nonché di un armadio pieno di stracci, ciabatte, mozziconi di candele, di un lavabo di maiolica a due rubinetti con acqua corrente fredda, lurido, quasi otturato e privo di sapone e di asciugamano, e infine di una mensola con specchio mantenuti nella più nera sporcizia… che nella cucina costituita da un ambiente affumicato, vi erano una madia con farina, un armadietto contenente quattro baccalà, alcuni prosciutti e pezzi di lardo rancidi e in parte verminosi, nonché barattoli di conserva di pomidoro coperta di muffa e alcuni orci di olio buoni all’olfatto. Alcuni barattoli con carciofi sotto olio invasi in parte da insetti e da muffa… Che tutti i locali erano privi di luce elettrica e di mezzi di riscaldamento. Ad ultima ispezione i carabinieri vedevano giungere dai campi privi di assistenza i ragazzi vestiti con abiti sporchi e laceri, scarpe o ciabatte sfondate, sporchi nella persona e con i capelli incolti. Il 10.12.1954 l’imputata è stata assolta perché il fatto non sussiste.

FICAROLO (Rovigo) – Casa di cura “SANTA RITA”
Istituto medico psico-pedagogico per minorati psichici
Amministratore unico: dottor Malavasi Carla Ottavia.
Gestore: dottor Gualberto Mantovani Proprietaria: Sicase s.r.l.
(Quote societarie suddivise tra la Malavasi e il di lei marito Gualberto Mantovani). Quando iniziò la procedura giudiziaria ospitata 862 minorenni“… Il dottor Gualberto Mantovani è stato condannato con decreto del pretore del 9.6.1969 a £.400 000 di ammenda perché senza la prescritta autorizzazione apriva e gestiva un istituto medico-pedagogico in cui ricoverava 830 soggetti anziché 25. Ricoverava anche soggetti non compresi tra i sei e i dodici anni… ricoverava pure soggetti non recuperabili, violando in tale modo l’art. 193 del testo unico delle leggi sanitarie”. Come è nata la vicenda processuale? Il Corriere della Sera del 19 novembre 1967 portava un articolo a firma di Luciano Visentin in cui riferiva dell’esito di un’inchiesta giornalistica da lui condotta sul funzionamento dell’istituto medico psico-pedagogico Casa di cura Santa Rita di Ficarolo. L’articolo era illustrato con la fotografia di un bambino cieco e sordo, rinchiuso in un lettino, che un gioco di corde tese tutt’intorno e sulla parte superiore faceva somigliare a una gabbia. La denuncia di fondo si riferiva, però alla promiscuità nella quale bambini di ogni età, afflitti da menomazioni diverse, convivevano. Ne nasceva la reazione dei proprietari dell’istituto e, contemporaneamente, un’inchiesta giudiziaria. Il giornalista interrogato dal magistrato, confermava il contenuto del suo articolo e depositava il seguente memoriale: Ill.mo Signor Pretore di Milano Il sottoscritto Luciano Visentin, premesso che conferma integralmente il testo suo articolo.., in quanto rispecchia fedelmente il suo pensiero di giornalista, precisa alla S.V. quanto segue: Il 15 novembre scorso, su indicazione della signora L.T. presidente dell’Associazione volontari per l’infanzia italiana, lo scrivente con il fotografo G.B. e la signora in questione, si recò negli Istituti di Cura del Polesine segnalati come sospetti di non soddisfacente conduzione per accertare se bambini milanesi vi fossero stati inviati dal nostro comune, e in quali condizioni si trovassero. Il direttore dell’istituto… dichiarò quanto gli viene attribuito nell’articolo. Successivamente, attraverso una telefonata del sottoscritto da Milano, sapendo della pubblicazione, pregò di non coinvolgere la sua responsabilità nell’episodio e rinnovò la sua supplica in due successive telefonate all’indirizzo del sottoscritto. L’impressione di bolgia riportata nell’articolo è stata ricavata là; di casermone pure; quanto al nome di azienda data all’istituto dal suo proprietario, se ne può avere conferma dal fatto che nelle sue doglianze il predetto avanza un sospetto di concorrenza sleale. E per venire infine alla specie di gabbia il sottoscritto ripropone il dubbio che anche per un bambino minorato esistano più moderni e adeguati sistemi di cura e trattamento”.

MERANO – Istituto privato “OPERA SERAFICA”
Finalità: Raccoglie infanzia abbandonata affidata da privati o da pubbliche istituzioni. E’ un istituto privato diretto da un cappuccino, coadiuvato da suore.
Imputata: Rosa Niederwieser, “… di abuso di mezzi di correzione nei confronti del minore Elio L. nato nel 1956 a lei affidato per ragioni di educazione, vigilanza e custodia avendolo percosso con un battipanni sulla regione dei glutei messi a nudo in modo da cagionargli delle escoriazioni guarite senza postumi entro dieci giorni”. I FATTI. L’ 11.04.1967 i Carabinieri di Merano denunciavano quattro suore appartenenti all’istituto “Opera Serafica” per abuso di mezzi di correzione. L’azione originava dalla segnalazione di un’insegnante della seconda classe elementare, che aveva avuto notizie dai propri allievi di maltrattamenti subiti. I Carabinieri compivano delle indagini riferendo che vi era un gruppo di suore che nell’applicazione <jus corrigendi> ricorrevano a mezzi violenti come tirate di capelli, pizzicotti, sculacciate e vergate. In particolare, emergeva, dirà la sentenza, che Niederwieser Rosa l’1.04.1967 sostenendo che i bambini Elio di anni dieci e Primo di anni nove avevano raccontato delle bugie alla maestra, a fine correttivo li aveva condotti in una stanza, fatto abbassare pantaloni e mutandine, e quindi li aveva ripetutamente colpiti con un battipanni di plastica sui glutei messi a nudo. Elio riferiva che a seguito dei colpi ricevuti, era fuoruscito sangue e il sanitario dell’ospedale, da cui il ragazzo venne fatto visitare il 04.04.1967 accertava escoriazioni sulla coscia destra. Successivamente l’8.04 il ragazzo modificava la versione, precisando che egli stesso si era procurato le escoriazioni graffiandosi a seguito di prurito. Entrambi i ragazzi aggiungevano di essere stati picchiati numerose volte da suor Clara sul sedere messo a nudo con delle verghe o col battipanni per delle piccole marachelle, asserendo che talvolta le verghe si spezzavano e lasciavano lividi per alcuni giorni. La Neiderwieser è stata condannata dal pretore di Merano il 16.12.1968 a tre mesi di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale della pena. Il 16.4.1970’ il tribuale di Bolzano quale giudice d’appello ha dichiarato che nel comportamento dell’imputata era da ravvisarsi il reato di lesioni e pertanto non si doveva procedere contro di lei per mancanza di querela.

ALBISOLA MARINA (Savona) – CASA PRIVATA
Imputate: Pennello Ester, e in concorso la di lei figlia F. F. “… di maltrattamenti, per avere sottoposto a continui maltrattamenti 7 bambini minori di anni quattro affidati previo compenso alla sua custodia dai genitori degli stessi, con percosse, minacce, ingiurie e lasciandoli incustoditi per molte ore della giornata, castigandoli col tenerli sporchi e seminudi sul poggiolo al sole e col viso rivolto al muro facendo loro mancare i mezzi di sostentamento”. I FATTI. Nei primi di luglio 1967 su sollecitazione di alcuni privati, i Carabinieri di Albisola effettuavano un sopraluogo presso l’abitazione delle due imputate dove trovavano 8 bambini, tutti inferiori agli anni quattro, in stato di abbandono e di sporcizia; due erano affetti di varicella e uno gravemente anemico. Apprendevano che gli stessi erano stati affidati alla Pennello dai genitori, in genere ragazze-madri, previo compenso di 25-30.000 lire mensili… la Pennello , bello o brutto tempo che fosse, dice la sentenza, sempre sistemava i minori al mattino sul poggiolo, quasi svestiti, senza cappello in testa, al sole, incurante dei pianti e delle lamentele… qualche volta, quando più alti erano i clamori, apriva al porta che dà sul balcone e colpiva i piccoli ripetutamente al viso con stracci, mettendone taluni anche in castigo per ore e ore con la faccia contro il muro; più volte era stata vista afferrare un bimbo per i capelli e, così sollevato, trascinarlo in casa ingiuriandolo con epiteti di <bastardo e figlio di un cane >, altre volte i bambini erano stati visti giocare e sporcarsi con le loro feci. I minori venivano lasciati nudi sotto il sole nelle ore di punta, taluni con il corpo pieno di macchie o con il viso gonfio… quelli che si più si lamentavano trascinati dal poggiolo nell’interno dell’alloggio e percossi senza pietà… Le imputate negavano ostinatamente qualsiasi addebito sia in istruttoria sia all’odierna udienza… Considerato che i minori affidati alle cure delle due donne erano tutti in tenerissima età non può seriamente sostenersi che i mezzi usati dalla P. e di cui alle chiare testimonianze di C. - D.- F. possano gabellarsi per mezzi di correzione o di disciplina o anche come semplice abuso di tali mezzi, per palese inapplicabilità in tale età di sistemi efficaci di correzione o disciplina. Si è trattato invece di veri e propri maltrattamenti… cioè di una pluralità continuativa DI FATTI LESIVI DELLA INCOLUMITA’ DELLA LIBERTA’ E DELLA TRANQUILLITA’ DEI VARI MINORI CON LE PERSONE CUI ERANO STATI AFFIDATI ( i vicini di casa sentirono i fanciulli piangere e lamentarsi per giorni e giorni di seguito).
La Pennello fu condannata con sentenza 21.10.1.1967 dal tribunale di Savona a dieci mesi di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale della pena. La figlia è stata assolta per insufficienza di prove. La sentenza è passata in giudicato. Nel settembre 1971 sulla stampa ritroviamo il nome della Pennello Ester. Ospita ancora bambini, pare senza esserne autorizzata. Il sopracitato articolo è stato pubblicato dal quotidiano “ La Stampa ” il 12.09.1971

ALA DI TRENTO – Istituto “SILVIO PELLICO” Collegio convitto dipendente dal ministero della pubblica istruzione
Imputato: Piazza Giulio, “Imputato di abuso di mezzi di correzione”. I FATTI. Il 16.12.1965 alcuni insegnati del ginnasio di Ala di Trento frequentato dai convittori dell’istituto Silvio Pellico inviavano al rettore una lettera di protesta con cui lamentavano che un assistente di detto Istituto, tale Di Piazza Giulio, era solito usare metodi brutali e violenti nei confronti dei giovani a lui affidati, che si erano presentati alle lezioni con evidenti segni di percosse. Anche il sindaco e il preside, qualche giorno dopo, per il medesimo motivo intervenivano presso il rettore, questi dichiarava di essere a conoscenza di una certa severità del suo sottoposto, ma che la stessa non guastava essendo funzionale. Nel gennaio 1966 fuggivano dal collegio due ragazzi, raggiunti e interrogati dai carabinieri l’uno dichiarava che era fuggito per le percosse ricevute e l’altro per la paura di dovere subire altrettanto. Non reputa il giudicante diceva la sentenza di potere concedere i benefici della condizionale e della non menzione, tenuto conto della gravità dei fatti e del comportamento dell’imputato, anche in sede processuale. Il Di Piazza non ha mostrato il benché minimo ravvedimento, negando in parte i fatti e asserendo che i ceffoni in realtà erano quasi buffetti e i pugni erano per lui (a volte) un modo per tenere allegra la camerata, ha tentato di dimostrare legittimo il suo comportamento e pertanto non vi è motivo di ritenere che lo stesso si asterrà per l’avvenire dal commettere reati. La sentenza prendeva motivo dalle seguenti circostanze: “… al dibattimento è risultato che i ragazzi, quasi tutti sui dodici-tredici anni… avevano subito qualche violenza a opera del Di Piazza. Quasi sempre avevano ricevuto ceffoni, a volte pugni e calci, a volte erano stati costretti a subire dei castighi umilianti e penosi: camminare in ginocchio, tenere in bocca un sigaro acceso, piegarsi sul banco per essere colpiti sul sedere, il taglio forzato dei capelli. Cesare venne chiamato dal Di Piazza <figlio di puttana> in presenza di altri ragazzi; ad Aldo a Vincenzo, a Paolo, disse <non siete che burattini nelle mie mani, non me ne frega niente nemmeno dei vostri genitori>; Vincenzo vide l’imputato prendere a calci degli altri ragazzi e dare dei pugni a un ragazzo che tremava e piangeva; Massimo intervenne a difese del fratello minore percosso dal Di Piazza e fu a sua volta colpito con schiaffi e calci e impedito di recarsi dal rettore per reclamare; Severo, vide l’imputato prendere per i capelli un ragazzo e battergli la testa contro il muro, colpirne un altro con schiaffi e ironizzare sul suo contro durante una crisi di nervi sopraggiunta al medesimo con parole: <eccolo lì l’eroe dei due mondi, com’è ridotto>; Giacomo, venne ricoverato due volte in infermeria dopo avere ricevuto percosse, fu costretto a tenere in bocca un sigaro acceso, subì il taglio dei capelli, venne invitato a bere ripetutamente alcolici fino a ubriacarsi, venne chiamato <faccia di mona>, gli venne detto <ti rompo la faccia> e venne costretto a correre pure lamentando dei dolori all’appendice e pure avendolo fatto presente al Di Piazza. Il Di Piazza nel gennaio 1966, sia pure per motivi di salute, venne esonerato dal servizio e da allora nessuno dei ragazzi si è più lamentato”. Sentenza: Il pretore di Rovereto il 6.05.1966 ha condannato l’imputato alla pena di quattro mesi di reclusione. Contro la decisione venne interposto appello, ma prima del dibattimento il reato fu dichiarato estinto per amnistia.

MONTALDO DI CERRINA (Alessandria) Istituto privato “VILLAGGIO DEL FANCIULLO”
Direttrice e proprietaria: Giovanna Vacino
Imputata: Vacino Giovanna, di “abuso di mezzi di correzione” I FATTI. Nell’ottobre del 1964 Giovanna Vacino, laureata in lettere e filosofia, di sessantadue anni, istituì il <Villaggio del Fanciullo>, dove ricoverava una decina di fanciulli subnormali affidatile in parte dall’amministrazione provinciale di Alessandria, in parte dai genitori. Sede dell’istituto era la casa mezzadrie del parroco di Cerrrina, don O. costituita da quattro camere e un salone. Nell’aprile del 1966 il medico provinciale di Alessandria dichiarava l’inidonieità dei locali all’uso cui erano destinati e allora il Villaggio veniva trasferito a Montaldo. Nel maggio 1966 il dottor V. quale privato cittadino, presentò una denuncia contro la Vaccino. Transitavo disse poi nelle vicinanze del Villaggio, quando sentii dei lamenti provenire dal cortile. Andai a vedere e scorsi la Vacino con un bastone in mano che picchiava un bambino. Intervenni, facendo le mie rimostranze, ma questa mi risposte: Faccia i fatti suoi! Allora andai da carabinieri. Così è stata motivata la sentenza: “…la teste P. ha asserito che l’imputata chiudeva i piccoli per lunghi periodi di tempo nel gabinetto, incurante del fatto che ivi la temperatura, a causa di un finestrino aperto, era nella stagione invernale assai rigida. La teste S. pur escludendo che la Vacino percuotesse i bambini (e per ciò stesso dimostrando obiettività se non addirittura compiacenza verso la prevenuta) ha dichiarato che i bambini venivano, per castigo, messi fuori dalla porta all’aperto, e ciò anche nella stagione invernale. Il teste don O. ha affermato di avere personalmente constato che la Vacino era solita infliggere ai bambini castighi consistenti nella privazione del vitto, circostanza confermata dai bambini alla loro maestra, teste B. che ne ha riferito a dibattimento. L’episodio delle percosse con una canna denunziato dal teste V. cui va riconosciuto il merito di avere provocato l’intervento delle autorità competenti, è stato confermato dalle stesse”. SENTENZA Il 4.03.1967 il pretore la condannava a quattro mesi di reclusione quale responsabile di abuso di mezzi di correzione con pena condizionalmente sospesa. La condannata ha rinunciato all’appello.

LECCE, ISTITUTO PER MINORI COME UN LAGER
I 16 OSPITI VENIVANO PICCHIATI E COSTRETTI A MANGIARE PANE RAFFERMO. Arrestati i tre titolari. Il giudice Verardo: siamo esterrefatti.
Quando hanno visto i carabinieri, alcuni bambini sono scappati a piedi. Forse certi che al loro destino di abbandono stava aggiungendosi un latro, triste capitolo. Secondo quanto emerso dalle indagini dei militari di Castrano, questi 16 piccoli ospiti dell’Istituto “Il Cenacolo” a Ugento, nel Leccese, per 4 anni sono cresciuti nella violenza. Fisica e psicologica. E proprio in un luogo che doveva garantire loro serenità, lontano da famiglie disastrate o assenti. Con l’accusa di maltrattamenti, minacce, ingiurie, lesioni e sequestro di persona sono stati arrestati il responsabile della comunità: Antonio Spennato, 44 anni e la moglie Clementina di 43. Erika, la figlia 22enne, deve invece rispondere di atti di libidine su un giovane ospite. Le ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state emesse dal Gip Pietro Baffa su richiesta del PM Carolina Elia. Era dal 1998 secondo l’accusa, che questi bambini da due a 17 anni erano trattati come animali cattivi per presunte “finalità educative”. Parolacce, botte, giornate al buio per punizione. E notti al freddo, digiuni forzati, ore in ginocchio. Gli schiaffi, i pugni e i calci sarebbero serviti, secondo i titolati, per sedare gli animi dei più irrequieti, così come il pane raffermo a colazione, che spesso ai piccoli provocava mal di stomaco e vomito. E se rifiutavano di mangiare, erano botte in testa con bastone. L’episodio più terribile riguarda un ragazzo costretto a lavarsi i denti con uno spazzolone in bocca e strofinarlo fino al sangue. Al “Cenacolo” il tribunale per i minori di Lecce aveva affidato tanti ragazzi: “E’ vero, mandavamo li i più grandicelli conferma la presidente, Maria Rita Verardo: siamo esterrefatti, aspettiamo di saperne di più. Non ci erano arrivate segnalazioni, altrimenti saremmo intervenuti. C’era qualche conflitto con i servizi sociali, ma nulla che riguardasse direttamente i bambini. Le strutture d’accoglienza per minori con cui lavoriamo le conosciamo bene aggiunge il magistrato la sorveglianza spetta alla procura della repubblica, ma siamo noi a verificare la professionalità degli operatori. Certo, questo episodio ci indurrà a un maggiore rigore”. Gli abusi sono emersi dalla denuncia di una dipendente, che avrebbe ricevuto pesanti avances dal titolare. In paese circolavano già voci sul lager mascherato, confermate da altri dipendenti di questa casa dell’orrore. Da Milano,Emanuela Zuccal. Quotidiano”Avvenire” Giovedì 17 ottobre 2002

PRATO, Istituto Maria Vergine Assunta in Cielo noto come ISTITUTO DEI CELESTINI
Istituto Privato fondato nel 1934
Rapporto DEL 2.9.1963 – Comune di PRATO
Detto rapporto comincia col delineare le vicende storiche dell’istituto, dalla fondazione avvenuta nel 1934 ad opera di Pelegatti Giovacchino (detto padre Leonardo), che continuerà a dirigerlo nel corso degli anni successivi. L’istituto prosegue, ha natura giuridico privata, il suo scopo istituzionale, in apparenza altamente umanitario, è quello di accogliere ed allevare bambini abbandonati, più precisamente quello di ricevere soltanto chi, non essendo fornito di mezzi economici neppure modesti e non potendo trovare ricetto altrove, sia a se stesso abbandonato. L’Istituto, dopo la sua fondazione, si amplia e si sviluppa grazie, si noti bene, a larghi e costanti contributi di generosi benefattori. Senonché, verso la metà di agosto del 1963, la stampa (trattasi del Giornale del Mattino, quotidiano di ispirazione cattolica, e non certo interessato a gettare discredito sull’istituto e della Nazione) comincia ad annunciare il ripetersi di fughe sarà minutamente descritta, al dibattimento, da uno dei suoi protagonisti). Ma la direzione denuncia alle competenti autorità l’assenza di bambini ricoverati che, del resto, vengono presto rintracciati e riportati all’istituto da agenti e da privati. Inoltre la professoressa V.F., direttrice didattica…, prende l’iniziativa di scrivere alla stampa riferendo che da anni, ormai, si va inutilmente battendo per interessare le autorità civili e religiose riguardo all’angoscioso problema della vita di tanti derelitti, ospiti dell’istituto, lasciati nella più dolorosa miseria morale e materiale. Pervengono d’altra parte, rapporti e relazioni di vari uffici comunali a proposito della disordinata attività edilizia che si svolte nel terreno in cui sorge l’istituto su iniziativa di padre Leonardo che, personalmente, va richiedendo al sindaco di Prato permessi per il brillamento di mine, allo scopo di eseguire opere non previste né autorizzate. Anche da ciò, può trarsi un’ulteriore conferma del fatto che l’istituto dispone di notevoli risorse finanziare: ciò nonostante lo stato dei fanciulli ricoverati e quello degli ambienti in cui sono costretti a vivere è tale, che emerge dalle risultanze che verranno via via esposte. Il 4.9.1963 viene eseguito un sopraluogo nell’istituto da parte dei vigili sanitari del comune; viene così constatato che gli alloggi destinati ai bambini si trovano in cattivo stato di manutenzione; necessitano imbiancatura e pulizia; alcuni punti del tetto lasciano penetrare acqua piovana; i liquami vengono scaricati in un fosso scoperto; la cucina è installata nel sottosuolo ed appare in pessime condizioni igienico-sanitarie ; il refettorio dei bambini più piccoli (dai tre ai sei anni) è assolutamente antigienico; alla pulizia personale di circa 200-300 bambini sono destinati appena 9 bagni a doccia, 3 a vasca, 23 gabinetti; l’infermeria è dotata di appena tre lettini e la sua attrezzatura non è adatta per interventi di pronto soccorso; vi sono tre camerate destinate a dormitori, dotate di 80 letti del tipo a castello per complessivi 160 posti letto; inoltre i letti sono addensati. Il medico scolastico riferisce, inoltre, in una sua relazione, di aver costatato che i bambini sono sporchi, con abiti in cattive condizioni e inadeguati. In molti casi, sono grottescamente infagottati in tre grembiuli, indossati uno sopra l’altro. Aggiunge, a proposito della infestazione di pidocchi manifestatasi nel 1963 d’aver constatato che i bambini erano stati sottoposti a trattamento con DDT liquido, che aveva provocato estese eruzioni allergiche del cuoio capelluto e della regione retroauricolare, che si erano impiatiginizzate. Nella prima relazione del 26.11.1961…, si dice di metodi disciplinari gravi ed inadeguati… si ribadisce che padre Leonardo attua nell’istituto il principio di giungere a Dio mediante la mortificazione; si descrive l’aspetto misero e malcurato dei bambini ospitati, si parla della ostinata opposizione di padre Leonardo alla istituzione della scuola statale. Deposizione dei bambini al dibattimento processuale: Luca, che ancora piangeva nel narrare al pubblico ministero la scena della Teofila che infieriva sul suo fratellino, cacciato nell’acqua fredda da dieci, dodici volte, con la testa in giù, sì che non poteva respirare…Cosimo descriveva Carmela mentre bastonava i bambini come una furia scatenata…, e mentre legava un bambino piccolo di statura alla spalliera del letto più alto di un castello, sì che il poverino restò quasi appeso e riusciva a toccare il pavimento solo con la punta dei piedi… e così Andrea che al dibattimento mostrava ancora visibile una cicatrice al volto, conseguenza di una ferita…Massimo.. nel riferire le solite vicende di bagni freddi, leccature di pavimento, di selvagge percosse infertegli da Teofila ha narrato che… una volta l’aveva costretto a zappare la terra; egli non ce la faceva più… allora lei lo aveva sbattuto a terra, procurandogli una ferita vicina all’occhio sinistro… ha anche mostrato al collegio la cicatrice ancora impressa sul suo volto e si è messo a piangere, commosso… Ma ecco il particolare più impressionante: allorché il pubblico ministero ebbe chiesto a Francesco se fosse vero che Carmela costringeva i bambini a leccare il pavimento, spontaneamente si alzò e, davanti al magistrato, si mise carponi e cominciò a fare dei segni sul pavimento con la lingua. Chiestogli spiegazioni rispose: “Io credevo che lei mi avesse ordinato di fare dei segni in terra, come me li faceva fare sorella Carmela”. Ed ecco Salvatore.. ha dieci anni, al tempo dei fatti solo sette. Deponendo davanti al magistrato aveva anche lui narrato soprusi e angherie di Teofila che lo aveva, diverse volte, picchiato e bastonato, gli aveva fatto un bagno freddo tenendogli la testa sott’acqua ed inoltre più volte gli aveva fatto leccare il sudiciume che era sul pavimento ed anche l’orina di altri ragazzi… Ma, al dibattimento, il piccolo non riesce a rispondere; appare sconvolto, si mette a disperatamente a piangere, tanto che, per consolarlo, viene ammessa in udienza la madre che lo ha accompagnato, perché gli stia accanto. Allora riesce a dire che ricorda di avere detto la verità al pubblico ministero.. ma non può proseguire, riesce soltanto a piangere…”Le sue lacrime, il suo silenzio, rivelano in tutta la sua incredibile profondità la tragedia dei piccoli Celestini”. Si è molto insistito da parte di alcuni difensori sulla profonda ignoranza dei prevenuti, gente rozza e incolta.. Ma tale ragionamento non regge…Anche altri membri della comunità religiosa… erano altrettanto incolti e ignoranti.. eppure rispettavano i bambini loro affidatati… Non c’è rozzezza, non c’è ignoranza o fanatismo che possa impedire a un essere umano di commuoversi di fronte a un bambino che piange. Gli imputati si rendevano perfettamente conti di agire in modo ignobile e indegno, di fare del male a bimbi innocenti, senza giustificazione. Quando giungevano i parenti delle vittime o dei visitatori importanti, essi cambiavano metodi, ostentando ipocriti sorrisi e carezze…

Tutto il rapporto può essere letto nel file allegato:

Attachments: IstitutilagerGa.doc(475Kb)
 
VisitatoreDate: Sabato, 07/11/2009, 18:19 | Message # 4
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In corso di indagini: Istituto "Sofia Idellson" (benefattrice post-terremoto 1906), Messina.
 
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