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Forum » REATI DI TRIBUNALI MINORILI E CIVILI, SERVIZI SOCIALI E ALTRE ISTITUZIONI » BAMBINI HANNO IL DIRITTO DI AVERE SIA IL PAPA' SIA LA MAMMA » P.A.S. - SINDROME DI ALIENAZIONE GENITORIALE ((Parental Alienation Syndrome))
P.A.S. - SINDROME DI ALIENAZIONE GENITORIALE
dibattitopubblDate: Giovedì, 21/05/2009, 19:30 | Message # 1
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Alcuni libri sulla tematica della PAS

Libri:

"Sindrome da Alienazione Parentale" (PAS) di Richard A. Gardner
The International Handbook of Parental Alienation Syndrome - Manuale Internazionale sulla Sindrome di Alienazione Genitoriale

* * *

Dalla separazione all'alienazione genitoriale di Adele Cavedon e Tiziana Magro e Ludovico Perulli, Franco Angeli edizioni
Un volume “operativo”, un utile strumento di approfondimento e di lavoro per psicologi giuridici e forensi, consulenti tecnici dei Tribunali, psicologi clinici e dei servizi territoriali, operatori sociali. Il testo presenta una rassegna teorico-clinica che, a partire dagli studi di Gardner, definisce il “Disturbo da Alienazione Parentale” (PAD), e spiega gli snodi da indagare e le valutazioni da condurre per identificare se si è di fronte a un caso di PAD.
A partire da una riflessione sulle conseguenze che possono sorgere nei figli, in contesti di separazione e divorzio, in seguito alla campagna denigratoria di un genitore nei confronti dell'altro - Richard A. Gardner ha parlato per primo di "Sindrome da Alienazione Parentale" (PAS) - il volume progredisce poi, attraverso i più recenti studi sull'argomento, verso un'analisi differenziale sempre più accurata di cosa sia e di cosa non sia "alienazione".
Il testo si articola in due parti: la prima presenta una rassegna teorico-clinica che, a partire dagli studi di Gardner, definisce poi il "Disturbo da Alienazione Parentale" (PAD) e altri disturbi che, pur presentando alcune affinità, non possono essere ad esso assimilati; la seconda, invece, presenta cinque casi in cui vengono illustrati, passo dopo passo, gli elementi e le valutazioni che permettono di arrivare a discriminare i casi di PAD dai casi di non PAD. Ciascun caso è arricchito dal commento del neuropsichiatra Lodovico Perulli.
Il volume si caratterizza per un taglio eminentemente "operativo", che lo rende un utile strumento di approfondimento e di lavoro per tecnici giuridici e forensi, consulenti dei Tribunali, psicologi clinici e dei servizi territoriali e operatori sociali, ma anche per i giuristi che si occupano di diritto di famiglia.

Adele Cavedon psicologa, psicoterapeuta, ricercatrice presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Padova, è responsabile del Servizio di formazione e aggiornamento in Psicologia Giuridica del LIRIPAC. Svolge attività di consulenza peritale per i tribunali. Con G. Gulotta e M. Liberatore, ha pubblicato La Sindrome da Alienazione Parentale (Giuffrè, 2008).
Tiziana Magro, psicologa, psicoterapeuta, insegna Psicologia Generale e Sociale presso l'Università degli Studi di Padova. Svolge attività di formazione e aggiornamento in Psicologia Giuridica. È consulente tecnico per i tribunali. È autrice del Manuale di psicologia generale (Led, 2005).
Lodovico Perulli è medico, specialista in neuropsichiatria infantile, docente presso la Scuola di Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile dell'Università di Padova dove è direttore sanitario del Settore Comunità per adolescenti di Codess Sociale.

Lodovico Perulli, Saggio introduttivo
Parte I. Sindrome da Alienazione Parentale e dintorni
La Sindrome da Alienazione Parentale secondo Gardner
(Gardner e la Sindrome da Alienazione Parentale (PAS); Come arrivare alla diagnosi di PAS; Il modello di intervento di Gardner; Alcune critiche mosse di Gardner)
Altre forme di ostilità verso un genitore
(Altri modi per dire Alienazione Parentale)
Alienazione versus non-alienazione
(Conseguenze e danni da Alienazione Parentale; Cosa non è Alienazione Parentale)
Verso una valutazione
(Come arrivare a una "diagnosi" di Alienazione Parentale; Linee guida generali; Intervista individuale ed approfondimenti con i minori; Approfondimenti con i genitori e l'intervista individuale; Il contesto relazionale all'interno della famiglia; Quali strumenti utilizzare?)
Parte II. I casi
Introduzione. Come utilizzare i casi proposti
Casi 1. "Il papà butta le cartacce per terra e non vogliamo andare da lui"
(Storia giudiziaria; Indagine peritale; Sintesi; Suggestion interpretativa)
Caso 2. "Papà io non ti piaccio, ma neanche tu piaci a me"
(Storia giudiziaria; Indagine peritale; Sintesi; Suggestion interpretativa)
Caso 3. Un'Alienazione Parentale molto malevola
(Storia giudiziaria; Indagine peritale; Sintesi; Suggestion interpretativa)
Caso 4. Un lupo travestito da agnello
(Storia giudiziaria; Indagine peritale; Sintesi; Suggestion interpretativa)
Caso 5. Padre e figlio per corrispondenza
(Storia giudiziaria; Indagine peritale; Sintesi; Suggestion interpretativa)
Bibliografia.

* * *

La manipolazione affettiva. Quando l'amore diventa una trappola di Nazare Aga Isabelle

* * *

L'arte di non lasciarsi manipolare. Guida pratica di Nazare Aga Isabelle
Simpatici, seducenti, riservati, sicuramente tirannici, i manipolatori adottano diverse manovre per raggiungere i propri fini. Adulandoci e affascinandoci con le loro parole, queste persone a noi vicine - i genitori, il coniuge, gli amici, i colleghi di lavoro - arrivano a colpevolizzarci e a umiliarci, a seminare in noi dubbi e inquietudini. Chi sono i manipolatori? Come fanno atenerci tra le loro grinfie? Perchè si comportano così? Ne sono coscienti? Le vittime hanno anche una loro parte di responsabilità? Come proteggerci da questi terroristi del sentimento?
In questo libro sconvolgente, Isabelle Nazare-Aga risponde a tali domande e mostra fino a che punto i manipolatori sono presenti intorno a noi:
Stranamente a questo genere di persone la società affida posizioni chiave, senza preoccuparsi dei gravi danni psicologici chhe esse possono causare ai loro concittadini.

Isabelle Nazare-Aga (Parigi 1963) è terapeuta comportamentalista e formatrice all'interno di aziende francesi e canadesi. Dilpomata in psicomotricità, è anche sofrologa e praticante della programmazione neurolinguistica. Anima seminari di affermazione di sé, di gestione dello stress e di comunicazione.

* * *

“Figli divisi – storie di manipolazione emotiva” di Amy J. L. Baker

Basato su una serie di interviste confidenziali, il libro di Amy J.L. Baker affronta il problema dalla PAS, cioè la Sindrome da Alienazione Genitoriale, sempre più al centro dell’attenzione degli psicoterapeuti che si occupano dei problemi dei figli di genitori separati.

La PAS è prodotta da una manipolazione dei figli da parte di un genitore patologico (genitore alienante): un lavaggio del cervello che porta i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato e continuo verso l’altro genitore (genitore alienato).

L’analisi, condotta dalla prospettiva dell’adulto, racconta le esperienze di coloro che durante l’infanzia sono stati istigati contro l’altro genitore. Il libro distingue tre modelli di sindrome di alienazione genitoriale, sfatando il mito che si verifichi soltanto nelle madri contro i padri in risposta alle controversie sull’affidamento dopo il divorzio. Ricorrendo alla teoria dell’attaccamento, l’autrice descrive le strategie adottate dai genitori per mettere in atto la PAS.

I casi presentati dai figli adulti, che illustrano quanto i genitori alienati hanno fatto o avrebbero dovuto fare per impedire o mitigare l’alienazione, possono fornire ai genitori attualmente alienati da un figlio lo stimolo a conservare la speranza nonostante l’intenso rifiuto di cui sono oggetto.

Un’analisi fondamentale di una sindrome ancora poco conosciuta e solo di recente entrata nel panorama di studi della psicologia italiana.

Amy J.L. Baker ha un Ph.D. in Psicologia dello Sviluppo al Teachers College, Columbia University, ed una esperienza quindicennale di ricerca sui rapporti genitore-figlio e benessere del bambino

Fonte: Adiantum

Giunti Edizioni - Pagine 344
Prezzo € 16,00
Anno: 2010

Recensione sul sito www.alienazione.genitoriale.com :

Parla la figlia di una pedo-calunniatrice alienante

Iris era una dei sette figli nati da un matrimonio instabile. Quando aveva quattordici anni la madre fece le valigie, prese i bambini e partì. Fu un viaggio di diverse centinaia di miglia, durante il quale ella raccontò loro che il padre era un pericoloso pedofilo.

«Disse che era un alcolizzato e un pedofilo e che non eravamo al sicuro con lui. Mio padre era una persona gentilissima, non avrebbe fatto del male a nessuno, tanto meno a un bambino, ma lei continuò a ripetercelo per i tre o quattro giorni che passammo in viaggio. Mio padre ci seguì fino in Oklahoma, ma noi non potemmo parlargli. Ricordo che lei si mise a insultarlo sul prato davanti a casa».

Iris non ebbe contatti con il padre per diversi anni e finì per credere che egli non le volesse bene. «Subito dopo la nostra partenza mia zia e mia nonna mi dissero che stava cercando di mettersi in contatto con me e mio fratello, ma la mamma ci convinse che non era vero e siccome era nostra madre, naturalmente le credemmo. Ero straziata. Ero così sconvolta dal fatto che non mi volesse più bene». Durante il periodo in cui i contatti cessarono, il padre le mandò dei regali tramite una zia, ma soltanto in seguito Iris ne scopri la provenienza.

Quando fu adolescente Iris scappò a casa del padre, dove rimase per un breve periodo, ed egli ebbe dunque l’opportunità di difendersi. «Mio padre mostrò una grande calma. Mio fratello ed io lo informammo di quanto sapevamo: “Questo è quanto lei ci ha ripetuto sul tuo conto in tutti questi anni e noi e gli altri ragazzi vogliamo sapere se è vero” , e gli chiedemmo di punto in bianco: “Hai fatto davvero quelle cose?”. Lui rispose tranquillamente: “No, non le ho fatte” ed aggiunse: ”Perché avrei dovuto fare del male a uno dei miei figli, quando in tutti questi anni ho fatto ogni sforzo per proteggervi?”.

Malgrado la ritrovata intimità con il padre, Iris decise di tornare a casa dalla madre. Ricordava che egli aveva detto: «Devi prendere la decisione che è giusta per te ed io rispetterò qualsiasi tua decisione». Durante l’intervista, tuttavia, ella ha confessato che avrebbe voluto che il padre fosse stato più determinato nel convincerla a non ritornare da una madre che era emotivamente rifiutante e fisicamente violenta. «Penso che se all’epoca mi avesse detto la verità sul suo conto non me ne sarei andata». Iris desiderava che le avesse detto: «Vedi, tua madre non si comporta in modo normale e quello che ti sta facendo è orribile e io non voglio che torni da lei». Ella credeva che se avesse pronunciato queste parole sarebbe rimasta con lui. «Sarei restata con lui. Se allora fosse stato sincero con me e mi avesse detto quello che pensava, sarei restata con lui».

Quando in seguito gli chiese perché non avesse cercato di impedirle di partire, egli rispose: «“Non volevo che pensassi male di tua madre. Qualunque cosa faccia, lei è tua madre ed io penso che in lei ci sia un po’ d’amore per te”. Ma io non ci ho mai creduto, né tanto meno ci credo adesso. Nessun genitore dovrebbe trattare i figli in quel modo». Iris se ne andò di nuovo da casa della madre e quella volta ne rimase lontana finché non raggiunse l’età adulta. Da quel momento riuscì a mantenere uno stretto legame con il padre fino a quando egli morì.

 
VisitatoreDate: Martedì, 07/07/2009, 00:28 | Message # 2
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LA SINDROME DI ALIENAZIONE GENITORIALE (PAS)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera
mercoledì 1 luglio 2009 alle ore 21.41

La sindrome di alienazione genitoriale (o PAS, dall'acronimo di Parental Alienation Syndrome) è una delle più gravi patologie da separazione, un disturbo psicologico che può insorgere nei figli, tipicamente a seguito del loro coinvolgimento in separazioni conflittuali non appropriatamente mediate.

A dispetto della scarsa conoscenza che attualmente se ne hanno in Italia, la PAS è oggetto di studio e ricerca in ambito scientifico e giuridico da oltre vent’anni nel mondo, ed è stata inizialmente descritta e sistematizzata in letteratura da Richard A. Gardner, scomparso nel maggio 2003.

Definizione

« Un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questo disturbo, un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (genitore alienato). Tuttavia, questa non è una semplice questione di "lavaggio del cervello" o "programmazione", poiché il bambino fornisce il suo personale contributo alla campagna di denigrazione. È proprio questa combinazione di fattori che legittima una diagnosi di PAS. In presenza di reali abusi o trascuratezza, la diagnosi di PAS non è applicabile »

La PAS è prodotta da una programmazione dei figli da parte di un genitore patologico (genitore alienante): un lavaggio del cervello che porta i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato e continuo verso l'altro genitore (genitore alienato). Le tecniche di programmazione del genitore alienante, tipicamente comprendono l’uso di espressioni denigratorie riferite all'altro genitore; false accuse di trascuratezza, violenza o abuso (nei casi peggiori, anche abuso sessuale); la costruzione di una “realtà virtuale familiare” di terrore e vessazione che genera, nei figli, profondi sentimenti di paura, diffidenza e odio verso il genitore alienato. I figli, quindi, si alleano con il genitore “sofferente”; si mostrano come contagiati da questa sofferenza ed iniziano ad appoggiare la visione del genitore alienante, esprimendo, in modo apparentemente autonomo, astio, disprezzo e denigrazione contro il genitore alienato.

La programmazione arriva spesso a distruggere la relazione fra figli e genitore alienato, perché i bambini arrivano a rifiutare qualunque contatto, anche solamente telefonico, con il genitore alienato. Perché si possa parlare di PAS, però, è necessario che l’astio, il disprezzo, il rifiuto non siano giustificati (o giustificabili) da reali mancanze, trascuratezze o addirittura violenze del genitore alienato.

Sintomi

La diagnosi di PAS si basa sull’osservazione di otto sintomi primari nel bambino. Il primo sintomo è la campagna di denigrazione, nella quale il bambino mima e scimmiotta i messaggi di disprezzo del genitore alienante verso l'altro genitore. In una situazione normale, ciascun genitore non permette che il bambino esibisca mancanza di rispetto e diffami l'altro. Nella PAS, invece, il genitore programmante non mette in discussione questa mancanza di rispetto, ma può addirittura arrivare a favorirla.

Il secondo sintomo è la razionalizzazione debole dell'astio, per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche, insensate o, anche, solamente superficiali. Ad esempio, come scrive Gardner: "non voglio vedere mio padre perché mi manda a letto troppo presto", oppure "perché una volta ha detto cazzo".

La mancanza di ambivalenza è un ulteriore elemento sintomatico, per il quale il genitore rifiutato è descritto dal bambino come "tutto negativo", mentre l'altro genitore è visto come "tutto positivo".

Il fenomeno del pensatore indipendente indica la determinazione del bambino ad affermare di essere una persona che sa pensare in modo indipendente, con la propria testa, e di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione senza influenza del genitore programmante.

L’appoggio automatico al genitore alienante è una presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore alienante, in qualunque genere di conflitto si venga a creare.

L’assenza di senso di colpa è il sesto sintomo: questo significa che tutte le espressioni di disprezzo nei confronti del genitore escluso, avvengono senza sentimenti di colpa nel bambino.

Gli scenari presi a prestito sono affermazioni del bambino che non possono ragionevolmente venirne da lui direttamente, come l'uso di parole o situazioni normalmente non conosciute da un bambino di quell'età per descrivere le colpe del genitore escluso.

Infine, l’ottavo sintomo è l'estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato, che coinvolge nell'alienazione la famiglia, gli amici e le nuove relazioni affettive (una compagna o un compagno) del genitore rifiutato.

Conseguenze

Richard Gardner afferma che l'instillazione incontrollata di PAS è una vera e propria forma di violenza emotiva, capace di produrre significative psicopatologie sia nel presente che nella vita futura dei bambini coinvolti. Gravi psicopatologie quali:

esame di realtà alterato;
narcisismo;
indebolimento della capacità di provare simpatia ed empatia;
mancanza di rispetto per l’autorità, estesa anche a figure non genitoriali;
paranoia;
psicopatologie legate all’identità di genere.

Terapie

Come qualunque altra patologia, anche la PAS può presentarsi, nel momento diagnostico, con differenti livelli di gravità (PAS di grado lieve; di grado moderato; di grado grave) a seconda dell’intensità e dell’efficacia della programmazione. È responsabilità del terapeuta scegliere l’approccio adeguato: a seconda di quanto appropriata sarà (o meno) la terapia scelta, la PAS potrà infatti evolvere:

nel senso risolutivo (scomparsa dei sintomi e remissione completa);
nel senso migliorativo (con sollievo sintomatologico e remissione parziale);
nel senso di una stabilizzazione (in costanza di gravità della sintomatologia);
nel senso peggiorativo (aggravamento della patologia, fino allo stato di “morte vivente” – Gardner - della relazione fra genitore alienato e figlio).
L’arma migliore, come per qualunque patologia, risiede però nella prevenzione: nella definizione di nuove regole del gioco. Il Dott. Gaetano Giordano afferma che è l’attuale sistema sociale di gestione del conflitto coniugale a creare il problema che vuole risolvere, e che l’unica via d’uscita è entrare in una cultura della condivisione della genitorialità: una cultura al momento fortemente ostacolata nel suo esprimersi, proprio dalle regole (e alcune volte anche dagli operatori) di un sistema che vive e guadagna del conflitto che vuole risolvere

CAUSE

Gli aspetti di genitorialità nelle separazioni potrebbero essere chiaramente definiti, se si potesse comprendere appieno il concetto che, nella famiglia, esistono due “entità di coppia”, distinte per diritti, doveri e responsabilità reciproche: la “coppia coniugale” e la “coppia genitoriale”. Il “conflitto coniugale”, quindi, non necessariamente può (o deve) scatenare anche un “conflitto genitoriale”, ed eventuali contrasti fra le due entità potrebbero essere affrontati con l'ausilio della mediazione familiare. Sono le attuali regole che governano l’evento separazione a creare il problema. Per governare il mondo degli affetti ci si appoggia ad un “sistema globale degli antagonismi”; a meccanismi di conflitto giudiziario; ad una "verità processuale" con tanto di parte vincente contrapposta a parte soccombente. L’istituto dell’affido monogenitoriale, così largamente utilizzato nel passato con il 90% di affidamenti esclusivi alla madre, è un elemento che rafforza la prospettiva in termini di vincitore e vinto. Gli effetti della nuova legge sull'affido condiviso dei figli sono (al settembre 2006) tutt'ora da verificare. Anche se l'affidamento ad un solo genitore pare, in alcune regioni italiane, una soluzione ormai residuale, esiste comunque spesso la figura di "genitore residente".

Nel contesto giudiziario e, più in generale, all'interno del “sistema globale degli antagonismi”, i figli assumono spesso il ruolo dei civili inermi in una guerra di dominio: veri sconfitti di una visione ideologica che individua un nucleo coniuge/genitore/figli nel ruolo della vittima ed il coniuge/genitore soccombente nel ruolo del carnefice violento e crudele. Un distacco dalla realtà degli affetti genitoriali, che può scatenare la Sindrome di Alienazione Genitoriale quando un genitore arriva a percepire i figli come non-persone: come mezzi, cioè, per acquisire maggior potere nel conflitto, oppure come strumento per dare sfogo e soddisfazione a sentimenti di rabbia e disagio propri della sola “coppia coniugale”. È il passaggio all’atto, il superamento della percezione e la perdita dei confini del sé, l’uso diretto dei figli come arma nel conflitto della “coppia coniugale”, uno dei fattori che può portare all’insorgenza della PAS.

 
dibattitopubblDate: Venerdì, 09/10/2009, 02:40 | Message # 3
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Introduzione e commenti sulla PAS

La Sindrome da Alienazione Parentale. Seconda Edizione
CressKill, NJ: Creative Therapeutics, Inc.
Traduttrice: dott.ssa Rosa Polizzi

http://soalinux.comune.firenze.it/crescer....r98.htm
Crescere Insieme www.crescere-insieme.org

Definizione della Sindrome da alienazione parentale

Dagli anni settanta si assiste ad un proliferare di controversie sulla custodia dei figli che non ha precedenti nella storia.
Questo aumento e’ stato innanzi tutto il risultato di due recenti sviluppi nel campo delle cause per affidamento, cioè la sostituzione del principio (o presunzione) della tenera età con quello dell’interesse prevalente del bambino e l’aumentata popolarità del concetto di affidamento congiunto. Si partiva dal presupposto che le madri, in virtù del fatto che sono donne, fossero intrinsecamente superiori agli uomini come educatrici dei figli. Di conseguenza il padre doveva fornire al tribunale prove convincenti di gravi deficienze da parte della madre prima che il tribunale prendesse in seria considerazione l’assegnazione dello status di affidatario al padre. Con la sostituzione del principio dell’interesse prevalente del bambino al principio della tenera età fu data istruzione ai tribunali di ignorare il sesso nel prendere in considerazione l’affidamento e di valutare solo le capacità genitoriali, specialmente quei fattori che fossero connessi all’ interesse prevalente del bambino. La conseguenza del cambiamento e’ stata un proliferare di cause per affido poiché i padri così avevano una maggiore opportunità di ottenere lo status di affidatario. Presto venne di moda il concetto di affidamento congiunto che erodeva ancora il tempo concesso alle madri affidatarie da trascorrere con i figli. Ancora una volta questo cambiamento portava ad un aumento e intensificazione delle cause per l’affido.
In relazione al proliferare di cause per affido si e’ visto un drammatico aumento di un disturbo raramente riscontrato in precedenza, un disturbo che io chiamo SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE. In questo disturbo vediamo non solo la programmazione (lavaggio del cervello) del bambino da parte di un genitore per denigrare l’altro genitore, ma contributi dello stesso bambino a sostegno della campagna di denigrazione del genitore che tende ad estraniare contro il genitore estraniato. A causa del contributo del bambino non ho considerato adatti i termini lavaggio del Icervello, programmazione o altri equivalenti. Di conseguenza nel 1985 ho introdotto l’espressione SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE per includere questi due fattori concomitanti. Pertanto suggerisco questa definizione della sindrome da alienazione parentale: la sindrome da alienazione parentale e’ un disturbo che insorge essenzialmente nel contesto di controversie per l’affidamento dei figli. La sua principale manifestazione e’ la campagna di denigrazione da parte del bambino nei confronti di un genitore, una campagna che non ha giustificazione. Essa deriva dall’associarsi dell’indottrinamento da parte di uno dei genitore che programma (fa il lavaggio del cervello) e il contributo personale del figlio alla denigrazione del genitore che costituisce l’obiettivo di questa denigrazione. In presenza di abusi veri o di abbandono da parte del genitore, tale animosità può essere giustificata e in questo caso non e’ possibile utilizzare la PAS come spiegazione dell’animosità del bambino.

LA PAS NON E’ LA STESSA COSA DEL LAVAGGIO DEL CERVELLO

E’ stata una sorpresa per me trovare un’errata interpretazione nella definizione della PAS in testi sia legali che di igiene mentale. In particolare ci sono molti che usano l’espressione come sinonimo di lavaggio del cervello o condizionamento da parte di un genitore. Non si fa riferimento al contributo personale del bambino alla vittimizzazione del genitore designato come bersaglio. Coloro che commettono questo errore non hanno afferrato un elemento estremamente importante che riguarda l’eziologia, le manifestazioni e anche la cura della PAS. L’espressione PAS si riferisce soltanto alla situazione in cui la programmazione parentale si unisce alla rappresentazione da parte del bambino del disprezzo nei confronti del genitore denigrato. Se avessimo a che fare solo con l’indottrinamento da parte del genitore avrei semplicemente conservato le espressioni lavaggio del cervello e/o programmazione. Poiché la campagna di denigrazione implica la suddetta combinazione, ho ritenuto che fosse giustificata una nuova espressione che abbracciasse entrambi i fattori contributivi. Inoltre e’ stato il contributo del bambino che mi ha portato al concetto della eziologia e patogenesi del disturbo. La comprensione del contributo del bambino e’ importante nella realizzazione delle indicazioni terapeutiche descritte in questo libro.

LA RELAZIONE TRA LA PAS E LA VERA E PROPRIA VIOLENZA E/O ABBANDONO

Sfortunatamente l’espressione PAS e’ spesso usata per far riferimento all’animosità che il bambino può nutrire contro un genitore che ha effettivamente usato violenza sul bambino, specialmente per un lungo periodo. L’espressione e’ stata usata in riferimento alle categorie principali di violenza da parte di un genitore: fisica, sessuale ed emozionale. Tale uso indica un’errata comprensione della PAS. L’espressione PAS si può usare solo quando il genitore “bersaglio” non ha evidenziato nessun atteggiamento prossimo al grado di comportamento alienante che potrebbe giustificare la campagna di denigrazione messa in atto dal bambino. Piuttosto, in casi tipici, la maggioranza degli esaminatori giudicherebbe il comportamento del genitore preso di mira normale e affettuoso o, nel peggiore dei casi, lievemente carente nella capacità genitoriale. E’ l’esagerazione di difetti e manchevolezze di scarsa importanza che è il marchio della PAS. Quando esiste vera e propria violenza, allora l’alienazione di risposta da parte del bambino e’ giustificata e non e’ applicabile la diagnosi di PAS.
I genitori programmatori che sono accusati di provocare la PAS nei loro figli sostengono talvolta che la campagna di denigrazione da parte dei figli e’ giustificata dalla autentica violenza e/o negligenza da parte del genitore denigrato.
Accade che questi genitori “indottrinanti’ sostengano che la controaccusa da parte del genitore bersaglio che il genitore programmatore induca la PAS, sia una copertura, una manovra diversiva , ed indichi il tentativo da parte del genitore denigrato di gettare una cortina fumogena sopra le violenze e/o la negligenza che hanno giustificato l’astio del bambino. Vi sono dei genitori che usano davvero violenza e/o trascurano il bambino, i quali negano le loro violenze e spiegano l’animosità del bambino come programmata da parte dell’altro genitore. Questo non esclude l’esistenza di genitori veramente innocenti che sono davvero vittimizzati da una ingiustificata campagna di denigrazione. Quando si verificano tali accuse incrociate, cioè autentica violenza e/o negligenza contro autentica PAS, e’ necessario che l’esaminatore conduca una ricerca dettagliata per controllare a quale categoria appartengano le accuse del bambino, cioè, autentica PSA o autentica violenza e/o negligenza. In alcune situazioni questa differenziazione può non essere facile, specialmente quando vi e’ stata della violenza e/o negligenza e la PAS e’ stata sovrapposta con la conseguenza di una disapprovazione superiore a quella giustificata dalla situazione. Per questo motivo e’ spesso cruciale una indagine attenta per fare una diagnosi esatta. Colloqui congiunti con tutte le parti in causa in tutte le combinazioni possibili di solito aiutano a scoprire la verità in situazioni del genere.

LA PAS COME FORMA DI VIOLENZA SUI BAMBINI

E’ importante che chi conduce l’esame si renda conto che un genitore che inculca la PAS in un bambino commette una forma di violenza emozionale in quanto questa programmazione può produrre nel bambino non solo una alienazione permanente da un genitore affettuoso, ma anche turbe psichiatriche. Un genitore che programma sistematicamente un bambino per spingerlo ad una condizione di continua denigrazione e rifiuto di un genitore affettuoso e devoto rivela un totale disprezzo per il ruolo che il genitore alienato ha nell’educazione del bambino. Il genitore alienante determina la rottura di un legame psicologico che potrebbe, nella maggioranza dei casi, rivelarsi di grande importanza per il bambino, nonostante la separazione o il divorzio dei genitori. Questi genitori che esibiscono questi comportamenti alienanti, rivelano un grave deficit nel loro ruolo genitoriale, un deficit che dovrebbe essere preso in seria considerazione dal tribunale nel decidere lo stato di primo affidatario. La violenza fisica e/o sessuale nei confronti di un bambino sarebbe prontamente considerata dal tribunale motivo per assegnare la custodia primaria al genitore che non ha commesso la violenza. La violenza emozionale e’ molto più difficile da giudicare obbiettivamente, specialmente perché molte forme di violenza emozionale sono sottili e difficili da verificare in un tribunale. Tuttavia la PAS è spessissimo identificata prontamente, e i tribunali farebbero bene a considerarne la presenza come manifestazione di violenza emozionale da parte di un genitore programmatore.
Di conseguenza i tribunali, quando valutano i pro e i contro del trasferimento di custodia, fanno bene a ritenere che il genitore che programma una PAS dimostra un grave deficit parentale. Non intendo suggerire che un genitore che provoca una PAS debba essere automaticamente privato della custodia primaria, ma solo che questo atteggiamento debba essere considerato un grave deficit della capacità parentale, una forma di violenza emozionale, e che ad esso sia data seria considerazione quando viene valutata la decisione sulla custodia. In questo libro io do indicazioni specifiche riguardo alle situazioni in cui tale trasferimento non solo e’ auspicabile, ma anche cruciale per proteggere i figli dall’alienazione perenne dal genitore bersaglio.

“LA PAS NON ESISTE PERCHE’ NON E’ NEL DSM-IV”

Ci sono alcuni, specialmente l’accusa nelle cause per affidamento, che affermano che non esiste un’entità come la PAS, che e’ solo una teoria , o che e’ la “teoria di Gardner ”. Alcuni sostengono che ho inventato la teoria , sottintendendo che si tratta del frutto della mia immaginazione. L’argomento principale addotto a giustificazione di questa posizione e’ che non appare nel DSM-IV. I comitati del DSM sono comprensibilmente abbastanza conservatori riguardo all’inclusione di fenomeni clinici descritti di recente e richiedono molti anni di ricerche e pubblicazioni prima di prendere in considerazione l’inclusione di un disturbo, e questo e’ giusto. La PAS esiste! Qualunque avvocato coinvolto in cause di affidamento può testimoniarlo. Professionisti di salute mentale e legali devono averla osservata. Può darsi che non abbiano voglia di riconoscerla. E’ possibile che le diano un altro nome (come “alienazione parentale”). Ma ciò non ne esclude l’esistenza. Un albero esiste come albero a prescindere dalle reazioni di quelli che lo guardano. Un albero esiste anche se altri potrebbero dargli un altro nome. Se un dizionario scegliesse di omettere la parola “albero“ dalla sua compilazione di parole, ciò non significherebbe che l’albero non esiste. Significa solo che le persone che hanno scritto quel libro hanno deciso di non includere quella parola particolare. Allo stesso modo, se qualcuno guarda un albero e dice che quell’albero non esiste, ciò non lo fa sparire. Indica soltanto che l’osservatore, per una ragione qualsiasi, non vuole vedere ciò che è proprio davanti a lui. Riferirsi alla PAS come ad una teoria o alla “teoria di Gardner” implica la non esistenza del disturbo. Implica che si tratta del frutto della mia immaginazione e che non ha basi nella realtà. Dire che la PAS non esiste perché non e’ elencata nel DSM-IV e’ come dire nel 1980 che l’AIDS non esiste perché non e’ in elenco nei normali testi medici di diagnostica. La PAS non e’ una teoria ma un fatto. Le mie idee sulla sua eziologia e la sua psicodinamica potrebbero pure essere chiamate teoria. La domanda cruciale dunque e’ se la mia teoria relativa all’eziologia e alla psicodinamica della PAS sia ragionevole, e se le mie idee siano compatibili con i fatti. Sta ai lettori di questo libro deciderlo.
Ma innanzi tutto perché questa controversia? Quanto all’esistenza o meno della PAS, di solito non troviamo controversie del genere a proposito della maggioranza di altre entità in psichiatria. Gli operatori possono avere opinioni diverse sulla eziologia e la cura di un particolare disturbo psichiatrico, ma c’e’ di solito un certo consenso sulla sua esistenza. Dovrebbe esser il caso di un disturbo relativamente “puro” come la PAS, un disturbo che e’ facilmente diagnosticabile a causa della somiglianza dei sintomi nei bambini quando si mettono a confronto due famiglie diverse.
Nel corso degli anni ho ricevuto lettere da persone che hanno detto sostanzialmente: “Il suo libro sulla PAS e’ inquietante. Lei non mi conosce, eppure mi e’ sembrato di leggere la biografia della mia famiglia. Lei ha scritto il suo libro prima che cominciassero tutti questi problemi nella mia famiglia. E’ come se avesse previsto quello che sarebbe accaduto.” Perché dunque tutta questa disputa sull’esistenza o meno della PAS?
Una spiegazione sta nella situazione in cui la PAS nasce: controversie feroci per l’affidamento dei figli. Quando viene portato davanti ad un tribunale un problema nel corso di un procedimento accusatorio, e’ necessario che una parte prenda la posizione opposta all’altra per poter prevalere in quel tribunale. E’ verosimile che un genitore accusato di provocare la PAS in un bambino assuma un avvocato che può invocare l’argomento che una cosa come la PAS non esiste. E se questo avvocato può dimostrare che la PAS non e’ elencata nel DSM-IV, allora la posizione si può considerare ”provata”. Per me, l’unica cosa che questo prova e’ che il DSM-IV non ha ancora messo la PAS in lista. Prova anche i livelli a cui i membri della professione legale si abbassano per sostenere zelantemente la posizione del loro cliente, non importa quanto ridicoli siano i loro argomenti e quanto siano distruttivi per i bambini.
Un fattore importante che spiega la mancata elencazione della PAS nel DSM-IV, e’ legato a problemi politici.
Non e’ probabile che argomenti “caldi” o “controversi” ottengano il consenso che problemi più neutri godono.
Come dimostrerò più sotto, la PAS e’ stata trascinata nell’arena politico-sessuale, e coloro che volessero appoggiare la sua inclusione nel DSM-IV si troverebbero probabilmente invischiati in violente controversie e oggetto di disprezzo, di rifiuto e di derisione. La via più facile quindi e’ evitare di essere coinvolti in dispute così infiammate, anche se ciò vuol dire omettere dal DSM uno di disturbi più comuni dei bambini.
La PAS e’ un disturbo relativamente distinto ed e’ più facilmente diagnosticato di molti altri disturbi del DSM-IV. In questo momento escono articoli e viene sempre più citato nelle decisioni dei tribunali. Nel corso di questo libro verranno citati articoli sulla PAS nella letteratura scientifica. Inoltre appaiono con sempre maggiore frequenza decisioni di tribunali in cui e’ citata la PAS. Io continuo ad elencarle nel mio sito WEB via via che appaiono. La mia speranza e’ che quando verranno formati i comitati per la preparazione del DSM-IV, il comitato o comitati che prenderanno in esame l’inclusione, ritengano opportuno inserire la PAS e abbiano il coraggio di opporsi a chi fa resistenza per il bisogno di negare la realtà del mondo, quale che sia il motivo. Può interessare il lettore notare che se la PAS alla fine viene inclusa nel DSM, il suo nome sarà cambiato e verrà incluso il termine disturbo, l’etichetta corrente usata per le malattie psichiatriche che permettono l’inclusione. Potrebbe benissimo prendere il nome di “ disturbo di alienazione parentale .”

LA SINDROME DI ALIENAZIONE PARENTALE NON E’ UNA SINDROME

Ci sono alcuni che sostengono che la PAS non e’ veramente una sindrome. Questa critica, come molte, si sente specialmente in tribunale nel contesto di cause per l’affidamento dei figli.
E’ un argomento spesso sostenuto da coloro che sostengono che la PAS non esiste. La PAS è un disturbo molto specifico. Una sindrome è, per definizione medica, un gruppo di sintomi che si presentano insieme e che caratterizzano un disturbo specifico. I sintomi, per quanto apparentemente disparati, possono essere raggruppati insieme per una eziologia comune o una causa basilare sottostante. Inoltre c’è compattezza riguardo a questo gruppo in quanto la maggioranza, se non tutti i sintomi, appaiono insieme. Di conseguenza c’è una specie di purezza che una sindrome possiede che non si può trovare in altre sindromi. Per esempio una persona che soffre di polmonite da pneumococco può avere dolori al petto, tosse, espettorato purulento e febbre. Tuttavia un singolo individuo può anche avere la malattia senza che si manifestino tutti questi sintomi. La sindrome è più spesso “pura” perché la maggior parte dei sintomi, se non tutti, prevedibilmente si manifestano. Un esempio è la sindrome di Down, che include una schiera di sintomi apparentemente disparati che non sembrano avere un legame in comune. Questi includono: ritardo mentale, espressione facciale di tipo mongoloide, labbra pendule, occhi obliqui, mignolo corto e pieghe caratteristiche nel palmo della mano. C’è qui una compattezza in quanto coloro che soffrono della Sindrome di Down spesso si assomigliano moltissimo e, tipicamente, evidenziano tutti questi sintomi. L’eziologia comune di questi sintomi disparati è correlata ad una specifica anormalità cromosomica. E’ questo fattore genetico che è responsabile del collegamento fra questi sintomi apparentemente disparati. C’è dunque una causa primaria, basilare della Sindrome di Down: una anormalità genetica. Allo stesso modo la PAS è caratterizzata da un gruppo di sintomi che di solito appaiono insieme nel bambino, specialmente nei casi di media e grave entità. Questi includono:
1. Una campagna di denigrazione.
2. Razionalizzazioni deboli, assurde o futili per spiegare la denigrazione.
3. Mancanza di ambivalenza.
4. Il fenomeno del “pensatore indipendente”
5. Sostegno al genitore alienante nel conflitto parentale
6. Assenza di senso di colpa riguardo alla crudeltà verso il genitore alienato e
alla sua utilizzazione nel conflitto legale.
7. La presenza di sceneggiature “prese a prestito”
8. Allargamento dell’animosità verso gli amici e/o la famiglia estesa del genitore alienato.
Generalmente i bambini che soffrono della PAS manifestano la maggior parte di questi sintomi o anche tutti. Ciò accade, in modo quasi uniforme, nei casi di media e grave entità. Tuttavia nei casi lievi è possibile che non tutti gli otto sintomi siano evidenti. Quando i casi lievi si aggravano è altamente probabile che la maggior parte dei sintomi o tutti si manifestino. Questa compattezza ha come conseguenza che tutti i bambini che soffrono di PAS si rassomiglino. E’ a causa di queste considerazioni che la PAS è una diagnosi relativamente “pura” che può facilmente essere fatta da coloro che non abbiano qualche motivo per non voler vedere quello che è proprio davanti a loro. Come per altre sindromi, c’è una causa alla base: una programmazione da parte di un genitore alienante con contributi da parte del bambino programmato. E’ per questo motivo che la PAS è davvero una sindrome, ed è una sindrome secondo la migliore definizione medica del termine.

CHI DIAGNOSTICA LA PAS E’ SESSISTA

Un altro motivo alla base della controversia riguardante l’esistenza della PAS è collegato al fatto che, nella stragrande maggioranza delle famiglie è la madre il programmatore più probabile e il padre la vittima della campagna di denigrazione. Sin dai primi anni 80, quando ho cominciato a osservare questo disturbo, ho rilevato che, nell’85 – 90 % dei casi nei quali sono stato coinvolto, la madre è il genitore alienante e il padre il genitore alienato. Per semplicità di comunicazione ho dunque usato spesso il termine madre per riferirmi all’alienatore e il termine padre per riferirmi al genitore alienato. Di recente ho condotto un’indagine informale tra circa 50 professionisti di salute mentale e legali che sapevo essere a conoscenza della PAS e avere a che fare con famiglie di questo tipo. Ho rivolto una semplice domanda: qual’è la proporzione delle madri rispetto ai padri che sono validi programmatori della PAS? Le risposte oscillavano da un 60 al 90 % dei casi in cui le madri erano alienatori primari. Solo una persona sosteneva un rapporto di 50 /50, e nessuno sosteneva che si trattava del 100 % delle madri. Nell’edizione del 1998 del mio libro LA SINDROME DI ALIENAZIONE PARENTALE, specialmente nel quinto capitolo, parlo di questa differenza di genere con maggiori dettagli e fornisco riferimenti alla letteratura scientifica che conferma la preponderanza delle madri sui padri nell’indurre la PAS con successo sui figli. Negli ultimi anni è diventato “politicamente rischioso“ e persino “politicamente scorretto“ descrivere le differenze di genere. Queste differenziazioni sono accettabili per disturbi come il cancro al seno e le malattie dell’utero e delle ovaie. Ma quando ci si muove nel campo degli schemi della personalità e delle turbe psichiatriche, si può essere marchiati come “ sessisti “, a prescindere dal proprio sesso. E questo accade specialmente se è un uomo a sostenere la maggiore probabilità di prevalenza di un disturbo psichiatrico tra le donne. L’avere affermato che è molto più probabile che sino le donne piuttosto che gli uomini a provocare la PAS, mi ha esposto a queste critiche. Il fatto che la maggior parte degli altri professionisti che si occupano di controversie sull’affidamento dei figli abbiano fatto la stessa affermazione non mi protegge dalla critica che si tratta di un’affermazione sessista. Il fatto che io raccomandi che sia comunque affidata la custodia primaria alla maggioranza delle madri che provocano la PAS non sembra proteggermi da questa critica. La mia posizione fondamentale è sempre stata nel dare un’indicazione a favore della custodia primaria è che i bambini siano di preferenza assegnati al genitore con cui hanno il legame psicologico più forte e più sano. Poiché la madre è stata spessissimo la custode primaria e poiché è disponibile nei confronti dei figli più spesso del padre ( non faccio commenti sulla positività o negatività della cosa, dico solo che le cose stanno così), è molto spesso designata dai tribunali come custode primario preferibile. ( o affidatario n.d.t.) In qualche modo questa posizione è stata trasformata da alcuni critici in sessismo contro le donne.

LA SINDROME DI ALIENAZIONE PARENTALE E LE ACCUSE DI VIOLENZA SESSUALE

Una falsa accusa di violenza sessuale è talvolta considerata un derivato o effetto della PAS. Un’ accusa di questo genere può servire come arma estremamente efficace nelle cause per l’affidamento. Ovviamente la presenza di tali false accuse non preclude l’esistenza di autentica violenza sessuale, anche nel contesto della PAS.
In anni recenti alcuni osservatori hanno usato l’espressione PAS per riferirsi ad una falsa accusa di violenza sessuale nel contesto di una controversia per l’affidamento. In alcuni casi le due espressioni sono usate come sinonimi. Questa è una percezione erronea della PAS. Nella maggior parte dei casi in cui è presente la PAS, non viene mossa alcuna accusa di violenza sessuale. In alcuni casi, comunque, specialmente dopo che alcune manovre di esclusione sono fallite, emerge l’accusa di abuso sessuale. L’accusa di violenza sessuale, dunque, è spesso una conseguenza o derivato della PAS ma certamente non è un sinonimo. Inoltre vi sono casi di divorzio in cui l’accusa di violenza sessuale può presentarsi senza una preesistente PAS. In tali circostanze, naturalmente, si deve prendere in seria considerazione la possibilità che vi sia stata violenza sessuale, specialmente se l’accusa è precedente alla separazione coniugale.
Un altro fattore attivo nel bisogno di negare la PAS e di relegarla al livello di teoria, è il suo collegamento con le accuse di violenza sessuale. Nel corso di questo libro faccio frequente menzione del fatto che l’accusa di violenza sessuale è una conseguenza possibile o derivato della PAS. Secondo la mia esperienza l’accusa di violenza sessuale non è presente nella maggior parte dei casi di PAS. Ci sono alcuni tuttavia, che equiparano la PAS all’accusa di violenza sessuale o ad una falsa accusa di violenza sessuale. Per mia esperienza quando nel contesto di una PAS emerge un’accusa di violenza sessuale, specialmente dopo il fallimento di una serie di manovre di esclusione, è molto più probabile che l’accusa sia falsa che vera. Sostenere che un’accusa di violenza sessuale possa essere falsa è anche politicamente rischioso in anni recenti e “politicamente non corretto”. Quelli di noi che hanno resistito e hanno sostenuto questa affermazione, sia all’interno che all’esterno del campo della PAS, sono stati soggetti a critiche enormi, spesso infiammate e irrazionali. Per mia esperienza è più probabile che le accuse di violenza sessuale, che sorgono nel contesto di situazioni di PAS, siano dirette verso uomini piuttosto che donne. Di conseguenza, in caso di violenza sessuale nel contesto di controversie per l’affidamento, di solito testimonio a favore dell’uomo. Ciò, chissà perché, prova che io sono “sessista”. Il fatto che io abbia spessissimo testimoniato a sostegno delle donne nell’indicare la designazione del genitore affidatario, anche quando c’è stata un’accusa di violenza sessuale, non sembra scacciare questa leggenda.

LA SINDROME DI ALIENAZIONE PARENTALE E L’ “ALIENAZIONE PARENTALE”

Vi è chi usa l’espressione “alienazione parentale” invece di “sindrome da alienazione parentale”. Di solito si tratta di individui che sanno dell’esistenza della sindrome da alienazione parentale ma vogliono evitare di usare l’espressione perché in alcuni circoli può essere considerata “ politicamente scorretta ”. Ma descrivono fondamentalmente la stessa entità clinica. Vi sono altri che usano l’espressione “sindrome da alienazione parentale “ ma evitano accuratamente di menzionare il mio nome in associazione ad essa per timore di essere in qualche modo contaminati. Purtroppo la sostituzione dell’espressione “ alienazione parentale “ al posto di “sindrome da alienazione parentale “ può causare confusione. Alienazione parentale è un’espressione più generica, mentre la “ sindrome da alienazione parentale “ è una sottospecie molto specifica di “ alienazione parentale “. L’alienazione parentale ha molte cause, per esempio l’essere trascurati da un genitore, violenza ( fisica, emozionale e sessuale), abbandono, e altri comportamenti alienanti dei genitori. Tutti questi comportamenti da parte di un genitore possono causare alienazione nei figli. La sindrome da alienazione parentale è una sottocategoria specifica di alienazione parentale che è causata dall’associazione della programmazione parentale e dai contributi del figlio, e si osserva quasi esclusivamente nel contesto di controversie legali sull’affidamento. E’ questa particolare associazione che permette la denominazione di “ sindrome da alienazione parentale “. Cambiare il nome di un’entità a causa di considerazioni politiche o altre considerazioni irragionevoli di solito fa più male che bene.

I seguenti miei articoli sulla PAS sono stati pubblicati sulle seguenti riviste:
 Gardner, R. A. (1985), Recent trends in divorce and custody litigation. The Academy Forum, 29(2)3-7. New York: The American Academy of Psychoanalysis.
 Gardner, R. A. (1987), Child Custody. In Basic Handbook of Child Psychiatry, ed.J.Noshpitz, Vol. V, pp. 637- 646. New York: Basic Books, Inc.
 Gardner, R. A. (1987), Judges interviewing children in custody/visitation litigation. New Jersey Family Lawyer, 7(2):26ff.
 Gardner, R. A. (1991), Legal and psychotherapeutic approaches to the three types of parental alienation syndrome families: when psychiatry and the law join forces. Court Review, 28(l):14-21.
 Gardner, R. A. (1994), The Detrimental Effects on Women of the Misguided Gender Egalitarianism of Child-Custody Dispute Resolution Guidelines. The Academy Forum. 38 (1/2): 10-13. New York: The American Academy of Psychoanalysis.
 Gardner, R. A. (1997), Recommendations for Dealing with Parents Who Induce a Parental Alienation Syndrome in Their Children. Issues in Child Abuse Accusations, 8(3):174-178.
 Gardner, R. A. (1998), Recommendations for Dealing with Parents Who Induce a Parental Alienation Syndrome in Their Children. Journal of Divorce & Remarriage, 28 (3/4):1-23.
 Gardner, R. A. (1999), Differentiating between the parental alienation syndrome and bona fide abuse/neglect. American Journal of Family Therapy, 27(2):97-107.
 Gardner, R.A.(1999), Family Therapy of the Moderate Type of parental Alienation Syndrome. The American Journal of Family Therapy, 27(3):195-212.
 Gardner, R.A.(1999), The Recent Gender Shift in PAS Indoctrinators. Women in Psychiatry (A publication of the Association for Women Psychiatrists).

 
VisitatoreDate: Giovedì, 29/10/2009, 13:09 | Message # 4
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Tesi di laurea LA SINDROME DI ALIENAZIONE GENITORIALE presentata da Bénédicte Goudard all'università Claude Bernard Lyon 1 del 22/10/2008

http://www.figlinegati.it/images/Doctorat%20M%C3%A9decine%20-%20le%20Syndrome%20d%27Ali%C3%A9nation%20Parentale.pdf - versione in lingua originale (francese)

http://www.figlinegati.it/images/news-novembre2008-TesiLaureaSAPBGoudard-it.pdf - versione in italiano

Attachments: TesiLaurea_PAS.pdf(617Kb)
 
Eugenio_TravaglioDate: Lunedì, 16/11/2009, 06:16 | Message # 5
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Una lettera di una madre disperata

Sono una madre disperata abbandonata non soltanto da "un marito" ma dalla mia amata figlia.
Con il cuore in mano che scrivo, un cuore squarciato e straziato e non solo per le ingiustizie le cattiverie le violenze morali e i danni esistenziali, menzogne calunnie e quant'altro subite, ma anche per l'amore non corrisposto.
Mia figlia non c'è più, me l'hanno portata via perchè dicono che accusava il suo disagio accusandomi di falsi e illogici maltrattamenti. Dicono che mia figlia ha chiesto di voler andarsene via, mi rifiutava come madre una madre con tutte le attenzioni le premure l'affetto che le ha dato tutta una vita rinunciando anche a se stessa per donarle la felicità di cui ha il diritto di avere.
Ora non la riconosco più: è come alienata. Ma forse lei stessa non mi riconosce più come madre.
Mi sento un genitore rifiutato! Ma questa è stata la mia scelta prioritaria nella società: un genitore presente
che ha un grande valore per la famiglia, che si occupa dell'educazione morale dei figli, che insegna l'amore, la pace l'unione in difesa della propria famiglia, una famiglia di cui una figlia ha il sacro diritto di beneficiare.
Purtroppo sembra una meta irraggiungibile e ne rimango atterrita sconvolta delusa e profondamente addolorata,
ma con tutte le avversità non mollo perchè ho sempre creduto in quello che faccio in nome dell'amore e della
mia famiglia.
Qualcuno ha ulteriormente drammatizzato, recato provocato un vero conflitto!!! Qualcuno che ha attentato la mia vita con presunzione e subdola competenza riguardo le misure da prendere riguardo mia figlia.

Non mi danno neanche il tempo di respirare, mi opprimono mi ostacolano mi perseguitano,
mi umiliano mi giudicano mi offendono, con domande indiscrete e intimidatorie, con pregiudizi subdoli e raffinata ferocia che io ho inteso molto bene riguardo a
queste presunte assistenti sociali, educatrici, psicologhi............
Prevaricano, convinte di avere ogni presunta ragione con il pretesto di "volevano aiutarmi" e interferire nella delicatissima personale e unica mia situazione esistenziale-famigliare a loro parere facilmente risolvibile come del resto avranno sempre fatto attuando gli stessi precari criteri (per loro universali e adattabili a tutti " misura unica"!!!). Questa è degradazione sociale!!! Vergogna!
Questa non è altro che violenza morale e psicologica in aggiunta a tutte quelle che ho sempre subito.

Questa é la Legge? Questa è la giustizia? Allora mi ritiro dalla società e
preferisco risolvere, e, mi sembra giusto, gestire i miei problemi e la mia vita da sola
meglio di qualsiasi altro potrebbe fare. Come essere umano so anche sbagliare da sola!!! Con consapevolezza e responsabilità semmai. Ora sembra di non essere neanche più padrona della mia vita!
Ma è con estremo dolore che sto provando a scrivere e chiedere aiuto anche se non riuscirò a spiegarmi bene quanto accaduto nella mia vita da quando certe "sinistre" persone
hanno messo piede in casa mia , assistenti sociali, educatori psicologi........
con il presupposto di volermi aiutare a risolvere il "conflitto" con mia figlia.
Con il pretesto che mia figlia si ostinava a accusarmi di certe cose contro di me
contro sua madre, è orribile, non credo ai miei occhi, è anomalo, come se ci fosse qualcuno che l'abbia aiutata a evidenziarle, alterarle, assecondandola in maniera subdola, colpevolizzandomi e suscitando odio e disprezzo a mia figlia verso di me, quando a suo tempo dimostrava già i suoi atteggiamenti di sfida, ribelli e oltraggiosi, quando non ascoltava più le mie parole, le mie raccomandazioni e non rispondeva più ne ai doveri ne agli affetti aggredendomi verbalmente, come tutt'ora si ostina a fare. Il sacro santo dovere di correggere i figli spetta genitori in primis ma correggere non vuol dire maltrattare, ma bensì aver cura della crescita morale dei figli per il loro interesse: questo è amore!
Tengo a dire che una figlia per quanto possa essere ribelle, disubbidiente anche se le manca un genitore (padre) deve comunque imparare
a risolvere i suoi problemi con i propri genitori perchè spetta a loro farlo ed è con loro e con se stessa
che deve fare i conti prima o poi ed io non sono mai venuta meno al dialogo con mia figlia . Nessuno può interferire a riguardo se non con dovuta cautela e rispetto verso chi ne viene a priori invece di togliere l'autorità e la patria potestà del genitore come
stanno cercando di fare. E' ovvio che la figlia stava attraversando un momento critico, la perdita, l'abbandono, l'alienazione
da parte del padre già protratta e questo loro dovrebbero da brave psicologhe averlo appurato ma non si sono mai pronunciano in merito. Ora sono passate all'esecuzione e chi tiene il gioco è l'assistente sociale con le sue complici collaboratrici. Mentre il padre a suo tempo già non interveniva più e veniva meno a l'educazione nei riguardi della stessa.
E poi cercano di giustificare ( con coercizione) mia figlia mentre soltanto io, la madre, devo semmai giustificare mia figlia, io come madre premurosa so fin troppo bene quello che faccio valutando e ponderando bene il quanto il come e il perchè! Ma qui si stanno invertendo i ruoli! Non riesco a capire lo scopo e l'interesse che hanno da parte loro con questa storia: è assolutamente una menzogna!!!...e gratuita.
Queste persone hanno agito occultamente. Vengo a sapere ora che mia figlia da più di un anno
è stata sottoposta a interventi da parte di una psicologa della scuola che frequenta interrogandola spesso di come andava circa la situazione in famiglia e questo a mia insaputa e senza neanche conoscersi di persona. Mia figlia di conseguenza ha voluto (come loro affermano) esprimere il suo disagio e loro approfittando del momento delicato della situazione critica della famiglia,(madre separata "difficoltà economiche" assenza del padre). Questo da quando stavamo sotto minaccia del padre in procinto di lasciare la famiglia per andarsene via con l'incoraggiamento di "sua cugina"(amante). Stavamo vivendo il doloroso e drastico abbandono del padre fatto con tanta crudeltà e malvagità ma questa è la mia passata brutta storia di cui seguono le conseguenze a scapito mio e dei figli .Ora mia figlia alienata come era già dal padre ha subìto il colpo di grazia per questo intervento dannoso da parte di altri.
Da parte loro LE ILLOGICHE LAMENTELE DI mia figlia, non SONO STATE ALTRO CHE LA MIGLIORE SCUSA e pretesto per potermi incastrare, certo che un adolescente di tredici anni già fragile e ingenua e con l'aggravante di avere una madre sola e separata è stata un ottima preda per loro e magari un vantaggio in più: mi hanno messo a spalle al muro! Forse ho anche la colpa di essere madre!!!?? Vogliono strappare la figlia dalla madre e la madre dalla figlia? E pensare che avevo provato a sperare e dare fiducia a queste persone che si presentavano come benefattori e che potessero aiutarmi a risolvere problemi famigliari, anche se avevo i mie dubbi a riguardo.
E' stata una grande disgrazia: hanno provocato e generato un vero conflitto assai maggiore. Questi benefattori, questi "buonisti" che non sono altro che un branco di iene e sciacalli che con tanta astuzia cercano
di lavorare bene mia figlia e anche me. Ed io la sento la puzza di zolfo!!!
Mia figlia è ormai deviata, quasi traviata, ora più che mai e questo per loro era già il preludio a suo tempo per catturare meglio la preda abusando della stessa a scopo di allontanarla sempre più dalla sua mamma arrivando al punto di essere dalla stessa odiata. Ora è tutto chiaro. Quel giorno che mi avevano convocato dicendomi: "non sa' signora che sua figlia sta soffrendo da più di un anno"?... Nella sua casa c'è un clima di tensione continua... Lo sa' signora che oggi i figli sono più intelligenti dei genitori?" E giù con tante di queste ingiurie e insulti anche sulla mia vita privata. Questi credo non sanno neanche cosa vuol dire sofferenza!
Sono uscita da una grande e dolorosa storia con mio marito , trovandomi ad affrontare tutto da sola con due figli alle spalle
soffrendo così tanto che Dio solo sa, temendo di non farcela e cercando di farlo notare il meno possibile ai miei figli e a chiunque. Ma grazie a Dio dopo mesi ero riuscita a riprendermi con grande slancio ritrovando la fiducia in me stessa, la speranza la voglia di vivere e la serenità che mi mancava, unitamente ai miei figli. Devo ora ricredermi, in quanto la sofferenza non basta mai, le insidie non mancano mai, il male è sempre in agguato! C'è qualcosa che grida dentro di me: non arrenderti! Ma da sola è come
lottare contro un muro: ti fai solo del male! Questo è un' altro dei momenti più dolorosi della mia vita dopo quella di mio marito: "un uomo perverso" che ho tanto amato, e che forse malgrado tutto voglio ancora bene, ora mi vedo portare via anche mia figlia! Tanto desiderata, tanto voluta,
tanto amata più della mia stessa vita.
Per loro io non sono una buona madre, questo è quanto vogliono dimostrare anche a mia figlia in quanto ciò si svolge in presenza della stessa quando "l'educatrice psicologa" veniva a casa mia per
farci il "lavaggio del cervello", portandosela anche a casa propria con il presupposto di aiutarla nei
compiti e chissà quali compiti!!?
Mi hanno degradato e denigrato abbastanza insieme a mia figlia. Questa è una vera violenza morale e psichica molto sottile, questi sono danni gravi a persone, questo è ledere la dignità mia e a quella di
mia figlia compromettendo la nostra vita!!!Tanto è vero che in casa mia non c'è più pace, serenità,
siamo stati presi di mira tutti quanti, anche l'altra povera figlia è sconvolta, non riesce più a studiare
come prima, fa incubi, è stressata, è confusa, infelice anche lei nel vedersi portare via la sorella.
Mi insegneranno loro su come dovrò comportarmi con i mie figli e viceversa.! Ormai io non ho più nessun diritto e dovere ne verso i miei figli ne verso me stessa. Questo è quanto
stanno cercando di impormi dal momento che la figlia da un mese e mezzo vive in "struttura"
Mi dicono: "E' sua figlia che ci chiese di portarla via, perchè con lei signora a casa non ci vuole più stare". Difatti mia figlia è arrivata a dirmi che la mia presenza le dà fastidio!...addirittura a dirmi che io non ho più la genitorialità verso di lei.
Questo è un complotto, una manipolazione!!!
Minacciato la mia vita, i mie diritti, la mia dignità, la mia salute fisica, morale, psicologica, esistenziale senza dimenticare la violenza che stanno usando in maniera molto sottile a mia figlia. E loro: "noi abbiamo studiato signora, abbiamo una laurea, siamo esperti professionisti nel risolvere questi casi, deve fidarsi".
E si vede, ne sanno una più del diavolo! Anche se apparentemente sembrano persone buone e oneste! Chiesi all'educatrice se sia possibile analizzare meglio il caso invece di accusarmi di
di prove infondate, di illogiche versioni alterate di mia figlia e di verificarle almeno con altre persone competenti in materia, magari con medici legali per le perizie e quant'altro. NO!!! Questa educatrice
che veniva a casa mia per il "percorso famigliare"
seguito e interferito dalla stessa a cui fiduciosamente confidavo, anche oltre,
cioè interferendo nel mio passato nel mio vissuto della mia aimè travagliata infanzia dove manifestai la
mia sofferenza .
Ebbene mi sento rispondere: -ma lei tanto visto che non è mai riuscita a rapportarsi ne con i suoi genitori ne con suo marito ne con sua figlia figuriamoci se troverà altre persone con cui può andare d'accordo, relazionarsi e farsi amare!!!!
Un colpo di pugnale nel mio cuore, nell'anima, un macigno insopportabile che non potrei mai sostenere, una piaga aperta e che ora sanguina ma non per il mio passato ma per avermi oltraggiata, umiliata, raggirata tradita a morte per avermi rinfacciato il mio passato , la mia vita il mio essere, offeso la mia dignità, il mio intimo, le mie personali sacre verità che solo Dio sa e che nessun può permettersi ne di giudicare ne toccare ne di interferire e metterci il dito.
Ma ora capisco bene l'inganno, la trama, il plagio..............E io sto sopportando... Anche
mia figlia sebbene da una parte non ha nessuna colpa riguardo alla sua condotta che valutavo come un reazione passeggera, anche se alquanto deviata per certi aspetti, influenzata dal mondo esterno, dalla scuola, dal "gruppo", da equivoci compagnie, dalla TV , "gli Emo" e che per la sua età (di 13 anni) la situazione forse era più che normale presumibilmente e passeggera. Questa è un età molto difficile e delicata, è il momento più decisivo che segna la sua vita , il suo futuro. E se non è presente una figura importante come quella di un genitore che la segue la controlla e a cui fidarsi a priori, rischia di traviarsi del tutto. Ora il suo futuro
è nelle mani di questa gente, ma mia figlia non si rende conto di questo non sa quello che fa. Loro invece lo sanno bene quello che fanno, questa gente che ha "studiato" molto bene come manovrare i figli degli altri,
le famiglie, per portarli al degrado sociale. Figli che hanno perso i veri valori della famiglia, segnati e
e repressi e gente che le rubano la vita allontanandoli dalla propria famiglia in quanto per loro non è in grado di educare e prendersene cura.
Vergogna, razza di vipere annichilite
che non ammettono nessuna verità, che non distinguono più il bene dal male, perchè sono senza cuore, senza coscienza: non vogliono sentirla!!!
Che ti uccidendo l'anima, soffocando la coscienza di mia figlia, ma prego Dio che non sia mai, e chissà quante povere vittime quanti bambini avranno subito questi abusi e soprusi e resi come bestie selvatiche e feroci proprio come loro!!! o magari renderli degli eterni emarginati, indifesi, abbandonati a se stessi.
Questa è la peggior violenza!!! Questo è il vero degrado della società odierna!!!
Ed ora sono qui. Non voglio crederci, no, non è possibile tutto questo, è terribilmente, orribilmente assurdo, ingiusto, forse è solo un incubo, un brutto sogno di cui non so se sia meglio svegliarmi. Non ho più parole e non ce la faccio più. Vorrei dire forte
che l'amore e la pace non si studiano nei libri ma nasce spontaneamente nel cuore di ogni essere umano
libero, di buona volontà, disposto sinceramente ad aiutare il prossimo per il bene e l'economia universale. Ma in questi tempi, in cui dovremo fare i conti con il bene e il male nessuno escluso affinchè si
svelano tutti i cuori..... come sta già accadendo, l'amore e la pace sono l'unico motivo
che vale la pena vivere, credere, lottare contro ogni male fino alla fine. Questa è la VERITA'!
Ora voglio Giustizia, ma quella Vera, quella che scuote le coscienze!
e che vinca l'AMORE e la PACE!
Non si può essere vittime per sempre.....
Ringrazio per l'attenzione.
Pregherei un suo sollecito riscontro e consiglio.

 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 16/04/2010, 04:10 | Message # 6
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Psicopatologia della separazione. Idoneità genitoriale e mediazione familiare

di Mario Andrea Salluzzo.

http://www.adiantum.it/new_version/vedi_news.asp?idcategoria=18&idnotizia=357

La separazione si configura come un evento stressante a rischio di slatentizzare aspetti psicopatologici in soggetti, ritenuti in precedenza normali, che erano tenuti in fase di compenso dalla relazione coniugale e dal rapporto genitore-figlio. La conseguenza è la possibilità dell’emergere, in tutti i componenti della famiglia, di disagi psichici, già classificati nel novero dei disturbi psichiatrici come Disturbi dell’Adattamento (DSM-IV-TR, 2001), che possono essere acuti o cronici, cioè transitori o prolungati, e caratterizzati da alterazioni della condotta, oppure umore depresso, oppure ansia, o alterazione mista, e che sono direttamente legati all’intensità dello stress, alla sua durata e alle difficoltà di riadattamento dopo la separazione.

Qualora il conflitto genitoriale dovesse giungere a livelli di intensità eccessiva, potrebbe portare, in ambito giudiziario, i consulenti tecnici d’ufficio a considerare uno od entrambi i genitori inidonei a svolgere le loro mansioni, con la conseguenza della perdita della libera frequentazione (incontri protetti) o dell’affidamento dei figli. Infatti il C.T.U. non deve riferire semplicemente al giudice sulla eventuale psicopatologia presente nei genitori, ma incardinare la sua perizia sul concetto di idoneità genitoriale. Così come la capacità di intendere e di volere, anche l’idoneità genitoriale non è un concetto psichiatrico chiaramente definibile.

Come la capacità di intendere e di volere, anche l’idoneità genitoriale può essere compatibile con livelli accertati di psicopatologia. Si tratta di capire quanto le manifestazioni psicopatologiche del genitore possano sottrargli la capacità di svolgere il suo ruolo.

Nei casi di accesa conflittualità, gli operatori del campo - che vanno dagli avvocati, agli assistenti sociali, ai consulenti ecc. - possono solo informare le coppie dell’esistenza di trattamenti psicoterapeutici o psichiatrici, oltre che di tecniche psicologiche riunite sotto la denominazione di mediazione familiare e invitarle ad avvalersene, a differenza del giudice che può anche disporre l’invio della coppia presso un centro specializzato nella mediazione. La mediazione familiare può essere esercitata da più figure professionali che abbiano ricevuto un’apposita formazione, e che possono essere, oltre a psichiatri e psicologi, anche assistenti sociali e avvocati, ed ha il fine di evitare le lunghe controversie giudiziarie che sfiancano le famiglie senza ottenere altri risultati che il logoramento psichico, l’inasprimento del conflitto e dei disturbi psichici ad esso collegati, nonché le onerose spese legali.

La mediazione familiare (Malagoli Togliatti M., 1998) si configura come modalità alternativa extragiudiziale per affrontare le conflittualità relative alla gestione del rapporto coi figli dopo la separazione e il divorzio. Tale metodologia di negoziazione richiede la capacità della coppia di mettere da parte i propri conflitti coniugali per privilegiare gli aspetti della genitorialità ed implica la volontaria partecipazione da parte della coppia. L’obiettivo non è necessariamente l’affidamento congiunto, bensì il raggiungimento di una comune responsabilità genitoriale. Gli aspetti conflittuali della coppia o le singole psicopatologie individuali potranno essere affrontati in altra sede, sempre su base volontaria.

Il punto debole di tale metodo è quello che, per essere utilizzato dagli ex coniugi, richiede un livello non eccessivo di conflittualità. Il fallimento o il rifiuto di avvalersi della mediazione familiare comporta come conseguenza due alternative: 1) il trattamento psicopatologico (psicoterapeutico, farmacologico, integrato, ecc.) individuale o di coppia; 2) oppure il ricorso all’acting out, che, a sua volta, può dar luogo o alla fuga dal problema (spesso favorita da nuove unioni) oppure ad infinite contese giudiziarie.

La separazione/divorzio giuridica non si occupa del processo psicologico dell’elaborazione del lutto relativo alla perdita del rapporto affettivo e di convivenza tra gli ex coniugi e tra il genitore non affidatario e i figli. Troppo spesso il dolore per la perdita della felicità coniugale/genitoriale si trasforma in rabbia e conflittualità giudiziaria, impedendo il superamento della sofferenza. Separarsi e divorziare psicologicamente, essere genitori adeguati, quando prevalgono la rabbia e gli agiti, diventa purtroppo impossibile. Nella clinica spesso è facile osservare solo l’apparente superamento delle difficoltà di elaborazione del

lutto ed assistere al rituffarsi degli ex in nuove storie tese solo ad allontanare i fantasmi della perduta felicità (“chiodo schiaccia chiodo” dicono spesso i pazienti). Ma le relazioni successive, fatalmente, saranno pesantemente condizionate dalla mancata risoluzione dei disagi precedenti. Diversi sono gli autori che sostengono la trasmissibilità tra più generazioni delle dinamiche psichiche individuali e familiari irrisolte (Kaes. R ed altri, 1993). La violenza del rapporto, dopo la separazione, assume forme subdole e maligne. Non solo, ma si trasferisce nei disagi, spesso non diagnosticati, dei figli, che esplodono, a volte a breve termine, ma spesso anche in età posteriori. Le psicoterapie di molti pazienti adulti rivelano gli esiti infelici di un pregresso crollo o di un blocco dello sviluppo emotivo in età evolutiva, non solo nei casi di conflittualità manifesta dei genitori (indipendentemente dal fatto che la coppia fosse separata o convivente), ma anche in quei casi di conflittualità o fallimento matrimoniale mascherato.

Infine, un’altra tecnica di intervento destinata al mantenimento o al recupero delle relazioni tra genitori e figli, nei casi in cui il giudice abbia dovuto prendere il provvedimento estremo di allontanare la prole dai genitori, o situazioni analoghe, è quella degli incontri protetti. Il principio cardine che ispira tali interventi è il diritto del bambino allontanato dal genitore a mantenere con lui relazioni personali e significative, impedendone il deterioramento e favorendone la ripresa.

 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 16/04/2010, 04:11 | Message # 7
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Psicopatologia della separazione. L’Acting Out giudiziario

- di M.A. Salluzzo

l concetto di acting out deriva dalla teoria delle psicoterapie dinamiche (Freud S., 1914). Esso sta a designare, in sintesi, tutta quella serie di comportamenti, che possono essere impulsivi, o comunque caratterizzati da rimozione e/o scarsa mentalizzazione – mancata metabolizzazione della funzione alfa, secondo la teoria di W. R. Bion (1962) - tesi a risolvere in modo improprio, all’esterno del contesto psicoterapeutico, un disagio di origine psicologica. Il soggetto crede genuinamente di adottare strategie più adeguate ad affrontare il disagio, in realtà sta solo perpetuando all’infinito comportamenti distruttivi e cronicizzanti il proprio e l’altrui malessere. In questo caso, l’agire diventa un impedimento alla comprensione della natura psicologica del problema. Così facendo, gli ex coniugi possono adire irriflessivamente – gli psicoanalisti lo definirebbero “un agito” (acting) – alla separazione e continuare a confliggere per anni – a volte vita natural durante – utilizzando il sistema giudiziario in modo perverso, come palcoscenico cioè dove rappresentare il loro disagio, nella illusoria speranza di una riparazione delle proprie sofferenze.

Difatti la giustizia è inadeguata a svelare le cause psicologiche del conflitto, né può prescrivere l’amore, la comprensione o il benessere familiare. Inoltre, al disagio irrisolto che ha spinto la coppia a dividersi, si aggiungono altri disturbi psicopatologici accessori, che potremmo equiparare a delle nevrosi da indennizzo (Giberti F, Rossi R., 1983). Sono quelle che spingono gli ex coniugi a rivendicazioni infinite nel vano tentativo di vedersi riconosciuti i torti inflitti dall’altro. Ma la valutazione di tali torti spesso si rivela essere critica, in quanto, a volte, solo nella loro soggettività risultano essere tali, oppure, qualora realmente esistenti, potrebbero essere tuttavia difficilmente dimostrabili. L’interesse di prevalere nelle contese giudiziarie e le reazioni psicopatologiche, inevitabilmente, inquinano i resoconti dei contendenti. Alcuni autori parlano a tale proposito di “fattoidi” (de Cataldo, 1997) per designare la natura incerta di quanto riferito da chi è sottoposto a interrogatori o perizie in ambito giudiziale. Come se non bastasse, anche l’inevitabile soggettività dei periti nominati come C.T.U. nei vari procedimenti giudiziari contribuisce a rendere più incerti e insoddisfacenti i giudizi. I periti, infatti, hanno formazioni psicotecniche diverse e possono fornire al giudice versioni anche contrastanti di uno stesso caso, a seconda della loro preparazione. Di conseguenza, il riconoscimento dei torti da parte dei magistrati potrebbe diventare impossibile, con l’indesiderato effetto di vedere il permanere dell’insoddisfazione in entrambe le parti per lunghi anni.

Infine - anche a causa della intrinseca natura dei provvedimenti, che tipicamente prevedono pene, limitazioni, sanzioni, risarcimenti a carico di una delle parti, con la conseguente tendenza delle parti a falsificare i propri atteggiamenti e resoconti sui fatti accaduti - il sistema giudiziario può solo generare il più possibile l’evitamento della comprensione interiore dei fattori psicologici che hanno ridotto gli sfortunati protagonisti della vicenda al fallimento del loro progetto di vita in comune. Perché di questo si tratta: la separazione e il divorzio, in misura variabile da caso a caso, sono spesso un evento traumatico, un fallimento, e chi non vi fosse preparato può giungere alla disperazione e soccombere. I disagi familiari che esitano in stragi e suicidi sono fin troppo spesso materia di cronaca.

Chi si separa spinto da una impellente esigenza, senza aver sufficientemente elaborato una meditata decisione, spesso è afflitto da uno stato penoso di disagio che gli rende impossibile comprendere cosa gli stia accadendo. Preso dal bisogno di eliminare al più presto una sofferenza insopportabile a cui non è abituato, finisce col riporre nei metodi giudiziari una fiducia ingenua, guidato dall’illusione di una rapida risoluzione dei problemi personali e di organizzazione della vita provocati dai disagi di coppia. Gli avvocati non sempre hanno la preparazione o l’intuito psicologico per spingere i loro clienti a riflettere, né il potere, ovviamente, di indurli a farlo. Né è loro compito identificare la natura psicopatologica del conflitto. Spesso condividono coi loro clienti la stessa mentalità orientata alla risoluzione rapida e indolore. Così facendo finiscono col colludere con il cronico ed irrisolvibile prolungarsi del conflitto e delle cause che l’hanno generato. Che la soluzione legale sia facile da elaborare mentalmente e rapida da ottenere è fuor di dubbio, che sia efficace non è possibile prevederlo, ma solo ottimisticamente o magicamente attenderselo. Non esiste alcuna garanzia che la via giudiziale intrapresa non si trasformi in un iter perverso irreversibile.

Per non parlare del fatto paradossale – che completa il quadro di quella che si potrebbe definire la perversione dell’acting out giudiziario – che il sistema della giustizia, a cui ricorre la coppia in conflitto, è esso stesso basato sul conflitto e che, come tale, può solo inasprire lo stress e provocare un cronico prolungarsi di reazioni psicopatologiche. Assurdamente, l’intervento della giustizia viene utilizzato dagli ex coniugi per mettere in atto, in forma legalizzata, una serie di violenze, estorsioni e ritorsioni reciproche, vanificando quindi l’intendimento risanante, non solo della legge sul divorzio, ma anche quello delle altre leggi finalizzate alla limitazione delle violenze familiari.

L’esperienza clinica dimostra che le coppie conflittuali possono rimanere avvinghiate in un odio implacabile per decine di anni se non per tutta la vita; e che la tanto vagheggiata liberazione dall’altro, che a questo punto potremmo identificare come guarigione dai propri disagi psichici, di cui gli ex coniugi sono prigionieri, diventa impossibile, essendo entrambi inestricabilmente congiunti in un abbraccio mortale (Main T., 1966) che gli impedisce di ritrovare l’apertura psicologica per mentalizzare il passato e il presente, finendo col perdere la fiducia e l’entusiasmo per prospettare pienamente una vita futura. Una volta distrutta la fusionalità dell’eros, i coniugi restano uniti – più di prima – nella fusionalità dell’odio.

Ci troviamo in una situazione simile a quella che negli anni sessanta Franco Basaglia (1968) denunciava a proposito della violenza nelle istituzioni psichiatriche. Gli operatori della psichiatria sapevano benissimo a quali disumani trattamenti venivano sottoposti i malati di mente, ma tutto rientrava nella logica dell’establishment e finivano per non farci più caso, perché il loro ruolo professionale veniva riconosciuto dalla società solo in quel senso. In altri termini, per difendere il proprio assetto identitario, era più forte il bisogno di aderire al consenso sociale, sancito dalle leggi dello Stato, piuttosto che farsi carico della reale sofferenza dei malati. Cosi come avveniva per i malati di mente ospedalizzati, così, quando le famiglie in crisi entrano nel sistema della giustizia avviene lo stesso processo di destorizzazione e oggettivazione descritto da Basaglia.

I soggetti trattati dagli strumenti tecnici delle istituzioni giudiziarie perdono il loro ruolo personale di artefici del proprio destino per essere soggiogati alla logica del potere di leggi non rispondenti alle esigenze e alla effettiva configurazione del fenomeno su cui devono andare ad operare. Il ruolo degli operatori della giustizia finisce con l’essere solamente acquiescente nei confronti di un sistema che applica impassibilmente le sue leggi, incurante dei danni che provoca. Gaetano Giordano (3° Rapporto Nazionale Eurispes-Telefono Azzurro sulla Condizione dell´Infanzia e dell´Adolescenza) non esita a parlare di family chopping nel considerare la distruzione delle relazioni affettive fra genitori e figli, e il marcato disagio sociale e individuale che ne consegue, come caratteristica emergente della gestione giudiziaria delle separazioni coniugali.

Il movimento psichiatrico riformista degli anni sessanta sottolineava che il decorso della malattia mentale degli internati non apparteneva primariamente a questa, come la scienza psichiatrica voleva lasciare ad intendere, ma che il decorso della malattia era la diretta conseguenza dell’incontro tra l’evento della malattia e l’istituzione deputata a curarla. Nel nostro caso ci veniamo a trovare di fronte ad un sistema dove le coppie in difficoltà entrano per ricevere giustizia e risanamento della loro vita, ma finiscono col trovare in molti casi solo disagio aggiuntivo - quindi iurigeno - e compromissione del benessere psichico per le generazioni future. Viene spontaneo domandarsi se ci troviamo solamente di fronte ad una psicopatologia della coppia, o al suo maligno aggravamento provocato dalla prassi e dalle normative del sistema sociogiuridico. E’ fuor di dubbio l’inintenzionalità di nuocere dei magistrati e delle categorie (avvocati, consulenti, assistenti sociali, ecc.) collusivamente coinvolte nei meccanismi perversi su esposti, ma è pur vero che essi vi partecipano spesso con consapevolezza, ben sapendo che il loro operato può comportare un’ulteriore sofferenza.

Questo, agli occhi della società, non li rende perciò incolpevoli, ma responsabili in solido – potremmo dire – con il sistema in cui svolgono la loro attività. Potrebbero fare altrimenti, iniziando a superare il vissuto di ineluttabile sottomissione all’ordinamento vigente e cominciare a ribellarsi all’idea di sentirsi obbligati a trasferire nella loro attività tutti gli errori di fondo del sistema in cui operano. Invece continuano ad attuare ciò che potrebbe definirsi una sorta di follia legalizzata.

 
Tagliaventi_FDate: Domenica, 25/04/2010, 01:19 | Message # 8
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Tratto dal blog MAMME CORAGGIO

GENITORE VIOLENTO? ISTRUZIONI PER L’USO

http://mammecoraggio.wordpress.com/2010....er-luso

Siamo tutti abituati ad avere una visione adultocentrica delle cose, anche per quanto concerne le separazioni. Sono i grandi e sempre i grandi che decidono cosa sia giusto e sbagliato per sé e per i propri figli.

Gli adulti, uomini e donne, vogliono sentirsi assolutamente liberi di gestire, organizzare la propria vita pensando che tutto ciò che scelgono debba necessariamente andare bene anche per i propri bambini.

Sono loro al centro dei tradimenti, delle angosce, della rabbia, della depressione che spesso si affaccia, delle liti degli affanni e delle angosce esistenziali. Provvedono a che i figli proseguano uno stile di vita più o meno regolare, si occupano della loro alimentazione, dei loro impegni, ma in fondo lo tsunami ha investito in prima linea loro, i genitori. Un nuovo amore, una nuova storia? Come si fa a rinunciarci, in fondo i figli se ne faranno una ragione.

Il perno della esistenza degli adulti gira intorno al proprio ego, con lo sguardo rivolto al proprio stomaco, ai propri desideri, alle proprie emozioni, al proprio benessere, al proprio lavoro, al proprio conto in banca.
E’ un’analisi dura, spietata, troppo spietata per potersi riconoscere nel quadro sopra esposto? Forse sì, anzi per molti sicuramente sì.

E’ l’amore per i piccoli, a cui si è data la vita, che insegna all’adulto ad uscire da sé, a vivere perchè l’altro viva. Tutto l’impegno nel lavoro, nelle cose da fare acquista un nuovo significato, viene visto sotto una nuova prospettiva. Non si vive più per sé, ma anche per quei piccoli adorabili esserini che hanno bisogno di essere guidati in un’avventura tutta da scrivere e da disegnare.

E’ impegnativo essere padri, essere madri, ma è meraviglioso. La madre rinuncia al culto del corpo così prepotente nella società attuale per dare alla luce un bimbo, il padre la accompagna e protegge e difende.

Quando poi accade che gli errori, la pesantezza, gli affanni, la mancanza di dialogo, di condividere, di ridere, l’incapacità di perdonare, di comprendere, portano a far sì che una coppia scoppi, il mondo del bambino viene distrutto e tutti debbono cercare un nuovo equilibrio.

E il bambino, in tutto questo, che pensa? Vuole più bene a papà o a mamma? Si trova stretto tra due fuochi e deve dividere l’affetto che non vorrebbe dividere. Deve dividersi lui stesso, il proprio tempo in egual misura, tra mamma e papà, deve avere due camerette, quale sarà la più bella, quella più piena di giochi? I vestiti per quando sta da papà, quelli che invece compra mamma. I gusti sul cibo diversi, per tre giorni cibi leggeri, gli altri quattro un altro tipo di alimentazione. In fondo è un bimbo e deve seguire la vita , i ritmi dei genitori.

Poi se il bimbo lo vedi un pò stressato, se si lagna spesso, se fa i capricci è sicuramente colpa dell’altro genitore che gliele dà tutte vinte, o per qualcos’altro, ma la colpa comunque è sempre dell’altro.

La separazione insomma porta problematiche gravi ed ancora non è stato compreso cosa realmente viva e pensi il bambino.

Quando però la separazione è dovuta a gravi episodi di violenza di un coniuge sull’altro (la statistica ci dice che gli episodi di violenza accadono per massima percentuale per colpa dell’uomo nei confronti della donna), le cose si complicano in una maniera impressionante.

In primo luogo una donna che si decide ad abbandonare il tetto coniugale con i figli (se ha l’aiuto della famiglia d’origine) o che ha la forza di denunciare il marito, si ritrova spesso (è questo quello che vedo con maggior frequenza) in uno stato tale di prostrazione, di perdita di autostima, di depressione, di anoressia o di altre problematiche fisiche più o meno evidenti, che la conducono ad avere fortemente bisogno di aiuto.

Se la violenza è stata sia psicologica (parleremo di questo in un altro articolo), sia fisica e soprattutto protratta nel tempo, la donna ha bisogno di ricostruire tutto di sé a partire proprio dalla sua persona. Inoltre spesso, poiché l’aver scelto e vissuto con un uomo che poi si è rivelato violento viene sentito come un terribile fallimento da nascondere agli occhi di tutti, parlarne, dopo che si è così ben occultato tutto, non è mai semplice e scontato.

Basterebbe frequentare i centri antiviolenza per comprendere fino a che punto i danni di tal tipo possano influire su una persona e quanto bisogno di un lavoro psicologico appropriato ci sia.

Tutti coloro che dubitano che queste cose esistano in una dimensione gigantesca, dovrebbero vedere con i propri occhi.

Ma i centri antiviolenza non sono e non devono diventare un giardino zoologico. Oppure potrebbero cominciare a osservare quello che passa una sorella, un’amica, imparare a cogliere i segni negli occhi di una collega sempre esageratamente triste e chiusa in se stessa. Molti altri uomini sanno che la violenza maschile esiste, perché l’hanno assaggiata loro stessi o hanno visto la loro madre.

Le donne, i cui uomini hanno levato loro tutto, soprattutto il rispetto di sé, conservano comunque una dignità profonda che le fa stare silenti. Come il povero che non ha soldi per mangiare, ma non si lamenta e tace.

Non aspettatevi sempre di vedere volti deturpati dalle botte, occhi pesti e altro (che pure esistono) , Molti uomini usano mezzi sottili, che non lasciano tracce evidenti al volto o al collo per esempio, ma dolori terribili alla gola e ghiandole ingrossate al punto che le vittime non possono deglutire per il dolore. Potrei spiegarne molte di queste tecniche, le raccontano le donne quando arrivano ai centri.

Quando acquistano sicurezza, ne raccontano particolari raccapriccianti. Le visite all’ospedale di tali donne, dimostrano che quello che dicono è vero, ma le spiegazioni che hanno dato ai medici dei fatti all’epoca della violenza, chiaramente erano diverse.

Proprio poco tempo fa, partecipavo ad un progetto in favore delle donne che hanno subito violenza e il direttore di un noto ospedale della città in cui vivo ha raccontato di essersi per la prima volta reso conto della violenza sulle donne, quando una sua infermiera, che si faceva sempre male e che spesso lui curava, un giorno che il dolore era troppo forte confessò che il marito le faceva violenza fisica e sessuale. Chi era quel marito? Un medico che lavorava con lui. Il direttore ha raccontato pubblicamente, di non aver mai dubitato in passato, neanche quando curava le ferite della donna. Tengo a precisare che i fatti raccontati dall’infermiera sono poi risultati veri.

Quando ad assistere alle violenze sono i figli, il trauma che ne consegue è immenso, la paura, la rabbia che lascia è incontrollabile. Se sono piccoli, si può ben immaginare come tali traumi influiscano sulla crescita affettiva e relazionale, nonchè cognitiva.

Dopo la separazione il bimbo viene protetto e difeso dalla madre e, nei casi migliori, dalla famiglia d’origine, che accoglie e cura con amore. Nei casi in cui manca tale supporto familiare, le cose si complicano moltissimo.

Inizia un iter molto doloroso che passa attraverso la separazione giudiziale e le denunce penali. Tutto ciò che la donna dice va vagliato e confermato. Non sempre le donne riescono a superare questo periodo molto complicato indenni, per problematiche che ho già citato sopra, ma soprattutto perchè deve recuperare la sua dignità di persona.

Ciò che più aggrava la situazione è il fatto che, per quanto concerne i figli, intervengono presto i servizi sociali, perchè i padri denunciati iniziano una battaglia difensiva proclamando la loro innocenza.

Personalmente ho sentito padri raccontare ai servizi o al giudice di essere stati loro le vittime, picchiati dalle mogli accusatrici. Forse volevano dire che nel momento massimo del dolore, durante una violenza sessuale o durante un immobilizzamento o un tentativo di strangolamento le loro mogli hanno avuto per conseguenza un istintivo moto di difesa?

Dicevamo che i padri violenti iniziano a difendersi.
Avete mai visto un colpevole che si proclama colpevole? Io no. Anche nei processi televisivi abbiamo visto assassini che giuravano e spergiuravano la loro innocenza. Così accade anche nella realtà: Caino si traveste da Abele.

Così accade che vogliono a tutti i costi vedere i loro figli. La legge lo consente. Il padre ha usato violenza con la madre, ma è tutto da dimostrare perchè il processo penale ha i suoi tempi. Intanto che fa Il giudice civile, quello che si occupa della separazione? Consente a tutte le richieste del padre presunto violento e, se proprio ha qualche timore per i bambini, chiede l’intervento dei servizi sociali.

Ripeto, l’uomo ha usato violenza alla moglie, che c’entrano i figli? Devono mantenere, anzi sono obbligati a mantenere il rapporto con loro.

Personalmente dichiaro il mio dissenso. Se un uomo è violento è pericoloso per i suoi figli, deve prima fare un percorso di recupero personale e poi eventualmente poter recuperare il rapporto con i figli, nel rispetto non dei suoi tempi e modi, ma nel rispetto dei tempi e dei modi di questi ultimi.
Ma questo iter è impossibile perchè prima il processo penale deve dimostrare che le violenze sono vere.

Nell’immaginario collettivo l’uomo violento è corpulento, muscoloso, volgare, di bassa estrazione sociale, brutto a vedersi. Nella realtà invece spesso risulta tutto l’opposto, per cui le assistenti sociali, su disposizione del giudice, si ritrovano ad avere a che fare con uomini gentili, educati, amorevoli che riescono a far passare le loro ex mogli per delle pazze che vogliono allontanarli dai loro amatissimi figli. Sono uomini che vivono una profonda schizofrenia e sono in grado di apparire altro da sé: orchi in casa, persone benevole all’esterno.

Metteteci pure che le donne si presentano in tutta la loro fragilità di vittime ed il gioco è fatto. Il lupo diviene agnello, la vittima diviene lupo.

Pensate che ad una donna che raccontava le violenze subite ( e non è mai facile confessarsi) ad un’assistente sociale e ad una psicologa incaricate dal giudice, è capitato di sentirsi rispondere che non era possibile che lei raccontasse la verità perchè il suo ex marito presentava una corporatura esile e un modo di fare molto delicato. Insomma, che dicesse la verità vera: si era inventata tutto per vendicarsi del marito! Il tutto con un tono ed un fare accusatorio, degno dei migliori detective americani. Le due ‘esperte’ avevano già fatto la loro diagnosi, dall’alto della loro capacità di osservazione. E pensare che il processo era solo all’inizio. Poi si è concluso con la condanna del marito e quindi con il riconoscimento delle accuse da parte della povera moglie.

E’ molto doloroso accorgersi che chi dovrebbe tutelare le vittime, in realtà non abbia le competenze, le capacità per far fronte al proprio lavoro con onestà. Mi pare inoltre sconvolgente che non si utilizzi il ‘sano buon senso’. Vi ricordate? quello dei nostri vecchi! La saggezza, la saggezza salomonica, sembra non abitare nei servizi sociali.

Ciò che dico è duro ed anche doloroso. Non si senta offeso chi invece svolge il suo compito nel migliore dei modi, con ogni possibile cura, con dedizione verso i bimbi. Perchè questo, lo ammetto è un lavoro particolare, non si ha a che fare con le carte, ma con le persone. Non si senta offeso nessuno che non si comporta come sopra, anzi è sempre importante interrogarsi sul fatto che ci possono essere colleghi che in buona o in mala fede possono compiere errori.

In ogni ambito lavorativo, perché ciò aiuta a correggere gli errori, a vedere cosa si può fare.

Devo aggiungere per amor di verità, che proprio ieri una ragazza mi diceva che quando ha qualche problema va da una assistente sociale che segue un suo amico che si trova in casa famiglia. Tale operatrice è meravigliosa e la aiuta nel migliore dei modi. Ne prendo atto e vorrei che fossero tutte così. E credo che ce ne siamo molte così. Fortunata chi le incontra!

Non posso però non rimarcare che non molto tempo fa, poiché volevo conoscere meglio il pensiero di una determinata assistente sociale ( che aveva effettuato incontri protetti nei confronti di un bambino, costringendolo con la forza ad incontrare il padre e provocando solo un malore nel bambino e pianti strazianti, e scrivendo al giudice che il bambino era sotto l’effetto della sindrome di PAS per colpa della madre), ho letto dei suoi articoli (a pagamento su internet) in cui diceva che la madre si presenta ai servizi con un atteggiamento pericoloso perché cerca la solidarietà e l’appoggio dell’assistente credendo di poterla portare dalla sua parte perché anch’essa donna. L’assistente continuava il suo articoletto sostenendo la tesi che le donne sono menzognere e che bisogna fare molta attenzione. I poveri padri vengono accusati ingiustamente e non bisogna assolutamente credere alle madri. Scriveva cose anche più assurde, ma soprattutto sosteneva che bisogna assolutamente insistere negli incontri tra padre e figlio anche se quest’ultimo si oppone con tutte le sue forze.

Insomma è il caso di dirlo: non c’è peggior nemico, per una donna in difficoltà, di un’altra donna.

Insomma se uno ha la disgrazia di avere un padre violento se lo deve tenere per la vita.

Questo sarebbe il minimo: se uno ha un padre violento ed è ancora piccolo e non in grado di difendersi deve comunque frequentarlo.
Voi accettereste di essere obbligati a vedere una persona che non volete frequentare? Io no. Punto.

Ma torniamo al bambino.

Invece di costringerlo ad incontri imposti dall’alto come se fosse scritto sul Vangelo, perchè non ascoltare il bambino?
La prima cosa che dicono gli operatori dei servizi sociali è :”Noi tuteliamo il bambino, il bambino viene prima di tutto.”
Buono, molto buono. Perché ciò non diviene realtà?

Allora iniziano estenuanti incontri con i genitori. Il padre in genere è sempre disponibile, attento agli orari, sempre presente, perché tiene alla sua prole. La madre, guarda caso, non può mai, si lamenta sempre, si lagna che perde il lavoro, che non può chiedere permessi. Insomma non le va mai bene nulla. Soprattutto è refrattaria agi incontri di coppia, che gli psicologi e gli assistenti organizzano, incontri che servono a far trovare un accordo in tutti i sensi, anche educativo, riguardo ai figli.

Ma che incontri di coppia, se la coppia è scoppiata? Ma che incontri e incontri! Ma che costrizione è quella che spinge la vittima ad incontrare il suo aggressore?

L’aggressore sicuro nella sua veste di lupo camuffato di agnello, certo del fatto che sa ben nascondere, la vittima fragile, sempre più fragile ed impaurita perché non si è ancor liberata della sua tragedia, non è ancora capace di mostrare la sua forza.

Ripeto di nuovo: se voi foste costretti ad incontrare il vostro aggressore o il vostro violentatore, lo fareste? Io no. Punto.

Dunque, dopo tali incontri, che sono serviti agli ‘esperti’ (perdonate l’ironia, ma mi scappa) per capire che la madre è una donna stressata e depressa, per nulla positiva, e che il padre è un povero padre, inizia il lavoro col bambino. Ormai ci si è fatti un’idea. Il bambino non vuole vedere il padre perché ha paura: ma sono le paure della madre riflesse nel figlio.

A questo punto potrei parlare per ore su quello che accade, ma pure questo lo lascio per un prossimo articolo.
Ma il bambino, quello che cerchiamo di conoscere dall’inizio dell’articolo, chi lo ascolta veramente? C’è qualcuno che si interessa veramente di lui? Che cosa ha veramente vissuto? Che ha visto? Cosa lo terrorizza? Cosa teme per sé e per la madre?

Questo bimbo cosa desidera veramente?
Ricordatelo, è una persona, in grado di sentire, elaborare, pensare. Non è un oggetto, il nostro oggetto, il vostro oggetto.
Il bambino va ascoltato.

 
Tagliaventi_FDate: Domenica, 25/04/2010, 01:24 | Message # 9
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Il blog MAMME CORAGGIO(http://mammecoraggio.wordpress.com/ ) è un blog delle madri possessive che negano il diritto dei figli alla bigenitorialità. La lettura del blog dimostra "armi" e scuse usate da queste donne. Molto istruttivo.
 
Tagliaventi_FDate: Domenica, 25/04/2010, 01:54 | Message # 10
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Un esempio della sindrome PAS provocata nel bambino dalla madre abusatrice-psicopatica e dai parenti della stessa. L'articolo da l'esempio di come si gistificano tali madri, maltrattadno loro figli e riducendo loro in malattia mentale. IN QUESTI CASI L'ALLONTANAMENTO DEI MINORI E' GIUSTO!

LA MADRE CARNEFICE NON SI ERA MINIMAMENTE SFORZATA DI CALAMARE IL FIGLIO PIANGENTE E LO ISTIGAVA A PIANGERE PIU' FORTE POSSIBILE!!!!!!!!!

La fonte: http://www.movimentoinfanzia.it/

Il giudice obbliga il piccolo a vedere il padre, nonostante i pianti e le urla sentiti fin nei corridoi del tribunale. L'appello della mamma, Manuela Antonelli.

(DIRE) Roma, 25 nov. -

In occasione della giornata dedicata ai diritti dei minori, "il Tribunale per i minorenni di Roma convoca LGM, il bambino di otto anni conteso fra l'Italia e gli Stati Uniti e noto alle cronache americane con ampi servizi su Fox e Cbs.

Qui, nonostante i pianti e le urla disperate del minore, confermate da testimoni presenti all'accaduto, il giudice obbliga LGM a vedere il padre non tenendo in alcuna considerazione l'evidente stato di choc del minore.

Testimoni dell'accaduto affermano di avere sentito le urla e i pianti fin nei corridoi del Tribunale: una scena d'altri tempi".

E' quanto si legge in una nota di Manuela Antonelli, la mamma del bambino conteso, e dei suoi legali. "Questo e' il diritto all'ascolto sancito dalla Convenzione internazionale di New York applicato da alcuni giudici del Tribunale per i minorenni di Roma- si sottolinea nella nota-. Il bambino motiva l'inutile e disperato tentativo di sottrarsi alla vista del padre con il ricordo di passate violenze sessuali e il giudice, anziche' approfondire tali gravissime affermazioni, decide di portare LGM nuovamente in casa famiglia, vietando inspiegabilmente il rapporto fra la madre, i parenti della madre e il minore.

Tale incredibile decisione e' stata presa contro il parere del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni che consigliava il collocamento del minore presso la madre e nonostante una approfondita consulenza tecnica disposta dallo stesso Tribunale dove si legge che 'il bambino ha bisogno della madre e sconsiglia di tenerlo stabilmente separato dalla stessa'".

Il padre del bambino e' americano "e violando tutte le elementari regole di rispetto e privacy ha attivato su Internet una campagna di disinformazione e denigrazione della madre e della giustizia italiana, in numerosi siti, oltre all'esatta indicazione del nome e cognome del figlio ha inserito filmati che lo ritraggono senza alcuna precauzione. I commenti americani sui siti e su youtube sono desolanti: in uno di questi si legge "non comprate nulla dall'Italia e non andateci in vacanza, l'Italia e' peggio dell'Iran".

I legali della madre, la signora Antonelli, hanno ricusato il giudice che ha firmato l'ordinanza e annunciano reclamo presso la Corte d'Appello e un esposto al Consiglio superiore della Magistratura. "Il bambino non vuole tornare in casa famiglia, dove, ha dichiarato in sede di consulenza tecnica d'ufficio, di avere subito atti di bullismo da parte di bambini piu' grandi.

Lo si portera' via con la forza? Si fara' violenza a un bambino che urla la sua disperazione costringendolo a separarsi dalla madre? Ci sono pressioni esterne che stanno condizionando i giudici?".

La madre "rompe il silenzio e chiede aiuto ai media italiani perche' si occupino con spirito di verita' e nel rispetto dei diritti dei bambini di questa terribile vicenda, chiedendo pero' di non diffondere immagini e il nome di suo figlio. La madre chiede aiuto a tutte le associazioni che in Italia si occupano della tutela dei minori perche' a suo figlio non sia fatta ancora violenza". Da un agenzia di stampa (Wel/ Dire) 10:56 25-11-09

IL Movimento per l'Infanzia segue con sgomento questa incredibile vicenda e promuoverà un'interpellanza parlamentare sull'esercizio del diritto all'ascolto dei bambini presso il Tribunale che dovrebbe agire sempre e comunque "nel prevalnete interesse del minore"

 
MariaRosaDeHellagenDate: Giovedì, 29/04/2010, 05:24 | Message # 11
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ALIENAZIONE GENITORIALE - PARLA DR.VITTORIO VEZZETTI

http://www.youtube.com/watch?v=xPdCOWNOvP4

 
MariaRosaDeHellagenDate: Giovedì, 29/04/2010, 05:43 | Message # 12
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terapia della alienazione genitoriale a cura del dr.Vittorio Vezzetti

http://www.youtube.com/watch?v=yN8oOtdQhSs&feature=related

 
MariaRosaDeHellagenDate: Giovedì, 29/04/2010, 06:44 | Message # 13
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http://www.bandofbroth.altervista.org/php5/index.php?title=Se_il_figlio_non_vuole_vedere_il_genitore

Se il figlio non vuole vedere il genitore

Cosa accade se il genitore che attua la strategia di elusione del provvedimento del giudice in materia di frequentazione è riuscito ad ottenere anche di alienare il minore nei confronti dell'altro genitore? E' ormai noto infatti anche nella letteratura psichiatrica che in certi casi limite l'azione di sistematica denigrazione di uno dei genitori di fronte al minore può portare a difficoltà concrete nella riattivazione di un normale rapporto tra i due. La giurisprudenza ha già preso atto di questo fenomeno, tanto è vero che esiste una sentenza della Corte di Cassazione che stabilisce una sorta di responsabilità oggettiva per il genitore che ha in custodia il figlio che rifiuta di vedere l'altro genitore:

«In tema di mancata esecuzione di un provvedimento del giudice civile concernente l’affidamento di una figlia minore, la volontà contraria di quest’ultima ad incontrare il genitore non affidatario (nella specie: la madre) – specie se prolungatasi per un periodo non breve – non può costituire valida causa di esclusione della colpevolezza, tenuto conto che il genitore affidatario avrebbe potuto rappresentare la predetta asserita volontà della prole al giudice civile per la modifica del provvedimento autorizzativo degli incontri tra madre e figlia. Ne discende che il carattere nient'affatto transitorio della descritta situazione, surrogato dal consapevole dissenso del genitore affidatario nell’ottemperare al provvedimento giudiziale, costituisce dato senz’altro sufficiente per ritenere manifesta la sua volontà (dolo del reato) di eluderne l’esecuzione (Cassazione, App. Venezia, 24 maggio 2005 [1])»

Per cercare una soluzione al problema l'autorità giudiziaria talvolta chiede il supporto dei servizi sociali. Purtroppo, però, al di là di questa sentenza di Cassazione, spesso diverso è l'atteggiamento che si ritrova nei tribunali.
Di fronte al rifiuto immotivato di un figlio nei confronti dell'altro genitore, nè il magistrato nè lo psicologo nè l'assistente sociale sanno riconoscere la possibilità di una Sindrome di Alienazione Genitoriale e si limitano a prendere atto di un cattivo rapporto tra genitore e figlio. Infatti l'Alienazione Genitoriale non fa parte dei piani di studi universitari per cui solo chi si è studiato il tema per conto suo è in grado di fornire una corretta spiegazione e una opportuna proposta terapeutica per i casi di alienazione.
A questo punto ci spieghiamo come mai mentre Richard Gardner, il profeta della Sindrome di Alienazione, raccomandava l'inversione dell'affido avvalendosi di un opportuno terapista, in Italia (ove tali terapisti specializzati neppure esistono) si assiste spesso all'inverecondo spettacolo di genitori obbligati a inutili e umilianti percorsi di rieducazione genitoriale consistenti in poche ore mensili presso lo spazio neutro di qualche Azienda Sanitaria Locale o di qualche Comune...

 
MariaRosaDeHellagenDate: Giovedì, 29/04/2010, 14:36 | Message # 14
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Mamma alienante , bambina in comunità Ma la donna si oppone con tutte le forze Nessun precedente a livello nazionale

la Sentinella — 19 febbraio 2009


http://ricerca.gelocal.it/lasentinella/archivio/lasentinella/2009/02/19/IN1PO_209061.html

CUORGNE’. Ogni giorno è buono. Ogni giorno che passa, il provvedimento firmato dal giudice del Tribunale di Ivrea potrebbe essere eseguito. Una bambina di sei anni deve essere tolta dalla madre e portata in una comunità protetta, lontano da lei. Deve rimanere lì tre mesi e poi essere data al padre, che vive con la sua nuova compagna e il figlio avuto da lei. Il motivo? La bambina, secondo lo psicologo incaricato dal Tribunale, è affetta da Pas, sindrome da alienazione genitoriale, una teoria descritta dal Richard Gardner negli Usa a partire dagli anni Ottanta. Nella forma grave, come è stata diagnosticata alla bambina (la chiameremo Sonia) nel maggio del 2007, il protocollo prevede prima una serie di incontri mediati con l’assistente sociale e un’assistenza psicologia al genitore e, in caso di fallimento di questo tentativo di conciliazione del conflitto (come descrivono le relazioni inviate al Tribunale) l’allontanamento dal genitore “alienante” per passare, dopo un periodo in comunità, al genitore “alienato”. In Italia non risultano precedenti di allontanamento dalla madre in comunità per una ‘Pas’. Un professore universitario, in una consulenza di parte, ha sottolineato come la ‘Pas’ non possa essere individuata in bambini così piccoli, non ancora in grado di “allearsi” con un genitore contro l’altro. Dubbi anche sulla “gravità”, casi estremi, con una pluralità di sintomi. La madre della piccola si è opposta in tutti i modi al provvedimento, in una battaglia legale lunga, molto complessa, e che continuerà a lungo. E’ determinata a non mollare. La Corte d’Appello, cui si è rivolta come ultima speranza per scongiurare l’esecuzione del provvedimento, ha respinto il ricorso ma, nelle ultime tre righe, ritiene “auspicabile" che la situazione sia riconsiderata e si possa arrivare ad una situazione più normale, con meno conflitti e più collaborazioni. Gli stessi assistenti sociali, in novembre (dopo il provvedimento che poi è stato appellato) hanno scritto al giudice chiedendo di eseguire quanto prescritto in modo difforme, nell’interesse della bambina. Entro il mese di marzo, il Tribunale di Ivrea dovrà pronunciare la sentenza sulla causa di separazione giudiziale tra la mamma e il papà di Sonia. Ma, se la legge fa il suo corso, Sonia sarà già da un pezzo lontano dalla mamma. Avrà già cambiato scuola, incontrato nuove maestre e nuovi compagni di classe. Non solo, sarà sul punto di rientrare in famiglia — quella del padre, questa volta — e quindi cambiare scuola un’altra volta, altre maestre, altri compagni. E pensare che la bambina, all’inizio della causa di separazione, era stata affidata completamente alla madre. Lei ricorda ancora oggi con dolore di essere stata lasciata una sera di quatto anni fa — era un giovedì — quando il marito, dopo dodici anni di matrimonio e una figlia di due e mezzo se n’era andato con un’altra. La più classica delle storie, la più dolorosa se chi è lasciato ama. Ricorda quando la bambina, ancora piccola, piangeva e non voleva andare con papà. Ricorda la scelta condivisa con quel marito amato di lasciare il lavoro per qualche anno per occuparsi della bambina, adorata sopra ogni cosa. Poco dopo, l’inizio della battaglia legale. I litigi messi nero su bianco e indirizzati al presidente del Tribunale, l’intervento degli assistenti sociali. Relazioni una dopo l’altra, la consulenza affidata ad uno psicologo che ha diagnosticato la ‘Pas’ grave dopo tre incontri con la bambina. Di lì, un primo tentativo di risalita, con alcuni incontri avvenuti tra padre e figlia nella scuola, sotto l’occhio vigile dell’assistente sociale. Relazioni attente, che descrivono ogni reazione della bambina e che danno qualche speranza. La lite giudiziaria è senza esclusione di colpi e ci sono tanti aspetti di questa vicenda che hanno due verità. Come l’assenza dalla scuola dell’infanzia della bambina, per il padre atto orchestrato dalla madre per impedire gli incontri, per la madre decisione necessaria perchè la figlia stava male. E adesso, nell’attesa della sentenza della separazione, la spada di Damocle di quel provvedimento. Ogni giorno è buono, per allontanare Sonia. Rita Cola

 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 25/03/2011, 20:41 | Message # 15
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http://www.alienazione.genitoriale.com/alienazione-genitoriale-i-primi-segni/

Alienazione genitoriale: i primi segni

Salvare un bambino dalla Alienazione Genitoriale è anche una corsa contro il tempo, che può iniziare riconoscendo i primi sintomi, capendo il disagio del bambino ed aiutandolo adottando i comportamenti atti ad alleviare il problema, identificando con quale tipologia di genitore alienante si ha a che fare (in grado di correggersi dopo aver discusso cosa rischia il bambino, o tale da necessitare un intervento giudiziario — purtroppo spesso nè rapido nè deciso).

* Il bambino non è a suo agio con il genitore bersaglio della alienazione, smette di parlare liberamente, dando risposte brevi; si comporta in modo rude ed aggressivo.
* I tempi di visita vengono unilateralmente ridotti dall’altro genitore rispetto a quanto deciso dal Tribunale; ad esempio permettere al figlio di scegliere se vedere o no il genitore bersaglio, scavalcando le decisioni del Tribunale; comportamenti irragionevolmente rigidi riguardo al calendario deciso dal Tribunale motivati dall’ostacolare il genitore bersaglio; tentare il figlio con altre attività che interferiscono con i contatti con il genitore bersaglio;

È inoltre possibile inizialmente riconoscere il problema dal comportamento alienante dell’altro genitore prima ancora che abbia effetti sul figlio:

* Il genitore alienante parla in modo aggressivo o spregiativo del genitore bersaglio in presenza del bambino, iniziando a definirlo, senza ragione valida, come pericoloso od abusante; finge di proteggerlo dal genitore bersaglio quando non vi è nessun pericolo; dà al figlio l’impressione di sentirsi ferita/o se è felice con il genitore bersaglio;
* Il genitore alienante racconta al figlio i dettagli della separazione attribuendone le colpe al genitore bersaglio; lo incolpa della mancanza di denaro o altri problemi in presenza del figlio;
* Il genitore alienante rifiuta di fornire accesso ai dati scolastici e sanitari del figlio o alle attività extra-scolastiche;
* Il genitore alienante tenta false accuse, si allea con associazioni note in tal senso.

[http://www.splitntwo.com/signs.html]

 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 25/03/2011, 20:44 | Message # 16
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Negli USA il 25 Aprile è stato dischiarato GIORNATA DELLA CONSAPEVOLEZZA DELL'ALIENAZIONE GENITORIALE

Informazioni dettagliate:
http://www.alienazione.genitoriale.com/category/discussioni/25aprile/ (http://www.alienazione.genitoriale.com/category/discussioni/25aprile/)

 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 25/03/2011, 20:47 | Message # 17
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http://www.alienazione.genitoriale.com/i-risultati-delle-ricerche-sui-bambini-vittima-di-pas-oggi-adulti/

I risultati delle ricerche sui bambini vittima di PAS oggi adulti

La dott. Amy J.L. Baker, direttrice di ricerca presso il Centro per la Protezione dell’Infanzia V.J. Fontana, ha intervistato 40 adulti cresciuti alienati contro un genitore ad opera dell’altro genitore. Le conclusioni tratte da queste interviste sono:

* I bambini non si sono necessariamente alienati con il genitore migliore. Molti degli adulti alienati da bambini hanno subito abusi fisici e/o sessuali ad opera del genitore alienante. Questo risultato è consistente con ricerche epidemiologiche sulla concomitanza di diverse forme di abuso. Cioè, genitori che abusano dei figli in un modo, tendono ad abusarli anche in altri modi. Questo risultato smentisce il pregiudizio che i bambini si alleino sempre con il genitore migliore.
* I genitori alienanti operano come santoni di un culto. I genitori che hanno perpetrato la PAS hanno usato tecniche simile a quelle usate da santoni di culti. I loro figli oggi adulti descrivono le loro strategia di manipolazione emotiva, quali l’amore condizionato, la creazione di vincoli di lealtà, e l’aver coltivato la dipendenza, nonché tecniche di lavaggio del cervello, quali la ripetizione di affermazioni negative contro il genitore alienato, e pensiero mono-direzionale.
* I genitori alienanti possono avere disturbi della personalità. Le descrizioni fatte dai figli cresciuti fanno concludere la presenza di criteri diagnostici di disturbi della personalità. Il disturbo più presente era il narcisismo; alcuni genitori possono aver avuto personalità borderline o anti-sociali.
* L’alienazione genitoriale è una forma di abuso emotivo. Le strategie dei genitori alienati usate per alienare i figli erano abusi emotivi: i bambini sono stati assaliti verbalmente, isolati, corrotti, rifiutati, terrorizzati, ignorati, sottoposti a forti pressioni allo scopo di alienarli. Per di più, la risultate separazione ingiustificata dal genitore alienato è di per se stessa una forma di abuso emotivo.
* Il rendersi conto di essere stati alienati è un percorso, non un evento. Raggiungere la consapevolezza di aver subito l’alienazione è stato usualmente un processo lento e doloroso.
* L’impatto della alienazione genitoriale dura per tutta la vita e può trasmettersi alle generazioni successive. La PAS ha conseguenze negative a lungo termine, fra cui depressione, bassa auto-stima, mancanza di fiducia in se stessi e nel prossimo, abuso di sostanze, ed il divenire a propria volta genitore alienante contro i propri figli.

La ricerca smentisce tre miti riguardo alla PAS:

* Che l’alienazione genitoriale sarebbe perpetrata da madri contro padri. 6 dei 40 intervistati erano stati alienati ad opera del padre; siccome il campione non era rappresentativo, è impossibile calcolare la proporzione di bambini alienati da madri o madri. Ma può essere concluso che alcuni padri praticano l’alienazione genitoriale.
* Che solo figli di genitori separati sarebbero vittima di PAS. È ora evidente che la PAS può avere luogo in famiglie intatte.
* Che la PAS può essere perpetrata solo da genitori che hanno la domiciliazione dei figli. Un caso riguardava un bambino alienato dal padre contro la madre, presso la quale risiedeva. L’alienazione può essere effettuata durante le “visite” presso un genitore, specialmente se i tempi di visita sono ampi ed il genitore è molto efficace nelle tecniche di manipolazione.

 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 25/03/2011, 21:05 | Message # 18
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Analisi di un caso italiano di PAS – Adele Cavedon e Tiziana Magro tratato dal libro “Dalla separazione all’alienazione parentale”

Il caso approda al Tribunale per i Minorenni dopo diversi procedimenti: quello civile per la separazione dei coniugi e quello penale intentato per una accusa di abuso sessuale, rilevatasi poi infondata e quindi archiviata.

STORIA GIUDIZIARIA
La signora Carla ed il signor Andrea si separano dopo 8 anni di matrimonio; i figli Francesco e Lorena all’epoca hanno rispettivamente sette e cinque anni.
La separazione, richiesta da Carla e imputata alla presenza di una relazione extraconiugale del marito, si conclude con con affidamento condiviso dei figli; l’orario di visite concede ampi spazi per il padre.
Dopo un anno e otto mesi dalla separazione, la signora Carla presenta una denuncia per un presunto abuso sessuale perpetrato dal padre nei confronti di entrambi i figli; contemporaneamente la signora trasferisce la propria residenza in un’altra Regione. I minori, dopo essere stati sottoposti a perizia, vengono considerati non attendibili ed il procedimento penale viene archiviato. Non riuscendo né a vedere né a sentire telefonicamente i figli; il padre si rivolge al Tribunale per i Minorenni che dà incarico al Servizio Tutela Minori di valutare il caso e di provvedere al ricongiungimento tra padre e figli, congiuntamente al Consultorio Familiare.
Il Servizio cerca di attivare un progetto mirato ma trova scarsa collaborazione nella signora Carla che si rende indisponibile e mette in atto superficiali giustificazioni; arriva a trasferire i bambini in Francia, presso la casa della sorella che vi risiede.
Il Tribunale per i Minorenni decreta il rimpatrio di Francesco e Lorena (che ritornano in Italia dopo 6 mesi), il loro affido al servizio Tutela e la loro permanenza in una casa-famiglia; questi continuano a non voler vedere il padre e seguitano ad accusarlo di aver subito abusi sessuali.
Da questo momento in avanti i minori vedranno il padre a giorni altemi e la madre per due ore la settimana, presso uno spazio neutro e tali incontri saranno videoregistrati; inoltre sosterranno un percorso di sostegno psicologico individuale.
La signora Carla ritiene che i professionisti che operano all’interno del Servizio Tutela Minori non abbiano svolto il loro compito in maniera corretta e non siano stati equidistanti rispetto alle parti, e chiede che venga espletata una Consulenza tecnica d’ufficio; il signor Andrea richiede analoga procedura per potere avere l’affidamento esclusivo dei figli.
Il giudice dispone la consulenza con il seguente quesito “Dica il CTU, esaminati gli atti e documenti di causa, effettuati i colloqui con i genitori e i minori ed altre figure di riferimento, espletate tutte le indagini che riterrà opportune, anche quali siano le personalità e le capacità genitoriali di entrambi i genitori, le condizioni dei minori nonché l’eventuale sussistenza di un’Alienazione Genitoriale”.
Sono passati 3 anni dalla separazione e la madre ha cambiato quattro legali.
INDAGINE PERITALE
Scopo.
Il caso è giunto in consulenza con una valutazione da parte del Servizio Tutela Minori e del Consultorio che pareva essersi orientato verso una diagnosi di PAS di tipo grave, secondo l’accezione di Gardner.
Il focus dell’indagine peritale è stato quello di indagare suI problema di un rifiuto/alienazione del genitore con cui i bambini non vivevano, investigando non solo sulle relazioni tra genitori e figli ed esaminandone il contesto allargato, ma effettuando anche una correlazione tra le posizioni dei diversi professionisti e delle loro documentazioni.
Sebbene nella narrazione del caso il lettore otterrà una visione di insieme comprensiva della connessione tra tutti i dati, inizialmente non si è ritenuto corretto sostenere, a priori, la diagnosi di PAS “già prodotti’ ma si è preferito ripartire con un’indagine che prendesse in esame le seguenti ipotesi generali:

1. Il rifiuto è attribuibile alI’indottrinamento che la madre e la famiglia d’origine materna esercitano su figli/nipoti, atto a impedire loro la frequentazione del padre e alla “sgenitorializzazione” dello stesso (ipotesi sostenuta dal padre).
2. Tale rifiuto è da attribuire alle incapacità re!azionali del padre nel rapporto con i figli o alla possibilità che vi siano suoi comportamenti inadeguati ed una forte interferenza nel ruolo genitoriale da parte della compagna del genitore non affidatario (ipotesi sostenuta dalla madre).
3. Tale rifiuto dei minori ad andare dal padre è dovuto ad una Alienazione Parentale.

La conferma o la confutazione delle ipotesi individuate è stata indagata attraverso le modalità e gli strumenti sotto riportati.
L’indagine peritale successiva ha avuto, quindi, lo scopo di confutare o confermare delle ipotesi precedentemente enunciate, seguendo le aree indicate.
Per una miglior accuratezza nelle narrazioni più sotto descritte compariranno anche gli elementi emersi dagli approfondimenti effettuati dai professionisti dei diversi Servizi interessati al caso.
Breve storia del caso
La signora Carla, 34 anni, è primogenita di quattro fratelli; proviene da una famiglia economicamente agiata: il padre è proprietario di una piccola industria meccanica e la madre è casalinga.
Il signor Andrea, 35 anni, appartiene ad una modesta famiglia di agricoltori; il nucleo è composto dai genitori e da due sorelle minori; la madre casalinga aiuta il padre nel lavoro dei campi.
Carla e Andrea si conoscono, non ancora ventenni, nell’ambiente di lavoro. La ragazza viene colpita dalla “semplicità” di Andrea ritenendolo, allora, “una persona sensibile e paziente”; si sente subito attratta da lui e lo corteggia con l’intenzione di instaurare una relazione.
Carla racconta che l’accoglienza del giovane nella famiglia d’origine non è positiva: i suoi genitori guardano con perplessità al futuro dei due giovani; in particolare, non accettano la differenza di status sociale che avrebbe potuto compromettere il futuro della propria figlia. Durante il fidanzamento la signora ricorda dei periodi alterni che portano la coppia a lasciarsi per brevi periodi “È stato un tiramolla ma abbiamo continuato. Ma io ero innamorata di lui, lui mi piaceva tantissimo: mi sono sposata che ero felice”. Carla ritiene che Andrea, allora, accettasse qualsiasi cosa lei gli chiedesse: in questo senso legge il consenso della proposta di matrimonio che, vista la sua affermazione, risulterebbe dunque non pienamente condivisa.
Circa due mesi prima della celebrazione del matrimonio pare essersi verificata una crisi di coppia, stimolata dal fatto che Andrea vorrebbe recedere dall’impegno matrimoniale di cui però la signora afferma di non ricordare le motivazioni. La mamma della ragazza riceve la visita inaspettata dei genitori di Andrea che vogliono sostenere le motivazioni del figlio nella speranza che la coppia non convoli a nozze; di conseguenza si creano forti attriti tra le famiglie anche per la preparazione del matrimonio.
La famiglia d’origine di Carla, incontrata nel corso della consulenza, lascia trapelare le perplessità avute in passato circa Andrea, e in particolare la madre ricorda la propria contrarietà al matrimonio tra i due giovani. Lo stesso giorno Carla e Andrea si chiariscono e si sposano nel periodo previsto.
Un anno dopo l’unione, la coppia condivide la gravidanza del primogenito; quella della secondogenita invece non è stata programmata.
La crisi di coppia, i cui sentori si erano fatti sentire già dopo la nascita di Francesco in quanto, secondo Carla, il coniuge era poco presente in famiglia e raramente si interessava a lei, arriva in seguito ad una telefonata anonima che comunica alla donna che il marito porta avanti una relazione extraconiugale; di qui la decisione di richiedere la separazione.
Anche la famiglia d’origine materna metteva evidenzia che la relazione era cambiata con l’arrivo dei due bambini, perché Andrea ne aveva risentito molto in quanto aveva dovuto rinunciare alla propria libertà personale e non voleva assumersi le necessarie responsabilità.
Dopo la separazione dal marito, Carla conosce Antonio che diventa il suo attuale compagno.
Andrea racconta di aver incontrato la ragazza in ambito lavorativo, ed è proprio lei ad insistere per iniziare una relazione; la coppia si frequenta nei fine settimana e dopo alcuni mesi, Andrea, colpito dalla prestanza fisica della ragazza e dal modo spensierato di “vivere la vita”, decide di iniziare la relazione.
Ricorda di essere stato accolto freddamente ·dalla famiglia d’origine di Carla che ha sempre mantenuto nei suoi confronti una certa distanza; la sua famiglia invece, durante l’incontro svolto, segnala la propria “visione familiare diversa”, ritenendola proveniente da un ambiente socio-economico differente.
il primo sentore di crisi si evidenzia a due mesi dal matrimonio quando già la cerimonia era stata organizzata “Carla è una persona cocciuta che quando ha deciso di fare una cosa la fa, a prescindere dal parere degli altri: non guarda in faccia nessuno e la fa. Mi sono reso conto che ero stato attratto da elementi superficiali e probabilmente anche dal tenore di vita elevato che avevo iniziato ad amare. E due mesi prima mi sono svegliato, sono andato dai miei dicendo che probabilmente non mi sentivo pronto per fare un passo del genere”.
Dopo un confronto tra i genitori di Andrea e quella di Carla, che porta ad una frattura tra le due famiglie, nonostante i dubbi il ragazzo si sposa.
Il signor Andrea nei primi anni di matrimonio modifica la propria attività professionale ed inizia a lavorare per una agenzia immobiliare.
I segnali della crisi iniziano ad amplificarsi grazie anche ad interferenze da parte della suocera che era sempre presente e “gestiva sempre tutto quello che riguardava la famiglia”; i litigi diventano più frequenti e racconta d’esser stato “buttato fuori di casa diverse volte” dalla moglie che evidenziava una gelosia eccessiva per donne “inesistenti”.
Tali situazioni sono ricordate anche dai genitori di Andrea che ribadiscono il completo estraneamento di Carla da tutto ciò che riguardava la vita di coppia e ritengono che la nuora non sia mai riuscita a staccarsi dalla madre.
La signora Carla chiede la separazione, anticipando di poco una sua analoga decisione; Andrea segnala di non aver avuto alcuna relazione extraconiugale e che l’attuale compagna è arrivata solo da poco tempo.
Vaglio dell’ipotesi 1: comportamenti di svalutazione nei confronti del padre e indottrinamento esercitato dalla madre, presenti precedentemente e rilevati durante l’indagine peritale
il caso è giunto in consulenza in seguito al verificarsi di numerosi accadimenti che hanno visto un’evoluzione non sempre prevedibile e contenibile.
La signora Carla non aveva rispettato le prescrizioni che erano state date da Tribunale per i Minorenni, poiché riteneva che il Servizio dell’ASL incaricato non avesse svolto un lavoro approfondito ed equidistante. Aveva incessantemente ripetuto la descrizione dei maltrattamenti che ritiene di aver subito ad opera dell’ex marito e della sua famiglia; in maniera ambivalente aveva dichiarato a tutti i professionisti che si sono interessati al caso di essere disponibile a collaborare per il riavvicinamento dei figli al padre ma di fatto aveva messo in atto comportamenti e comunicazioni, sia verbali che non verbali, che non andavano in questa direzione.
Dalle documentazioni, si evince che prima dell’allontanamento dei figli, la signora:

* aveva mantenuto ad un livello elevato il conflitto coniugale intentando numerose azioni giudiziali e cambiando legale nel momento in cui parevano esserci dei segnali di accordi consensuali;
* non aveva partecipato agli appuntamenti stabiliti dal Consultorio;
* si era trasferita con i figli in Francia presso la sorella con l’aiuto della sua famiglia, sebbene non ne avesse avuto l’autorizzazione, e vi è rimasta per sei mesi;
* non c’è stata alcuna autorizzazione è sostegno alla possibilità di consentire ai figli un accesso “mentale” e concreto al fine di poter riformulare un legame con il padre.

Durante l’espletamento della Consulenza tecnica d’ufficio, la signora Carla:

* rievoca spesso i motivi che l’hanno indotta a separarsi e ne imputa tutta la responsabilità all’ex coniuge, ma soprattutto lascia emergere il suo vissuto “umiliante” di donna tradita dal marito; afferma che l’assenza dagli incontri con i Servizi le è stata suggerita dai legali precedenti;
* continua ad affermare di non potere fidarsi dell’ex coniuge ritenendolo poco affidabile, pericoloso, perché potrebbe perpetrare abusi sessuali sui figli (nonostante il procedimento penale relativo fosse già stato chiuso), e potrebbe essere vendicativo in quanto i figli sono solamente un mezzo per crearle problemi;
* continua a fornire ai figli verbalizzazioni ambivalenti, anche dopo !’invito a parlare in maniera chiara “Ascoltami Francesco… sarebbe una bella idea che quando viene papà lo accogli abbracciandolo. Capisco che pensi a quello che dici ti ha fatto, ma il giudice pensa che non sia vero”. “So che non sopportate la nonna Ada (nonna paterna), ma quando viene il papà, cerca di chiedergli come sta”. Comunica ai figli che non devono più chiamare il suo compagno “papà, visto che non è vostro padre ma potete chiamarlo papi”.

La signora Carla, in qualche occasione, ha faticato a contenere l’impulsività, spesso alzando oltre misura il tono della voce e alzandosi di scatto dalla sedia, per ribadire che il signor Andrea non sarebbe mai stato un genitore idoneo a seguire i figli; ha spesso reagito con rabbia e ha mostrato diffidenza e risentimento, rigidità nei rapporti interpersonali. Ha evidenziato assenti e inadeguate capacità di riflettere sul significato delle proprie azioni e delle proprie reazioni emotive.
Dalla concordanza degli indici (colloqui e test), emerge che la signora manifesta una forte tendenza alla diffidenza e alla rigidità nei rapporti interpersonali che la porta a dubitare, senza una reale giustificazione, della lealtà e dell’affidabilità di molte persone. Prova del risentimento, ed è incapace di dimenticare recriminazioni e ritorsioni di cui pensa essere stata oggetto.
Il comportamento risulta essere rigido, pervaso da una immatura ricerca di stimoli; non tollera !’inattività ed è incline ad eccitazioni momentanee.
A livello cognitivo, Carla rivela scarsa complessità e flessibilità; l’affettività è incostante e non sempre ben adattata, ed emergono problematiche con la figura materna che rimandano ad un rapporto ancestrale perturbato.
La famiglia d’origine ha sempre sostenuto Carla nelle sue scelte, compresa quella rischiosa della fuga in Francia.
Fino alla sospensione delle visite, durante gli incontri video-registrati con i nipoti, la nonna materna screditava la figura paterna, elogiando il comportamento dei bambini che rifiutavano di vedere il padre.
Durante l’espletamento della consulenza i nonni sostengono ancora l’ipotesi del presunto abuso perpetrato sui bambini da parte del padre e ritengono che solo Carla possa essere il genitore adeguato e quello che deve avere l’affidamento dei figli.
Disapprovano l’operato del Consultorio e del Servizio Tutela Minori e del giudice che non hanno compreso che Andrea “è un lupo travestito da agnello”.
Vaglio dell’ipotesi 2: incapacità relazionali del padre nel rapporto con i figli e suo comportamento inadeguato e violento
Il signor Andrea, sin dall’inizio delle vicenda, è apparso disponibile ed ha seguito tutte le prescrizioni che gli sono state date; è comunque apparso molto provato dalle vicende che ha dovuto subire, e dal dolore creatogli dall’allontanamento dei figli.
La ricostruzione fatta sulla base dei colloqui e di numerosa altra documentazione, ha evidenziato buone competenze genitoriali ed una presenza costante ed assidua nell’educazione dei figli, ai quali ha trasmesso modelli di ruolo idonei.
Non riesce a capacitarsi delle difficoltà dei figli ed in particolare di quelle di Francesco, pensando alla buona relazione che i bambini avevano con lui prima e subito dopo la separazione.
Non si è mai spazientito né ha reagito con aggressività agli attacchi diretti ricevuti dai figli ed in particolare da Francesco, anche se in alcuni momenti è apparso in difficoltà, rivelando scarsa capacità nell’affrontare situazioni problematiche.
Dalle diverse fonti a disposizione, non si evincono dichiarazioni e comportamenti sostenuti dal signor Andrea, atti a screditare l’ex coniuge davanti ai figli, mentre è apparso piuttosto risoluto nell’evidenziare dinanzi ai diversi professionisti le mancanze di Carla, riferite essenzialmente alla mancanza di volontà di collaborazione.
Risulta genuinamente interessato e preoccupato per l’”avvenire psichico” che attenderà i figli e ha dimostrato di esser disponibile a farli seguire in psicoterapia, attivandosi da tempo per chiedere sostegno anche per se stesso.
Dall’indagine di personalità, il signor Andrea risulta dotato di buone capacità riflessive e critiche; sembra non manifestare particolari esitazioni di fronte alle decisioni: generalmente riesce ad operare la scelta più appropriata rispetto al contesto ed alle proprie motivazioni.
Sono presenti alcune “note” pessimistiche ed ansiose, probabilmente derivate da situazioni di stress.
Le capacità cognitive appaiono buone; l’affettività è stabile ed adattata e sebbene l’espressione delle sue emozioni sia contenuta, Andrea è in grado di riconoscerle e risulta sensibile nel cogliere le altrui esigenze dimostrando una sufficiente capacità assertiva ed empatica.
Sembra quindi che si possa escludere che la causa del rifiuto dei figli a stare con il padre sia da attribuirsi a carenze nelle competenze/capacità genitoriali o a suoi inadeguati comportamenti nella relazione con i bambini.
Antonietta, la compagna conosciuta dopo la separazione, ha avuto contatti rarissimi con i minori, quando questi ancora incontravano il padre durante la settimana. Tale versione appare plausibile considerato che la signora risiedeva in Sardegna, dove lavorava come insegnante di ruolo e ha iniziato a convivere con Andrea solo di recente, dopo il suo trasferimento scolastico.
Vaglio dell’ipotesi 3: il rifiuto dei minori ad incontrare il padre è diventato una Alienazione Parentale
I figli: Francesco e Lorena.
Le gravidanze di Francesco e Lorena risultano regolari e il parto a termine. Il primogenito è un neonato piuttosto difficile che ha sempre manifestato problemi nel ritmo sonno-veglia, che lo hanno portato a dormire in modo regolare dopo i tre anni. Non sona segnalati altri problemi.
Lorena, fin dai primi giorni, viene descritta come l’esatto opposto di Francesco “dormiva, mangiava” e il suo sviluppo è proseguito in maniera regolare.
Per entrambi i figli, i genitori ricordano un inserimento senza particolari difficoltà alla scuola per !’infanzia, anche se Francesco mantiene una certa vivacità che viene loro fatta rilevare dagli insegnanti.
Il bambino mostra un gelosia molto forte alla nascita della sorella, tanto da “pizzicare” più volte la neonata sul viso lasciandole il segno, e si appoggia maggiormente alla madre dalla quale fatica a staccarsi.
Lorena, al momento dell’indagine, ha 8 anni e frequenta la. terza classe; mostra buone capacità intellettive ed è capace di relazionarsi facilmente; possiede un adeguato livello di autostima ed è in grado di resistere alla frustrazione.
Secondo i professionisti che seguono il caso, la bambina riesce a contrastare in modo idoneo gli impeti e le gelosie che il fratello le riversa; rispetto a quest’ultimo, Lorena sembra essere passata dalla posizione passiva e dipendente, rilevata in precedenza, a quella attuale, più autonoma e critica. Gli stessi Servizi segnalano che Lorena “in una prima fase, senza il fratello, era disorientata nel prendere posizione e chiedeva spessissimo cosa aveva detto o fatto Francesco nella medesima situazione”.
Nel momento in cui si svolgono gli incontri peritali, le sue resistenze rispetto agli incontri con il padre sono quasi scomparse (nel test del disegno del Cerchio Familiare il padre è sempre presente e vicino “spazialmente” e così pure nel test della Doppia Luna, sebbene disegni ancora due insiemi famiglia); anche l’interazione osservata con il genitore risulta connotata da collaborazione, apertura e vicinanza fisica, similmente a quella tenuta con la madre. Per altro la sua relazione con il padre, prima della denuncia per il presunto abuso, è sempre stata connotata positivamente. Dalla concordanza degli indici, nella bambina sono riscontrabili solo alcuni lievi disagi.
Quando le viene chiesto di individuare tre caratteristiche che le piacciono per ciascun genitore, risponde ridendo che sono uguali per entrambi i genitori “Allora: la mamma perché è bionda, simpatica, prima cosa, seconda perché mi vuole bene e terza perché mi compra le scarpe di Hello Kitty”. “E uguale per il papà: il papà perché è simpatico, perché mi vuole bene e perché mi regala le ballerine di vernice”.
Francesco ha 10 anni e frequenta la classe quinta; risulta un bambino intelligente, determinato ed iperattivo e tende a non rispettare sempre le regole.
Ad ogni professionista con cui ha avuto modo di approcciarsi, senza che gli fosse richiesto, ha riportato i “giochini con il pisello” fatti dal padre e ha continuato per lungo tempo a sostenere di aver “sostituito” il proprio padre con l’attuale compagno della madre.
Le affermazioni a favore della madre, da parte di Francesco, sono continue e il bambino non riesce a trovare in lei alcun elemento negativo “Della mamma mi piace tutto”; “per il papà… non mi ricordo”; anche se non gli è mai stato posto alcun quesito sull’oggetto del procedimento penale, Francesco ne parla autonomamente.
In diverse occasioni il minore ha sottolineato che i giudici hanno sbagliato e “bisogna licenziarli”; da grande farà “O il giudice o l’avvocato: se divento giudice, tutti quelli che mi stanno sulle palle vanno in galera” e di seguito elenca i nominativi di alcuni magistrati. Sostiene questo suo desiderio motivandolo con termini che appaiono poco consoni al vocabolario di un bambino “La giustizia è miope e io, mia sorella e mia madre abbiamo già pagato abbastanza”.
Da quanto emerso nei diversi contesti pare che Francesco mostri un forte conflitto di lealtà nei confronti della madre: ripete all’infinito il medesimo copione sulle azioni malevole compiute dal padre nei confronti della madre e si erge a paladino di costei.
La psicoterapenta segnala un rapporto ansiogeno del bambino con la propria madre specialmente nel momento del distacco, occasione in cui il minore mostra grande difficoltà a separarsi dal genitore e cerca di allungare il più possibile i tempi compiendo azioni improvvise e anche pericolose, come lanciarsi di peso contro la porta, sbattendo anche la testa, per impedire che la madre esca.
Inoltre, nel momento in cui i fratelli sono stati inseriti nella casa-famiglia, solo Francesco ha dimostrato un peggioramento nei confronti della figura del padre, pervaso da vissuti persecutori.
Dai colloqui e dalla somministrazione dei test emerge che da una parte Francesco mostra movimenti che dirigono verso l’autonomia, mentre dall’altra presenta aspetti egocentrici e regressivi. Sono presenti forti tratti di aggressività e di impulsività; alcuni indicatori si osservano anche nella relazione con la sorella verso cui manifesta anche segnali ,di gelosia. Ad esempio, sono significativi i disegni del Cerchio Familiare: in quello del presente fa in modo che il suo spazio allontani Lorena dai propri genitori, a proprio vantaggio e restando l’unico a mantenerne i contatti; in quello del passato torna all’età di un anno quando la sorella non era ancora nata.
Per quanto riguarda le persone dalle quali si sente amato, al FRT, indica la madre; è la madre la figura dalla quale egli si sente maggiormente seguito e sostenuto e nessun item positivo viene attribuito al padre. Così come nella Doppia Luna disegna un insieme unico in cui raffigura i simboli che rappresentano se stesso, la sorella, la madre ed il compagno di quest’ultima.
Rispetto alla figura patema ritiene di essere migliorato nei rapporti con il padre, esprime affermazioni, posizioni e richieste che non sembrano essere generate genuinamente dal suo pensiero (successivamente riportate) e, rispetto alla progettualità futura, Francesco sostiene che potrebbe ritornare a vivere in Francia insieme con la zia, la mamma e il compagno della mamma e mantenere i rapporti con il padre “Magari lui qualche volta ci può venire a trovare in Francia”.
Durante l’interazione con la madre, Francesco monopolizza la relazione cercando di attirare la sua attenzione e facendo in modo che questa rivolga maggiori attenzioni a lui; nell’interazione con il padre emergono comportamenti di evitamento, distanziamento e rifiuto, simili a quelli già segnalati.
L’affettività risulta non ben controllata ed evoca bisogno di protezione; il minore sembra mostrare un pattern di attaccamento ansioso-ambivalente (AIA).
Dopo l’inserimento dei minori presso la casa-famiglia e l’intervento psicoterapeutico, il processo di “riavvicinamento” dei figli al padre ha subito differenti sviluppi: Lorena, dopo aver provato a mantenere una posizione di rifiuto del padre, si è via via dimostrata più disponibile ad accogliere la ripresa non evidenziando particolari resistenze; Francesco ha invece mantenuto un costante comportamento ostativo nei confronti del genitore.
Proprio per questo bambino, si ritiene interessante riportare gli elementi emersi dai colloqui sostenuti in perizia, da quelli video-registrati durante gli incontri protetti con entrambi i genitori e dalle relazioni dell’Équipe Tutela Minori.
Per valutare le risposte di Francesco sono proposti e sintetizzati, per una più facile lettura, “Altri indicatori” (Tabella l) che integrano quelli di Gardner più sotto riportati.

 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 25/03/2011, 21:06 | Message # 19
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Segue il post precedente:

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Tab. 1 Valutazione delie risposte di Francesco.
Indicatori:
Aggressività-ostilità agita nei confronti di “oggetti/regali che in qualche modo sono in relazione con il padre
Esempi:
Mamma: “Francesco, hai mangiato le merendine che ti ha portato papà?”
Francesco: “Le ho buttate per terra e pestate” (incontro madre-figlio).
Francesco dice di essere arrabbiato con il giudice e
con lui (il padre): sarebbero le prime persone che met-
terebbe in carcere se fosse lui il giudice (relazione del
Servizio).
Francesco è stato molto agitato per tutto l’incontro e non è riuscito a stare seduto sulla sedia. Ad un certo punto voleva anche rompere la telecamera e alcune spine (incontro padre-figlio).
Il padre gli ha chiesto se ha cominciato a studiare per diventare giudice, Francesco risponde di no: c’è ancora tempo. Comunque ribadisce che lo vuole fare per mettere in prigione il giudice, il padre e anche la doti.ssa (incontro padre-figlio).
Francesco butta per terra una giornale che trova sul
tavolo e cl salta sopra pestandolo con un piede. Educatrice: “Guarda che non lo ha portato tuo papà, è di un collega”. Francesco: “Figurati!” Educatrice: “È di un altro collega!” Papà: “Era qua dentro”, Francesco: “Vi ho sentito parlare, non sono stupido” 0ncontro padre-figlio).
Francesco, quando disegna le stelle cadenti, dice che esprimerebbe un desiderio: vorrebbe che il padre non fosse mai nato perché gli ha rovinato i primi anni della sua vita (relazione d’aggiornamento dell’educatrice).
Indicatori: Evitamento oculare/corporeo nei confronti del padre
Esempi: Francesco non riesce a guardare il padre quando gli parla e sposta la sedia nell’altro lato della stanza (incontri padre-figlio). Francesco non accetta baci da parte del padre (incontri padre-figlio).
Indicatori: Evitamento nella comunicazione.
Esempi: Francesco: “Non ho nessuna intenzione di parlare con te, /0 trovo inutile e non cambio idea” (incontro padre-figlio). Francesco rimane in silenzio per tutto lì incontro, esclama: “lo resisto”.
Francesco ha interrotto, la visita protetta uscendo dalla stanza esclamando “Tu vuoi ancora giocare con il mio pisello”.
Francesco ha detto con un viso molto felice che aveva preso tre ottimo in matematica e che quelle sarebbero state le sue ultime parole nell’incontro (incontro padre-figlio).
Indicatori: Linguaggio condiviso tra madre-figli
Esempi: Carla si dice allarmata e inquieta per gli incontri tra padre e figli, perché teme che “lui” potrebbe ancora far loro del male (relazione d’aggiornamento dell’educatrice).
Francesco: “Magari, però deve venire finche ‘lui’” (incontro madre-figlio).
Francesco dice: ”’Lui’ non voglio vederlo, tu lo sai che aveva una fidanzata” (incontro con la psicoterapeuta).
Carla: “‘Lui’” com’era vestito oggi? Sempre in jeans?” Francesco: “Sì ‘Lui’ non ha gusto”.
Indicatori: Conflitto di lealtà e legame con la madre
Esempi: Nella seduta ho avuto modo di fargli notare che il suo
comportamento non porta a nulla e che il giudice non sa cosa scegliere se lui continua ad avere questi atteggiamenti con il padre. Francesco è rimasto zitto e non ha detto niente, così gli ho chiesto se ha paura di perdere la mamma se parla con il papà. Lui mi ha risposto di si perché potrebbe avere un altro bambino da Antonio (il compagno).
“La mamma ha già due figli che siamo noi e ie bastano. Poi tra il lavoro e quello che è successo ora non ce la farebbe a stargli dietro” (colloquio con la psicoterapeuta).
Indicatori: Screditamento figure istituzionali
Esempi: Rivolto alla CTU: “Ho visto che davi una ricevuta a mio padre. Avrà comprato pure te” (colloquio CTU).
Ha accusato tutti (Servizi, CTU, Il giudice) di volerli allontanare dalla madre e di voler che vadano a vivere con Il padre “Sono tutti comprati. Chissà quanti euro hanno preso da mio padre” (reiazlone Servizio).
“La Dr.ssa è stata assunta perché é figlia di uno del Comune” (relazione Servizio).
Esemplificazione dettagliata di alcune citazioni di Francesco, riprese dalla relazione peritale
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17. Campagna di denigrazione.
Molti esempi di denigrazione verso il padre (di matrice materna) posso-
no essere rinvenuti in tutti i colloqui con i minori e in particolare con Francesco.
18. Mancanza di ambivalenza
Francesco non è in grado di trovare alcun aspetto positivo del padre, né
antecedente alla separazione dei genitori, né successivo (relazione Servizi; colloqui CTU).
Francesco: “La mamma ha dei capelli soffici come la seta, altro che quelli del papà untissimi” (colloqui CTU).
Francesco: “La mamma ha gusto quando mi compra le felpe, i/ papà… è proprio un contadino” (colloqui CTU).
Nel disegno congiunto della famiglia il padre non compare; viene riconosciuta la appartenenza al “ceppo materno” (relazione Servizi).
Francesco: “Mia mamma è come uno smi/e, sorride sempre, il papà è sempre stato scorbutico” (colloqui CTU).
19. Razionalizzazioni deboli, superficiali e assurde per giustificare il biasimo
Francesco ha detto anche che il padre faceva loro dei regali e ha capito il perché: voleva “Comprarsi i due figli” e perciò non lo vuole più vedere (relazione del Servizio).
Francesco ha sottolineato il fatto che, a suo avviso, è colpa del padre il verificarsi di tutta questa situazione e che non possono vedere la madre perché il padre ha chiesto proprio quel giudice (colloqui CTU).
Francesco: “Quando eravamo piccoli con il papà ci faceva la colazione troppo zuccherata e così abbiamo deciso di andare di meno per risparmiare sul dentista” (colloqui CTU).
Francesco racconta di un episodio (mai accaduto) in cui il papà avrebbe spinto la nonna materna in strada e un’auto “L’ha investita ma non si è fatta quasi nulla ed è per questo che non voglio più passeggiare con mio padre” (relazione d’aggiornamento dell’educatrice).
Francesco: “Non voglio vedere mio padre e andare a casa sua perché mi mandava a letto troppo tardi. Poi mi ha annodato il pisello”.
CTU: “Cosa vuoI dire annodato il pisello?”
Francesco: “Il mio pisello è lungo e quindi per giocarci ha fatto un nodo. Mi hafatto male” (colloqui CTU).
Francesco: “Lorena fa bene a non voler vedere il papà, le strappava di mano i Chupa Chupa” (colloqui CTU).
20. Fenomeno del “pensatore indipendente”
Dalla relazione del Servizio: “Gli ho detto che se non fa gli incontri, il
giudice potrebbe anche pensare che qualcuno gli dica di non farli, ad esempio la madre. Francesco mi ha riportato che è stato lui a decidere di non vedere più il padre, perché lo trattava male e giocava con il pisello”.
CTU: “Ma senti: questa idea di andare a trovare la zia in Francia, a chi è che un po’ è venuta in mente1″
Francesco: “A me”. CTU: “È venuta in mente a te?” Francesco: “Sì; è bella la Francia” (colloqui CTU).
Francesco: “Sia chiaro, sono io che non voglio avere niente a che fare con quel mostro di mio padre” (colloqui CTU).
21. Appoggio automatico al genitore alienante nel conflitto genitoriale
Francesco: “La mamma ha ragione con tutte le botte che ha preso dal papà e poi… aveva la fidanzata. Il minimo era andare dall’avvocato” (colloqui CTU). Francesco: “Voi non credevate alla mamma relativamente alle cose che
noi le abbiamo detto” (colloqui CTU). 7d?
22. Assenza del senso di colpa
La CTU gli chiede se mandare in prigione il padre non gli dispiacerebbe
“almeno un po”‘. Francesco le risponde che sarebbe felice e aggiunge “Chi lafa la aspetti” (colloqui CTU).
23. Utilizzo di scenari presi a prestito
In un colloquio Francesco chiede se può raccontare cosa il papà gli ha
fatto; elenca, uno di fila all’altro, i motivi per cui non vuole più incontrare il padre: “(…) Quando eravamo piccoli e doveva portarci lui dal dottore ha dato le botte alla mamma perché toccava a lui (…)”.
Francesco asserisce che nei test (si presuppone somministrati dal CTU o da altri psicologi che li hanno seguiti) per Lorena, il papà non esiste mentre per lui è un demonio (relazione CTU).
Francesco: “Perché giustamente, visto che mio padre, appena si son separati, subito si è trovato un’altra morosa… che già frequentava”.
CTU: “E a te chi te l’ha detto che… ?” Francesco: “Eh, lo sapevo già”.
Francesco: “Se il papà avesse buon senso e un avvocato che lo aiutasse, non insisterebbe con noi e non butterebbe tutti quei soldi” (colloqui CTU).
Francesco: “Vorrei sapere perché tutti sono convinti che lui ci vuole bene, dopo quello che ci ha fatto… È un lupo travestito da agnello”.
24. Estensione dell’ostilità alla famiglia allargata e agli amici del genitore alienato
Dalla relazione dei Servizi: “Anche la famiglia di origine del padre è poco investita (non ricordano i nomi dei nonni patemi) e connotata dal medesimo desiderio di interruzione dei rapporti vissuto nei confronti del padre”.
Francesco: “Allora… paterni non me li ricordo, e poi…” CTU: “Da quanto tempo non li vedi quelli paterni?” Francesco: “Da un paio d’anni, ma non mi mancano”. CTU: “Come si chiamano 1″
Francesco: “Bah…” CTU: “Cosa ti ricordi di loro?” Francesco: “Niente… Ah, sì, loro sapevano che il papà mi toccava il pi-
sello” (colloqui CTU).
Valutazione finale
Il rifiuto dei minori di andare dal padre assume pesi differenti nei due fratelli: per Lorena si tratta di uno stato dinamico, probabilmente non del tutto interiorizzato grazie l’aiuto della psicoterapia, l’allontanamento dalla madre, e un maggiore distacco dal fratello. In seguito alla ripresa dei contatti con il padre la prognosi sembra indirizzata ad esiti favorevoli.
Francesco invece è risultato più sensibile all’indottrinamento; il bambino mostra un legame molto forte con la madre, confermato dalla storia evolutiva e dai test. Si può ritenere che Francesco presenti un livello grave di Alienazione Parentale; solo durante la fase finale della CTU, nello spazio neutro, ha iniziato nuovamente a dialogare su temi banali con il padre, ma il percorso necessita di tempi lunghi.
SINTESI
Sono stati evidenziati molti elementi che permettono di fornire indicatori chiari per rispondere alle richieste del giudice.

* La presenza costante di un forte “sgenitorializzazione” che porta a svilire e denigrare, da parte della signora Carla, la figura dell’altro genitore. Inoltre, sebbene sia stato archiviato il procedimento penale per le presunte accuse di abuso sessuale perpetrate dal padre ai figli, tale “fantasma” viene ancora rievocato.
* I bambini sono stati travolti dal conflitto genitoriale il cui motore primario è stata proprio la madre, e sono stati costretti a sviluppare un forte conflitto di lealtà con questa, escludendo il padre dalla propria vita emotiva ed affettiva.
* Ai minori è stato impedito, da parte della madre, di avere qualunque contatto con i parenti di parte paterna, ciò a conferma di uno stile materno che ha indotto un progressivo allontanamento dei bambini dalla stirpe paterna, anche dopo la conclusione del procedimento penale.
* Il rapporto di entrambi i figli con la madre, dopo la separazione dal coniuge, si è rinforzato; in particolare, per quanto riguarda la relazione tra Francesco e la madre si osserva che quest’ultima fatica ad identificarsi con il figlio in quanto “altro da sé”; è quindi faticoso anche per il minore percepirsi come bambino con un’identità propria in via di formazione. Francesco è vincolato esclusivamente da un legame con la madre, legame che si presenta così insidioso da non consentirgli di esprimere la propria realtà emozionale ed affettiva.
* È emersa una difficoltà “interna” di Carla a fare da tramite nel riavvicinamento tra i figli ed il padre, e la stessa signora fatica a cogliere la propria responsabilità, sempre imputata a terzi (servizi, Giustizia, periti, ecc.) nelle azioni messe in atto e nelle conseguenze prodotte. Ha trovato un qualsiasi appiglio critico a quelle che ritiene essere presunte inadeguatezze e/o comportamenti ostili nei suoi confronti, posti in atto dai professionisti del Servizio Tutela e dal giudice.
* La signora Carla non mostra né la capacità né la disponibilità ad uscire dal contesto giudiziario e ha fatto osservare anche tentativi di manipolazione nei confronti di altre persone, siano essi conoscenti, amici, terapeuti o legali.
* La signora mostra scarso rispetto per le norme e le regole condivise socialmente.
* La famiglia d’origine della signora Carla è schierata contro Andrea e contro le Istituzioni, tanto da esprimere apertamente il proprio pensiero davanti ai nipoti.
* Il compagno della signora ha sostituito la figura paterna concentrando su di sé ruoli e competenze che sarebbero spettate al genitore naturale.

In seguito all’espletamento della consulenza, il Tribunale per i Minorenni ha sancito la decadenza della potestà per la madre e l’affido esclusivo al padre, e ha invitato il Servizio Tutela Minori a predisporre un progetto per il recupero delle genitorialità della signora Carla che continuerà a vedere i figli in uno “spazio neutro” per una volta alla settimana.
I minori continueranno ad essere sostenuti in psicoterapia. Ai nonni materni è stato interdetto l’incontro con i nipoti.
Suggestione interpretativa
Vi è unanime consenso nel ritenere che una maggiore comprensione delle dinamiche della coppia e della genitorialità passi attraverso l’analisi delle rispettive famiglie di provenienza, e del ruolo da esse giocato, in un’ottica transgenerazionale delle relazioni familiari e dei percorsi di separazione ed individuazione di ciascuno.
Come nel caso di Elena e Carlo, anche qui le interferenze della famiglia di origine giocano un ruolo significativo nello stabilirsi dei legami intrafamiliari, e quindi nel destino della vicenda matrimoniale.
A parte il diverso status sociale delle due famiglie di origine, quello che più conta è il fatto che la figlia Carla, completato il liceo classico, interrompa gli studi e scelga di lavorare nell’industria meccanica del padre, mentre Andrea, poco motivato allo studio, trova lavoro come operaio proprio nella stessa industria.
La loro relazione sentimentale non è condivisa né dalla famiglia di CarIa né dalla famiglia di Andrea, anche se con motivazioni diverse, che portano comunque ad una “rottura” tra le due famiglie di origine.
L’ingerenza e l’interferenza si fanno sentire pesantemente non solo in relazione al progetto matrimoniale, ma anche in seguito, laddove la madre di Carla sembra prendere le redini della situazione, sostituendosi in gran parte alla figlia.
Vediamo quindi quanto siano rilevanti i legami che uniscono Carla alla propria madre, così come sarà per il legame che viene a stabilirsi tra Carla ed il figlio Francesco.
Come vedremo sono in primo piano i processi di separazione e le angosce relative: come per Carla il processo di separazione dalla propria madre non riesce pienamente in termini di sviluppo oggettuale, così per Francesco è necessario difendersi contro l’angoscia di una separazione dalla madre di difficile realizzazione, a causa di una madre altrettanto invadente della nonna materna, manipolatoria ed aggressiva. Non potendo trovare nel padre un sostegno per separarsi dalla madre, Francesco interiorizza la madre per acquisire una sua individualità e un senso di Sé sufficientemente
valido, rimanendo però in questo modo bloccato in una “pseudo-individuazione”. Un’individuazione che non ha niente di autentico, perché lo costringe a giocare regressivamente la relazione con la madre anche quando si trova ad entrare in pre-adolescenza.
Nella vicenda della coppia colpisce il fatto che Carla, pur lamentandosi del disinteresse di Andrea nei suoi confronti dopo la nascita di Francesco, decida la separazione sulla base di una semplice telefonata anonima, che la informa di una relazione extraconiugale del marito.
Carla dimostra di rifuggire l’accordo consensuale, di alimentare il conflitto, di non rispettare le regole e le prescrizioni dell’autorità giudiziaria, di mantenere una versione di vittima incolpevole del naufragio matrimoniale e di paladina della difesa dei figli nei confronti di un marito ritenuto violento ed abusante. Per lei non ci sono “archiviazioni” possibili, come ha fatto il Tribunale nel procedimento penale per falsa denuncia di abuso, ma convinzioni rigide ed assolute di essere nel giusto e di poter decidere come vuole.
La valutazione psicodiagnostica conferma i dati emersi dal colloquio clinico, ed orienta verso una diagnosi di disturbo di personalità di tipo misto, che si caratterizza per la compresenza di tratti di personalità istrionici (egocentrismo, vittimismo, comportamento manipolativo finalizzato alla soddisfazione dei propri bisogni), di tratti di personalità emotivamente instabile (instabilità affettiva, reazioni rabbiose, tendenza all’agito impulsivo con assente o inadeguata capacità nel comprendere il significato delle proprie azioni e le loro conseguenze) e di tratti di personalità paranoide (forte tendenza alla diffidenza, tendenza a portare rancore persistentemente, incapacità di dimenticare recriminazioni e ritorsioni di cui pensa di essere stata oggetto, sospettosità che la porta a dubitare della lealtà e dell’affidabilità degli altri).
Viene inoltre confermata l’esistenza di un rapporto ancestrale perturbato con la propria madre, che rinvia a quanto abbiamo già detto sui processi di separazione e sulla loro possibile distorsione su base ansiosa.
Francesco, primogenito, ha 7 anni all’epoca della separazione dei geni” tori. Ha presentato in epoca neonatale dei disturbi del sonno, protrattisi fino ai tre anni, che testimoniano dell’esistenza di un disturbo di regolazione, che potrebbe essere riferito, al di là degli aspetti costituzionali, ad una insufficiente funzione “para-eccitatoria” e contenitiva svolta da parte della madre. Lo sviluppo successivo di aspetti riconducibili, almeno in parte, ad una sindrome ipercinetica, accompagnati da una difficoltà di separazione dalla madre, confermerebbero una certa distorsione relazionale che si manifesta fin dalla nascita e si protrae lungo tutta la fase di latenza.
Preoccupano particolarmente i comportamenti di Francesco quando, in preda all’ansia provocatagli dal distacco dalla madre, compie azioni improvvise, autolesionistiche, nel corso delle quali perde il controllo di sé, e che sembrano aspirare ad una funzione di dominio tirannico-onnipotente sulla propria madre.
L’inserimento in casa-famiglia, con riduzione al minimo della frequentazione materna, hanno probabilmente provocato in lui vissuti angoscianti di abbandono, la cui responsabilità viene senz’altro attribuita al padre, e che giustifica quindi il peggioramento dei sentimenti di Francesco per il padre, sentimenti pervasi da vissuti persecutori.
La valutazione psicodiagnostica di Francesco sottolinea la persistenza di aspetti egocentrici e regressivi, con marcata gelosia per la sorella, la presenza di forti tratti di aggressività e di impulsività, il difficile controllo delle emozioni, la persistenza di una relazione esclusiva che si esprime secondo le modalità del tutto o nulla.
Per certi aspetti Francesco mostra di essere ancora “fissato” all’area onnipotente, quasi in relazione duale e privilegiata “a specchio” con la madre, ancorato ad un’immagine interna di “genitore unico”, un’immagine materna cioè così fallico-onnipotente da dominare la fantasmatizzazione inconscia oscurando una fragile imago paterna, umiliata e screditata. Possiamo supporre che, nel caso di Francesco, la problematica edipica non sia stata superata, e che le conseguenze evolutive non possano che essere negative in termini di indifferenziazione affettiva, ridotta crescita immaginativa e difficoltà a riconoscere ed accettare le situazioni intermedie. Se così fosse Francesco si presenterebbe molto male equipaggiato per avviarsi verso la fase adolescenziale, non avendo attraversato adeguatamente l’area della conflittualità e complessità edipiche, troppo impegnative per il suo fragile sviluppo interno, che lo vede ancora molto identificato con la propria madre. Francesco sembra rimanere quindi fermo ad una relazione totalizzante di dipendenza dalla figura genitoriale materna, una relazione che sostiene ancora l’onnipotenza e l’indifferenziazione affettiva ed impedisce la diversificazione relazionale, di cui quella edipica è il prototipo, difendendo la persistenza di un legame parassitario che rallenta o impedisce la crescita e contribuisce allo stabilizzarsi di una fragile organizzazione narcisistica.
Tra l’altro il padre è colpevole, agli occhi di Francesco, di avere messo al mondo la sorella (“vorrebbe che il padre non fosse mai nato perché gli ha rovinato i primi anni della sua vita”), che sembra essere nata non tanto da un rapporto amorevole tra i genitori, la cui rappresentazione non trova spazio nell’immaginario del bambino, ma da un atto aggressivo, violento, sadico, destinato a produrre solo dolore.
Antonio, l’attuale compagno della madre, che Andrea ritiene di avere “sostituito” come padre, potrebbe potenzialmente svolgere una funzione utile nel permettere a Francesco di aprirsi ad una relazione con un “terzo”,
che rappresenta la differenza, e nel ridurre la dipendenza affettiva esagerata che Francesco ha dalla madre.
Spetterebbe alla madre indicare al figlio il “terzo” che lei investe, che lei ritiene importante e significativo, e che per Francesco può diventarlo più del padre reale. Carla sembra ben lontana da questa consapevolezza, impegnata ancora a screditare l’ex-marito, a criticarlo, ad accusarlo, a denigrarlo sistematicamente, e a presentarlo a sé e ai figli come una fonte di pericolo.
Diversamente da Francesco la sorella minore Lorena sembra nascere con caratteristiche temperamentali più solide del fratello, senza presentare disturbi del sonno o dell’alimentazione nei primi anni di vita. Sembra avere superato molto meglio le dinamiche della separazione ed avere maturato una buona tolleranza alla frustrazione. Lorena sembra avere maturato una equidistanza dai genitori, evita di esprimere preferenze e si pone al riparo dai conflitti di lealtà. Esprime una rappresentazione positiva ed idealizzata di entrambi, si sente amata e benvoluta sia dalla madre che dal padre.
Potremmo chiederci su quali basi si è stabilita questa differenza tra i fratelli. Al di là delle inevitabili differenze costituzionali, c’è da osservare come Lorena sia rimasta in gran parte estranea al tipo di relazione esclusiva che la madre ha cercato di stabilire con Francesco, e ha quindi potuto evitare di rimanere invischiata nelle stesse dinamiche simbiotiche. Dopo una prima fase di dipendenza dal fratello sembra essersi definitivamente affrancata, contando sulle proprie competenze e risorse adattive, che le hanno permesso di sostenere e contrastare gli impeti e la gelosia del fratello.
Possiamo ipotizzare che, diversamente da Francesco, Lorena abbia potuto sviluppare una più adeguata funzione di differenziazione, fin dai primi mesi di vita, sfociata nell’emergere della configurazione edipica, che sembra essere stata ben superata, dandole di conseguenza la possibilità di pensarsi e di immaginarsi differente dai suoi genitori, che le testimoniano entrambi amore ed interesse (“sono simpatici, mi vogliono bene, vogliono il meglio per me”).
Ci possiamo chiedere infine quali possano essere le conseguenze prese dal Tribunale per i Minorenni, che ha sancito la decadenza della potestà della madre, l’affido esclusivo al padre, l’interdizione dell’incontro con i nonni materni. Queste decisioni possono sembrare troppo severe, specie la misura di ridurre ad una sola volta alla settimana la visita della madre in uno spazio neutro. Il rischio è di rendere più radicale il rifiuto ed il pensiero patologico.

Link di lettura in PDF: http://www.alienazione.genitoriale.com/wp-content/uploads/2011/02/cavedon_magro_caso_4a.pdf (http://www.alienazione.genitoriale.com/wp-cont...._4a.pdf)

 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 25/03/2011, 21:09 | Message # 20
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IL PADRE MALEVOLE ESISTE? Le relazioni in conflitto familiare di Daniela Pallotta, 2008

Il presente elaborato si pone la finalità di esaminare, attraverso
un’analisi di alcune dinamiche familiari in situazioni di elevato grado di
conflittualità, i comportamenti altamente alienanti verso i figli non solo
da parte della madre, ma anche del padre, che configurano, seppur allo
stato non vi siano dati scientifici, l’ipotesi del “padre malevolo”, come
aspetto di un fenomeno sociale in espansione che solo un metodo di
studio sistemico potrà contenere.

Attachments: TESINA_PADRE_MA.pdf(121Kb)
 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 25/03/2011, 21:30 | Message # 21
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La sindrome di alienazione genitoriale

di ISABELLA BUZZI - Dottore in Psicologia e mediatrice nei casi di separazione e divorzio, collabora con il Dipartimento di Psicologia e con il Centro Psicologia Giuridica dell’Università Cattolica di Milano.

Sommario:
Premesse al suo verificarsi.
Dall’attaccamento ad entrambi i genitori alla sindrome di alienazione genitoriale.
Gli effetti della sindrome di alienazione genitoriale sui figli.

A) Premesse al suo verificarsi.
La sindrome di alienazione genitoriale non è rara nelle famiglie io cui i genitori si separano (Gardner, 1989a; Clawar & Rivlin, 1992) in quanto molte delle risposte personali di genitori e figli finiscono col colludere (dal latino colludere, giocare insieme. Nell’ambito di una relazione interpersonale, nell’accezione di intesa spesso inconscia e non ammessa, di gioco comune inconscio, tra due persone (genitore e figlio), le quali vi ricorrono e la mantengono ai fini di difesa e di superamento delle angosce e dei sensi di colpa da cui sono accumunati. Attraverso la collusione i due si sentono ineluttabilmente connessi l’uno all’altro (per maggiori approfondimenti sui rapporti collusivi vedere Jürg Willi, 1993) ed è questa una delle premesse fondamentali al suo verificarsi.
Vi sono risposte genitoriali ìnfluenzanti la relazione genitore-figlio dopo la separazione da considerarsi assolutamente normative (cfr. Parkinson, 1995; Everett & Volgi. 1995; Wallerstein & Kelly, 1980; Gardner, 1989a; Jhonston & Campbell, 1988). Essi sono più nervosi a causa della situazione quindi anche più irritabili e perdono più spesso la pazienza. Accade che cadano in depressione e che di conseguenza si curino anche meno dei figli o che siano meno disponibili emotivamente, oppure che facciano dei figli i propri confidenti, occupandosi molto meno dei loro problemi personali di bambini. Molti genitori disciplinano meno i figli in quanto hanno forti sensi di colpa e vorrebbero discolparsi rendendosi più attraenti. Molti genitori affidatari discutono della separazione con amici e parenti alla presenza dei figli senza curarsi del fatto che essi possano essere in ascolto.
I genitori che non vivono con i figli (i non affidatati), sovente finiscono col perdere contatti con i propri figli, il loro senso di colpa per aver spezzato l'unione familiare li allontana e non collaborano più con il genitore affidatario. Molti di essi stanno anche tre o quattro mesi senza vedere i figli subito dopo la separazione. In questo clima familiare diventa impossibile per i figli parlare del genitore assente e si crea per forza di cose un'alleanza temporanea.
Alcune risposte genitoriali sono però più pericolose e non sono da considerarsi come normative in quanto hanno lo scopo di separare il figlio dall’altro e di cementarlo a sé. Lo svilupparsi di un forte biasimo morale nei confronti del coniuge assente e il dare libero sfogo alla propria indignazione, il mettere in atto comportamenti più o meno indiretti di vendetta, il dimostrarsi spaventati quasi paranoici, quando i figli stanno con l'altro genitore, sono elementi che dimostrano quanto ritengano l'altro genitore pericoloso per i figli. A queste azioni si aggiungono le imposizioni dopo le visite al genitore non affidatario: ispezioni. interrogatori, inquisizioni, ecc. unite all'annuncio esplicito e ricattatorio del proprio timore di perdere il figlio, ad esempio: "Se perdessi anche te sarebbe meglio morire!".
Anche le risposte dei figli sono in grado di influenzare la relazione genitore-figlio dopo la separazione (cfr. Kalter, 1990; Wallerstein &. Kelly, 1980; Clawar & Rivlin, 1992; Gardner, 1989a; Everett & Volgi, 1995). Molti di essi esprimono la loro rabbia apertamente (se molto piccoli invece sembrano utilizzare più facilmente meccanismi quali la rimozione e/o lo spostamento verso gli oggetti transazionali). La rabbia che essi sperimentano porta distanza o confusione nella relazione genitori-figli, questi ultimi sentono inoltre la necessità di colpevolizzarsi o di colpevolizzare qualcuno, sovente il genitore che ha apertamente voluto la separazione. I figli più grandi biasimano moralmente i genitori per quanto sta accadendo, diventano intrattabili e chiusi, cadono in depressione e finiscono col non comunicare più o con il farlo male. Gli adolescenti normalmente finiscono con l'estraniarsi dalla relazione coniugale dei genitori.
È identificato come sano il comportamento di quei figli che temporaneamente si alleano con il genitore che sentono più simile a sé, ovverosia quello che pensano sia vittima della separazione. Vogliono prendersene cura e aiutarlo a superare la crisi e, a meno che non siano risposte estreme o prolungate, sono da considerarsi come risposte normative positive. I figli più sani e meglio adattati tuttavia finiscono col dimostrare uno spiccato desiderio di essere giusti ed equilibrati con entrambi i genitori, si dissociano dalla lite coniugale e a volte da entrambi i genitori, se sono adolescenti o giovani adulti accelerano il processo di distacco dai genitori e trascorreranno molto più tempo fuori casa.
Sono invece i figli più fragili che incominciano progressivamente ad alienare il genitore con cui non si sono alleati e che possono rientrare nella normalità solo se la separazione verrà gestita bene dai genitori.
cool Dall'attaccamento ad entrambi i genitori alla sindrome di alienazione genitoriale.)
Vi è un continuum dell'attaccamento/alienazione genitoriale (Kelly, 1994) che può scattare quando i figli hanno 8/9 anni in quanto i figli più piccoli non hanno capacità cognitive sufficienti per essere buoni alleati e sono meno affidabili, anche se a livello empatico possono dimostrarsi molto più vicini al genitore che si prende cura di loro. La sindrome è infatti tipica dei figli adolescenti e può riscontrarsi anche in figli di 20 anni o più. Come possiamo osservare nella figura 1, il passaggio dall’attaccamento verso entrambi i genitori alla sindrome di alienazione genitoriale vera e propria è piuttosto articolato.
Possiamo osservare che vi sono dei caratteri distintivi dei quattro punti di passaggio.
1) Figli senza preferenze. Figli che hanno un uguale attaccamento per entrambi i genitori. esprimono lo stesso piacere e uguale confidenza con ciascuno di loro e non esprimono preferenze sul genitore con cui vorrebbero trascorrere la maggior parte del tempo. In effetti. questi bambini esprimono il desiderio di trascorrere la maggior parte possibile di tempo con entrambi i genitori.
2) Figli con un’affinità elettiva per uno dei genitori. Si tratta dei figli che non esprimono una preferenza per un genitore rispetto all’altro, ma a causa della personalità o del temperamento del bambino o del genitore, di uno speciale bisogno del bambino, o di un cambiamento delle circostanze esterne. possono essere indotti a provare maggiore affinità per un genitore in particolare. Questa affinità tuttavia può essere sia costante, attraverso i diversi momenti della crescita del bambino, oppure può spostarsi da un genitore all’altro nel tempo. in relazione alle circostanze e ai cambiamenti nelle vite di figli e genitori.
3)Figli allineati con uno dei due genitori. Sono figli che identificano e scelgono il loro genitore preferito. o che discriminano in genitore "buono" e genitore "cattivo" come risultato della separazione quando tale categorizzazione non esisteva prima della separazione. Solitamente questa scelta viene fatta a favore del più debole, del più rabbioso o ferito, e risulta essere un bisogno cosciente del bambino quello di prendersi cura di quel genitore. Può anche essere un espressione della rabbia del figlio e dei suoi sentimenti feriti per il fatto di essere stato "abbandonato" da un genitore, sentimenti alimentati dal genitore con cui si sono alleati. Sotto la superficie, comunque, questi bambini provano affetto per entrambi i genitori e mentre possono avere delle resistenza a trascorrere del tempo col genitore "cattivo", di solito accettano le sue visite e si divertono, nonostante lo esprimano raramente al genitore preferito. Nonostante possano mostrarsi di cattivo umore e essere chiusi o scontrosi col genitore che non vive più con loro, specialmente quando l'altro è presente, non esprimono sentimenti di rabbia ne si lamentano mai direttamente con questo genitore, ma esprimono la maggior parte delle lamentele con il genitore cui sono affidati e col quale si sono allineati.
4) Figli alienati da un genitore. Si tratta dei figli che hanno scelto uno schieramento di parte durante il divorzio e che rigidamente si rifiutano di avere una qualsiasi relazione con l’altro genitore, che diventano quasi ossessionati dalla rabbia e dall'odio nei confronti di quel genitore. Essi sono stati e si sono alienati, e non sono affatto ambivalenti: lo rifiutano, e quasi sempre hanno subito un "lavaggio del cervello". Sono assai rari i bambini appartenenti a questa categoria, che scelgono di non trascorrere mai un po’ di tempo con il genitore perché abusante o affetto da qualche patologia (in questi casi si tratta di una preferenza realisticamente non ambivalente ed è assente l’atteggiamento caricaturale e il tono ripetitivo delle lamentele, ma si dimostrano lucidi e sobri). La maggior parte dei figli alienati, comunque, ha avuto una normale relazione col genitore alienato prima della separazione, e in seguito ha completamente assorbito e fatto proprio il punto di vista del genitore "preferito" nei confronti del genitore alienato. Questi sono solitamente bambini che hanno un età compresa tra i 9 e i 15 anni al momento della separazione, e che si oppongono con forza e veemenza al genitore alienato senza apparenti espressioni di colpa o di ambivalenza. Essi elencano le proprie critiche e la propria avversione in presenza di entrambi i genitori con modalità ripetitive, sovente utilizzando le stesse parole utilizzate dal genitore preferito per descrivere le trasgressioni e i difetti del genitore alienato. Il loro linguaggio è quasi sempre pomposo e la scelta dei termini molto ricercata (da adulti).
L 'identificazione della sindrome di alienazione genitoriale è legata ad una serie di presupposti, anche se occorre premettere che sono le risposte stesse alla separazione a creare le condizioni circostanziali perché la sindrome possa svilupparsi e che, tra l’altro, le modalità educative assunte dai coniugi prima della separazione non sono predittive della relazione educativa successiva. Si sa che a volte la relazione tra genitore non affidatario e figlio si rafforza dopo la separazione, più sovente sembra indebolirsi e diventare più superficiale, oppure sembra restare identica, quindi è difficile fare previsioni. Tuttavia sappiamo che molto può dipendere dalle modalità di affido da un lato (Buzzi, 1995) e dall’altro dalle strategie difensive e le dinamiche collusive presenti nella famiglia durante il conflitto della coppia coniugale (Jhonston & Campbell, 1988).
La sindrome di alienazione genitoriale inizia e viene mantenuta dal genitore affidatario. il quale dà atto ad una serie di tecniche di programmazione, ovverosia attinge ad un sistema di credenze, quali i valori morali, religiosi, filosofici, personali, sociali, ecc. diretti a "demolire" il genitore bersaglio per raggiungere uno scopo: distruggere la relazione tra l’altro genitore e il proprio/i figli (Clawar &. Rivlin, 1992; Gardner. 1989b).
Ci sono 5 fasi nella programmazione:
guadagnare accondiscendenza: è per questo motivo che il bambino deve essere giunto ad un livello di sviluppo cognitivo e morale sufficiente per la programmazione;
testare come funziona la programmazione: sovente attraverso domande dirette come: "Sono un buon genitore?";
misurazione della lealtà;
generalizzazione ed espansione del programma sulle persone che si sono alleate all’altro genitore e sugli oggetti o gli animali che gli appartengono;
mantenere il programma.
La cosa positiva di questa sindrome è che se il genitore programmante ferma la programmazione la sindrome scompare. Dapprima i figli non vogliono ascoltare o si limitano a tacere, poi nel tempo finiscono col cedere perché e difficile per un figlio che già soffre personalmente restare insensibile alla sofferenza del genitore programmante, inoltre l'adulto riesce con maggior forza a dare voce alla propria sofferenza e ai propri bisogni. Per tutti questi motivi finiscono col cedere alla programmazione soprattutto i bambini psicologicamente ed emotivamente più fragili e meno difesi o che entrano nella separazione dei genitori con molti problemi ancora irrisolti.
Per riuscire ad inculcare il programma appena accennato vengono selezionate delle tecniche di "lavaggio del cervello" precise, quali :
la negazione dell'esistenza dell'altro
ripetuti attacchi all’altro in forma indiretta, subito negati
il mettere sempre il figlio in posizione di giudice dei comportamenti scorretti dell'altro
la manipolazione delle circostanze proprio favore e a svantaggio dell'altro
la disapprovazione dell'altro con lo spostamento verso la sua "malattia"
il costante tentativo di allearlo con il proprio pensiero e giudizio
il drammatizzare gli eventi facendone una "tragedia della moralità"
il minacciare un calo d'affetto nel caso il figlio si riavvicinasse all'altro
il ricordare costantemente di essere il genitore migliore
il far cadere dall'alto le proprie azioni positive e il proprio amore
il sottolineare di essere l’unico capace di prendersi cura dei figli (l'altro è inaffidabile)
il riscrivere la realtà o il passato per creare dei dubbi nei figli sul rapporto con l'altro.
Le motivazioni dei genitori programmanti nascono dal loro bisogno di vendicarsi dell’altro o dal profondo rifiuto che sentono nei confronti dell'altro genitore (peggiore se a causa di un tradimento o una profonda umiliazione personale. ma accade anche quando l'annuncio della separazione non ha repliche ed è definitivo, in quanto getta nella disperazione).
Anzitutto è presente un autoconvincimento delle proprie ragioni cui si affianca un meccanismo simile a quello del nemico, che porta a innalzare la propria autostima grazie alla lotta per la dimostrazione di essere moralmente migliori dell'altro, e quindi educativamente migliori. Con l'abbandono da parte del coniuge insorge anche la conseguente messa in dubbio della propria identità, l’unica certezza rimasta è quella di sapere di essere un genitore, un buon genitore. Difatti, dopo l'abbandono da parte del coniuge la paura più grande è quella di perdere i figli o di essere abbandonati anche da loro, quindi alcuni genitori (quelli psicologicamente più deboli), cercano di averne il controllo più totale. Esternano un amore di tipo possessivo e controllante. Se gli amici. i parenti o l'avvocato cercano di mitigare il loro comportamento competitivo e paranoico, o si dimostrano apertamente dissenzienti, vengono allontanati o licenziati. A ciò si aggiunge sovente una forte gelosia nei confronti del nuovo partner dell'altro, il quale è spesso identjficato come un rimpiazzo di sé.
In tutta questa tempesta emotiva sovente i genitori programmanti finiscono col perdere di vista i sentimenti personali dei figli e col proiettare su di essi i propri sentimenti per assicurarsene il sostegno: "Se vai a stare con tuo padre. come farò a sopravvivere? Non avrò più l'assegno di mantenimento e per non morire di fame dovrò trasferirmi e quindi non ci vedremo più".
C) Gli effetti della sindrome di alienazione genitoriale sui figli.
Gli effetti della sindrome di alienazione sui figli dipendono: a) dalla severità del programma; b) dal tipo di tecniche di lavaggio del cervello utilizzate; c) dall'intensità con cui viene portato avanti il programma; d) dall'età del figlio e dalla sua fase di sviluppo, oltre che dalle lue risorse personali e) dalla quantità di tempo che essi hanno trascorso coinvolti nel conflitto coniugale. L’impatto della sindrome comunque, non è mai benigno perché coinvolge manipolazione, rabbia, ostilità e malevolenza, a prescindere dal fatto che il genitore programmante ne sia più o meno consapevole. Ciò che si ottiene sui figli è sempre un grave lutto di una parte di sé.
Sappiamo bene che alcuni figli continuano a sperare nella riunione dei genitori (come recupero della perduta infanzia), e in questi casi di alienazione si assommerà la vergogna per aver volutamente perso un genitore. Quando i ragazzi alienati ricostruiscono l’accaduto e lo disvelano a se stessi finiscono per escludere anche il genitore programmante, rischiando una seconda perdita.
Il genitore bersaglio infatti, in principio rimane come disarmato di fronte alla volontà di allontanamento dimostratagli dai figli e nella sua posizione di debolezza, passa dalla rabbia, alla protesta, alla confusione e alla depressione. Progressivamente molti genitori bersaglio finiscono per desistere nei loro tentativi di vedere i figli e di trascorrere un po' di tempo con loro per riuscire a mantenere, o addirittura a sviluppare, una relazione d'intimità, questo in seguito peserà nell’eventuale processo di riavvicinamento voluto dai figli e aumenterà le difficoltà di rapporto legate all’estraneità venutasi a creare.
I ragazzi alienati che testimoniano contro il genitore bersaglio si ritroveranno a dover lottare in futuro con forti sensi di colpa, cui si affiancheranno le paure di abbandono e della perdita dell’amore del genitore programmante. Sovente i figli escono da questa ambivalenza con strategie autodistruttive, autocolpevolizzanti e autolesioniste. Sembra inoltre che figli alienati tendano a diventare genitori programmanti.
Dal momento che durante la programmazione questi ragazzi possono sviluppare potenti sentimenti di ostilità e hanno carta bianca nel darne libero sfogo, si presentano come soggetti che si introducono volontariamente nei conflitti con modalità antagonistiche, possono essere irrispettosi, non collaboranti, ignoranti, ostili, maleducati, ricattatori e ricattabili, vanno male a scuola, fanno della manipolazione uno strumento relazionale. Non è raro che in questi casi aumenti anche l’ostilità manifesta tra fratelli.
Questi ragazzi presentano quasi sempre disturbi dell’identità, sovente della sfera sessuale, e sono più vulnerabili alle perdile e ai cambiamenti, regrediscono a livello morale e continuano a operare anche oltre l'adolescenza una netta dicotomia tra "bene" e "male". Le regressioni possono essere presenti anche in altri ambiti di sviluppo in quanto il processo psicologico in atto è molto costoso, quindi possono presentare un’ampia confusione cognitiva, una dissonanza ingestibile tra realtà e programma, e la creazione di genitori immaginari a sostituzione del genitore perduto. Sono tuttavia solo i figli più dipendenti e quindi i meno autonomi a essere vulnerabili alla programmazione, così come quelli con bassa autostima, quelli che si sentono colpevoli per qualcosa che pensano di aver fatto, quelli che già avevano problemi emotivi o psicologici al momento della separazione.
A complicate il tutto c'è l’effettivo abbandono da parte del genitore bersaglio dei tentativi di visita ai figli. Il suo allontanamento crea una situazione di assenza di confronto con la realtà, se infatti viene a mancare il contatto con l’altro genitore è più facile cadere vittime della programmazione perché non può esserci esame diretto e confronto tra programma e realtà.
Socialmente si presta ancora troppo poca attenzione alla qualità del rapporto dei figli col genitore non affidatario, soprattutto se questi si e allontanato a causa di una nuova relazione affettiva. Il biasimo sociale. per quanto comprensibile, è assai pericoloso per lo sviluppo dei figli in quanto innesca una alleanza sociale col genitore programmante. Al contrario di quanto comunemente si pensa, tuttavia, coloro che lasciano la famiglia non intendono separarsi dai figli ma solo dal proprio coniuge e andrebbero perciò aiutati affinché la loro separazione dai figli non avvenisse mai.
Nel n° 4 della rivista PIANETA INFANZIA del luglio 1998 la Dott.ssa Isabella BUZZI, che è tra i collaboratori, viene indicata a pag. 119 come "punto di riferimento per l'Italia del Forum europeo di formazione e ricerca in mediazione familiare", C.so Sempione, 8 - 20154 Milano - Tel. e Fax 02/342502, E-Mail: tdlisa@planet.it

Buzzi I.: "La sindrome di alienazione genitoriale". In Cigoli V., Gulotta G. & Santi G. (a cura di), Separazione, divorzio e affidamento dei figli, Giuffré, Milano, II Ed., 1997, pp 177-188

 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 25/03/2011, 21:32 | Message # 22
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Come distinguere alienazione genitoriale da pedofilia

http://www.alienazione.genitoriale.com/come-distinguere-alienazione-genitoriale-da-pedofilia/ (http://www.alienazione.genitoriale.com/come-di....dofilia)

 
MariaRosaDeHellagenDate: Venerdì, 25/03/2011, 21:36 | Message # 23
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LA PAS? UNA FORMA DI PEDOFILIA AFFETTIVA. E CHI LA NEGA OPERA PSICOLOGICAMENTE CON LE MOTIVAZIONI E GLI ARGOMENTI DEL PEDOFILO

Dr. Gaetano Giordano

http://www.bollettinodiguerra.it/war_archives/il-dr-gaetano-giordano-psicoterapeuta-ci-aiuta-a-capire-perche-alcuni-genitori-affette-da-una-forma-di-pedofilia-affettiva-possano-creare-al ienazione-genitoriale/
http://www.bollettinodiguerra.it/war_arc....toriale

Il meccanismo perverso che avvicina il genitore “alienante” all’adulto pedofilo e abusante è la seduzione del bambino, portato a desiderare qualcosa online drugs without prescription di innaturale per potersi sentire “grande” e “accettato” dal genitore alienante. Nel bambino alienato vengono indotti seduttivamente desideri e sentimenti inadeguati all’età, esattamente come avviene nell’abuso “sessuale”, e gli viene prospettata un vissuto di sé stesso innaturale e incongruo rispetto allo sviluppo affettivo.
Viene cioè portato a “colludere” seduttivamente con desideri e desideri di un adulto senza nessun rispetto per la diversa età cronologica: di fatto, il bambino alienato si colloca come una sorta di adulto in miniatura, giudice feroce (perché di parte) del genitore alienato, adducendo motivazioni e soluzioni incongrue per la sua età e che non troverebbero accoglienza in un bambino figlio di genitori non separati (se il figlio di genitori non separati dicesse che non vuole andare in vacanza col proprio padre perché – ad es., citando una classsica spiegazione da PAS – il padre “parla troppo forte”, o “dice parolacce”, nessuno gli darebbe il credito che ha in un contenzioso genitoriale).
La PAS è un vero abuso, perché manipola l’affettività del bambino inducendolo ad accettare e rendersi possibili esperienze emotive e cognitive, e comportamenti, estremamente prematuri rispetto alla sua vera età affettiva, e dunque destabilizzanti rispetto alla evoluzione psicoaffettiva. E’ evidente che la similitudine è con la maggior parte dei casi di pedofilia, nei quali non vi è violenza fisica ma un misto inestricabile tra seduzione e coercizione da parte dell’adulto: la stessa seduzione e la stessa coercizione che portano, nella PAS, il bambino a diventare un “alleato/partner” del genitore alienante.
In sintesi, è come se si consentisse ad un minore di avere rapporti sessuali come se fosse un adulto, dal momento che la molla che spinge il bambino abusato al rapporto pedofilo e, quando non vi è violenza fisica, proprio una collusione e un consenso obbligato e manipolato tra desiderio dell’adulto e desiderio del bambino.
La differenza tra genitore alienante e genitore o adulto pedofilo è minima, perché se è vero che manca (sempre? Lo si può dubitare che manchi sempre) il contatto sessuale, è vero anche che il bambino alienato diventa un partner affettivo del genitore alienante, del quale sposa a tutti gli effetti ruolo e posizione (e per questo non si parla di “brain washing”: perché la adesione al ruolo e alla posizione del genitore alienante avviene con le modalità di un partner e non con quelle di un bambino addestrato a rispondere automaticamente in certi modi).
Per questo chi combatte la PAS accusa di pedofilia chi la sostiene: perché il genitore che combatte la PAS “proietta” su chi la vuol riconoscere e combattere (“proiettare” = attribuire i propri sentimenti e tendenze non coscienti) la propria perversione di sedurre il figlio per farlo sentire grande ma inducendogli desideri e soddisfazioni che sono quelli che soddisfano le voglie dell’adulto.
E questo da adesso va denunciato con forza: negare la PAS e indurre la PAS significa operare alla stregua di un pedofilo e di un adulto abusante: la PAS è una PEDOFILIA AFFETTIVA perché rende il bambino alienato un partner del proprio genitore adulto.
Dr. Gaetano Giordano
Medico-chirurgo
Specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni
Psicoterapeuta
Presidente del Centro Studi Separazioni e Affido Minori

 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 01/06/2011, 05:35 | Message # 24
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figli del divorzio documentario sulla alienazione da divorzio

 
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