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PROBLEMATICA DELLE SEPARAZIONI IN ITALIA
dibattitopubblDate: Martedì, 22/02/2011, 19:46 | Message # 31
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FATTI DI SANGUE E SEPARAZIONI - UN FILO ROSSO LI LEGA

Da http://comunicazionecondiviso.blogspot.com/2011/02/fatti-di-sangue-e-separazioni-un-filo.html

Periodicamente assistiamo a omicidi/suicidi in ambito separativo. Purtroppo molti sono i casi che la cronaca ci propone in cui un ex coniuge si toglie la vita, magari dopo aver ammazzato figli e/o a volte l'ex partner.
E' un copione che si ripete, con allarmante frequenza. Come si ripete con disarmante puntualità la leggerezza con la quale i media e/o presunti esperti commentano questi apparentemente inspiegabili raptus di follia.
Sì, perché se la versione fornita del "gesto isolato di un folle" si ripete, senza memoria, ad ogni circostanza simile, logica e obiettività di analisi dovrebbero dirci che se i cosiddetti "gesti isolati" si ripetono a migliaia allora qualcosa nel Sistema probabilmente non funziona.

Fuorvianti e superficiali sono le chiavi di lettura che solitamente vengono date ai fatti di cronaca di questo tipo: si parla spesso di "mancata accettazione della fine del rapporto" da parte dell'ex marito o di disturbo mentale o ancora di gelosia morbosa, di quanto gli uomini non accettino il rifiuto, la separazione, e perdano il controllo. Un'analisi più attenta dovrebbe facilmente cogliere, invece, l'aspetto discriminante: la presenza di prole nel rapporto che si sta rompendo. Causa scatenante di questa scia di sangue è infatti spesso lo stupro delle relazioni che viene commesso (o minacciato o semplicemente percepito come conseguenza inevitabile dal genitore maschio che compie il suicidio o la strage) dal sistema e/o dall'ex partner nei casi di separazione conflittuale con figli. L’esclusione forzata di fatto dal progetto genitoriale, la riduzione a ruoli marginali, la cronica limitazione ad un ruolo subalterno rispetto all’altro genitore, la delegittimazione del ruolo paterno, la mortificazione, la totale inefficacia delle contromisure giuridiche e lo status di “intruso” che ne derivano sono le molle che innescano la spirale di disperazione che può esitare in episodi di cronaca nera. Lo stupro emotivo/emozionale e la disperazione data dal senso di impotenza creano il corto circuito che poi sfocia nella strage. Nel condannare fermamente ogni gesto criminoso, appare però colpevolmente miope continuare a classificare una tale scia di sangue come "il raptus isolato di un folle".

Per approfondire invito caldamente ad analizzare lo studio realizzato da Fabio Nestola e da altri su questo argomento presentato al XXIV Congresso Nazionale della Società Italiana di Criminologia e dal quale ho tratto spunto per queste riflessioni:http://www.fenbi.it/ConvegnoCriminologiaComo14102010/FDS 7.3.pdf

 
MariaRosaDeHellagenDate: Giovedì, 24/03/2011, 08:24 | Message # 32
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http://www.dirittoeminori.it/pages/affidamento-condiviso-cronaca-di-una-legge-non-applicata-di-tiberio-timperi/ (http://www.dirittoeminori.it/pages....timperi)

Affidamento condiviso: cronaca di una legge non applicata – di Tiberio Timperi
7 febbraio 2011

La cosa è ben nota al Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che nel 2010 e in questo inizio di 2011 ha ricevuto un’interrogazione parlamentare da parte dell’Onorevole Rita Bernardini, dei Radicali Italiani.

A questa, per gli stessi motivi, si è aggiunta di recente la class action contro il CSM. Ad organizzarla Adiantum, una delle associazioni di genitori separati più accreditate.

In sostanza, l’orientamento culturale prevalente della magistratura è tale da far naufragare lo spirito che ha animato il legislatore: quello della bigenitorialità. O se si preferisce, del diritto del figlio di avere due genitori. Sulla carta, una rivoluzione, considerato che prima, di fatto, il padre all’indomani della separazione, veniva cancellato.

Purtroppo, successivamente all’entrata in vigore della legge, è stato subito chiaro il sapore gattopardesco.
Cinque anni dopo, parole a parte, la situazione è rimasta identica.

Andiamo con ordine.

Per l’Istat e i tribunali, l’affidamento condiviso viene concesso nel 90 per cento dei casi.

Sulla carta. In realtà le cose sono ben diverse. Esaminiamo.

La legge prescrive che il minore abbia un rapporto continuativo ed equilibrato con entrambi i genitori? I giudici concedono al padre che vuol fare il padre, 8 giorni in media al mese contro i 23 della madre.

La legge prescrive l’assenza di genitore prevalente ?
I giudici si sono inventati, a loro uso, la collocazione del minore. Ovviamente 9 volte su 10 presso la madre. A prescindere dalla richiesta del padre.

La legge prescrive il mantenimento diretto, vale a dire la possibilità per il genitore che deve provvedere al mantenimento, di farlo direttamente?
I giudici ricorrono all’assegno per il genitore collocatario, 9 su 10 la madre, assegno che si trasforma spesso in rendita parassitaria non essendoci obbligo di rendicontazione.

Insomma la legge viene ignorata.

Dopo il divorzio, per i padri che vogliono fare i padri, solo doveri.

Per le madri che vogliono approfittare di una consuetudine, un vitalizio.

Meglio, un win for life.

Tempi, usi e costumi sono cambiati. E con essi, anche il modo di vivere la paternità.
Ma certi avvocati, certi giudici e certi psicologi fanno orecchie da mercante.

Il divorzio all’italiana fa comodo. Complice la lentezza della giustizia e l’orientamento culturale prevalente che vede al centro la mamma e non il minore, il divorzio alimenta un lucroso business sulla pelle dei nostri figli. E dei padri. Senza se e senza ma.
Attenzione, questa non è una battaglia dei padri contro le madri o viceversa.
Semmai contro il sistema.

Un sistema che favorisce, ad esempio, certi avvocati che, pur di gratificare il cliente, avallano strategie processuali basate su false denunce piuttosto che avviare una mediazione. So di cosa parlo, avendolo vissuto sulla mia pelle. Con buona pace della deontologia professionale.

Al salone della giustizia di Rimini, questa mia affermazione ha molto irritato un insigne giurista (difesa di categoria?) e un membro dell’AIAF, associazione avvocati italiani della famiglia. Segno che forse a pensar male si fa peccato ma difficilmente si sbaglia.

200.000 avvocati in Italia sono tanti, per alcuni troppi. Il cliente è sacro. Il figlio meno…

Un altro aspetto del condiviso, è legato alle famigerate CTU, ovvero le consulenze tecniche. Nei tribunali vengono sempre scelti gli stessi, come in una compagnia di giro. Con l’assurdo che magari il CTU nominato dal giudice è amico del consulente di parte, magari della moglie… Succede anche questo nelle aule. O il fatto che quel giudice partecipi a quel congresso organizzato dall’associazione cui quel CTU appartiene in un singolare processo osmotico che può prestare il fianco ad eventuali ed inevitabili critiche.

E, per non fare torto a nessuno, una parola anche per i servizi sociali.

Tutti sono concordi nel lamentare la loro scarsa professionalità. Rare le punte di eccellenza.

Dipendenti comunali, fortemente ideologizzati che, spesso senza un’adeguata formazione, hanno diritto di vita e di morte sui nostri figli. Diritto esercitato in tandem con i giudici.

Spesso si ha la sensazione che certi giudici non vogliano essere disturbati.
Che non si leggano i fascicoli.
Che non vogliano prendere posizione.
Giudici equilibristi.
Giudici cerchiobottisti.

Semplificano parlando genericamente di conflittualità, senza distinguere tra chi aggredisce e chi viene aggredito.

Aggredito che, se ricorre alle vie legali per far valere i suoi diritti calpestati, viene giudicato come conflittuale.
Mentre l’altro genitore, qualora un pm non archivi, rischia una modica sanzione.

In Olanda e nei Paesi Bassi, invece, l’arresto…

A questo punto è indifferibile, con l’appoggio di tutti gli schieramenti politici, un intervento chirurgico sulla legge a prova di furbi o interpretazioni ideologiche.

Una modifica che renda realmente paritario, qualitativamente e quantitativamente, il rapporto del minore con entrambe i genitori.

Una modifica che con effetto domino, demolisca la figura del genitore collocatario, espressione coniata dai giudici, e garantisca l’uso e la disponibilità della casa coniugale da parte del suo proprietario.

Sarà mica un caso che in Italia stiano spuntando come funghi case accoglienza per padri separati?

Serve la radiazione dall’albo di quegli avvocati che avallano strategie processuali basate su false denunce.
Serve che ci siano giudici specializzati nel diritto di famiglia. E, in caso di loro separazione, non esercitino fino al divorzio.

Serve che il mantenimento dei figli sia legato a reali esigenze e non agganciato al reddito paterno e al tenore di vita che, inevitabilmente, si dimezza.

Serve che il divorzio sia immediato. Un sì per sposarsi, un sì per divorziare. Basta con il gioco dell’oca che vede prima tre anni di separazione e poi, come nel gioco dell’oca si azzera tutto e si ricomincia daccapo con il divorzio.

Serve il contratto prematrimoniale.

Serve demolire la certezza, da parte della donna, di avere il coltello dalla parte del manico. Di ottenere sulla carta figlio, casa, e soldi. Che razza di pari opportunità sono queste?

I diritti e i doveri devono essere equamente distribuiti.
Ed oggi così non è.

Con buona pace di una sinistra che continua a chiudere gli occhi davanti a disagio e dolore.
Una sinistra che, nella strenua difesa della donna, paradossalmente vanifica le conquiste del femminismo e si trasforma in maschilista.
Con una donna, di fatto, mantenuta ad libitum dall’uomo.

[Fonte: adiantum.it]

 
MariaRosaDeHellagenDate: Domenica, 27/03/2011, 20:25 | Message # 33
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http://www.cafm.it/cafm-exit-strategy/102/ http://www.cafm.it/cafm-exit-strategy/102/

Bambina di 6 anni costretta a telefonare di nascosto al suo papà

Una educatrice d’infanzia racconta la storia di una bambina di 6 anni che telefonava di nascosto al suo papà, per paura che la mamma separata la sgridasse. Episodio triste, che alla lunga potrebbe sfociare in una Sindrome di Alienazione Genitoriale, l’abuso contro l’infanzia che le femministe cercano di nascondere.

Un episodio al quale una volta mi è toccato di assistere è quello di una bimba di 6/7 anni al centro estivo che ho scoperto un giorno in un angolo del giardino della scuola con un cellulare di cui ovviamente nessuno (educatori e compagni) sapeva niente. Spaventata dalla mia presenza temeva dapprima che potessi sgridarla (aveva un faccino triste da testa bassa e sguardo assente) ha improvvisamente quasi di soprassalto chiuso il cellulare mentre stava facendo partire la chiamata, alchè le ho chiesto perché ce l’aveva e cosa stesse facendo…e lei vedendomi disponibile al dialogo mi ha guardato con 2 occhietti tristi, …dicendomi a voce bassa “il telefono me l’ha dato di nascosto il mio papà perché quando mi telefonava a casa ‘della mamma’ per sentire me, lei non me lo passava e io non potevo sentirlo mai perché la mamma non voleva, così con questo possiamo sentirci tutte le volte che vogliamo perché a me mi manca papi”.

6 anni. Una bimba di 6 anni, Aveva gli occhi lucidi e in quel momento le si poteva leggere la tristezza nel cuore. Ma che diritto ha una madre di decidere di tenersi solo per sé quello che hanno fatto in due??? Lei aveva proprio voglia di stare col padre, aveva espresso il desiderio di sentirlo, di parlargli… gli chiesi “e perché la mamma non vuole?” sapete che mi rispose la dolcezza in persona? “perché gli rompe”. Cosa? Gli rompe? Ed è un motivo questo per non far sentire un/a figlia/o al genitore??Ma stiamo dando di matto??? Fatto sta che il cellulare era vietato perchè assolutamente contro le regole della scuola, ma io quella volta né la sgridai né le sequestrai il cellulare, l’ho solo vegliata per quei 2 minuti di telefonata. So che gli altri educatori se lo avessero saputo avrebbero tolto in primis il telefono a lei e poi ripreso me perché “sbagliato”, però mi dispiace, non ce l’ho fatta ad ostacolare un amore.

Fonte: http://www.genitorisottratti.it/2010/08/un-educatrice-dinfanzia-racconta.html?spref=fb

 
righelDate: Lunedì, 04/04/2011, 21:03 | Message # 34
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La legge sulle separazioni coniugali giudiziali andrebbe rivista o per lo meno ne andrebbe ridiscussa in fretta la sua modalità di applicazione.
Da strumento di sicurezza e protezione qual'era in origine (1974), sta diventando un'opportunità per i più furbi (nel senso italiano di criminali e prepotenti) i quali se ne servono per attuare ignominose prevaricazioni nei riguardi del coniuge spesso tirando anche i figli dalla loro parte.
A questo proposito è assolutamente urgente introdurre in Italia il reato legato all'alienazione dei figli (PAS - Parental Alienation Syndrome ) con una legge apposta (analogamente a come ora avviene per mobbing e stalking). In America ci sono multe per il genitore alienante, la sospensione degli alimenti, la notte in guardina, l'inversione dell'affido e della domiciliazione.

In Italia chi chiede la separazione giudiziale, sic et simpliciter per averla chiesta, sempre più frequentemente donne, ha la legge dalla sua ed ottiene tutto: dignità, soldi, figli. Anche se è stato infedele o ha calunniato. L'altra parte ha tutti contro ed è spesso screditata e criminalizzata.
Nel mio caso la giudice di Milano, prima che aprissi bocca sentenziò "basta vedere dalla faccia per capire che tipo è lei" e poi disse che "faccio la vittima". Non ha concesso l'affidamento condiviso. Mia figlia gia sobillata da suoceri e madre non mi vuole più vedere. Mio figlio lo ho incontrato come un mendicante una volta la settimana per 6 mesi nel paese del Piemonte di mia moglie.
Il tribunale aveva anche chiesto l'intervento di un assistente sociale. Ebbene, la assistente ha scritto una relazione che nei toni e contenuti è totalmente polarizzata in favore ella mia ex-moglie. (Tra l'altro io sono nominato spesso con il solo Cognome, mentre mia moglie è la "signora"), e contiene deduzioni gratuite e lesive della mia dignità oltre che inventate o illogiche. Questa relazione è stata letta dalla mia ex moglie a mio figlio tredicenne ! che anche a seguito di ciò non vuole più vedermi neppure lui.

Io credo che il benessere dei figli, cui si deve mirare, non può basarsi sulle ingiustizie subite da un genitore. Vi dovrebbe essere molta più attenzione in questo delicatissimo campo per evitare che, con l'applicazione attuale della legge, prevalgano i prepotenti.

Alessandro

 
AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 03:48 | Message # 35
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http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/cassazione/figli-affidati-comune/figli-affidati-comune.html

CRONACA

La Cassazione interviene sull'aspra contesa tra due ex coniugi liguri
Reazioni contrastanti: "Così lo Stato abdica". I matrimonialisti: "Scelta giusta"

Genitori separati troppo litigiosi? "I figli vanno affidati al Comune"
di BRUNO PERSANO

ROMA - Meglio i servizi sociali che mamma e papà. Lo dice la Cassazione. Quando i coniugi si separano e i figli diventano strumento di rivendicazione, allora è giusto affidare la loro crescita ad un funzionario del comune piuttosto che ai genitori. Litigare in continuazione; sobillare i figli contro l'ex consorte fa male ai bambini quanto una malattia non curata.

I princìpi dimenticati. I figli non sono merce di scambio nelle liti tra separati. E' un assunto riconosciuto da ogni genitore finchè resta marito e moglie. Ma quando la famiglia si rompe e nasce la contesa civile sull'affidamento dei bambini, i princìpi si dimenticano facilmente. E i figli sono i primi a soffrirne.

I figli ostaggi. La Suprema corte è intervenuta nella disputa tra due ex coniugi di Castiglione chiavarese, un paese di 1.600 anime sulle alture dell'Appennino ligure. Virgilio e Cinzia si erano separati e il tribunale di Chiavari, nel 2001, aveva affidato i due bambini ad entrambi. Ma le liti tra due ex coniugi continuavano più accese che mai. La frattura del loro rapporto si era trasformata in una guerra neppure tanto sotterranea in cui i bambini erano diventati loro ostaggi. Tirati da un lato o dall'altro al solo scopo di far dispetto all'ex coniuge in un'eterna contesa piena di rancori e risentimenti.

"I minori soffrono". Il consulente tecnico dei giudici, sentiti i genitori e i figli, scrisse: "Massimo e Monica mostrano segni di sofferenza, determinata dalla incapacità dei genitori di avviare un pur minimo dialogo fra loro e dalla tendenza di utilizzare i figli quale strumento di offesa e di rivendicazione". Comportamenti irresponsabili che i giudici hanno punito.

"Concordare le scelte con il Comune". Dapprima la Corte d'Appello, poi la Cassazione. Niente più affido congiunto dei figli, ma consegna dei bambini al Comune: tutte le questioni che riguarderanno i due minori dovranno essere concordate con i servizi sociali. Rivedremo la nostra decisione - hanno scritto i giudici - solo quando i due genitori diventeranno più maturi e responsabili.

I matrimonialisti: "Scelta giusta". Soluzione accolta con soddisfazione dall'associazione matrimonialisti italiani, e meno bene da quella che raggruppa i genitori separati. Gian Ettore Gassani, civilista specializzato in questioni famigliari, è convinto che, in certi casi, l'affidamento ai servizi sociali è un provvedimento del tutto condivisibile: "I figli non possono essere terreno e strumento di vendetta dei coniugi. La potestà genitoriale non va intesa come un diritto di proprietà sui figli. L'affido presso terzi è utile tutte le volte in cui i figli vengono traumatizzati e strumentalizzati dai loro genitori".

"Decisione che aggrava non risolve". Scelta che l'associazione Gesef, Genitori separati, ritiene invece una bandiera bianca alzata nella battaglia educativa dei figli: "Affidare al Comune i figli di una coppia separata e conflittuale, non solo non risolve il problema ma lo aggrava. Tutti sarebbero capaci di affidare i bambini a qualcun altro", dice il presidente Vincenzo Spavoni. "Il difficile invece è cercare una soluzione. Lo Stato così distrugge la famiglia che va aiutata. Non serve minacciare l'allontanamento dai figli; servono invece interventi per sostenere i coniugi".

"Meglio il mediatore familiare". Forse il sostegno giusto, suggerisce il Moige, Movimento italiano genitori, è il mediatore familiare: "Le separazioni - precisa il presidente dell'associazione Maria Rita Muinizzi - devono avvenire in un clima il più possibile adatto a non creare ulteriori esperienze traumatiche per i figli, attraverso l'incentivazione della figura, già presente, del mediatore familiare".

(3 giugno 2008)

 
AmministratoreDate: Domenica, 08/05/2011, 07:16 | Message # 36
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BARI, UN APPELLO A NOI GENITORI SEPARATI

https://www.facebook.com/home.php?sk=group_190143034338061&view=doc&id=209692932383071

NESSUNO TUTELA I NOSTRI FIGLI

NESSUNO TUTELA NOI

NESSUNO TUTELA :

protezione dell'integrità fisica e morale dei minori - protezione del diritto alla BIGENITORIALITA' - protezione dell'integrità fisica e morale di ciascuno dei genitori - protezione del ruolo e del rapporto paterno e materno con i figli e dei legami con entrambi i rami parentali.

VI FANNO VERSARE QUOTE ASSOCIATIVE COME E ACCADUTO AL SOTTOSCRITTO COME L'ASSOCIAZIONE PAPA' SEPARATI BARI (ASSOCIAZIONE PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEI FIGLI ) PER NON ASSOLVERE MAI LE LORO FUNZIONI COME DA STATUTO PER POI NELLA FATTISPECIE FARI APPELI A TUTTE LE ASSOCIZIONI "TRA CUI ADIANTUM A PRESO LE DISTANZE "

AL FINE CHE MANIPOLANO LA MENTE DI TUTTI NOI AZZITITI NELLA LUNGA RESISTENZA DI AZIONI EVERSIVE DELLE MAGISRATURA E DI OPERATORI SOCIALI QUESTI SOGGETTI COME IL PRESIDENTE DR. RAGONE SONO INSOFFERENTI ALLE LEGGI PENSANO CHE CON I LORO MEZZUCCI DI GIOCO DI POTERI FORTI POSSANO GIOCARE SULLA VITA DELLE PERSONE DEI NOSTRI FIGLI IN QUESTA ODISSEA INFERNALE CHE ATTANAGLIA DISGREGA COLPISCE LE FAMIGLIE IN DANNO DEI NOSTRI FIGLI ,

NOI SIAMO MERCIE CHE HA UN COSTO COME L'OMONIMA ASSOCIAZIONE PAPA' SEPARATI DI BARI CHE RICAVA E INDICA AVVOCATUCCI PRIVI DI DEONTOLOGIA PROFESSIONALE HO FAI QUELLO CHE DICONO LORO E COME INGANNANDOVI O BUTTANO FANGO SU NOI TUTI FIGURE GENITORIALI IN BARBA ALLA TANTO PROCLAMATA TUTELA DI CHI ? DELLE LORO TASCHE !!!

MANIFESTARE PACIFICAMENTE ANCHE DINNANZI AD UN TRIBUNALE , DIFENDERSI DA ILLECITE INTERFERENZE NELLA VITA PRIVATA E FAMILIARE NONCHE' DAGLI AFFRONTI E UN DIRITTO FONDAMENTALE DI OGNUNO DI NOI DR. RAGONE NON STRUMENTALIZZIAMO MAI

Preambolo Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti dei Minori Riconoscendo l'importanza del ruolo dei genitori nella tutela e la promozione dei diritti e degli

interessi superiori dei figli e ritenendo che anche gli Stati dovrebbero, ove occorra, interessarsene , UNO STATO CHE A NOI NON PIACE FIRMA PAPA' ASSASINATO PRIVO DI DIRITTI COME LE MIE FIGLIE .

Saverio Sarcina

 
AmministratoreDate: Sabato, 14/05/2011, 21:37 | Message # 37
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INCHIESTA DEL PANORAMA

Separazioni e affido: padri scippati

http://blog.panorama.it/italia/2010/10/06/papa-scippati-tante-reazioni-dopo-linchiesta-di-panorama/

«Così potremo stare sempre insieme» ha scritto sul biglietto di addio Alberto Fogari, che la sera del 19 settembre, invece di riaccompagnare sua figlia Nicole di 3 anni dalla sua ex compagna, ha pensato di uccidere la bambina, il loro cane e anche se stesso nella campagna di Lonato, Brescia. Così potranno stare sempre insieme, perché altrimenti non c’era modo. Amava sua figlia, anche se con la madre le cose erano andate male. Voleva vederla di più, non solo un weekend ogni due settimane come aveva stabilito il giudice appena tre giorni prima.

Un gesto estremo, assurdo, folle quanto si vuole. Ma anche il segnale di un problema drammatico. Quanti padri separati vorrebbero passare più tempo con i propri figli? Quante sofferenze, inutili attese, rifiuti, insulti, condizionamenti devono sopportare dalle loro ex, dalle madri dei loro figli che (di fatto) nel 98 per cento dei casi dispongono del «collocamento » del minorenne presso la propria abitazione? E quanto le spese di separazione, mutuo della vecchia casa perduta, affitto della nuova, assegno di mantenimento, spese straordinarie trascinano un esercito di persone vicino alla soglia di povertà? Si stima siano 800 mila i padri italiani in difficoltà economiche per l’addio con la ex moglie o la compagna. L’Associazione degli avvocati matrimonialisti calcola che ogni anno 60 persone muoiano come Alberto Fogari e sua figlia. Sono soprattutto madri, e poi padri e bambini. Cinque al mese, più di uno a settimana.

In questo settembre sono emerse anche le storie di persone famose. Ha cominciato il conduttore tv Tiberio Timperi, che su Panorama (numero 38) ha lamentato gli ostacoli che la sua ex moglie gli porrebbe per vedere il figlio Daniele, di 6 anni (e la signora gli ha risposto sul numero 39). Ha proseguito il portiere del Brescia Matteo Sereni, che sostiene di non vedere i suoi da 15 mesi. Ma sono migliaia le storie di persone senza nome e senza voce che si vergognano di raccontare le umiliazioni, la perdita della dignità, gli insulti via telefono o via citofono fatti spesso davanti alle orecchie del figlio.

Partiamo dalla legge. In Italia, a dire il vero, da 4 anni è in vigore una buona norma, la numero 54 del 2006, che ha rivoluzionato sulla carta il diritto di famiglia perché prevede due parole che enunciano un concetto moderno: affido condiviso. Ogni anno si separano o divorziano in media 100 mila coppie (per l’esattezza, sono state 92.319 nel 2008). Dice l’avvocato Claudio Iovane, referente a Roma dell’Associazione padri separati, nata nel 1991 a Bologna e che oggi ha 33 sedi in Italia: «Il cosiddetto affido condiviso è soltanto un bel vestito, sotto c’è sempre lo stesso manichino. Buone intenzioni, perché si mette al centro il diritto del figlio all’affetto e alla cura condivisi. Nei fatti, però, la pessima applicazione o l’orientamento dei tribunali rendono nulli i buoni propositi del legislatore».

Dal 1995 a oggi i divorzi sono aumentati del 101 per cento. Nel solo 2009 sono stati coinvolti in separazioni e divorzi 150 mila figli, 90 mila dei quali minorenni. Dice Simonetta Matone che è stata pubblico ministero presso il tribunale dei minori di Roma per 17 anni (oggi è capo di gabinetto del ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna): «Bella legge, però molto teorica. E la teoria si scontra con le miserie umane. Ho visto madri che si inventavano abusi sessuali subiti dalla figlia per interrompere le visite del padre, e padri che si facevano licenziare per non pagare più gli alimenti. I magistrati decidono, ma un grande potere ce l’hanno pure i servizi sociali».

Alberto Bucci è stato per anni presidente della sezione famiglia al tribunale di Roma. Adesso, insieme con 20 avvocati, psicologi e commercialisti, ha dato vita al Consorzio per il diritto di famiglia. Come ex magistrato è d’accordo sul fatto che la legge non venga applicata: «La normativa non è precisa e si presta a interpretazioni elastiche. Il vero affido condiviso lo fanno i genitori di buon senso, che sono la stragrande maggioranza. A Roma, su 13 mila separazioni e divorzi, c’è conflittualità in non più di 300 casi (in tutta Italia le separazioni giudiziali, quelle più contrastate, sono 26 mila, ndr). Però, se lei mi chiede se i magistrati hanno pregiudizi in favore della madre, rispondo che la cultura della famiglia pone la madre al centro, accanto ai figli, e certamente la giurisprudenza recepisce questa cultura».

Del resto, la stragrande maggioranza dei magistrati nei tribunali dei minori sono donne, così come anche i presidenti di quelli più importanti (in tutta Italia 15 sono maschi e 13 donne e 1 vacante). Questo non significa necessariamente che siano pregiudizialmente partigiani, però è un dato di fatto che spesso, quando una madre impedisce al figlio di vedere il padre, se la cava con una ramanzina o, nel peggiore dei casi, con una multa. Mentre basta presentare una denuncia per maltrattamenti o abusi sessuali, anche inventata, per interrompere d’ufficio il diritto di visita del padre o farlo avvenire alla presenza degli assistenti sociali che vigilano come se padre e figlio fossero nel parlatorio di un carcere.

Tiziana Franchi di Bologna è la compagna di Aldo Dinacci, il fondatore dell’Associazione padri separati, e ne è una convinta dirigente: «Ai padri che si rivolgono a noi diamo subito un vademecum di comportamenti: non lasciare mai la casa coniugale fino al decreto del giudice; non firmare mai una separazione consensuale senza avere prima consultato un avvocato; giocare con i bambini; non parlare mai di separazione davanti ai figli; non alzare la voce; dopo la separazione non entrare mai nella casa dove c’è la ex moglie per evitare denunce su presunti maltrattamenti».

«Tante madri che hanno subito l’arroganza e la prepotenza degli ex mariti penseranno che si cerca di fare passare i carnefici come vittime, ma la verità è che il padre oggi è più presente, e se accetta parità di doveri vuole anche parità di diritti » dice Iovane. Servirebbero, nell’ordine: più amore condiviso per i figli, maggiore senso di responsabilità, maggiore modernità e capacità di applicare la legge da parte dei giudici, minore spregiudicatezza negli avvocati, migliore preparazione fra gli assistenti sociali. Per fare stare insieme genitori (seppur separati) e figli un po’ di più. Su questa terra e non in un assurdo e tragico altrove, come ha voluto Alberto Fogari.

Panorama ha raccolto sette storie di padri: uomini che hanno subito ingiustizie, accuse pretestuose, violenze. Storie drammatiche. Alcune sono finite male, altre bene grazie all’ostinazione che un genitore a volte riesce a tirar fuori per difendere, oltre al diritto suo e dei figli, anche il suo amore. Le storie sono sicuramente parziali e non raccontano l’altra metà della verità, ma restano una testimonianza dei drammi che nei padri provocano certe separazioni. Eccole.

UGO SPINELLI 45 anni,di Livorno,impiegato,con due figli di 15 e 11 anni.
Mia moglie è stata la mia prima ragazza. Aveva 15 anni e io 19 quando ci siamo messi insieme. Nel 1995 nasce il primo figlio e, siccome lei lavora, io mollo l’università e lo accudisco per due anni. Poi inizio a lavorare alla Cna. Mia moglie comincia a tradirmi già nel ’97, davanti a mio figlio. È dura darle fiducia, ma resto. Nel ’99 nasce il secondo figlio, ma lei continua a tradirmi. Decido di restare a casa, di mandare giù bocconi amari e umiliazioni per stare con loro. Sto male, ma sento il piacere di vedere crescere i ragazzi. Ci separiamo di fatto e lei inizia a non farmi vedere i ragazzi. Io chiamo la polizia, ma quando non trovi nessuno in casa non puoi fare niente. Nel 2006 arriva il primo decreto provvisorio: posso vedere i miei figli tre weekend al mese, ma io li vorrei vedere una settimana sì e una no, se no che condivisione è? Gli avvocati mi dicono che sono già fortunato, però io chiedo di più. Per tre anni va avanti la battaglia, cambio decine di avvocati. I miei figli mi domandano di rimanere più tempo con me e io sono felice, ma lei mi denuncia e allora arrivano i servizi sociali. Fino a quando, nel 2009, decido di non vederli e non sentirli più per quasi due mesi.
Alla fine i ragazzi sono andati da soli dall’assistente sociale e le hanno detto: noi vogliamo trascorrere lo stesso tempo col papà e con la mamma. Nel novembre 2009, finalmente, ho vinto: il decreto è definitivo, trascorrono una settimana con me e una con lei. Agli altri padri voglio dire questo: ribellatevi, perché io ce l’ho fatta. E nessuna legge può sconfiggere l’amore di un papà.

ANDREA ZOLI 53 anni,di Cesena, dipendente pubblico, con una figlia di 13 anni.
Due verità per cominciare: uno, il padre è sempre un presunto colpevole; due, causa che pende, causa che rende. Mi sono sposato nel marzo 1996 e Natalia è nata il 22 dicembre 1997. Dopo 1 anno e mezzo, mia moglie presenta un’istanza di separazione sostenendo che sono un padre «assente». È la prima bugia. Ci separiamo e il giudice affida la bambina alla madre, dando a me la facoltà di vederla due pomeriggi a settimana. Dopo le prime due visite, scatta contro di me una prima denuncia per lesioni e maltrattamenti nei suoi confronti. Posso vedere Natalia solo in presenza dei servizi sociali in una tetra stanza del consultorio. Vengo assolto in appello e nella motivazione c’è scritto che la mia ex moglie ha mentito. Ma poco dopo mi denuncia per abusi sessuali nei confronti della bambina. Le visite si ribloccano e la bambina racconta alla neuropsichiatra che la mamma le ha suggerito di raccontare che io e la mia compagna la toccavamo con una penna nelle parti intime. Viene provato che è tutto falso. Nuovo proscioglimento. Terza denuncia: archiviata. Come la quarta e la quinta. Un calvario. Io l’ho citata per danni e per calunnia, per mancata esecuzione del provvedimento del giudice (non mi faceva vedere la bambina). Ho fatto scioperi della fame, ho manifestato davanti al tribunale, ho ottenuto articoli sui giornali. Alla mia ex moglie non hanno mai fatto niente. Per fortuna Natalia ha capito che le voglio bene e oggi il mio obiettivo sono i suoi 18 anni: so che allora saprà scegliere liberamente. Ma intanto chi mi restituirà più questi anni e queste sofferenze?

LEONARDO CAMETTI 41 anni, di Firenze, disoccupato,con un figlio di 11 anni.
Mi sono separato 5 anni fa. La mia ex compagna ha dedicato la sua vita a impedire che nostro figlio Antonello mi frequentasse. Ha iniziato lo scontro su basi economiche. Io lavoravo per una grande casa farmaceutica e lei ha chiesto 1.000 euro al mese, a fronte di uno stipendio di 2.600; però ha mantenuto la casa e ha voluto anche che io pagassi tutte le spese straordinarie. È lei che mi ha mollato, dopo che avevo scoperto con tanto di prove che stava con un altro. Me ne sono andato e ho cercato casa. Poi l’azienda mi ha messo in mobilità e mi sono ammalato di sclerosi multipla. All’inizio vedevo spesso mio figlio: c’era un bel rapporto, ci divertivamo. Andavamo sempre in libreria perché il bambino è curioso. Poi, con le difficoltà economiche, lei ha cominciato a offendermi, a umiliarmi davanti a mio figlio. Gli raccontava che volevo picchiarla, che volevo mandarla in prigione, allontanarlo da lei. Lui le ha creduto. Così non vedo mio figlio da prima del Natale 2009.
C’è una sentenza che le imporrebbe di portarmelo qui a Firenze una volta al mese, ma nessuno è mai venuto e i servizi sociali non se ne occupano: quelli di Roma non parlano con quelli di Firenze e così io resto qui, sempre più depresso. Sì, penso di avere perduto la mia battaglia. Forse col tempo ce la farò. Forse mio figlio capirà e allora torneremo in libreria, tra quelle pagine piene di sogni.

GABRIELE BIOTTI 57 anni,di Rimini,piccolo imprenditore, con una figlia di 9 anni.
Lo premetto: io ho fatto un’idiozia. Mi sono messo con una ragazza romena che mi ha fatto perdere la testa. E che mi ha rovinato. Aveva 20 anni meno di me, faceva la cameriera. Vabbè, ci sposiamo: volevo una famiglia e nel 2001 nasce Angela. Dopo pochi mesi arrivano in Italia sua madre e suo fratello. Chiede soldi, macchine, generi di lusso. Assumo lei e suo fratello in azienda, ma poi arriva la crisi e le cose iniziano ad andare male. Guarda caso, lei decide di mollarmi e se ne va con la bambina; lascia un foglio dove sosteneva che non davo da mangiare ad Angela. La denuncio per abbandono del tetto coniugale.
Il tribunale stabilisce che devo versarle 2 mila euro al mese (il mio reddito è di 24 mila euro l’anno) per poterla vedere a weekend alterni. Cominciano però le difficoltà economiche; quindi chiedo prestiti per decine di migliaia di euro, vendo tutti i beni di famiglia. Intanto vengo picchiato dalla mia ex moglie e minacciato di morte da suo fratello. Una volta vado a casa sua e c’è solo la madre: «Tu dai soldi e poi vedi bambina» mi dice. L’ho denunciata per sottrazione di minore e per mancata esecuzione dolosa del provvedimento del giudice, ma non è servito a niente. La bambina è stata indotta a parlare male di me, i servizi sociali hanno cercato di riorganizzare gli incontri, però la madre non s’è mai presentata. Nonostante questo non succede niente. È stato fatto un nuovo decreto e l’assegno è stato ridotto a 900 euro. Ma continuo a non vedere mia figlia, e ormai è più di 1 anno.

MASSIMO PIZZIRANI 53 anni, di Bologna, geometra, con una figlia di 7 anni.
Prima di fare il geometra facevo il doppiatore, il cantante lirico e il ballerino di salsa. Vivevo a Roma con Emma, la mia fidanzata svedese di origine indiana. Emilia nasce nel 2003. I problemi iniziano presto. Lei canta in un gruppo e ha una storia con il suo tecnico del suono. Poi inizia una relazione con un avvocato tedesco. Mi dice che vuole trasferirsi in Germania con Emilia e le faccio firmare un foglio dove elenca le sue intenzioni. Il tribunale di Roma emette immediatamente un decreto e le vieta l’espatrio. Penso di averla battuta. Lei se ne va in Germania ed Emilia resta con me. Nell’udienza di separazione il giudice, una donna, stabilisce che la bambina sia collocata con me.
Passa il tempo e la madre effettivamente è bravissima con la bambina: viene sempre nei giorni previsti, è amorevole, affettuosa. A quel punto mi convinco che tra noi sia possibile un rapporto civile. Comincio a fidarmi al punto che viene addirittura eliminato il divieto di espatrio. Invece, quando Emilia effettivamente va in Germania a trovare la madre, mi telefonano lei e il suo avvocato-amante e mi dicono che non me la ridanno più. Credo di impazzire. Per 8 mesi spariscono. Anche un tribunale tedesco mi dà ragione, ma non so dove siano finiti. Vivo giorni di angoscia, fra appostamenti e chiamate alla polizia. Solo dopo il terzo decreto dei giudici tedeschi si rassegnano e mi restituiscono Emilia. Oggi ho ottenuto l’affido condiviso, ma nostra figlia è fisicamente collocata da me, a casa mia. Mi sono trasferito a Bologna e mia sorella mi ha aiutato tantissimo a crescerla. La madre può venirla a trovare, ma oggi non può uscire dall’Emilia-Romagna. Ho vinto, ma soltanto perché non ho mai smesso di lottare.

MIRKO FUSAROLI 39 anni, Treviso, camionista, con tre figlie di 9, 6 e 4 anni.
Ci siamo sposati nel 2001, è durata 8 anni e sono nate tre figlie. È stata la loro nascita a creare disaccordo. Chiedevo a mia moglie, che non lavorava, più impegno in casa e con le bambine. Poi il mio lavoro andava male, ho fatto mesi di disoccupazione e stavo più a casa. Un giorno abbiamo litigato e le ho dato una sberla. In tribunale ha dichiarato che mi drogavo, che la picchiavo; poi ha ritrattato e accettato una separazione consensuale. Oggi guadagno 1.500 euro al mese, ho un mutuo di 600 e gliene do 750 per le bambine. Mi restano 150 euro, con cui dovrei vivere. Ora ho la caldaia rotta e non posso aggiustarla, mi arrangio con uno scaldabagno usato e con la legna che vado a raccogliere. Vedo le figlie un fine settimana sì e uno no. No, non è vita, questa.

FABRIZIO ANTONELLI 44 anni, di Padova, falegname, con un figlio di 10 anni.
Nel 2000 incontro una principessa. Almeno, a me sembra una donna fantastica. Ha 17 anni meno di me ed è di origine marocchina. Resta incinta e subito iniziano i problemi: bollette del telefono da milioni. Nasce il bambino, ma lei se ne infischia. Lo allatto io da subito; lo cambio, lo lavo, gli do da mangiare. La mia compagna mi minaccia con i coltelli ed esce la notte, frequenta locali di lap dance. Un giorno perdo la testa e le do quattro pugni, prendo il bimbo e me lo porto via. I servizi sociali lo restituiscono alla madre e quando la vado a trovare trovo soltanto degrado. In tribunale stabiliscono l’affido condiviso, ma dopo poco lei se ne va e me lo lascia per sempre. Ho speso più di 50 mila euro fra avvocati e investigatori e sono tornato dai miei genitori che, mi vergogno a dirlo, oggi mi danno di che vivere. Mio figlio pare sereno, di sua madre non so molto: ogni tanto mi arriva la notizia che ha fregato un altro imbecille come me. Ma, dopo tutto, mi è andata bene.

fabrizio.paladini
Lunedì 6 Settembre 2010

* * *

http://blog.panorama.it/italia/2010/10/06/papa-scippati-tante-reazioni-dopo-linchiesta-di-panorama/

Papà scippati: tante reazioni dopo l’inchiesta di Panorama

«Gentile redazione,
sono la moglie separata del signor Mirko Fusaroli di cui avete pubblicato una lettera firmata sul vostro giornale n. 40 del 30 settembre 2010 che riguardava i padri scippati.

Come spesso succede vi siete comportati da “giornalisti”, e lo dico proprio in modo ironico». L’inchiesta sui padri separati pubblicata sul numero 40 di Panorama ha provocato molte reazioni. Ecco le lettere che abbiamo ricevuto.«Vi chiedo solo una cosa: perché prima di pubblicare certe cose che riguardano argomenti così delicati non andate ad informarvi fino in fondo o, quantomeno, non chiedete informazioni alle controparti? In allegato vi ho mandato una foto della “sberla” che lui dice di avermi dato, ma se volete ho a disposizione referto medico e radiografie della mia testa.
Volevo precisare che le denuncie sono state ritirate su consiglio degli avvocati perché arrivando a una separazione consensuale avremmo evitato le lungaggini e sofferenze di una separazione giudiziale. Per quanto riguarda il resto della lettera è vero che non lavoravo all’epoca, o perlomeno da quando ebbi una minaccia d’aborto all’inizio della prima gravidanza (sempre referti medici disponibili), ma è stato omesso di dire che lui prendeva di 2500 euro di stipendio e per non buttarne un altro (che sarebbe stato il mio) in asili nido, avevamo deciso di comune accordo che sarei stata a casa a crescere le bambine….Certo è la mia parola contro la sua.
Inoltre il signore dice di essere rimasto a casa in disoccupazione….peccato che la disoccupazione sia iniziata a ottobre quando ormai era da un mese che ero andata via da casa a seguito della sua “sberla”….In otto anni di matrimonio non era mai successo che lui stesse a casa in disoccupazione…. Mai!
Un’ ultima cosa, da madre, se mi fossi accorta, come dice lui, che il disaccordo era iniziato con la nascita delle bambine, mi sarei fermata prima, non ne avrei messe al mondo tre, avrei evitato loro tanta sofferenza. Resto a disposizione “nel caso” voleste qualche chiarimento (cosa per la quale ho poche speranze) o vogliate consultare la mia documentazione.
Certo sarebbe bello che tutti fossero corretti nei confronti degli altri, ma io non sono famosa e non credo la mia lettera verrà pubblicata su questo giornale, però non demordo, da madre è giusto che faccia sentire la mia voce e per questo interpellerò anche altri che fanno il vostro mestiere.
Distinti saluti.
Lisa Fiocchi

In un tempo in cui al centro dell’opinione pubblica c’è la figura dei padri separati, quali vittime di madri “aguzzine, mi sento di dar voce ai Diritti dei figli, per i quali spesso l’ Amore di una madre si scontra con gli individualismi esasperati dell’ ex coniuge.
Si tratta spesso di minori che vengono contesi con la pretesa di accampar dei “diritti d’usufrutto paritario”. Figli al centro di egoismi e orgogli strettamente personali. Non più protagonisti ma “oggetto del contendere”. Nel caso in cui la madre diventa portavoce dei disagi o dei rifiuti del figlio ad assecondare un Contratto stipulato tra le parti, scatta la colpevolizzazione della stessa, quale autrice di “plagi”. Tanti “papà” rivendicano il Diritto di Tener con sè i figli, ma quanti di loro hanno cercato di Veder la situazione con gli occhi delle loro stesse creature?
In quanti sono veramente pronti a mettersi in gioco o in discussione, con il timore di rimanere dietro le quinte? Tutto questo a scapito di qualche inutile beneficio o benessere dei propri figli.
Nessuno mai può destituire un genitore da tale funzione, ma questo non dipende solo da un fattore biologico. Ci sono tanti altri fattori concomitanti che accrescono la stima e la fiducia dei figli nei confronti dei genitori. Sono fattori insiti nella relazione stessa.Ogni singola relazione genitore-figlio è esclusiva e nessuno dall’esterno ( neppure l’altro genitore) potrebbe mai scalfire un simile rapporto. I bambini si saziano e crescono dell’amore che li circonda.
La separazione di due genitori destabilizza un qualsiasi precedente menage familiare, quindi qual è la colpa che si può attribuire ad un figlio? Forse quella di ancorarsi al proprio ambiente familiare, di cercare delle certezze e dei punti di riferimento stabili?
Figli che raccolgono i cocci di una famiglia frantumata e che non potendo rimetterli insieme, vestono una corazza di difesa per non esser ulteriormente trascinati di qua e di là.
Chi può obbligare un figlio a stare con un genitore contro la sua volontà? Un padre dominato dal senso di egoismo e di orgoglio che improvvisamente dimentica le precedenti abitudini dei propri figli, pur di assecondare il suo frenetico desiderio. Arriva addirittura a non sentirli piangere, quando questi cercano disperatamente la madre, si addormentano piangendo e sperano che “tutto passi” al più presto, per ritornare dalla madre. E così si continua a parlare di DIRITTI DEI PADRI, ma vorrei che per una volta al centro della ribalta fossero i DIRITTI DEI FIGLI.
Quale crescita armonica può esserci se s’intende “spaccare a metà” la vita di un figlio?
Un figlio che non ricorderebbe più dove abita! E nel momento in cui reclama la propria stabilità, rende suscettibile l’animo di chi dovrebbe tutelarlo.
Questa è sicuramente una delle tante storie di separazioni difficili, un caso che rientra in una statistica numerica, in cui il reiterato appello al buon senso ha sortito scarsi risultati.
Una storia di sofferenze e pianti di bambini che nessuno ascolta.
Elisa

NON SO COME RINGRAZIARE IL DIRETTORE E IL GIORNALISTA CHE HA AVUTO IL CORAGGIO FINALMENTE DI SCOPERCHIARE LA BOTOLA DEL DRAMMA DEI PADRI ITALIANI FINO AD ORA PASSATA SOTTO SILENZIO DA TUTTI IN ITALIA. SO CHE FORSE ALLA BASE DELLA RICERCA C’E’ IL FATTO CHE I LETTORI DI PANORAMA
SONO PER LO PIU’ COME ME CIOE’ UOMINI DI ETA’ COMPRESA FRA I 35-50 LA GRANPARTE DEI QUALI CON PROBLEMI DI SEPARAZIONE QUASI SEMPRE CON FIGLI MA FORSE ANDREBBE STUDIATO IL FENOMENO ANCOR MENO APPARISCENTE DI COLORO CHE RESTANO IN FAMIGLIA SOLO PER POTER STARE CON I PROPRI FIGLI SPESSO SOPPORTANDO PROFONDE UMILIAZIONI. FORSE E’ IL TEMPO DI PENSARE AD UN ALTRA CATEGORIA PIU’ NUMEROSA DEI SEPARATI DI FATTO CIOE’A QUELLI CHE NON SONO SEPARATI NE’ IN FASE DI ROTTURA CON LE PROPRIE MOGLI MADRI DEI PROPRI FIGLI.
PERCHE? E’ PRESTO DETTO.L’ARTICOLO CHE SCRIVEREI IO SAREBBE “PADRI RICATTATI”, CIOE’ PER TUTTI QUEGLI UOMINI CHE PER NON CORRERE IL RISCHIO DI VEDERE I PROPRI FIGLI IN CARTOLINA 2 VOLTE AL MESE SUBISCONO QUOTIDIANAMENTE TUTTI I RICATTI DELLE PROPRIE CONVIVENTI CHE SANNO FIN TROPPO BENE CHE AD UN LORO CENNO SI TRASFORMEREBBERO IN POVERI MENTECATTI DALL’OGGI AL DOMANI E NON SOLO DA UN PUNTO DI VISTA ECONOMICO(CHE CONTA) MA ANCHE DAL PUNTO DI VISTA AFFETTIVO NEI CONFRONTI DEI PROPRI FIGLI. COSI’ SI TRASCINANO COME ZOMBI NELLA VITA PORTANDO AVANTI UNA VITA SENZA
SPERANZA E CON ACCANTO MOLTO SPESSO UNA PERSONA CHE TI DISPREZZA E PER LA QUALE TU RAPPRESENTI SOLO UNO STIPENDIO DA GESTIRE A SUO PIACIMENTO.
ECCO PERCHE’ MOLTI PADRI SI TRASFORMANO IN ASSASSINI DI MOGLIE E FIGLI.PERCHE’ NON C’E’ VIA DI FUGA O SPERANZA.INVECE MOLTI LETTORI SUPERFICIALI E PARTIGIANI PENSANO CHE SIA LA NATURA DELL’UOMO AD ESSERE TENDENZIALMENTE E NATURALMENTE VIOLENTA MENTRE LA DONNA NO E’ SANTA E DI
NATURA AMOREVOLE. AD ULTERIORE ANALISI ANDREBBE CONSIDERATO CHE FORSE LA NASCITA DI FIGLI ESPONE CON QUESTE LEGGI LA COPPIA STESSA A RISCHIO DI ULTERIORI SEPARAZIONI IN QUANTO NATO UN FIGLIO L’UOMO SI TROVA AUTOMATICAMENTE CATAPULTATO IN UNA SITUAZIONE DI INFERIORITA’ L’ESISTENZA DELLA QUALE DIPENDE SOLAMENTE DAL VOLERE DELLA DONNA CHE COMUNQUE HA IN MANO LA TUA VITA POICHE’IL SOLO FATTO DI DIVENTARE RICATTABILE NON GIA’ RICATTATO E’ DI PER SE’ PESANTISSIMO.
QUANDO TI VA BENE INVECE TUA MOGLIE TI VUOLE BENE E NON LO FA. MA LO SAPPIAMO TUTTI CHE DOPO 5 ANNI LE COPPIE SI BASANO PIU’ SU MUTUI E FIGLI CHE
SULL’AMORE PRIMIGENIO.BASTA SENTIRE COME CAPITA A ME DISCORSI DI DONNE IN LUOGHI FEMMINILI QUANDO PENSANO DI NON ESSERE SENTITE E L’ARGOMENTO E’ IL MARITO:”MI SEPARO E LO ROVINO”,”PER MANGIARE DOVRA’ TORNARE DA SUA MADRE”ECC..
E HANNO RAGIONE.
SCUSATE LO SFOGO ANCORA GRAZIE E PENSATE ANCHE A NOI NON SEPARATI MA MASSACRATI UGUALMENTE PERCHE’ LO FACCIAMO SOLO PER STARE VICINO AI NOSTRI FIGLI.
ANDREA

Sono da anni abbonato a ”Panorama”
Mi spiace osservare che l’argomento trattato possa sembrare emblematico solo con Tiberio Timperi. Puzza di servizio a pagamento.
distinti saluti
Remo Padovani

Nel mio mondo di carta stampata (sono un’edicolante) mi capita spesso di leggere articoli sui padri separati,come il numero odierno. Begli articoli,corredati da foto ed interviste, che riassumono le varie difficoltà di un padre nell’incontrare i figli, nello stare insieme, del poco tempo concesso loro, delle varie associazioni che sono nate in favore di quest’ultimi. Cose vere,importanti. Condivido tutto, pensieri parole, emozioni, rabbia e dolore. Però mi chiedo: e chi un padre non lo ha mai visto? Di questi figli nessuno parla. Di questi che non hanno nè foto nè titoli di coda,nè virgole,nè punti. Di questi,che aspettano il bacio della buonanotte, che cercano spalle forti su cui salire, che non conoscono il profumo del dopobarba, che aspettano qualcun altro all’uscita della scuola, che sperano la mattina di Natale, che ti chidono quando? Perché?
Di questi che conoscono un solo timbro di voce, un solo sguardo, che conoscono un solo abbraccio, un solo sorriso, di questi tra cui mia figlia,c he da 22 anni aspetta di sentirsi dire “Ti voglio bene bambina mia”. Di questi che nessuno conosce.

M.88

 
AmministratoreDate: Sabato, 14/05/2011, 21:42 | Message # 38
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http://blog.panorama.it/italia/2010/10/11/padri-scippati-continuiamo-a-pubblicare-le-reazioni-dei-lettori-allinchiesta-di-panorama/

Padri scippati: continuiamo a pubblicare le reazioni dei lettori all’inchiesta di Panorama

Sono una mamma separata con due figli uno di 17 anni e l’altro di 11, scrivo perché dopo aver udito sia in TV e aver letto varie riviste tra cui anche Panorama del 30/09/2010 , mi sento indignata perché con queste associazione di padri separati si sta facendo “di tutta l’erba un fascio, e questo non lo trovo giusto… anche perché, si è vero che ci sono dei papà che non avendo fatto nulla subisco ire dalle proprie ex mogli ma ci sono (come me) anche madri subiscono cattiverie dai ex mariti (senza avere fatto nulla) e chi ci va di mezzo sono sempre i figli.

Il mio ex marito prima prende accordi con me per le spese straordinarie (tipo dentista, maestro di musica ecc.. ) poi nega di aver preso accordi, non è assolutamente vero che i giudici sono dalla parte delle mamme perché anche su questo lato io ho subìto.

Oggi mi sono decisa a scrivere perché sono stanca di tutta questa pubblicità che si stanno facendo questi padri separati.

Io sono separata legalmente dal 2009 dopo otto anni di fidanzamento e 17 di matrimonio. Poi è arrivata la bastonata, lui era in crisi e non sentiva più nulla per me, dopo due anni di separazione in casa (non vi dico cosa ho dovuto subire oltre ai tradimenti vari e la mancata considerazione di un marito a cui tu hai messo in mano la tua vita), abbiamo deciso di separarci (io nel frattempo ero sull’orlo dell’anoressia). All’inizio tutto bene: dalle sue labbra, senza che io dicessi nulla (anche perché ero sconvolta e non riuscivo neanche a parlare) sono state fatte delle belle promesse per il bene dei nostri figli, che sinceramente erano giuste, poi queste promesse (consultando lui vari amici separati) sono state presto rimangiate e così io per difendere i diritti dei miei figli e i miei (visto che a tirarli su sono soltanto io) sono stata costretta (credendo nella giustizia) a rivolgermi in Tribunale.

Il Tribunale ha deciso che lui doveva andare via di casa (anche se dopo ho capito che lui voleva stare separato ma continuare a fare i suoi comodi) e anche se è vero che luiha un reddito doppio rispetto al mio, deve dare un mantenimento ai figli di 450 euro, in quanto lui uscendo di casa avrebbe dovuto pagare un eventuale affitto e le spese per recarsi a lavoro (lui oggi non paga un affitto perché convive a casa della sua amica e collega e le spese del viaggio non ci sono dato che abitano vicino il posto di lavoro) .

Di comune accordo (solo per questo purtroppo) si è deciso per l’affidamento condiviso con l’impegno di vedere i figli due volte la settimana più un Week end ogni 15 giorni e (così deciso dal giudice ) se lui vuole vedere i suoi figli in qualsiasi momento io SONO OBBLIGATA.

Fin qui tutto a posto e mi sta bene, ma se lui non li vuole vedere? Sapete…. La legge dice che io non posso obbligarlo ( questa è la legge? ) .

Premetto inoltre che ancor prima della separazione ha ereditato un appartamento, dei garage e delle liquidità in denaro (con tanto di documentazione presentata al giudice). I garage lui li ha venduti e l’appartamento si è sbrigato ad affittarlo. Quando è stato costretto ad andare via di casa lui è andato a convivere con la sua amica e le figlie di quest’ultima. Sapete quale è stata la sentenza? Che in pratica il mantenimento dei ragazzi è sempre rimasto quello, anche se io ho presentato la copia del contratto di affitto che lui riscuote.

Lui stesso ha dichiarato davanti al giudice che convive a casa di lei (quindi non ha un contratto di affitto) e abitando adesso vicino il posto di lavoro non ha neanche le spese di trasporto e inoltre per quanto riguarda le visite ai suoi figli lui viene quando può perche mi dice che ha i turni con il lavoro poi lui ha la sua vita (io no?) e poi la colpa è mia perché io l’ho costretto andare a vivere da lei a 40 km di distanza lontano dai suoi figli.

Quindi dov’è l’affidamento condiviso? E poi lui non può scappare ogni volta che il figlio ha bisogno di lui .

Io che voglio che i miei figli abbiano un padre che se ne occupi…. lui non c’è .

Ho sempre cercato di farlo partecipare in tutte le problematiche dei suoi figli e sapete come mi ha risposto che “quando cè qualche problema con i figli sono problemi miei ! e lui ci pensa quando i figli stanno con lui!” .

Mi dite quando? Quando è comodo e viene per la visita del dottore? I figli non sono fatti solo per portarli a spasso ma bisogna anche educarli e quando due genitori sono separati dovrebbero pensare prima di tutto a fare i genitori anche se ci sono delle divergenze tra loro.

A volte viene a vederli una volta a settimana e invece io sono quella che non dorme la notte perché ho paura di non riuscire ad arrivare a fine mese. Quella che si prende tutte le arrabbiature, perché a volte i figli (non essendoci il padre) approfittano anche della situazione e vogliono fare di testa loro non ascoltando la mamma.

Poi non parliamo del fatto che durante la separazione in casa ci eravamo presi l’impegno di comune accordo di curare i denti a nostro figlio grande con relativo apparecchio odontoiatrico, il maestro di musica e la mensa scolastica del piccolo (che dalla prima elementare ha sempre frequentato in quanto lavoravamo tutti e due) di punto in bianco lui ha deciso di non contribuire più a queste spese. Così io ho dovuto sobbarcarmi tutta la quota delle spese accordate (e lui lo sa bene) dei nostri figli.

Ho chiesto al giudice che mi vengano rimborsate le spese che io ho sostenuto da parte sua. Sapete ,mi sono state rifiutate perché il giudice ha detto che non erano state concordate.Allora dov’è la legge che dice che è dalla parte delle madri?

E sapete una cosa non riesco ancora a capire perché l’abbonamento dell’autobus di mio figlio maggiore sono tutte a carico mio.

Mio figlio è costretto a prendere l’autobus per recarsi a scuola, io premetto abito in un paese dove i licei non ci sono ! e il prossimo anno ? che mio figlio minore deve prendere l’autobus per recarsi, anche lui a scuola? Quindi io secondo il giudice (vorrei sapere se i suoi figli li mantiene così) con uno stipendio normale e il mantenimento delle € 450/00 devo comprare: il vestiario ai ragazzi (sapete quanto costa un paio di Jens e scarpe da ginnastica?), il mangiare la gestione della casa e anche le spese dell’ autobus (che il prossimo anno saranno di € 240,00) , la cancelleria (tipo quaderni, gomme, matite, ecc… tutto a carico mio) e adesso anche l’abbonamento del AUTOBUS? MA I FIGLI COME SONO FIGLI MIEI NON SONO ANCHE FIGLI SUOI?

Ho chiesto che venga aumentato il mantenimento , dato che lui oltre allo stipendio prende anche un affitto di un appartamento.

Bè neanche quello perché secondo il giudice non ci sono stati cambiamenti dalla prima udienza, ma come? Ho addirittura presentato la copia del contratto di affitto che lui prende. Lui stesso ha dichiarato davanti al Giudice che adesso lui abita in casa della sua amica vicino il posto di lavoro.

IO a volte devo aspettare il mese successivo per comprare un paio di scarpe o un paio di pantaloni ai nostri figli, perché tra le bollette la spesa e tutto il resto che serve ai ragazzi non si arriva a fine mese per non parlare che io mi privo di tutto per darlo ai figli.!!!!

Dov’è la legge che dice CHE SI DEVE MANTENERE AI FIGLI LO STESSO TENORE DI VITA DI PRIMA? Mi dispiace! Evidentemente sono l’unica al mondo che oltre a ricevere cattiverie dal ex marito ad essere bastonata, per una scelta non fatta da me anche dal Giudice.

E chi ci rimette sono i suoi figli.

Spero che la mia voce non venga cestinata, perché credetemi! Non sono la sola a portare avanti dei figli completamente da SOLA !!!!!

Angela G.

Buonasera, avendo visto che tempo fa la vostra redazione si è occupata del caso Tiberio Timperi in padri separati, mi sono deciso a rivolgermi a voi in modo che qualcuno mi aiuti in un caso di separazione molto complicato. Purtroppo la mia situazione economica precaria non mi permette di reagire, e se non pago non vedo, o meglio le bambine non vengono da me perché la madre trova sempre delle scuse perché non sono in pari con gli alimenti, ritrovandomi oggi ad avere la più piccola all’eta’ di 4 anni senza sapere come ci sia arrivata. Questa non è una comunicazione a scopo di lucro ma di far capire a queste donne cosi cattive , senza umanità per le proprie figlie e amore nei loro confronti, che creano una confusione pscologica disturbando anche la propria attività scolastica, e sopratutto in presenza della madre, le mie figlie hanno avuto paura o timore di abbracciarmi e salutare la propria nonna paterna, come se fossero minacciate. E questo non deve esistere. Io purtroppo sono in crisi depressiva e a volte vengo portato al pronto soccorso per crisi di panico, forse le migliore cura sarebbe vivere un po’ con le mie bambine, che in due anni e mezzo il massimo che sono state con me è un giorno. Sono escluso dalle cure se sono malate, dall’asilo, dalle recite, da tutte le cose di cui un padre può essere fiero. Ora chiedo solo di essere ascoltato davanti a tutti in modo che questa situazione cambi. Vi lascio anche il mio numero con la preghiera che qualcuno mi ascolti , non mi interessa la privacy, voglio vedere crescere la mie bambine non è colpa mia se adesso mi trovo in questa situazione .
Maurizio

Sono la nuova compagna di un uomo che sono cinque anni che sta lottando per avere l’affidamento dei suoi tre figli. Ieri è andata l’ennesima inutile udienza al tribunale dei minori di Cagliari e non è stata presa nessuna decisione se non quella di affidare la più grande dei tre che ha 16 anni forse alla nonna materna.
Presa dalla disperazione ieri sera ho chiamato l’associazione genitori separati dai figli e loro mi hanno consigliato di rivolgermi a voi visto che avete svolto in passato ricerche su questi fatti.
Il mio compagno Giorgio è stato fatto allontanare dai suoi figli dalla ex con una bugia ignobile da rivolgere ad un padre, quella di aver cercato di abbusare di una sua figlia quando aveva otto anni, lei questa specie di denuncia l’ha fatta quando la ragazza aveva ormai 14/15 anni, lui è stato allontanato ma tutti i mesi poteva vederli e passare del tempo con loro.
Alcuni mesi dopo non si sa come ma i carabinieri hanno trovato in casa di lei un pregiudicato e i servizi sociali del luogo le hanno tolto immediatamente i bambini affidandoli subito ai servizi stessi. Il giorno dopo quando Giorgio è stato avvertito di quello che era successo ha fatto immediatamente istanza per avere l’affidamento deitre bambini, ma da allora e sono passati circa cinque anni questa storia si sta trascinando senza una fine a breve. Ci sono udienze su udienze, in cui gli assistendi sociali cercano di ridare i figli alla loro madre, ma lei non è in grado di prendersene cura, infatti tutte le ralazioni sono negative.Intanto questi bambini stanno chiusi prima in una casa famiglia poi i due maschietti più piccoli sono stati mandatati in un altra provincia in due famiglie e la ragazza più grande è rimasta in casa famiglia.
E’ logico che quando gli si parla del padre siano risentiti ed arrabbiati con lui per essere stati abbandonati, come si può spiegar loro che non è colpa sua ma che sono incappati nelle maglie della giustizia ITALIANA? In tutte le udienze si parla di un eventuale riavvicinamento alla madre, ma il padre che ha fatto istanza e li vorrebbe non viene quasi mai citato e preso in considerazione. Stiamo spendendo una montagna di soldi per loro, ma qusto non è un problema visto che fanno parte della nostra famiglia, ma che lo stato mandi avanti una causa così a lungo per niente, che il comune a cui siono stati affidati questi bambini debba spendere migliaia e migliaia di euro tutti i mesi per mantenerli quando loro hanno una famiglia che stafacendo di tutto per poter riaverli qui è veramente incomprensibile. Ma non solo ci siamo dovuti sottoporre ad alcuni incontri con il servizio di Igene mentale di Perugia per provare la nostra capacità
genitoriale, poichè loro avevano ricevuto ordine dal tribunale dei minori di Cagliari di eseguirla, ma se non andavamo noi a sentire che cosa dovevamo fare loro non avrebbero fatto nulla , infatti avevano l’ordinanza del tribunale, ma non si erano mai preoccupati di cercarcarci,e questa sarebbe rimasta lì per chissà qauanto tempo. Lo strano è, dopo che siamo stati lì il sabato successivo abbiamo ricevuto dall’asistente sociale di Perugia , una lettera che ci convocava per un giorno prima del famoso colloquio, ma lo strano è che quella lettera era stata protocollata o il giorno del nostro colloquio con gli psicologi o addirittura il giorno dopo. Se questa non è una chiara volontà da parte di qualcuno, non ben definito, di non far tornare questi banbini con il loro padre non so più che pensare della giustizia italiana. E se voi riuscite a farmi capire perchè persone che dovrebbero pensare al bene di questi bambini, invece stanno facendo la cosa
inversa, a questo punto mi viene da pensare che c’è qualcuno in tutto questo marasma di persone che sono coinvolte che sta guadagnando sulla pelle dei nostri figli.ì

Daniela R.

La mia dolorosa storia è molto simile a tante altre: Vivo a Roma, classe ‘70. Mi sono sposato, dopo 10 anni di fidanzamento con una mia coetanea che amavo. La vita matrimoniale durerà 9 anni (fino ad ottobre 2006) e porterà come frutto due meravigliosi bimbi. L’idillio termina: non ti amo più, punto e basta, dirà lei. Sorvoliamo sul fatto, che aveva una relazione extraconiugale con un collega. Inizia il calvario di papà Luca:

Lei mi chiede di allontanarmi da casa nostra (intesa anche come comproprietà giuridica), prima ancora che avvenga la prima udienza per la separazione: per il BENE DEI FIGLI, dice lei!!!

Di ottenere l’affidamento dei figli a mio carico ( visto che è lei che vuole cambiare vita), neanche a parlarne, parola dell’avvocato: “non esiste, né in cielo né in terra, a meno che non sia lei a lasciarteli!! Fai una separazione consensuale per il bene dei tuoi figli, la Legge la stratutela”

( ma la Legge, non doveva tutelare i minori???).

La mamma di Giulia e Paolo mi assicura che potrò vederli tutte le volte che vorrò; che non porterà nessun uomo in casa nostra; si premura di ricordarmi che dobbiamo restare in buoni rapporti per il bene dei figli.

Il tutto, si tradurrà dopo circa 3/4 mesi, nell’inferno. Io, il padre, vengo escluso quasi completamente dalla vita dei propri figli (ovviamente fatto salvo la funzione Bancomat, a cui la madre tiene molto) e loro dalla mia. Avvalendosi della normativa, mi ricorda più volte, che nessun Giudice andrà mai contro una mamma e pertanto mi invita più volte a stare “buono, buonino”. Addirittura, si presenta dal legale che avevamo in comune ( aveva gestito la nostra separazione consensuale), lamentando che si sentiva minacciata fisicamente e psicologicamente da me e che temeva per la sua incolumità! Io, che non l’ho mai toccata, se non per coccolarla! I figli li ho visti ad orari e giorni stabiliti, come un carcerato con la sua ora d’aria. Cambiamenti di giornata e d’orario quasi impossibili da concordare. Nel frattempo (Dic. 2008) il suo “collega” viene a vivere in quello che sarebbe il “tetto coniugale”, ovvero casa mia. Cosa succeda alla già provata psiche dei miei figli, nessuno lo sa e nessuno se ne preoccupa. La madre continua a non interrogarsi su niente, non si confronta con me. Di questo episodio, quello che mi rimarrà sempre in mente è la domanda di mio figlio Paolo: mamma dorme nel tuo letto con Claudio, ma ora sono figlio suo? Ho due papà? Il cuore mi si stringe, il dolore conosce nuovi confini. Con la madre si continua a non poter parlare. La Legge prevede che convivendo “more uxorio”, l’affidatario dell’abitazione deve rilasciarla in favore dell’altro coniuge…TUTTO QUI? Ovvero, i miei figli stanno vivendo una “paternità asimmetrica” e tutto quello che posso fare è: fare una denuncia al fine di far perdere il diritto alla casa della madre?? (tra l’altro, operazione anche molto lunga e difficile). Io sono costretto a vivere (e per fortuna ci sono loro) a casa dei miei genitori (quasi settantenni), mentre un altro uomo, che vive in casa mia, cresce i miei figli. Li educa lui al posto mio? Gli è stata conferita la delega per legge? Siamo sicuri che i figli abbiano bisogno di questo? Che sia il loro benessere ed è il massimo che si possa fare? Non gli si sta “scippando” il padre? A Marzo 2009, la signora mi cita in giudizio per obbligarmi a vendere la casa (e sicuramente vincerà la causa) ed in aggiunta, si iniziano le pratiche per il divorzio, stavolta giudiziale. Lei vuole cambiare quartiere, portare con se i figli e sceglie anche la loro nuova scuola…già, la sacra istruzione. Mi riferirà, che le scuole le hanno valutate lei ed il suo compagno. Il padre ovviamente non può fare nulla, se non opporsi giuridicamente: Alla prima udienza (la presidenziale), la giudice concederà alla madre, ormai in evidente stato di gravidanza (del nuovo compagno), di spostare i figli dove vuole lei (abitazione e scuole), disinteressandosi del padre, del benessere dei figli e delle relazioni fatte da psicologi pediatrici, che invitavano a non far avere altri traumi affettivi ai bambini: cambiandogli casa, habitat e scuola. Giunti ad Agosto 2010, la signora partorisce. Non si può neanche lontanamente parlare con lei, del disagio dei nostri figli in relazione alla nuova nata. Si trasferisce in un altro quartiere con i miei figli, con il diritto sancito dalla giudice, la quale nella motivazione l’autorizza affermando: “perché abituati a stare con la madre”! Continuo ad andare a vedere i miei adorabili ed amati figli-carcerati, nell’ora d’aria, almeno finchè non cresceranno abbastanza e la Legge consentirà loro, il diritto di godere dell’affetto e dell’educazione del proprio padre a pieno titolo. In aggiunta due aggravanti:

1) che ora devo fare 60 km al giorno (sono anche fortunato perché ci sono padri a cui non bastano 500 km), attraversando Roma, per andarli a prendere e riportali alla madre, poiché lei non intende muoversi.

2) la richiesta folle da parte della madre di aumentare l’assegno di mantenimento a 900 euro mensili più le spese straordinarie.

Distinti saluti da papà Luca

 
AmministratoreDate: Sabato, 14/05/2011, 21:45 | Message # 39
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PANORAMA

Divorzio, 40 anni dopo la legge

http://blog.panorama.it/italia/2010/10/12/divorzio-40-anni-dopo-la-legge/

Fu una corsa in tribunale per lasciarsi. L’avvocato Cesare Rimini ricorda così la stagione dei primi divorzi, quando la legge Fortuna-Baslini il 9 ottobre 1970 passò al Senato, per entrare poi in vigore il 1º dicembre. «Una donna, davanti all’indimenticabile presidente Clemente Papi, si alzò e chiese al suo avvocato di fotografarla. Ricordo che disse: “Scatti, ho la foto del matrimonio, ora voglio quella del divorzio”. Era un’onda in piena, alla prima sezione si divorziava ininterrottamente dal mattino alla sera. Con la paura dell’arrivo del referendum e con un’ansia di risposarsi che nel tempo è andata perduta».

Quarant’anni di divorzi in un Paese profondamente cambiato, come racconta la sociologa femminista Chiara Saraceno: «Oggi il divorzio è secolarizzato, ma allora era un’Italietta che si diceva soddisfatta di avere ottenuto almeno quello, anche se la legge prevedeva la pausa di riflessione di cinque anni, dopo la separazione, prima di poter avere lo scioglimento. Un’idea paternalistica dello Stato verso i cittadini. Alle donne come ulteriore cattiveria fu imposta l’attesa vedovile, altri 300 giorni prima di potersi rifare una vita». Allora, per dimezzare i tempi, racconta l’avvocato Alessandro d’Avack, «si andava all’estero, in Centro America. Partivo il sabato per la Repubblica Dominicana e tornavo il martedì a Roma con la sentenza di divorzio. Ma era molto costoso e complicato dalla residenza dei coniugi».

Nel 1987 cambia la legge e la pausa di riflessione scende a tre anni, ma resta perlopiù disattesa, come conferma Rimini: «Ho avuto solo un cliente che è tornato sui suoi passi». Nel 1971 furono 17.134 i divorzi, nel ’72 arrivarono a 32.627. «Chi poteva dimostrare che era separato di fatto da oltre cinque anni usufruiva di una norma transitoria e accedeva subito al divorzio. Così fecero i miei genitori, che furono tra i primi divorziati d’Italia» racconta l’avvocato specializzato in diritto di famiglia Marina Petrolo. «L’assenza di una legge faceva comodo a molti uomini, che entravano e uscivano di casa, mio padre da separato continuava a tenere le chiavi. Quando divorziarono, nel ’71, a scuola ero l’unica in questa situazione. Mio padre si rifece una vita, mia madre no. Ma continuò a portare la fede, per apparire in società come sposata. Perché una donna sola era preda di guerra, un pericolo per le altre. Insomma, una povera disgraziata. Oggi la fine del matrimonio vede le donne come parti forti e i tribunali hanno contribuito a creare questa immagine, mentre gli uomini sono sempre più indeboliti e ontologicamente in torto».

Dopo il 1973, i divorzi si stabilizzarono intorno ai 10-15 mila all’anno per tornare a crescere con la riforma dell’87: 27.072. Nel 2008 ne sono stati fatti 54.351, 179 ogni 1.000 matrimoni, con un aumento del 7,3 per cento rispetto all’anno precedente, secondo gli ultimi dati Istat. «Dopo 40 anni finalmente tutto è più facile, si è evoluto il concetto che la separazione è un diritto a iniziare una nuova vita» dice Laura Hoesch, celebre e agguerrita avvocato, esperta di diritto di famiglia. «Allora si aveva paura che la legge venisse abrogata. Ho amici che divorziarono per timore del referendum, continuando poi a stare insieme. Oggi queste paure non esistono più, ma si è deteriorata la relazione interpersonale, la conflittualità è aumentata. Divorziare è sempre più uno sforzo mastodontico, complesso e costoso».

Le spese, secondo l’avvocato Tiziano Solignani, autore di Guida alla separazione e al divorzio (appena uscito per la Vallardi), «possono arrivare anche a 20-25 mila euro per una causa giudiziale. Con il rischio di essere condannato anche alle spese e di vedere passare sette, otto anni prima di tornare libero». I coniugi nel 77,3 per cento dei casi scelgono il rito consensuale, ma i tempi restano biblici, come spiega Alberto Bucci, storico presidente della prima sezione del tribunale di Roma, quella che si occupa di diritto di famiglia. «La situazione è diventata pesante: tra la prima udienza e la seguente passano anche otto mesi. Credo che i giudici abbiano una certa responsabilità dell’aumento delle violenze familiari, aspettare 4-5 mesi senza una risposta fa crescere la tensione».

La tendenza è comunque un aumento dei divorzi. «Dal 1995 a oggi sono addirittura raddoppiati. Anche se la decisione di lasciarsi è ancora molto sofferta. Si ha difficoltà a parlarne alle famiglie, ai colleghi e alle maestre. Il modello è quello del Mulino bianco, manca un vero consenso verso le famiglie allargate» osserva Elena Marsi, autrice del libro I divorziati (Il Saggiatore). Un matrimonio oggi dura in media 18 anni (ci si lascia anche tardi pur di sognare di ricominciare), l’età media dei divorziati è di 46 anni per gli uomini e 43 per le donne. «Una generazione che fa fatica a capire che cosa vuole. Gli uomini ne escono massacrati economicamente. Se non ci sono grandi patrimoni, ci si spartisce in media un reddito di 2.300 euro al mese. Ma le donne sono massacrate da una vita sempre più complessa» conclude Marsi.

È quello che aveva previsto Franco Ligi, decano degli avvocati rotali e uno dei 12 promotori del referendum del ’74: «Il divorzio è stato un disastro, ancora oggi penso che l’ipocrisia di ieri era meglio dello sfascio delle famiglie di oggi». Fu una battaglia che non ci si aspettava di perdere, vinsero i No con il 59,3 per cento dei voti. «Avevamo avuto un grande successo con la raccolta delle firme e questo ci incoraggiò, ma poi la Dc finse di appoggiarci. Anche loro in fondo lo volevano». Nel 1974 giravano poesie antidivorziste che recitavano: «Hanno fatto l’inchiesta fra i divorziati e li han trovati tutti amareggiati. Che ha di speciale la nuova donna? Ha solo della moglie più corta la gonna».

Il sociologo Domenico De Masi, allora all’Università di Napoli, svolse davvero un’inchiesta in due città della Campania per capire le ragioni del voto. «Quello che Amintore Fanfani non capì mai è che al Sud erano, sì, legati alla famiglia, ma avevano i figli emigrati in paesi divorzisti, come la Germania. Se volevano divorziare, lì potevano, ma qui no». I risultati del suo studio raccontano un Paese in mutamento dove alla domanda se il divorzio rovina la famiglia e la società il 52 per cento degli intervistati rispondeva no, ma il 44 sì. Un Paese che nel 61 per cento dei casi non aveva pregiudizi verso chi si lascia, ma ammetteva nel 73 per cento di non frequentarli.

«Fui uno dei primi divorziati» racconta De Masi «e non sapevo come dirlo a mia madre, che quando a casa parlava di un separato abbassava la voce». Ma il temuto sfascio delle famiglie non arrivò: «Siamo uno dei paesi Ocse con il più basso tasso di divorzi». La corsa iniziata nei ruggenti Settanta, come ricorda il sociologo Franco Ferrarotti, portò a una vera grande trasformazione: «Finalmente le donne potevano telefonare agli uomini, una cosa che prima era inconcepibile».

terrymarocco
Martedì 12 Ottobre 2010

 
AmministratoreDate: Sabato, 14/05/2011, 21:47 | Message # 40
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REPUBBLICA

Sereni, vittoria per i figli "Per voi, non vi vedo da mesi"
Para tutto e si sfoga in tv. Il portiere testimonial dei padri separati dai figli. "Dedico il successo ai miei bambini che non incontro da tempo e non per mia volontà"

di MAURIZIO CROSETTI

http://www.repubblica.it/rubriche/la-storia/2010/09/13/news/sereni_figli-7023031/

TORINO - Mentre parla ai suoi bambini dentro una telecamera, la voce di Matteo Sereni trema un po', non come le mani che parano tutto. "Dedico questa vittoria ai miei figli che non vedo da molto tempo, e non per colpa mia". Di solito, dopo una partita i giocatori raccontano della prestazione, del risultato, del mister, dei compagni, dei tifosi. Invece Matteo Sereni, 35 anni, portiere del Brescia, migliore in campo ieri contro il Palermo (3-2 il risultato, grazie anche ai voli e ai guizzi del vecchio numero uno), nell'intervista a caldo spalanca una porta sull'abisso in cui spesso precipitano i padri separati, in guerra giudiziaria con le ex mogli. La storia del calciatore è uguale a tante, dolorosa allo stesso modo: nel 2009, 100.252 bambini (66.406 dei quali minori) sono stati coinvolti in separazioni non consensuali, e 49.087 in divorzi. Le vittime sono innanzi tutto loro, oggetti di violenza anche psicologica, costretti a crescere nel parziale vuoto affettivo, usati come merce di scambio o ricatto, ma anche il destino dei padri può essere triste e senza uscita; nell'85 per cento dei casi, i giudici affidano i figli alle madri, e spesso gli accordi e gli obblighi sul tempo da concedere ai papà vengono disattesi o ignorati.

Il portiere del Brescia si è separato dalla moglie Silvia un anno fa. Si conobbero quando lei si occupava di pubbliche relazioni per alcune discoteche genovesi, fu un amore dirompente con tanto di matrimonio esotico su una spiaggia giamaicana. Un'unione atipica e duplice, perché Silvia era anche la procuratrice del marito: fece scalpore il duro scontro che la signora ebbe con Claudio Lotito, presidente laziale, quando Matteo giocava a Roma. Donna che non teme il muro contro muro e non solo nella professione, la signora Sereni cura anche gli interessi di David Di Michele, appena passato dal Torino al Lecce. Nel primi mesi dopo la separazione, Matteo poteva vedere i figli col contagocce, e da giugno non riesce neppure a sentirli al telefono. Così, l'unico modo per comunicare con Giorgia, 5 anni e con Simone, 9 anni, è stata l'intervista televisiva dopo la formidabile partita.
Il messaggio scritto dal calciatore dentro quella specie di bottiglia che può essere una telecamera, nel giorno in cui il Brescia tornava a giocare e vincere in serie A, in casa, dopo cinque anni, è identico a quello che decine di migliaia di padri separati affidano ogni giorno al web, dove non si contano le associazioni che li tengono uniti, dando possibilità di sfogo e ascolto condiviso, oltre ad assistenza legale e consigli pratici. Su Internet colpiscono le storie di questi uomini, dentro blog e siti che si chiamano "Caro papà", "Figli contesi", "Forza papà", "Figli negati" oppure "Papà separati": dove, per separati, bisogna intendere dai figli e non solo dalle mogli.

Gallerie fotografiche toccanti, nelle quali i padri sfilano cullando bambolotti che simboleggiano i bimbi contesi, e forse perduti. Non è raro che sullo sfondo delle battaglie tra genitori possa esplodere la tragedia: negli ultimi dieci anni, sono stati uccisi in raptus o a sangue freddo 158 minori, trasformati in oggetto di vendetta e follia. Ma vi sono anche pagine e pagine di testimonianze, di sofferenza ma anche di indigenza, perché proprio tra i padri separati sta crescendo enormemente la percentuale dei nuovi poveri che si rivolgono alla Caritas o ai servizi sociali, appelli e lettere che si rivolgono ai piccoli lontani. Un po' come ha fatto Sereni. E la sensazione, molto forte, è che in quei pochi secondi di intervista (gli importava davvero qualcosa, ormai, della grandiosa partita appena disputata?), l'anziano portiere parlasse e soffrisse a nome di tanti.
(13 settembre 2010)

* * *

PANORAMA

La dedica di Sereni e il dramma dei padri separati

http://blog.panorama.it/italia/2010/09/13/la-dedica-di-sereni-e-il-dramma-dei-padri-separati/

“Quanto ha denunciato Sereni è la regola”.

A sostenerlo è Ernesto Emanuele, presidente di Papà separati Milano, una della tante associazioni che cercano di aiutare i padri separati dai figli, oltre che dalle mogli, ai quali viene proibito addirittura di sentire i propri bambini per telefono.

Proprio come sta accadendo al portiere del Brescia Matteo Sereni che ieri, al termine della partita con il Palermo, in cui lui è risultato il migliore in campo, ha approfittato delle telecamere per rivolgersi direttamente ai suoi bambini di 5 e 9 anni che non vede più dal giorno della separazione dalla moglie e che da giugno non ha più avuto la possibilità di sentire nemmeno telefonicamente.

Nella stessa condizione di Sereni, tantissimi altri papà: nel 2009, 100.252 bambini (66.406 dei quali minori) sono stati coinvolti in separazioni non consensuali, e 49.087 in divorzi; nell’85% dei casi, i giudici affidano i figli alle madri, e spesso gli accordi e gli obblighi sul tempo da concedere ai papà vengono disattesi o ignorati.

Ing. Emanuele, spesso sono le madri che arbitrariamente decidono di impedire ai propri ex mariti di stare con i figli, ma quali sono i casi in cui il divieto di incontro può essere imposto dalla Legge?
La legge stabilisce che il padre non può più vedere i figli quando c’è una denuncia di mobbing o di violenza da parte della moglie. Se la moglie accusa il marito di usarle violenza, e lo fa anche senza apportare alcuna prova, allora lui deve lasciare la casa e i figli.

Quanto tempo ha a disposizione per farlo?
Due ore. Non sto scherzando. In due ore i padri sotto accusa devono andarsene e sta a loro dimostrare la propria innocenza.

In caso effettivamente lo siano, quanto ci mette la giustizia a riconoscerlo?
Quelli della giustizia sono tempi lunghissimi, possono passare anni. Anni che vengono definitivamente sottratti al rapporto tra padre e figli, rapporto che viene spesso definitivamente compromesso.

Il Tribunale spesso dà ragione alle madri. Ma a volte le sentenze d’appello ribaltano quelle di primo grado riconoscendo le ragioni dei padri. A questo punto che succede?
A questo punto i figli sono diventati maggiorenni e non hanno più intenzione di stare con i propri padri. Le cito il caso di un uomo accusato di atti di libidine quando la figlia aveva 5 anni. Dopo qualche anno è stato assolto ma lo stesso gli è stato impedito di vedere la bambina. Al compimento dei 18 anni la ragazza si è rifiutata di incontrare il padre che nemmeno riconosceva come tale. “io non ti conosco, non sei mio padre, cosa vuoi da me”, questo è quello che si è sentito dire il padre dalla figlia.

Il portiere Sereni ha deciso di rivolgersi alle telecamere, chi non ha la possibilità di rilasciare interviste cosa fa?
Tanti padri vanno fuori di scuola e al supermercato e cercano così almeno di vedere i bambini. Uno di quelli che assisto io è stato denunciato proprio perché si è permesso di avvicinare il figlio all’uscita da scuola, il bambino, ovviamente, si è spaventato e lui si è beccato la denuncia. Un altro si è “intrufolato” tra gli scaffali di un supermercato per seguire il figlio mentre era con i nonni materni a fare la spesa e anche loro non gliel’hanno perdonata. Per non parlare delle madri che se ne vanno a centinaia di chilometri di distanza, una da Milano addirittura fino a Lecce, portandosi dietro i figli per seguire i propri nuovi compagni.

Quali sono le conseguenze di tutto questo?
I costi sociali delle separazioni sono altissimi. I figli che crescono senza padri sono esposti molto più degli altri a droga, alcolismo, bullismo, bulimia, anoressia, abbandono scolastico. Dovremmo chiederci cosa c’è dietro a tanti episodi di cronaca che vedono coinvolti ragazzi giovani che delinquono, uccidono, distruggono.

C’è una speranza per questi padri separati?
C’è se riescono a gestire la separazione dalla moglie con il massimo della civiltà, senza rancore, senza violenza. Solo così potranno riuscire a non separarsi anche dai loro figli.

claudia.daconto
Lunedì 13 Settembre 2010

 
AmministratoreDate: Sabato, 14/05/2011, 22:10 | Message # 41
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Non può vedere i figli. Sesto giorno di sciopero della fame per Giovanni De Santis

http://www.ami-avvocati.it/leggi_articolo.asp?id_articolo=1159

Drammatico appello personale del consigliere comunale di Trapani, Giovanni De Santis.

Il Tribunale gli impone di vedere i bambini due giorni la settimana sotto la rigida vigilanza dei Servizi sociali. Lui, per protesta, è giunto al sesto giorno di sciopero della fame, e ieri ha consegnato ai giornalisti questo testo:

Un’ordinanza del Tribunale di Trapani, emessa il 31 Marzo u.s. nell’ambito della causa di separazione legale che mi riguarda, mi obbliga a vedere i miei figli presso i Servizi Sociali del Comune di Trapani, il martedì e il venerdì, dalle ore 16 alle ore 19 in un cosiddetto “spazio protetto”, ossia sotto vigilanza delle assistenti sociali.

La mia colpa?: ho tenuto con me arbitrariamente la mia figlia maggiore, nelle more che i Giudici mi facessero capire – così come avevo chiesto attraverso le procedure di legge - per quale motivo la bambina avesse il terrore al solo pensiero di tornare a casa della madre e in considerazione del fatto che avevo prove di almeno un episodio in cui la piccola aveva subito percosse che andavano ben oltre la semplice sculacciata materna!

So che sono uno dei tanti padri che scontano il favor che la giurisprudenza costante garantisce alle madri ma essendo vivo e pensante non riesco ad avere percezione di me quale numero tra numeri.

L’evolversi di questa incredibile vicenda mi ha dato la sensazione di non essere piu’ un uomo degno di ascolto e di umana considerazione bensì un numero, anzi un fascicolo che poteva essere dimenticato con facilità, seppellito tra scaffali polverosi: le ultime udienze sono durate non piu’ di 15 minuti, in totale assenza di contraddittorio; la complessità della vicenda umana mia e dei miei figli è stata compressa in quel ridottissimo arco temporale e mortificata da un provvedimento scritto in poche righe.

Ad aggiungere tormenti a questo girone dantesco, il fatto che la cancelleria del Tribunale ha trasmesso gli atti del procedimento ai competenti uffici, con ben 4 mesi di ritardo(!) e su mio interessamento, ottemperando con incredibile ritardo all’ordine del Collegio Giudicante di richiedere un consulto psicologico all’ASP e di trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica per la valutazione di eventuali profili di rilevanza penale!

E va sottolineato che è stato proprio questo ritardo ad inasprire fino al parossismo una situazione già estremamente precaria e dolorosa.

Non sono né un ubriacone né un pregiudicato né tanto meno un violento ma un uomo di quarantuno anni, segretario generale, da diciassette anni, della piu’ prestigiosa istituzione concertistica cittadina, consigliere comunale in carica ininterrottamente dal 1998, il cui impegno politico e la cui rettitudine morale sono note all’intera cittadinanza.

Sono discendente di una stimata famiglia che tanto ha dato alla nostra città e al Paese: mio nonno Giovanni, direttore d’orchestra, è stato il fondatore dell’Ente Lirico cittadino, suo fratello Alessandro è perito eroicamente nel primo conflitto bellico per servire la Patria, mio padre è stato apprezzato docente presso il Liceo Scientifico cittadino e da anni profonde le sue migliori energie, avvalendosi anche della mia modesta collaborazione, per garantire ogni anno ai trapanesi una stagione concertistica di livello internazionale.

Nella nostra casa ospitiamo, durante l’anno, musicisti e intellettuali provenienti da tutto il mondo; nella nostra casa, da sempre, si legge, si ascolta musica e si discute.

Questo è l’ambiente in cui ho fatto vivere i miei due figli ogni volta che mi sono stati affidati e questo patrimonio culturale e morale ho offerto alla loro formazione assieme ad un infinito amore e ad una presenza costante che i bambini contraccambiano con enfasi.

Tutti mi riconoscono le doti di un padre meraviglioso, ben diverso dal sinistro personaggio tratteggiato dagli scritti e dalle pretestuose denunce dell’avvocato dalla madre dei miei figli, che mi dipingono come un politico rampante e amorale, come un “sacerdote che recita vangelo delle sue bugie” o come una “presenza inquietante”.

L’unica reazione che ho deciso di avere a fronte di questa vicenda kafkiana è quella di digiunare sine die e di protestare pacificamente, non accettando di subire e di fare subire ai miei figli la mortificazione di essere “vigilati” dai servizi sociali!

La mia dignità personale e la mia riconosciuta qualità di ottimo padre non mi consentono, inoltre, di sopportare l’umiliazione di essere trattato, sotto gli occhi dei miei figli, alla stregua di un sospettato di pedofilia o di un violento.

Mi farei torturare, piuttosto che sottoporre i miei figli, da me abituati a frequentare ambienti sani e culturalmente stimolanti, all’umiliazione di uno “spazio protetto” presso i Servizi Sociali!

L’ultima beffa sta nel fatto che a nessuno è venuto in mente di verificare prima di emettere l’ordinanza in argomento se il martedì e il venerdì gli uffici comunali fossero chiusi, così come lo sono, di talché, all’atto, anche volendo non potrei vedere i miei figli con le modalità e nei tempi ordinati dal Tribunale!

Non risulta, inoltre, agli atti che per assumere una decisione di una tale severità sia stata consultata la psicologa dell’ASP che, peraltro, aveva già sentito sia me che mia figlia Clara!

Una storia di ordinaria ingiustizia o una pagina del teatro dell’assurdo? Certamente un episodio in cui vi è stata una grave violazione dei diritti umani e la mortificazione della nostra civiltà giuridica.

Come si è chiesto ed ha chiesto Tiberio Timperi qualche sera fa alla trasmissione Matrix, nel corso della quale è stata denunciata la perversa prassi di adottare provvedimenti che annullano, di fatto, il diritto di paternità, invalsa in tutti i Tribunali d’Italia: “Chi paga per tanto dolore provocato?”; Chi risarcirà mia figlia per non avere potuto festeggiare ieri il suo compleanno insieme al suo papà?.. Io non cerco rivalsa ma desidero che mi venga restituito il diritto di coltivare i grandi affetti della mia vita liberamente e serenamente.

Da uomo delle Istituzioni, credo nelle Istituzioni e continuo a credere nei Giudici che sono chiamati ad amministrare giustizia, certamente con penuria di mezzi e tra mille difficoltà ma sarò pienamente orgoglioso di essere cittadino di quel Paese civile che quest’anno festeggia il suo 150° compleanno, allorché vedrò nelle sue Istituzioni quell’umanità che consentirà loro di ammettere di avere sbagliato quando ciò accadrà e di riparare ad ogni errore commesso.

Spero che questo mio gesto possa almeno servire a scuotere la pubblica opinione e la coscienza di chi amministra Giustizia per conto dello Stato, nonché possa risvegliare l’attenzione di un Legislatore, tanto solerte quando si tratta di dare “colpi di spugna” in favore di pochi, quanto pigro allorché viene chiamato a porre fine ad una condizione grottesca che accomuna decine di migliaia di padri, dalla Sicilia al Trentino Alto Adige!

Giovanni De Santis

(scritto il 06/04/2011 - 12.33.28)

 
AmministratoreDate: Lunedì, 16/05/2011, 06:12 | Message # 42
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http://www.mobbing.genitoriale.com/parental_mobbing_archivies/conflittualita-nella-separazione-coniugale-e-mobbing-genitoriale/

Conflittualità nella separazione coniugale e “mobbing” genitoriale

Conflittualità nella separazione coniugale: il “mobbing” genitoriale

Il termine “mobbing” è stato utilizzato per la prima volta da Konrad Lorenz, nel descrivere gli attacchi di piccoli gruppi di animali contro uno più grande e isolato, per allontanarlo dal gruppo (o dal nido). Nel 1984 lo psicologo tedesco Heinz Leymann espose in un libro, insieme a Gustavsson, le ripercussioni di chi è costretto a subire un comportamento ostile e prolungato nel tempo da parte dei superiori e dei colleghi di lavoro.
Scopo del “mobbing” in ambiente lavorativo “è devitalizzare il “mobbizzato”, emarginarlo, fino alla resa inducendo il lavoratore alle dimissioni, a richiedere il prepensionamento per malattia professionale o creare le condizioni favorevoli al licenziamento, senza che si crei un “caso sindacale”.” (Ege, 1999)
I “mobber”, sostiene Ege, “agiscono con l’arma della parola e l’arma dello psicoterrore, dall’assegnazione di compiti dequalificanti o troppo elevati o pericolosi, in più, oltre alla violenza psicologica e verbale, usano armi subdole e imprevedibili come il sabotaggio.” (Ege, 1999). Leyman sostiene che “In this type of conflict, the victim is subjected to a systematic, stigmatizing process and encroachment of his or her civil rights” e che ” Psychological terror or mobbing in working life involves hostile and unethical communication which is directed in a systematic manner by one or more individuals, mainly toward one individual, who, due to mobbing, is pushed into a helpless and defenseless position and held there by means of continuing mobbing activities.”. (Leyman, 1999)
Leymann ha definito nel LIPT (Leymann Inventory of Psycological Terrorism) (Leymann, 1999) un elenco di quarantacinque comportamenti mobizzanti. Questi sono ripartiti in cinque punti, che elencano le costrizione subite dalla vittima: nella possibilità di comunicare adeguatamente sul posto di lavoro, in quella di mantenere adeguati contatti sociali sul lavoro, circa la reputazione personale, riguardo alla possibilità di lavoro (gli viene tolto il lavoro, gli vengono dati compiti insignificanti, ecc.); nella salute (gli vengono dati lavori pericolosi, viene attaccato fisicamente, molestato sessualmente).
Per quanto riguarda le patologie conseguenti al mobbing, Ege riferisce che “Nell’esperienza della Clinica del Lavoro di Milano, il disturbo dell’adattamento è largamente prevalente (oltre i 2/3 dei casi con caratteristiche di attendibilità), mentre il disturbo post-traumatico da stress (stessi sintomi del disturbo dell’adattamento, ma più gravi e con possibilità di sequele associato a intrusività del pensiero, comportamenti di evitamento di situazioni che possano – anche indirettamente – richiamare il problema lavorativo, e blocco dell’io) rappresenta un evento meno frequente. Circa un terzo della casistica totale è, infine, costituito da casi di patologia psichiatrica comune o di patologia fittizia”. (Ege, 1999). Il risarcimento del danno biologico ed esistenziale da mobbing accertato è attualmente prassi consolidata.
Recentemente, si è cominciato a parlare di “mobbing familiare”. Una sentenza della Corte di Appello di Torino lo ha ritenuto, in motivazione, causa giustificante della addebitabilità comportamenti assimilabili al “mobbing”: i “comportamenti dello S.( il marito) erano irriguardosi e di non riconoscimento della partner: lo S. additava ai parenti ed amici la moglie come persona rifiutata e non riconosciuta, sia come compagna che sul piano della gradevolezza estetica, esternando anche valutazioni negative sulle modeste condizioni economiche della sua famiglia d’origine, offendendola non solo in privato ma anche davanti agli amici, affermando pubblicamente che avrebbe voluto una donna diversa e assumendo nei suoi confronti atteggiamenti sprezzanti ed espulsivi, con i quali la invitava ripetutamente ed espressamente ad andarsene di casa” e che “il marito curò sempre e solo il rapporto di avere, trascurando quello dell’essere e con comportamenti ingiuriosi, protrattisi e pubblicamente esternati per tutta la durata del rapporto coniugale ferì la T. (moglie) nell’autostima, nell’identità personale e nel significato che lei aveva della propria vita”; avuto riguardo “al rifiuto, da parte del marito, di ogni cooperazione, accompagnato dalla esternazione reiterata di giudizi offensivi, ingiustamente denigratori e svalutanti nell’ambito del nucleo parentale ed amicale, nonché delle insistenti pressioni- fenomeno ormai internazionalmente noto come mobbing – con cui lo S. invitava reiteratamente la moglie ad andarsene”; ritenuto che tali comportamenti sono “violatori del principio di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi posto in generale dall’art. 3 Cost. che trova, nell’art. 29 Cost. la sua conferma e specificazione”; conclude nel senso che al marito “deve essere ascritta la responsabilità esclusiva della separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri (diversi da quelli di ordine patrimoniale) che derivano dal matrimonio, in particolare modo al dovere di correttezza e di fedeltà”. (Sentenza della Corte d’Appello di Torino, 21 febbraio 2000).
Tale “mobbing familiare” (differente dal “Doppio Mobbing”, che indica le ripercussioni del mobbing sulle relazioni familiari del soggetto mobizzato) è, secondo alcuni autori divenuto tanto importante, che “si auspica che presto il mobbing familiare o coniugale venga considerato reato per legge e severamente sanzionato”.(“Rassegna dell’Ordine degli Avvocati di Napoli” Anno V – N.3 Luglio-Settembre 2001″). Altri ancora, hanno ipotizzato che in caso di comportamenti del genere il danno esistenziale così prodotto si candiderebbe “a categoria autonoma di danno autonomamente azionabile ex art. 2043 c.c.” (Petrilli, 2003).
Secondo alcuni autori, spesso “il Mobbing viene posto in essere da quei coniugi che artatamente ed in modo preordinato tendono, con atteggiamenti “persecutori”, a costringere i loro partner a lasciare la casa familiare o addirittura a giungere a separazioni consensuali pur di chiudere rapporti coniugali belligeranti e sofferti, dietro i quali spesso si celano rapporti extraconiugali o altro É Questo tipo di mobbing culturale applicato e ritrovabile con frequenza nei rapporti coniugali caratterizzati da una forte e lacerante conflittualità coniugale, trova radici anche in fenomenologie giuridiche recenti, che la Suprema Corte con altri termini ha giustamente sanzionato, come ad esempio: “L’incompatibilità ambientale”, il “Tradimento apparente” É o ancora “l’induzione preordinata alla separazione coniugale” (Ciccarello, 2002).
Ege nega l’esistenza del “mobbing familiare” (Ege, 1999), in quanto intende applicabile il termine al solo contesto lavorativo. Tale preclusione ci appare francamente paradossale e di scarsa sostenibilità: il concetto di “mobbing” deriva da un comportamento animale, e dunque o non lo si estende ad alcuna interazione umana o, se se ne accetta il “salto di specie”, ogni successiva limitazione è arbitraria, ed esso può applicarsi a qualunque contesto interattivo finalizzato all’estromissione di un individuo da un contesto cui questi legittimamente vuole o a ha bisogno di appartenere in qualche modo.
Un modello che risponde pienamente a tale descrizione è frequentemente individuabile nelle situazioni di separazione coniugale.
Due coniugi separati costituiscono il sottoinsieme genitoriale residuo alla disgregazione dell’insieme familiare. Sul piano della relazione, e del relativo “potere” decisionale, hanno ruoli apparentemente simmetrici. Tale formale lettura delle relazioni coniugali è però, al contrario, solo la chiave per spiegare come mai, sino ad ora, i modelli di ostilità cronica finalizzati all’estromissione di uno dei genitori da ogni sottoinsieme del residuo alla separazione, non siano stati “letti”, come “mobbing.
L’istituto dell’affido monogenitoriale attribuisce infatti al genitore affidatario l’esercizio della potestà genitoriale sui minori affidatigli, ma riserva ad “entrambi i coniugi” le decisioni di maggior interesse: art. 155, c.c. “Il coniuge cui sono affidati i figli, salva diversa disposizione del giudice, ha l’esercizio esclusivo della potestà su di essi ; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i coniugi. Il coniuge cui i figli non siano affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.” Nei fatti questo si traduce spesso (e, nelle situazioni di elevata conflttualità sempre) nel far sì che qualsivoglia decisione circa i minori può così di fatto esser da lui adottata anche in assenza di ogni partecipazione dell’altro. Il quale, per far valere le proprie opinioni su un piano di parità decisionale, può solo adire il Giudice Tutelare, con tempi di attesa smisurati e, nei fatti, nessuna possibilità di intervento concreto.
Tale contesto permette, al genitore affidatario, l’esatta “traduzione” nel sottoinsieme genitoriale di comportamenti tipici del “mobbing” lavorativo. Tali comportamenti si esplicano in quattro differenti campi: sabotaggi delle frequentazioni con il figlio, emarginazione dai processi decisionali tipici dei genitori, minacce, campagna di denigrazione e delegittimazione familiare e sociale.
I sabotaggi delle frequentazioni trovano radice nella facilità che il genitore affidatario ha di non incorrere in alcuna sanzione penale nel caso impedisca colposamente o dolosamente le frequentazioni statuite tra il figlio e l’altro genitore. Malgrado le espresse previsioni dell’art. 388 (Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice), nel quale rientra la fattospecie del genitore che non osserva il regime di frequentazione statuito dal Magistrato competente, la concreta punibilità di chi commette fatti del genere è estremamente frequente.
Nei casi di media o grave conflittualità il minore, soprattutto se di piccola età, più o meno frequentemente (a volte spesso o quasi sempre), non viene consegnato all’altro genitore con scuse banali, o semplicemente senza spiegazioni, oppure rifiutato per mezzo di scenate che comprendono accuse anche gravi. La presenza o l’arrivo di agenti di Polizia Giudiziaria non ostacola, salvo in casi rarissimi, quello che a tutti gli effetti è un comportamento criminoso. In altri casi, il genitore deve incontrare i figli in situazioni degradanti o umilianti: alla presenza di parenti dell’altro genitore, o di persone illecitamente incaricate di “sorvegliarlo”, ad esempio, o con modalità che lo spogliano di qualunque ruolo genitoriale – come quando deve eseguire i programmi extrascolastici (piscina, judo, musica, scacchi, ecc.) stabiliti dall’ex partner a sua insaputa, e fissati proprio nei suoi giorni di frequentazione: ciò lo trasforma nell’autista dei propri figli e lo priva di ogni ruolo genitoriale anche nel determinare il tempo passa con loro. Altre volte dovrà rinunciare alle vacanze estive o natalizie, essendo il o i minori “prenotati” per attività più gratificanti (classica la madre che prenota la settimana bianca o il club di lusso quando i figli dovrebbero partire con il padre per posti meno appetibili: nella nostra casistica c’è una madre che portò i figli in vacanza nella settimana in cui sapeva dover nascere il loro fratellino).
Si ricorda qui incidentalmente, che una delle ultime più tragiche stragi commesse da un padre separato, suicidatosi dopo aver ammazzato l’ex moglie e i figli, avvenne (luglio 2003) poco dopo che gli era stata notificato che, su richiesta ex novo della ex moglie, avrebbe dovuto svolgersi in Tribunale un’udienza, che andava a cadere proprio nel periodo da trascorrere con i figli nella sua terra d’origine. Secondo i familiari dell’uomo, un Ispettore di PS, l’ex moglie, avendo la possibilità di prevedere i tempi di fissazione dell’udienza, aveva fatto in modo che questa cadesse proprio nel periodo di frequentazione estiva del padre con i figli, per impedirgli di allontanarsi con i piccoli. La strage avvenne nel giorno in cui l’uomo sarebbe dovuto partire.
In altri casi, viene eseguita la classica “relocation”: il minore è trasferito con il genitore affidatario in una città lontana. I suoi incontri con l’altro genitore diventano difficili e impossibili, non vengono permesse modifiche al regime di frequentazione che rendano più facile, nella sopraggiunta situazione, i contatti con i figli, e per tentare di ottenerle occorre adire la Corte competente, con aggravio di tempi e costi. Le sottrazioni internazionali di minore rappresentano il tragico e macrosistemico estremo cui arriva questa forma di ostilità.
E’ vero che esistono strumenti giudiziali di controllo espressamente previsti per simili abusi, ma vale anche qui quanto detto prima: si tratta di strumenti di rara applicazione concreta, per via delle difficoltà del sistema giudiziario a intervenire in tempi brevi e su contesti quali quelli delle relazioni familiari.
L’emarginazione dai processi decisionali è anch’essa frequente: al genitore non affidatario viene impedito di partecipare a scelte fondamentali per la vita del figlio (istruzione, salute, viaggi, ecc.): ad es. sa solo a cose fatte a quale scuola, e di quale indirizzo, è stato iscritto il ragazzo; deve appurare personalmente quali sono i docenti, gli orari della scuola e del figlio e quanto da sapere circa i risultati scolastici del figlio. Spesso i bidelli e insegnanti ricevono ingiunzioni di non far avvicinare i figli l’altro genitore, e i contatti di questi con gli insegnanti sono preceduti da campagne di denigrazione. In caso di malattia non viene avvertito e apprende di esse e addirittura di ricoveri, solo a cose fatte, o allorchè gli viene impedito, illecitamente ma con tali motivazioni, di incontrare il figlio. In questi casi, l’esautorazione del genitore non affidatario viene spiegata con un suo difetto, che lederebbe l’equilibrio psichico e fisico del minore: o è un genitore “disattento”, o “morbosamente” attento alle sue condizioni di salute.
La campagna di denigrazione (ovviamente frequentemente reciproca), spesso accompagnata da minacce (“ti riduco sul lastrico!”, “ti faccio finire in galera”), prevede il ricorso a una vasta gamma di accuse presentate a tutto campo: al figlio, a tutta la rete amicale e familiare dell’ex coppia (o, anche, negli ambienti scolastici ed extrascolastici frequentati dal figlio), in sede giudiziaria (ormai tipiche le denunce: gravi, come quelle di abuso sessuale e/o maltrattamenti, tendenzialmente meno gravi le altre: violenza o danni nei confronti dell’altro genitore, sottrazione di minore per pochi minuti di ritardo, ecc.). Come noto le denunce di abuso comportano quasi automaticamente la sospensione delle frequentazioni genitore-figlio, che possono riprendere solo in ambiente c.d. “protetto”, che a prescindere da ogni professionalità con il quale vengono seguiti, com portano comunque una umiliante svalutazione della figura genitoriale.
La “punizione del marito” può essere ottenuta anche attraverso il coinvolgimento e la manipolazione di persone terze in azioni dolose (persone appartenenti al nucleo familiare, conoscenti, ma anche gli stessi professionisti – medici, psicologi, avvocati, ecc. – che si trovino ad avere rapporti con la madre). In questo caso, «è importante rilevare che la persona manipolata dalla madre è stata in qualche modo coinvolta nella rabbia della madre e «alienata» dal marito di questa in procinto di divorziare. (Rapporto Eurispes, 2002)
Vale comunque, anche qui, quanto si vale per tutte le altre forme di “mobbing” umano: “Il meccanismo della persecuzione è implacabile e può avvalersi di mille piccoli gesti quotidiani, che conducono irrimediabilmente verso l’isolamento.” (Ege, 1999).
Nei quadri estremi abbiamo due esiti: o quella che viene definita PAS, Sindrome di Alienazione Genitoriale, vale a dire la partecipazione del minore alla campagna di denigrazione contro il genitore non affidatario, con il rifiuto di ogni rapporto con questi; o l’esautorazione quasi spontanea del genitore non affidatario da ogni aspetto della vita del figlio, potendosi arrivare a comportamenti che sono l’analogo delle dimissioni forzate in ambiente lavorativo: il padre che rinuncia più o meno “spontaneamente” ad esercitare il proprio ruolo perché non può far fronte agli ostacoli che ne mobizzano il ruolo.
Il “terrore psicologico” citato da Leymann ed Ege e che costituisce il nucleo dell’esperienza mobizzante è sperimentato in una fin troppo ampia gamma di possibilità: si è terrorizzati dall’idea che, senza nemmeno preavviso alcuno, siano resi impossibili tutti i contatti (anche telefonici) o gli incontri con i propri figli, ivi incluso l’averne notizie; ogni squillo di telefono o di campanello rappresenta la paura di un nuovo fax, una nuova raccomandata, una telefonata dell’avvocato o una visita dei Carabinieri che annunciano nuove aggressioni, nuovi problemi, nuovi impedimenti. Il “doppio mobbing” arriva così a coinvolgere anche l’eventuale nuova famiglia (e, spesso, anche la nuova prole) del genitore non affidatario mobizzato.
Studi americani dimostrano che fra i genitori separati (in genere i padri, per logica statistica) è presente la stessa tipologia di psicopatologia dei lavoratori vittime di mobbing (Braver, et al., 1998) (Rowles, 2003). Nelle statistiche loro e di altri studiosi (vedi Rowles, 1998) vi è poi il rilievo che il padre economicamente inadempiente verso i figli è con grande frequenza un padre mobizzato dal suo ruolo. Secondo i dati della Associazione EX, che ha monitorato gli omicidi in famiglia, i padri separati sono notevolmente sovrarappresentati fra coloro che commettono delitti e stragi di familiari. All’opposto, sono assenti fatti di sangue per disgregazioni di coppie omosessuali sia maschili che femminili (Eurispes, 2002).
All’opposto di quanto ipotizza Ege, noi ci chiederemmo dunque come mai sino ad ora contesti mobizzanti di tal genere non sono mai stati descritti e riconosciuti, anche in sede giudiziaria, come tali, essendo evidenti come le modalità siano quelle della comunicazione non etica e ostile finalizzata all’espulsione di un individuo da un contesto cui legittimamente vuole o ha bisogno di appartenere, identicamente cioè a quanto avviene nel “mobbing” lavorativo. Riflessioni del genere ci porterebbero molto lontani: a ipotizzare collusioni sistemiche e macrosistemiche tra i mobbers genitoriali e tutto un contesto di regole e di ruoli, politici e professionali, delegati a gestire questi problemi a più livelli.
A nostro avviso è improcastinabile riconoscere che il mobbing genitoriale in conflittualità di separazione è un gravissimo problema sociale, in grado di provocare alti costi umani e sociali, e che occorre dotarsi di strumenti di prevenzione e tutela adeguati. Va riconosciuto come causa di un doppio danno biologico (per le conseguenze che provoca sui minori), deve essere presa in seria considerazione l’ipotesi di sanzionarlo come reato contro la persona, occorre modificare tutti quegli strumenti legislativi e giudiziari che ne legittimano l’espandersi ad ogni coppia incapace di gestire la propria conflittualità.

BIBLIOGRAFIA:

Braver, et al. Divorced Dads: Shattering the Myths, Edition Hardcover ,1998
Ege H., Il fenomeno, in Mobbing Online, in http://www.mobbingonline.it
Eurispes-Telefono Azzurro, 3° Rapporto sulla Condizione dell’Infanzia e dell’adolescenza, 2002
Leymann, H., 1999, The mobbingEncyclopaedia, in http://www.Leymann.se;
Petrilli D., Mobbing familiare e coniugale, LEX et JUS – luglio 2003, Napoli
Rowles G., The “Disenfranchised” Father Syndrome, Trad. it. di A.Vanni – S. Ciotola – G. Giordano, 2003, Psychomedia
Ciccarello M. E., Il Mobbing in Famiglia, Centro Studi Bruner, Master in Med. Familiare, 2002

Gaetano Giordano

http://www.psychomedia.it/pm/grpind/separ/giordano.htm

 
MariaRosaDeHellagenDate: Lunedì, 30/05/2011, 02:19 | Message # 43
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La follia e i padri separati

di Carlotta Zavattiero - 29 Maggio 2011

Cosa non funziona nel sistema giuridico italiano, così criticato anche da Berlusconi

Carlotta Zavattiero

Hanno «fatto uscire pazzo» anche lui. E il premier ora è costretto a elemosinare comprensione dagli altri grandi della terra: perfino da quello «abbronzato». Silvio Berlusconi è ossessionato dai giudici e va in giro di qua e di là a ripetere che il sistema giudiziario italiano è generatore di ingiustizia, per dirla in altri termini. E se avesse ragione? Mi ritrovo così, nella follia dei tempi in cui viviamo, a perorare la causa del premier, proprio ora che si intravedono le luci del tramonto e gli «osanna» di qualche settimana fa si sono abbassati in voci di leggero dissenso, velata critica. Del resto la cautela è dovuta: con i biscioni non si sa mai. Non è il momento, ma io lo difendo lo stesso. E parto dai padri separati. Che ammazzano i figli, la moglie, se stessi. I casi alla Matthias Schepp: padre di due gemelline, scomparse, probabilmente uccise; lui suicida, stritolato sui binari da un treno in corsa. Nella sua vicenda la moglie è stata risparmiata: ma Schepp diabolicamente le fa scontare la colpa di avere causato la separazione, da viva. È solo la premessa della mia difesa.

Gli istituti di ricerca, statali e privati, per fornire un quadro statistico il più dettagliato possibile, osservano, sezionano, analizzano e catalogano per anno, per semestre, per mese, e poi ancora per regioni, province, città e piccoli centri, per sesso e per fascia d'età, di reddito, di scolarizzazione, i più diversi aspetti della vita quotidiana degli italiani. In tali statistiche, tanto minuziose e capillari, continua però a mancare la voce relativa e specifica ai fatti di sangue legati alle separazioni. Perché? Dimenticanza fortuita o volontà precisa? La spiegazione dei media in occasione di ogni fatto di sangue fra separati è sempre la stessa: gesto isolato di un folle. Non si analizza mai il fenomeno nel suo insieme, ma se i cosiddetti «gesti isolati» si ripetono a migliaia, significa che il sistema non funziona come dovrebbe.
Chi muore per l'uso di anabolizzanti nel culturismo e nello sport agonistico in generale non è definito «pazzo» e dopo si cercano le ragioni, i responsabili delle (centinaia) di morti in certi studi medici, in certe palestre, in certe farmacie. Non si archivia frettolosamente come pazzo il debitore disperato che uccide l'usuraio causa della sua rovina: la collettività è piuttosto solidale, può nascere un numero verde anti-usura, si stanziano fondi, si creano fondazioni antiusura. E sulle stragi del sabato sera: non sono definiti malati di mente i ragazzi che muoiono in auto dopo avere trascorso una notte in discoteca. E le discoteche difatti sono oggetto di provvedimenti legislativi finalizzati ad arginare il fenomeno negativo: orari di chiusura definiti per legge, limite al livello dei decibel, stop anticipato alla vendita di alcolici, controlli per la diffusione di stupefacenti. Così accade che quando la gente muore uscendo dalle discoteche si cercano i motivi nelle discoteche, quando invece la gente muore uscendo dai tribunali i motivi si cercano nei disturbi mentali della gente.

Facciamo un passo indietro, anzi dentro. Entriamo in un tribunale per una causa di separazione. La maggior parte di esse termina con un affido dei minori alla madre e con un assegno che il padre deve versare. Primo paradosso: gli uomini sanno già di avere un'altissima percentuale di possibilità di perdere la causa solo perché appartenenti al sesso maschile. L'esito di questo processo è la perdita del contatto quotidiano con i propri figli. Qui siamo al secondo paradosso: la sentenza solitamente ottenuta da un padre separato gli impone di considerare «normale ed obbligatorio» quanto il diritto e la psicologia definiscono lesivo dei diritti e della stabilità del minore. Un genitore non separato che volesse trascorrere con il proprio figlio un week end ogni quindici giorni, dalle sei alle otto ore nei pomeriggi infrasettimanali, una settimana in inverno e due settimane d'estate, verrebbe considerato - dagli psicologi, dagli avvocati, dai periti, dagli assistenti sociali - un «genitore trascurante». In un giudizio di separazione se questa fosse la sua scelta, essa lo farebbe definire «genitore inadeguato». Un genitore separato che non si accontenta di trascorrere con il proprio figlio un week end ogni quindici giorni e sei, otto ore alla settimana, sette giorni in inverno e quattordici d'estate, è considerato un genitore che non vuole adempiere alle statuizioni giudiziarie e dunque «genitore conflittuale», «potenzialmente abusante», «inadempiente». E in un giudizio di separazione ciò lo farebbe definire genitore «inadeguato». È da uscirne pazzi. La follia dunque può essere attribuita solo a chi compie il gesto materiale di uccidere i propri familiari e poi se stesso? O forse a tutto un sistema che vive anche economicamente creando un conflitto che poi deve gestire? Poveri padri e povero Berlusconi.

http://www.cadoinpiedi.it/2011/05/29/la_follia_e_i_padri_separati.html (http://www.cadoinpiedi.it/2011/05/29/la_follia_e_i_padri_separati.html)
 
MariaRosaDeHellagenDate: Lunedì, 30/05/2011, 02:53 | Message # 44
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http://www.ami-avvocati.it/leggi_articolo.asp?id_articolo=725

IL DOLORE DEI BAMBINI

Qualche giorno fa un ragazzo mi ha salutato mentre stavo per strada, nei pressi del mio studio. Ho risposto al saluto e gli ho chiesto chi fosse.

“Sono Fabio S., il figlio di Elena K. e Giovanni S., si ricorda di me?”.

Ho capito subito. Dieci anni fa Fabio aveva 9 anni. Io difendevo suo padre in un’ aspra causa di separazione giudiziale. Una causa terribile, fatta di colpi bassi, caratterizzata da un conflitto irrimediabile. Questo bambino era diventato il pomo della discordia dei suoi genitori.

Ricordo che il mio cliente, suo padre, era stato accusato di pedofilia e violenze fisiche in danno del figlio.

Furono disposte, dunque, numerose indagini, sia in sede penale che minorile, e poi una serie di perizie terrificanti.

Tutto finì in una bolla di sapone. Furono esclusi episodi di abuso sessuale commessi dal padre (così come accade nell’80-90% dei casi). Ma dovettero trascorrere due anni prima che Fabio potesse tornare a frequentare suo padre in una situazione di normalità.

Al piccolo era stato fatto il lavaggio del cervello. Era stato ignobilmente istruito per distruggere suo padre. Ma il tentativo di plagio fallì miseramente tanto che, nel corso delle perizie, il bambino reclamava la figura del papà, lo stesso papà che avrebbe dovuto uccidere, almeno moralmente, nel modo peggiore, mediante la più infamante delle accuse.

Tutto finì come doveva finire. Ma Fabio rimase traumatizzato da tale angosciante esperienza.

Una vicenda, questa, che ha lasciato il segno anche a me.

Sua madre fu denunciata e condannata per calunnia poiché fu provato in giudizio che costei aveva deliberatamente accusato il marito, sapendolo innocente, nel proposito di annullarlo sul piano genitoriale.

In questa squallida vicenda si erano inseriti i familiari della sciagurata, un “avvocato” e uno di quegli psicologi da strapazzo (ce ne sono abbastanza in giro) che vedono abusi ovunque.

Rivedere Fabio, ormai quasi ventenne, alto quasi due metri, con un sorriso smagliante, è stato bello.

“Come stai?” , gli ho chiesto.

“Bene avvocato, sono iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza, vorrei occuparmi anch’io di diritto di famiglia”.

“Complimenti Fabio, che Dio ti benedica. Papà come sta?”.

“Papà è morto due anni fa, ora vivo con i nonni materni. E’ stato lui a convincermi a fare l’avvocato di famiglia. Voleva che difendessi i bambini”.

“Mi dispiace tanto. Tuo padre era una persona giusta, un uomo forte, un esempio di amore paterno”.

“Lo so caro avvocato, mi manca tanto”.

Ci siamo salutati con una stretta di mano forte. Me ne sono tornato allo studio con un nodo in gola ma felice per essere stato anche io l’artefice , a suo tempo, della salvezza di un bambino dalla più grande delle tragedie, quella di perdere dalla sua vita un genitore innocente.

Fabio è un ragazzo forte.

Ma quanti, ogni giorno, sono lasciati soli al loro destino.

Quanti sono solo merce di scambio o pacchi postali?

Quanti saranno chiamati ad accusare o scegliere un genitore?

Ma chi ascolta il dolore dei bambini?

Gian Ettore Gassani. Presidente Nazionale AMI.
 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 01/06/2011, 05:23 | Message # 45
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La lunghezza delle cause per l’affidamento favorisce le strumentalizzazioni dei figli

«In processi del genere si deve decidere in una sola udienza»

Strumenti di vendetta e di guadagno. Così i figli contesi da genitori separati vengono utilizzati come delle armi nella guerra della separazione che, visti i tempi lumaca della giustizia italiana, può durare anche un decennio. «I bambini – dice l’avvocato Gian Ettore Gassani – possono diventare un vero e proprio bottino di guerra sia per i legali che per i genitori.

Questo perché il tribunale italiano è al collasso: se una separazione consensuale può durare dieci anni, per l’affidamento ci può volere una vita intera. I figli contesi diventano maggiorenni senza che il processo si sia concluso».

Ma se i processi sono troppo lunghi la colpa è anche del sistema di gestione: «Quando è necessario sostituire un giudice – spiega l’avvocato Annamaria Bernardini de Pace – si aspettano mesi e, a sostituzione avvenuta, è necessario ancora altro tempo affinché il nuovo nominato possa studiarsi il caso.

E così si va avanti per anni, rinvio dopo rinvio. Un po’ di tempo fa mi è capitato un caso assurdo: un magistrato appena trasferito si è sposato, così ha ottenuto l’aspettativa prevista per il matrimonio ed in aula ci è tornato dopo aver messo al mondo ben tre bambini. Ma anche i genitori fanno la loro parte utilizzando i propri figli per raggiungere degli scopi ben precisi.

E possono continuare ad oltranza. Com’è successo a Varese, dove il 28 gennaio di quest’anno il tribunale ha condannato un signora per abuso di processo. La donna non riuscendo ad ottenere l’accordo desiderato si affidava sempre a nuovi processi».



Che un caso di affidamento possa diventare infinito lo sa bene l’avvocato Antonella Tomassini che sulla sua scrivania ha da otto anni le carte dello stesso processo: «Una ragazza è contesa tra due genitori che vivono in stati diversi da quando aveva dieci anni, a maggio sarà maggiorenne.

Così – aggiunge Antonella Tomassini – tutto il lavoro fatto finora sarà inutile perché tra soli due mesi sarà libera di scegliere, da sola, con chi stare. Ma ovunque andrà porterà con sé delle lacerazioni psicologiche che hanno avuto conseguenze drammatiche sulla sua vita».

E per fuggire da queste sofferenze che, da adolescenti, i figli contesi vogliono poter esprimere i loro desideri: «Mi è capitato spesso – dice l’avvocato Gian Ettore Gassani – che ragazzi di quindici o sedici anni abbiano chiesto di poter essere ascoltati, decidendo loro stessi con quale dei due genitori vivere.

Per questo, per accelerare i processi sarebbe sufficiente la mediazione familiare. I genitori non devono poter giocare sulla pelle dei propri figli, sono loro a separasi e seppur divisi devono continuare ad essere una madre ed un padre».

Per l’avvocato Antonella Tomassini, i servizi sociali sono il vero problema dei tempi lenti della giustizia: «I giudici – spiega – troppo spesso chiedono il loro intervento e molti non avendo la preparazione giusta finiscono per peggiorare la situazione».

L’avvocato Annamaria Bernardini de Pace, invece, una soluzione la sogna ad occhi aperti: «Sogno un tribunale della famiglia, dove i casi siano discussi dinanzi ad un collegio di tre giudici. E soprattutto – conclude – sogno che l’intero processo possa concludersi in una sola mattinata: è vietato uscire dall’aula fin quando la soluzione giusta non sia stata trovata».

[ilmessaggero.it - Isabella Faggiano]
 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 01/06/2011, 06:10 | Message # 46
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http://www.dirittofamiliare.info/page/2/

L’espunzione del rapporto educativo con i nonni nella famiglia contemporanea. Un vero disastro.

Caro nonno Santino… ti voglio tanto bene

Testo tratto dal libro “27 minuti” (in via di pubblicazione) di Gian Ettore Gassani.

Un giorno un anziano signore di nome Santino si presentò nel mio studio senza appuntamento. Era magrissimo, con un volto scavato e pallido, occhi grigi, claudicante, con un paio di occhiali con una delle due stecche legate con una sorta di nastro isolante. 85 anni portati male. Con grande timidezza l’anziano mi strinse la mano e dopo essersi lentamente accomodato sulla poltroncina dinanzi a me, restò in silenzio per qualche istante, asciugandosi la fronte sudata dall’emozione e dalla stanchezza: “Avvocato, mi scusi se sono piombato qui senza appuntamento. Era tanto tempo che volevo incontrarla, tante volte sono arrivato inutilmente fino al suo portone, ma poi ho sempre rimandato questo momento. Pensavo di potercela fare da solo.

- Cosa posso fare per Lei? Risposi.

- La mia è una storia molto triste. Prima ho perso mia moglie sei anni fa per un male incurabile e poi quattro anni fa è morto il mio unico ed adorato figlio per un grave incidente sul lavoro. Sono vecchio e solo. Mia moglie per me era tutto, il mio angelo custode, l’unico amore della mia vita, una compagna fino all’ultimo, colei che mi faceva sentire importante anche se non contavo niente. Mio figlio era la mia speranza, la luce dei miei occhi. Oggi l’unica persona cara che mi è rimasta al mondo è un mio nipotino, Giulio, di nove anni che mi ricorda tanto mio figlio e la mia cara moglie. Sono due anni che non riesco più a vederlo né a sentirlo.
Sapesse quanto è dolce e carino. Sua madre, mia nuora, ha cambiato città, vive con un altro uomo. Questa donna vuole cancellare me e le “radici” di Giulio. Ormai mio nipote forse chiama “papà” il nuovo compagno della madre.
Non so più nulla di questo nipotino. Quando chiamo sul cellulare di mia nuora, mi viene interrotta la comunicazione non appena inizio a parlare. Non conosco nemmeno l’ indirizzo della sua nuova abitazione. Non ho più forze, mi creda. Sento che sto agli sgoccioli della mia vita. Per me questa situazione è insostenibile perché ho perso la speranza. Ho lavorato tanto, ho dato tutto me stesso alla famiglia, per poi perdere i miei affetti più cari”.

Dopo aver detto tali cose, l’anziano signore asciugò il suo volto dalle ingiuste lacrime ed estrasse dal suo vecchio e malandato portafogli la foto del nipotino che lo ritraeva in braccio alla povera moglie defunta.
- Mi faccia capire meglio,signore. Lei dice che da due anni non vede e non sente suo nipote. Che cosa ha fatto per cercarlo?
- Avvocato, mia nuora non mi ha mai comunicato nemmeno il suo nuovo indirizzo nè la città dove vive. Ma non è questo il punto. Forse l’avrei potuta trovare. Ma non sarebbe cambiato nulla. Il mio dolore è sapere di non essere accettato e sentirmi inutile. Eppure quando mio figlio era in vita sono stato il baby-sitter di Giulio. Questo bimbo era la mia vita. Quando lo riportavo la sera dai suoi genitori per me era uno strazio. Oggi mi accorgo che la morte di mio figlio mi ha ucciso due volte perché mi ha fatto perdere anche Giulio, l’unico mio salvagente in questa mia povera vita che sta finendo nel modo peggiore. Di solito noi uomini, noi padri moriamo prima e questo è un regalo di Dio perché non dobbiamo assistere alla morte dei nostri cari. Io sono stato sfortunatissimo perchè sono sopravissuto alla morte dei miei familiari. Al mondo ora c’è un vecchio nonno ed un nipotino che hanno lo stesso sangue e che non possono più vedersi. Che cosa posso fare?

- Signor Santino, mi spieghi. C’è stato qualche screzio tra lei e sua nuora? Quali erano i vostri rapporti prima della morte di suo figlio?

- Nessuno screzio. Ed è questo che mi ferisce di più. Già dopo tre mesi dalla morte di mio figlio mia nuora aveva incontrato il nuovo compagno, una persona importante, famosa, divorziato e senza figli. Ho l’impressione che lei si vergogni di me e che voglia dare un taglio con il suo passato. Io sono stato un semplice operaio come mio figlio. Ora mia nuora probabilmente vive in una casa bellissima, è circondata da attenzioni e dal lusso. Io le rievoco forse il mondo umile nel quale era vissuta prima e dal quale proviene anche lei. Questa è l’unica spiegazione che sono stato in grado di darmi. Non le ho fatto niente di male, anzi l’ho amata come una figlia.

- Ho capito. Lei in sostanza mi chiede di poter incontrare ogni tanto il nipotino. È questo?

- Sì avvocato. Vorrei che il piccino non dimenticasse mai le sue radici che oggi io rappresento. Non deve imparare a vergognarsi degli umili, iniziando da suo nonno. Auguro a mio nipote una vita agiata, ma nella consapevolezza che gli affetti non hanno una casta. Solo così sarà un vero uomo e io potrò morire in pace.
Il vecchietto mi diede le sue generalità. Abitava in un modestissimo appartamentino della periferia di Roma, che aveva acquistato negli anni sessanta da quando si era trasferito dal suo paesino abruzzese.

Il suo racconto, pur se intervallato dalle pause dell’emozione, era stato lucido ed accorato. Sapevo che questo era uno di quei casi in cui l’avvocato è chiamato a fare qualcosa che va oltre un mero mandato professionale.

L’anziano signore mi fornì le notizie minime della nuora e del nipotino.
- Va bene sig. Santino, cercherò di mettermi sulle tracce di sua nuora. Poi vedremo cosa fare.
Il vecchietto si alzò lentamente e mi fissò con due occhi pieni di una tristezza che invase anche me. Si allontanò barcollando e con la testa bassa.

Vedere un anziano, che ha vissuto un’intera esistenza con sacrifici e rinunce, trovarsi solo al mondo e per giunta con un tale dolore dentro, sarebbe uno spettacolo insopportabile per chiunque.
Lo raggiunsi per accompagnarlo alla porta con la voglia di abbracciarlo.

Avrebbe potuto essere mio padre. Gli strinsi forte la mano e lui mi salutò con un sorriso amaro. Dopo qualche giorno, grazie ad un amico investigatore, riuscii finalmente a scoprire dove si trovasse il piccolo Giulio. Contattai Santino che piombò subito da me. Gli consegnai il recapito del nipotino e lui mi rispose raggiante che voleva scrivergli subito. Se ne andò dopo un minuto ringraziandomi cento volte per il piacere che gli avevo fatto.

Purtroppo, a distanza di un mese, Santino ritornò da me. La sua lettera era tornata indietro perché la destinataria era risultata “sconosciuta” al postino.

Era disperato perché aveva raccolto l’ennesima prova che per lui non c’era più posto nella sua famiglia. Fui catturato da un sentimento di rabbia e concordai con il mio “cliente” che avrei inviato io una raccomandata alla madre di Giulio per rappresentarle il forte e legittimo desiderio del nonno di riabbracciare suo nipote.

Due giorni dopo, però, Santino ritornò improvvisamente nel mio studio e mi consegnò un’altra lettera scritta di suo pugno, sulla cui busta era scritto “per Giulio dal nonno Santino”.

L’anziano era molto malato e voleva che almeno un messaggio scritto arrivasse al piccolo nipote:
- Avvocato, la legga pure, veda se va bene. Di lei mi fido. E’ l’unico che mi ha ascoltato in questi anni.
La lessi e promisi a quel nonno che, in un modo o nell’altro, l’avrei fatta pervenire al nipote, quando sarebbe stato il momento.
- Avvocato, prima di questa vicenda non avevo mai messo piede in uno studio legale, non ne avevo mai avuto bisogno. Chissà quante storie assurde lei avrà visto nel suo lavoro e quanta stupidità avrà notato nella gente che lascia una moglie o un marito uccidendo la serenità dei figli. Mi creda se tutti avessero avuto la fortuna di rispettare la famiglia ed il matrimonio come abbiamo fatto io e mia moglie, lei avrebbe cambiato mestiere perché non avrebbe avuto clienti. L’amaro destino,invece, mi ha portato nel suo studio.
Ho combattuto nella mia vita, mi sono sempre fatto rispettare, ma ora so che non ho più forze né armi per difendermi. Anche se tentassimo un’azione legale, non avrei la speranza di rivedere il bambino. Passerebbe troppo tempo ed io sono vecchio. Non voglio farmi amare perché un giudice lo impone. Lasciamo così le cose. Evidentemente questa è la società che anche io costruito e che è la stessa che si accanisce contro un uomo come me.
Tenga pure questa lettera e un giorno faccia in modo che mio nipote possa leggerla.

Non dissi nulla, ma guardai negli occhi quell’uomo. L’amore che lui aveva espresso per sua moglie e per i suoi familiari erano stati per me una autentica scudisciata. In una realtà come quella di oggi, caratterizzata da famiglie in conflitto eterno, la storia di questo povero vecchietto rappresentava il più grande messaggio di umanità che io avessi colto nel mio strano lavoro.

Santino aveva capito che non c’era più niente da fare per riabbracciare Giulio. In fondo aveva ragione. La voglia di dare amore non può essere svilita da una sentenza. Nessun tribunale può ripristinare valori e sentimenti, ma può solo impartire ordini. Dopo essersi commosso, Santino se ne andò. Lo seguii con lo sguardo dalla finestra dello studio fin quando a fatica riuscì a tuffarsi tra la folla di un tram. Fu l’ultima volta che lo vidi. Circa un mese dopo mi giunse la lettera di un collega che rappresentava la nuora, a riscontro della mia raccomandata.

La donna, forse in preda ad un minimo rimorso, aveva acconsentito agli incontri di Giulio con Santino, a patto che avvenissero a Roma, per un mezzo pomeriggio ogni quattro mesi. Mi indignai dentro di me per tale stupida rigidità, ma cercai di contattare il mio anziano cliente. Il suo cellulare, però, risultò sempre spento per giorni. Gli scrissi, ma non ebbi risposta.

Allora decisi di recarmi a casa sua. Non appena giunto sotto il portone di quello stabile di borgata, non feci nemmeno in tempo a togliermi il casco che lessi il manifesto di morte di Santino che il suo condominio gli aveva dedicato: l’anziano era deceduto due settimane prima, da solo come un cane in un ospedale.

Nessuno seppe dirmi per quale malattia era morto il mio anziano cliente. Un suo vicino mi riferì soltanto che quando l’ambulanza era giunta in suo soccorso, Santino aveva le lacrime agli occhi e con una mano sembrava salutasse per l’ultima volta quanti lo avevano visto in quello stato. Lui aveva scelto di morire. I nostri vecchi sono come gli orsi. Sanno loro quando è arrivato il momento di farla finita e togliere il “disturbo”.

Tornai allo studio con un senso di vuoto, un nodo in gola terribile ed una lacrima che mi appannava la visiera.

Pensai che il piccolo Giulio aveva perso l’amico più caro che aveva al mondo. Rilessi cento volte la straziante lettera che Santino aveva scritto al nipote con sua la mano incerta ma sincera: conteneva tanti errori, ma era il più grande inno all’amore che avessi mai incontrato nella mia vita.

Decisi, dopo qualche giorno, di inviarla al legale della nuora affinchè la consegnasse alla cliente e quindi al bambino. Comunicai, inoltre, che Giulio avrebbe ereditato la casetta del nonno defunto e qualche piccolo risparmio. La mia fu una comunicazione laconica dalla quale traspariva, tra le righe, tutto il mio disprezzo per come era stata gestita la vicenda sia dal collega che dalla sua cliente.

Ancora oggi, a distanza di tanto tempo, questa storia mi ritorna in mente tutti i giorni. Quel vecchietto mi aveva insegnato che c’è ancora tanto amore fuori dai tribunali.

Santino alla fine della sua lettera scrisse:
“Nipotino adorato…perdonami se non mi sono fatto più vedere…sappi che il nonno, la nonna e papà ti saranno sempre accanto… Proteggi sempre la tua cara mamma… Addio mio piccolo Giulio, vedrai che un giorno torneremo a giocare insieme e saremo felici come prima”.

Nonno Santino

Testo tratto dal libro “27 minuti” (in via di pubblicazione) dell’avvocato Gian Ettore Gassani.


[Fonte: http://www.ami-avvocati.it/nonni-nipoti.asp]
 
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