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Forum » REATI DI TRIBUNALI MINORILI E CIVILI, SERVIZI SOCIALI E ALTRE ISTITUZIONI » CONDANNE DELLA CORTE DI STRASBURGO » Il caso di SCOZZARI/GIUNTA contro l''ITALIA
Il caso di SCOZZARI/GIUNTA contro l''ITALIA
dibattitopubblDate: Lunedì, 18/05/2009, 19:20 | Message # 1
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Il caso di SCOZZARI/GIUNTA contro l''ITALIA


(Il caso dà luce alle realtà dell'istituto - comunità - azienda impreditoriale "Forteto", strutturato come una setta, che riceve in affidamento minori senza un giusto processo presso il tribunale minorile)

SENTENZA del 13/07/2000 Ricorso n° 39221/98 et 41963/98

Questo caso famoso ha presentato la macabra realtà italiana al livello Europeo. Nonostante sussistevano molteplici violazioni della Convenzione Europea, tra cui in primis quelli relativi al diritto al giusto processo presso il tribunale minorile, l'avvocato che ha gestito la pratica ha omesso di presentarli con diligenza dovuta e non ha provveduto con richieste di correggere inesattezze nel testo della sentenza derivanti dall'incomprensione della situazione da parte di magistrati di Strasburgo. L'Italia è stata condannata solo per la violazione dell'articolo 8 della Convenzione (limitazione dei contatti tra genitori e figli e la collocazione dei bambini). Il rimborso danni alle vittime è più che ridicolo in paragone alle sofferenze vissute.

La madre dei bambini è di provenienza belga, sposata con un pregiudicato belga - il padre dei bambini. La famiglia si era trasferita in Italia coi loro figli minori. Il padre non aveva diritto di allontanarsi dal Belgio in quanto in libertà ristretta. In breve tempo l'uomo era diventato violento e la donna l'aveva denunciato, chiedendo aiuto ai servizi sociali. Il servizio sociale le nega aiuto e le assegna un operatore sociale non meglio definito nel testo della sentenza ("social worker") - ex tossicodipendente e pedofilo, il quale compie violenze pedofile sui bambini.

Dopo la condanna penale del operatore sociale pedofilo, il Tribunale dei minorenni decide di limitare la libertà personale della madre e dei bambini (sic!) al posto di offrire loro un aiuto previsto dalle leggi, ordinando al servizio sociale di sistemare al madre e i bambini in una "casa" (il testo della sentenza usa il termine "casa" però probabile che si tratta di detenzione carceraria in un istituto-comunità), il servizio sociale si rifiutava di farlo, adducendo motivi diversi del contenuto piuttosto delirante. La madre e i figli erano stati collocati presso un "ostello" della Caritas (la sentenza non chiarisce se era un istituto e cos'era questo luogo). Il servizio sociale compie il reato di esercizio abusivo del mestiere del medico psichiatra, inviando al tribunale minorile affermazioni sullo stato di salute mentale della donna; in più, scrive che la madre sarebbe incapace di occuparsi dei figli (omettendo di soccorrere i bambini in una tale presunta situazione, cioè lasciandoli con la madre "incapace" e non intervenendo, compiendo di fatto il reato di omissione di soccorso).
Un neuropsichiatra non meglio precisato ha descritto la madre come malata mentale nello stato confusionali (non si sa se sia stata una perizia e se il neuropsichiatra abbia osservato le normative scientifiche, non si sa se la madre l'abbia querelato), il neuropsichiatra non soccorre la madre "malata mentale", di fatto compiendo il reato di abbandono dell'incapace e non provvede a tutelare i suoi figli. Più tardi, un altro medico dichiara che la madre è mentalmente sana, di che si deduce, logicamente, che il neuropsichiatra ha compiuto il reato di falso ideologico e di diffamazione nei confronti della donna.

Al posto di provvedere contro il servizio sociale per il rifiuto di osservare la decisione del tribunale e per l'esercizio abusivo del mestiere del medico, al posto di provvedere di cessare ogni tipo di abuso contro i bambini da parte dei funzionari statali, contrariamente alle richieste del medico, il tribunale minorile ordina di imprigionare uno dei bambini in un'altra "casa" (istituto?), da dove il bambino fugge tornando dalla madre. Nonostante la volontà espressa del bambino di stare con la madre, glielo negano e lo mettono di nuovo in detenzione nel luogo definito nella sentenza con la parola "casa".

Ad un certo punto, gli operatori sociali coinvolti hanno suggerito ai magistrati di separare i bambini dalla madre e di collocare i bambini nella comunità "Forteto", strutturato come cooperativa agricola e come setta, nonostante precedenti condanne penali (1985) ai capi-guru del "Forteto" per maltrattamenti e violenza privata, e molteplici accuse di abusi sessuali. Sia gli assistenti sociali sia i magistrati minorili sapevano perfettamente che il "Forteto" non è un luogo adatto per i minori e che è una setta (come da anni è stato pubblicamente denunciato da molteplici vittime). Di fatto, i bambini sono stati dati alla setta per usi settari. In più, la magistratura sa perfettamente che il "Forteto" ha avuto sospetti e accuse dalla cittadinanza di essere collegato con una serie di omicidi largamente conosciuti sotto il nome "il mostro di Firenze".

I capi del "Forteto", unendosi nel delinquere con il servizio sociale, appoggiati dai magistrati coinvolti, hanno illegalmente cessato i rapporti dei bambini con la madre e hanno attuato il plagio dei bambini (la corte di Strasburgo ha omesso di valutare trattamenti di plagio settario, ponendo attenzione solo sul fatto che uno dei bambini ha cominciato a ripudiarsi dai propri parenti e dal proprio passato e a mostrare i segni di manipolazione mentale subita - nonostante sono segnali espliciti del plagio settario).

Uno dei bambini è stato costretto a scrivere una lettera di accuse e di ripudiamento dalla propria madre, sentito in seguito in modalità protette, ha dichiarato di volere rivedere la propria madre e di avere scritto la lettera sotto costrizioni della setta.

* * *

Purtroppo, non esiste ancora una traduzione accurata in Italiano, la traduzione esistente è piena di inesattezze, per esempio: nel punto 14 della sentenza si racconta di un operatore sociale pedofilo non meglio precisato - “sociale worker” (letteralmente "lavoratore sociale"), il che può essere tradotto anche come “assistente sociale”. Invece il traduttore ha proposto la traduzione “educatore” - il che è una traduzione infedele.

Link sul testo originale della sentenza in Inglese:
http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=1&portal=hbkm&action=html&highlight=41963/98%20%7C%20scozzari%20%7C%20giunta&sessionid=83720961&skin=hudoc-en (http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197....udoc-en)

Link su una traduzione amatoriale, non del tutto corretta, in Italiano:
http://www.dirittiuomo.it/Corte%20Europea/Italia/2002/Scozzari.htm - link sulla sentenza (in lingua italiana)

ALLEGATI:

1. Sentenza del caso Scozzari/Giunta in lingua italiana (formato PDF, traduzione amatoriale)
2. Sentenza originale in Inglese (PDF)
Attachments: SentenzaScozzar.pdf(389Kb) · ScozzaruGiuntaE.pdf(477Kb)
 
VisitatoreDate: Mercoledì, 09/12/2009, 16:15 | Message # 2
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http://www.alexsandra.it/news.php?readmore=186

L'uomo nero è in tribunale

C'è una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, del 13 luglio 2000. Caso Scozzari-Giunta. Avrebbe dovuto essere un memento per l'Italia a non commettere più un errore in cui invece si pasce ancora oggi. Strasburgo ha ammonito il nostro paese, in particolare il Tribunale dei minori di Firenze e il sostituto procuratore allora in servizio nel capoluogo toscano: «Hanno proceduto con leggerezza». È stato il giudizio meno pesante con cui la Corte ha condannato l'Italia a risarcire Dolorata Scozzari e i suoi due figli, per il «ritardo con il quale si sono svolti gli incontri», dopo che il Tribunale dei minori le aveva revocato la patria potestà.
Quella di Dolorata Scozzari resta una vicenda complicata, ma esemplare di certi malcostumi giudiziari. Dolorata ha due figli, Giorgio e Matteo, li chiameremo così, nati dal matrimonio con N., cittadino belga dalla vita molto turbolenta, condannato nel suo paese ai lavori forzati. Dopo un periodo in Belgio Dolorata si trasferisce coi bambini in Italia, a Figline Valdarno, in mezzo al verde dell'appennino toscano. Nel '97 nella sua vita emerge una piaga purulenta. Scopre che il figlio Giorgio è stato vittima di abusi da parte di un pedofilo, M.L., un assistente sociale che lo stava aiutando. Denunciato, M.L. viene arrestato e in seguito condannato, Dolorata e i figli vengono assistiti dalla Caritas locale. L'incubo sembra finito, ma poi per madre e figli seguono quattro mesi di odissea tra comunità di accoglienza. L'8 settembre '97 il Tribunale dei minori si riunisce con assistenti sociali e specialisti per decidere del caso. In quell'occasione un responsabile dei servizi sociali propone di mandare i bambini presso una comunità-cooperativa agricola del Mugello, Il Forteto. Il giorno dopo il giudice ordina «la collocazione dei due bambini» al Forteto, e sospende la patria potestà ad entrambi i genitori. Anche a Dolorata. Ricapitoliamo: madre di bambino che ha subìto abusi denuncia il pedofilo. È sola. La giustizia che fa? Prende i figli e glieli toglie.
Da quel giorno terribile passeranno due anni e dieci mesi, durante i quali Dolorata potrà rivedere Matteo e Giorgio solo due volte. In mezzo c'è una guerra di ricorsi e suppliche della madre al Tribunale, e poi di sentenze disattese dai servizi sociali. La Corte europea, chiamata a riesaminare il caso, nota fatti sconcertanti. Un esempio: nel '98 il Tribunale dei minori ci ripensa, e vorrebbe concedere a Dolorata il permesso di incontrare i figli. A due giorni dall'appuntamento, però, salta tutto, perché «il Tribunale per i minorenni decise, su domanda del sostituto procuratore della Repubblica, che aveva aperto un'inchiesta sul padre dei bambini, di sospendere gli incontri». Prosegue Strasburgo nella sentenza: «Non si capisce su quale base il Tribunale dei minorenni abbia potuto prendere una decisione tanto severa e pesante di conseguenze psicologiche per gli interessati, se si pensa che il procuratore aveva fondato la sua domanda sulla semplice ipotesi, priva di ogni riscontro oggettivo». Signori della Corte, che ci volete fare. È la magistratura italiana.
«Riguardo all'assenza di limiti della collocazione presso il Forteto ' scrive Strasburgo ' la pratica mostra che bambini sottoposti ad una tale misura non recuperano mai una vita familiare all'esterno della comunità. La Corte non vede alcuna valida giustificazione al fatto che il collocamento dei figli non sia munito di un limite temporale. Considera che le autorità non hanno dato prova della prudenza e della vigilanza richieste in un contesto così delicato, in pregiudizio dei diritti della ricorrente (Dolorata, ndr) ma anche dei superiori interessi dei suoi figli». Ecco perché ha condannato lo Stato al risarcimento.
La sentenza Scozzari avrebbe dovuto far scuola. Non è andata così, non dappertutto almeno. Ne sono esempio tanti casi di 'rapiti della giustizia'. È accaduto ai bambini di Basiglio, allontanati da casa per 63 giorni per un disegno osè, in realtà realizzato un'altra bambina. O ad Angela L., separata per dieci anni dalla famiglia per false accuse piovute addosso a suo padre. «Nel caso Scozzari di certo c'era una famiglia problematica, ma questo non giustificava l'allontanamento dalla madre, che di fatto è stata la vittima di tutti», accusa Anna Maria Mazzarri, all'epoca avvocato difensore di Dolorata.

Rapporti distrutti per sempre
«La filosofia della comunità in cui erano finiti i bambini è che la famiglia d'origine è un male da estirpare. Ma credo che questa filosofia abbia impregnato il Tribunale dei minori, che agisce con leggerezza perché non controlla l'operato dei servizi sociali con cui collabora. E perché agisce con pregiudizio nei confronti della famiglia». «C'è una presunzione di colpevolezza della famiglia naturale» ribadisce a Tempi Lucrezia Mollica, avvocato del foro di Milano che si occupa di diritto della famiglia e dei minori, che è intervenuta sugli attacchi giudiziari alla famiglia anche al convegno 'Abusi, falsi abusi e scienze forensi', che si è tenuto all'Università di Milano Bicocca dal 20 al 22 maggio. «Salvo estreme eccezioni, casi certi di brutalità ' prosegue Mollica ' bisognerebbe sempre tutelare il minore mantenendo i rapporti con la famiglia d'origine. Le scelte irreversibili, come la separazione dalla famiglia, sono sbagliate. Perché poi è impossibile ricucire il tessuto di rapporti distrutti. Invece il ragionamento in Italia è sempre lo stesso. Ti tolgo il bimbo e non te lo faccio più vedere, finché non provi la tua innocenza. I servizi sociali hanno sempre ragione, per il Tribunale, anche quando sono inadeguati».
C'è infatti un secondo punto del caso Scozzari che ha lasciato particolarmente basiti i giudici della Corte di Strasburgo. Alla riunione in Procura in cui si decise «la collocazione» di Giorgio e Matteo alla comunità Il Forteto, tra gli assistenti sociali che caldamente raccomandano al Tribunale questa scelta, c'è anche L.R.F., uno dei responsabili della comunità. Ebbene, L.R.F. nel 1985 è stato condannato per maltrattamenti e abusi sessuali commessi su persone (in particolare tre handicappati) ospiti del Forteto, insieme a L.G., un altro degli assistenti sociali che si occupa di Giorgio. Tuttavia, dopo la condanna entrambi continuano a lavorare nella comunità. Anzi, all'epoca dei fatti L.R.F. è il presidente della comunità (L.G. è invece l'attuale guida).
Ricapitoliamo una seconda volta. Un bambino, vittima di abusi sessuali, viene tolto alla madre e affidato ad una comunità guidata da due persone condannate per abusi sessuali sui minori. Ottima scelta, non c'è che dire. Dolorata, da quel disgraziato autunno del 1997, per anni denuncia la gravità della situazione, ma il Tribunale sembra non rendersi conto di nulla. La Corte di Strasburgo scrive nella sentenza che la decisione di affidare Giorgio e Matteo proprio a quella comunità «suscita delle serie riserve». Prosegue la Corte: «Le coincidenze degli abusi sofferti dal maggiore dei bambini, e i precedenti di L.R.F. e L.G., rendono oggettivamente comprensibili le inquietudini» della madre. Poi, sulla mancanza di spiegazioni del Tribunale alle richieste di Dolorata: «Una simile assenza di informazioni non è compatibile con i doveri di equità e di informazioni che incombono sullo Stato». Strasburgo nota anche un'«influenza crescente dei responsabili del Forteto», su Giorgio e Matteo, «che mira ad allontanare questi dalla propria madre». Conclude la Corte europea, che «i fatti mostrano che i responsabili del Forteto hanno contribuito a deviare dal loro scopo le decisioni del Tribunale dei minorenni, che consentivano gli incontri. Le varie persone che accompagnano i bambini al di fuori del Forteto si sono presentate tutte come 'i genitori affidatari'. Questa situazione e i precedenti penali dei succitati responsabili avrebbero dovuto indurre il tribunale ad esercitare una maggiore sorveglianza riguardo al controllo dei bambini all'interno del Forteto, e all'influenza dei responsabili su di loro e sulle loro relazioni con la madre. Questo non si è verificato».

I servizi sociali hanno sempre ragione
Anche per questo, il Caso Scozzari è da manuale. Questa commistione giudizi-servizi sociali è continua, ogni giorno. Come la mancanza di verifiche sull'operato dei servizi. «C'è una totale confusione di ruoli tra Tribunale dei minori e servizi sociali» spiega Leonardo Lenti, professore di Diritto di famiglia all'Università di Torino. «Il caso dell'allontanamento d'urgenza del minore è emblematico. Il provvedimento viene attuato subito dopo la denuncia dei servizi, il giudice 'delega' per fiducia il controllo della situazione. Però andrebbe applicato in caso di una reale urgenza assistenziale ' un bimbo trovato da solo per strada, per esempio ' non nel caso di presunta 'urgenza educativa'. I servizi sociali invece tendono a forzare la mano, approfittando del fatto che lavorano con il magistrato come fossero una stessa persona».
Un capitolo a parte andrebbe poi aperto sulle pressioni ' le minacce, il tentativo di allontanare le figure dei genitori dalla mente dei bambini ' e i metodi con cui i minori vengono effettivamente 'tutelati' in molte di queste comunità, com'è accaduto anche nel caso Scozzari. Con gli assistenti sociali che provocano la madre durante i due incontri con Giorgio e Matteo, che scrivono al Tribunale che i figli la respingono, quando più volte mostrano invece di voler stare con lei. Marco Casonato, professore di Psicologia dinamica all'università di Milano Bicocca, parla di «psicopolizia», perché «se ben guardiamo, scopriremo che i medesimi passaggi sperimentati sui 'prigionieri di guerra' vengono applicati comunemente ai minori coinvolti a vario titolo in procedimenti di potestà soprattutto se vi sono collegati procedimenti penali». Chiudete gli occhi, immaginate che i vostri bambini vi vengano sottratti all'improvviso e avrete l'idea di ciò che sta accadendo alla vostra famiglia.

fonte:tempi.it

 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 21/12/2011, 04:03 | Message # 3
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http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2011/20-dicembre-2011/arresto-cooperativa-forteto--1902601620857.shtml (http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze.....shtml )

Giornale "CORRIERE FIORENTINO"

L'INCHIESTA

Forteto, il «profeta» finisce in manette

L'accusa: violenza sessuale

Rodolfo Fiesoli, classe 1941, è in carcere a Sollicciano dopo che la struttura è stata perquisi
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FIRENZE - Bufera sulla cooperativa agricola Il Forteto, a due passi da Vicchio, dove dagli anni Settanta vengono ospitati minori in difficoltà. Finisce in manette uno dei fondatori, si tratta di Rodolfo Fiesoli, 70 anni, di Prato, accusato di maltrattamenti e violenza sessuale. L'uomo è da stamattina al carcere di Sollicciano dopo che la struttura è stata perquisita: l'accusa è violenza sessuale e maltrattamenti. Contro di lui, che negli anni '80 era stato condannato a 2 anni per atti di libidine e maltrattamenti, ci sarebbero sette denunce e una ventina di testimonianze.
IL «PROFETA» E GLI EPISODI CONTESTATI - Tre gli episodi contestati, di cui uno su un minore, mentre la maggioranza dei casi sarebbe ormai prescritta. Per chi lo accusa Fiesoli, che si fa chiamare «il profeta» e per i fedelissimi è una specie di taumaturgo capace di fare «miracoli», avrebbe creato una specie di «fortino», quasi una «setta», all'interno del quale usava metodi educativi coercitivi, con percosse e ore fatte passare all'interno delle celle frigorifere. Nelle denunce si parlerebbe anche di abusi sessuali, «atti praticati e professati per liberare dal male i ragazzi» da un uomo che avrebbe predicato l'omosessualità e che al momento dell'arresto, oltre ad accusare un leggero malore, avrebbe ribadito di «aver fatto sempre del bene all'umanità».
LA COMUNITA' DIFENDE FIESOLI - Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti all'interno della comunità, dove vivono un centinaio di persone e che ha la sua sede a Vicchio (Firenze) nel Mugello (oggi una delle principali cooperative agricole della Toscana che vende i suoi prodotti anche in vari paesi del mondo), il settantenne imponeva la separazione tra ragazzi e ragazze e ai coniugi veniva chiesto di non aver rapporti sessuali. Accuse che vengono respinte da il Forteto che in una nota ricorda la «correttezza» in 35 anni di attività e, con «piena fiducia nella magistratura», difendono il loro fondatore, esprimendogli «piena solidarietà». Per i fedelissimi di Fiesoli «i ragazzi rifiorivano» mentre per chi ora lo accusa, magari a distanza di anni dagli abusi, spiega che ogni sera c'erano riunioni obbligatorie durante le quali «veniva fatto un lavaggio del cervello».
LA PAURA DI PERDERE IL «POSTO» - Qualcuno di loro avrebbe spiegato di non aver mai denunciato prima quanto succedeva per «paura», ma anche per il timore di perdere «il posto»: nella cooperativa lavora un centinaio di persone metà delle quali risiedono in comunità. Fiesoli, «un affascinatore», avrebbe approfittato delle personalità più deboli, si dice nelle denunce, che venivano indotti al «distacco totale dalle famiglie». E proprio il padre di uno di questi ragazzi, nella primavera scorsa, avrebbe denunciato il cambiamento dell'atteggiamento del figlio dopo l'ingresso a Il Forteto. Da qui l'inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuliano Gianbartolomei. Domani Fiesoli incontrerà in carcere il suo difensore, l'avvocato Lorenzo Zilletti.
LA STORIA E LA VECCHIA SENTENZA - Vita comune, cassa comune, mezzi e responsabilità in comune. E i campi del Mugello da coltivare. La comunità e cooperativa agricola Il Forteto viene fondata nell'agosto del 1977 da un gruppo di giovani operai di Prato e Calenzano, una quarantina di ragazzi che si riunivano in parrocchia. Più controversa la vicenda della comunità, che negli anni ha accolto un buon numero di minori in difficoltà. Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, due fondatori, furono arrestati all'inizio degli anni '80 con l'accusa di aver compiuto violenze sessuali a Il Forteto: rilasciati e rinviati a giudizio, furono condannati nel 1985 dalla Corte d'Appello di Firenze per maltrattamenti e atti di libidine. La Cassazione respinse il ricorso presentato da Fiesoli e Goffredi nel maggio dello stesso anno. Nel 2000 una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per l'affidamento a Il Forteto di due bambini, figli di italiani emigrati in Belgio, comminando una multa di 200 milioni di lire come risarcimento dei danni morali per trattamenti giudicati non conformi alla Convenzione di salvaguardia dei Diritti dell'Uomo. Nel 2002 l'eurodeputata di An Cristina Muscardini presentò un'interrogazione alla Commissione chiedendo «l'allontanamento immediato di tutti i minori presenti nella struttura e la cancellazione de Il Forteto quale centro di riferimento per la commissione per l'infanzia». Nella circostanza, la Commissione si dichiarò non competente. Dal 2009 il Tribunale di Firenze non ha più affidato nessun minore alla comunità.

20 dicembre 2011
 
dibattitopubblDate: Mercoledì, 21/12/2011, 06:48 | Message # 4
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http://eur-law.eu/IT/INTERROGAZIONE-SCRITTA-E-0888-02-Cristiana-Muscardini-UEN,232256,d (http://eur-law.eu/IT/INTERROGAZIONE-SCRITTA-E-0888-02-Cristiana-Muscardini-UEN,232256,d)

INTERROGAZIONE SCRITTA E-0888/02 di Cristiana Muscardini (UEN) alla Commissione. Il Forteto.

NTERROGAZIONE SCRITTA E-0888/02

di Cristiana Muscardini (UEN) alla Commissione

(2 aprile 2002)

Oggetto: Il Forteto

Il Forteto è una cooperativa agricola toscana che beneficia di finanziamenti pubblici che vanno dalle 65 mila alle 300 mila lire giornaliere per accogliere minori in affidamento.

Il Forteto annovera tra i suoi principali responsabili due personaggi già condannati nel 1985 per abusi sessuali e maltrattamenti sui minori.

Dopo la condanna della Corte d'appello di Firenze nel 1985, a tutt'oggi il Tribunale dei minori insiste ad affidarsi a Il Forteto, nonostante una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo abbia condannato l'Italia per l'affidamento di due bambini, figli di italiani emigrati in Belgio, al centro Il Forteto, comminando una multa di 200 milioni di lire e prescrivendo il risarcimento dei danni morali.

La Commissione:

- può verificare l'azione e l'adeguamento delle autorità italiane alla sentenza con l'allontanamento immediato di tutti i minori presenti nella struttura e la cancellazione de Il Forteto quale centro di riferimento per la commissione per l'infanzia?

- Può creare una commissione d'inchiesta che verifichi le reali motivazioni delle resistenze all'attuazione della sentenza?

- Può promuovere un'indagine dell'UE sui 14 mila bambini italiani affidati a comunità finanziate con fondi pubblici, che in Italia possono essere superiori a 600 euro giornalieri?

- Può mettere in atto misure adeguate per sottoporre alla verifica di inconfutabili requisiti di probità e moralità il riconoscimento giuridico delle comunità di affidamento dei minori?

Risposta data dall'on. Vitorino in nome della Commissione

(3 giugno 2002)

La Commissione ringrazia l'onorevole parlamentare della Sua interrogazione ma ne richiama l'attenzione sul fatto che, per quanto concerne le due prime domande relative all'esecuzione da parte dell'Italia della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo del 13 luglio 2000 (causa Scozzari e Giunta C. Italia), la Commissione non ha competenza per agire in materia. Il controllo dell'esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo spetta infatti al comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, conformemente all'articolo 46 della Convenzione sulla salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.

Parimenti la Commissione ritiene di non aver competenza, in base ai trattati, per promuovere un'indagine quale quella auspicata dall'onorevole parlamentare.
 
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