| http://www.falsiabusi.it/casi/forno/forno04.html DAL SETTIMANALE "PANORAMA" del 4/1/2001 ORCO ACCUSATO, MEZZO CONDANNATO di Maurizio Tortorella Dopo l'assoluzione del papà inquisito per pedofilia, «Panorama» scopre che Forno e i suoi periti hanno preso un altro abbaglio. Inchiesta su un magistrato che non interroga gli imputati. E sempre più spesso... E due. A turbare le feste del sostituto procuratore milanese Pietro Forno, il magistrato che dall'89 si occupa di abusi sessuali sui minori e che spesso è stato oggetto di polemiche per la sua foga inquisitoria, non bastava la polemica sull'assoluzione di Marino V., il tassista che Forno dal settembre 1996 aveva indagato per abusi sessuali sulla figlia. Un suo altro imputato è stato assolto: per lui, il 15 dicembre, Forno aveva chiesto l'archiviazione al giudice Guido Salvini, sostenendo che dopo tre anni di indagini «la situazione processuale era confusa» e che non era più possibile alcun utile approfondimento». Ma Salvini è andato oltre: «In realtà le attività investigative e gli approfondimenti» ha scritto, quasi brutale «sono stati anche ridondanti, ma privi di una valutazione critica». Gli amici dicono che Forno non sia né pentito né perplesso. E che la sua richiesta di passare a occuparsi dei reati contro la pubblica amministrazione sia solo l'appagamento di un antico desiderio. Chi lo ha visto sostiene che, dietro gli occhialini, Forno sia tetragono e sicuro di sé. Come sempre. Di certo, però, deve averlo molto infastidito la requisitoria della collega Tiziana Siciliano, che gli era subentrata come pubblico ministero alla metà dello scorso ottobre, dopo quattro anni esatti di processo contro il tassista. Siciliano, in aula il 21 dicembre, è stata severa. Non con l'imputato, per il quale ha chiesto e ottenuto il proscioglimento. No: la pm ha usato parole dure solo per gli inquirenti e per i consulenti tecnici dell'accusa: scandalizzata, ha parlato di metodi di indagine basati su «una perizia ginecologica di una superficialità che rasenta lo scandalo»; di «interrogatori condotti in modo incongruo», di atti giudiziari trasformati in «carta straccia». E ha concluso: «Questi esperti non hanno alcuna professionalità. Non hanno nessun motivo di godere della fiducia dell'autorità giudiziaria, non hanno capito niente». Infine, ha avviato un'indagine proprio nei confronti dei periti. Per quasi 1.600 giorni, grazie a quei periti, Marino è stato sprofondato nel baratro dell'accusa: pedofilia. La moglie, Teresa, era stata costretta alla denuncia da un'assistente sociale del Centro del bambino maltrattato di Milano, Fanny Marchese, cui aveva riferito che la bambina aveva parlato del pene del padre: «O lei querela suo marito entro tre giorni, o lo facciamo noi». La denuncia arriva a Forno. E da lì parte un tragico, paradossale processo. Marino una sera torna a casa e non trova più nessuno perché gli inquirenti hanno suggerito alla moglie di nascondersi altrove. Il tassista non può più vedere sua figlia, la famiglia si disgrega. Prima Teresa e la bambina, insieme con il fratello maggiore, che è disabile, vengono deportati d'autorità in una comunità protetta. Poi Marino deve trasferirsi. Infine è la figlia che viene allontanata, da sola, e viene nascosta in una comunità. L'accusa va avanti per quattro anni e tre mesi fra perizie mediche e interrogatori della bimba e della madre, anche se Forno, com'è sua consuetudine, non ascolta mai il padre imputato. Le perizie dell'accusa vengono affidate ad alcuni tecnici collaudati della procura (la pm Siciliano ha calcolato che sulla scrivania di uno dei periti si siano affollate ben 358 consulenze in nove anni). La prima è Cristina Maggioni, ginecologa della clinica Mangiagalli di Milano, che nel settembre 1996 visita la bimba, senza che all'imputato sia permesso di far presenziare un suo consulente, e individua «segni compatibili con abusi sessuali». Forno dispone una seconda consulenza, sempre in assenza di controparti. Nell'ottobre '97 la bambina viene visitata da altri due periti dell'accusa, Maurizio Bruni e Patrizia Gritti. I periti rilevano che il suo imene è inciso (un elemento «non evidenziato nella visita precedente») e che anche l'ano pare aver subito una penetrazione: «Il quadro» concludono «sembra deporre per atti di abuso iterati». Oggi Bruni sostiene, sorprendentemente, che la sua perizia aveva un «contenuto sostanzialmente assolutorio». In realtà, grazie alla sua consulenza, la situazione precipita. «Nel gennaio 1998 il tribunale per i minori allontana la bambina anche dalla madre e dal fratellino» ricorda Luigi Vanni, avvocato di Marino, «ovviamente senza aver convocato preventivamente nessuno dei due genitori». La bimba finisce in un centro di affidamento. Dieci mesi dopo interviene il gip, che chiede una terza perizia. Solo allora i due ginecologi Cristina Cattaneo e Tiziano Motta scoprono, perplessi, che nessuno dei tre colleghi che li hanno preceduti si è accorto che la bambina ha un imene settato: quello che è stato considerato un segno di violenza è in realtà un lieve difetto congenito. È evidente, scrivono, che gli altri consulenti del pm non lo hanno visto, ma questo «getta molti dubbi anche sugli altri reperti osservati». Qualcosa è andato male anche il 15 dicembre: è stato allora che il giudice Salvini ha archiviato l'altro processo per pedofilia istruito da Forno con l'aiuto dei soliti consulenti. «Di esito completamente negativo o del tutto irrilevanti» scrive Salvini «sono risultate le copiosissime intercettazioni, le perizie mediche, le perquisizioni». Si tratta di tre anni di indagini, di quattro faldoni zeppi di carte, di una spesa, tra perizie e altro, sui 100 milioni. Il gip ricorda anche di aver inutilmente suggerito al pm di interrogare l'imputato. «I magmatici atti processuali avrebbero dovuto suonare come un campanello d'allarme». Purtroppo, anche in quel caso, non è suonato.
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